VISUALIZZAZIONI
DEL SACRO
DALL'OSCURITÀ ALLA LUCE:
L'ICONA COME "APERTURA"
DELL'INVISIBILE
di FERNANDO BARRA
Martin
Heidegger nell'intervista a “Der Spiegel” resa il 23 settembre
1966 e pubblicata il 31 maggio 1976 cosi conclude:«La più
grande necessità del pensiero, consiste nel fatto che oggi
per quanto si possa vedere, non si sente ancora la voce
di un pensatore che sia “grande abbastanza da mettere il
pensiero immediatamente, e in una configurazione definita,
di fronte alla sua cosa, o causa, e con ciò sulla sua strada.
Per noi, di oggi, la grandezza di ciò che è da pensare è
troppo grande. Possiamo forse darci da fare a costruire
le gittate smilze, e di breve portata, di un possibile trapasso»
(1). Se il pensare è divenuto incapace di cogliere la “cosa
perché troppo grande” e di tradurla per renderla accessibile
ai più, e quindi possiamo solo costruire “gettati smilze
e di breve portata“ dire di Dio e dei modi del suo comunicarsi
diventa impossibile e non necessario. Il pensiero su Dio
è tale da conquistare l'uomo da proiettarlo in un orizzonte
che sfondi il limite della sua stessa finitudine, apre prospettive
di speranza e recupera il “frammento” disperso nel Caos
rendendolo “capace” (S .Agostino) del tutto. Questo lavoro
sull' esperienza dell' incontro di Dio con l'uomo sulla
strada dell'arte e in modo particolare dell'esperienza iconica
che dall'origine della Chiesa, nonostante i momenti difficili,
attraversa tutto la storia di essa, assume la positività
del pensare umano aperto a cogliere, nell'esperienza del
dono dell'amore gratuito del rivelante (Dio) il divino e
lo comunica seppur balbettando. All' uomo non è consegnato
il silenzio: «La chiesa, la teologia e il pensiero credente,
si trovano nella paradossale situazione di dover difendere
la ragione e le sue possibilità in ordine alla conoscenza
del Vero, e in un sempre più serrato confronto con atteggiamento
e teorie rinunciatarie e debolistiche, che le condannano
al relativismo e scetticismo, forme anch'esse meno forti
di quel prospettivismo nichilistico che secondo Nietzsche
avrebbe caratterizzato quelli che per lui sarebbero stati
i prossimi due secoli» (2) .La chiesa e il pensiero che
in essa si esprime si pone a difesa dell'uomo e della sua
dignità, sia allorché mette in guardia la ragione dalle
sue stesse prevaricazioni, sia allorché ne custodisce il
valore e ne alimenta la possibilità. «È da questo punto
di vista che la cultura autenticamente generata dal cristianesimo
avrà sempre e comunque qualcosa da dire nella storia dell'uomo,di
ogni tempo e di ogni condizione»(3). Attraverso l'esperienza
della “forma” che si mostra in tutta la sua chiarezza veniamo
ridestati dal torpore dell'oblio. In questa prospettiva
del bello vogliamo articolare la nostra riflessione tenendo
conto della positività antropologica poc'anzi descritta.
Per Platone il Bello coincide con il Bene, ne è la manifestazione:
il Bello è ordine, proporzione, misura ( Platone, Fedro
250 c-d). Anche Plotino intende la bellezza come proporzione
delle parti sia tra di loro, sia con il tutto, congiunta
con la grazia del colore (Plotino, Enneadi I,6,1). Sant'
Agostino riprendendo questi due grandi del pensiero li rilegge
in chiave cristiana in quanto dire Dio per Agostino è la
stessa cosa che dire Bellezza, Verità, Bontà, Amore. Dio
è “il Padre della Bellezza”, “Bellezza di ogni Bellezza”:
Dio è la Bellezza, le creature invece hanno la Bellezza,
e la hanno per partecipazione. Cosi egli prega nei Soliloqui:
«Padre del Bene e del Bello..... .O Dio Bene e Bellezza
fondamento, principio ordinatore del Bene e della Bellezza
di tutti gli esseri che sono buoni e belli» (Soliloqui 1,2
) Abitare il Bello apre il cuore al Bene generando sempre
nuova creatività: per i semiti la Bellezza è data oltre
che dall'armonia della forma, dall'armonia di virtù in riferimento
alla fedeltà a Javhè. La novità per il cristianesimo consiste
nell'evento del “Logos” che si è fatto carne, la Bellezza
diventa sostanziale nella persona del Cristo. Con l' Incarnazione
del Verbo di Dio viene recuperata la mondanità dell'esistenza.
Questo evento «fonda realmente la possibilità di un'estetica
del Reale..... Dio si fa Visibile, si rende visibile, e
allora tutta la carne viene rivalutata. Tutto il mondo visibile
assume una dignità ontologica totalmente diversa» ( 4 )
La svolta dunque per l'accesso all'invisibile nel visibile
viene garantita dalla “Kenosi” di Cristo. Quando noi parliamo
di Dio ne possiamo parlare in virtù di questa mediazione
cristica. Con il Verbo incarnato, l'esperienza del Vero
passa attraverso il vedere e il toccare. Si pensi alla Prima
Lettera di Giovanni: “Quello che abbiamo veduto, udito,
toccato con mano”(1 Gv. 1,1). «L'affermazione di Gesù a
Filippo “a tanto tempo sono con voi e non avete ancora capito,
chi vede me vede il Padre” è un’affermazione che fonda l'estetica:
il Vero viene percepito attraverso la comunicazione di una
presenza» (5). Il tema del vedere nell'esperienza del divino
è cara alla tradizione cristiana orientale, brevemente ne
diamo testimonianza. Macario Crisocefalo (1382) in un trattato
sull'immagine sacra accennando a un paragone tra l'importanza
della vista di fronte all'udito scrive: «Non ci sono favelle,
né discorsi di cui non si possa sentire le voci, ma le cose
viste sono tali sia per il sapiente che per l'uomo comune,
per il giudeo e per il greco, per l'indiano e per lo sciita,
per il ricco e per il povero insomma per tutti quelli che
stanno sotto il cielo» (6). Il grande filosofo e teologo
della luce e quindi della vista è Gregorio Palamas:«Ma se
invece senti dire che gli occhi dell’anima conoscono con
la loro esperienza i tesori sovracelesti, non credere che
si tratti dell'intendimento. Infatti questo si rende intelligibili
sia i contenuti sensibili, sia quelli intellettivi. Come
per una città che tu non hai mai visto se pensi ad essa
con l'intendimento non per questo per il solo fatto di intendere
vieni a farne esperienza, così avviene anche per Dio e per
le realtà divine: se le intendi non per questo diventa capace
d'elaborare una teologia che si fonda sull' esperienza che
ne è stata fatta. E come, per l'oro se non lo hai acquisito
percettibilmente, se non l'hai percettibilmente nelle mani
e non lo vedi in modo percettibile, anche se mille volte
ne assumi il concetto nell'intendimento non hai, non vedi
e non hai acquisito l'oro così, anche se mille volte intendi
i tesori divini, ma non subisci gli effetti divini e non
vedi con occhi intellettivi e superiori all'intendimento
in realtà non vedi, non hai e non hai acquisito veramente
nulla di divino (7). Il Palamas intende cosi dare il primato
alla vista prodotto da quegli occhi intellettivi che sono
frutto non di facoltà umana ma della potenza dello Spirito
Santo. «Ho parlato d'occhi intellettivi per riferire alla
potenza dello spirito che in esso si produce, grazie alla
quale questi effetti sono visti ma in realtà tale visione
santissima della luce divinissima e sovraluminosa è anche
superiore agli occhi intellettivi» (8). Quando si verifica
il passaggio tra corpo psichico e corpo spirituale secondo
l'Apostolo S. Paolo sarà possibile cogliere il raggio divino.
Per il Palamas Dio è luce e l'uomo è chiamato a partecipare
di questa luce: attraverso l'occhio spirituale egli entra
nello splendore di questa luce stessa. Richiamando Dionigi
Aeropagita il Palamas ci ricorda che i corpi dei santi nel
secolo futuro saranno adornati e raggiati dalla luce di
Cristo che si manifestò sul Tabor (9). Macario il Grande
dice: «L'anima unita alla luce dell'immagine sovraceleste
viene iniziata già ora, in ipostasi, alla conoscenza dei
misteri, ma nel grande giorno della risurrezione anche il
suo corpo sarà reso splendente dalla stessa immagine della
gloria» (10). Il Palamas commentando Macario fa vedere che
dire in ipostasi, non si intende che questa illuminazione
avvenga attraverso la conoscenza e i concetti. L'uomo spirituale
è costituito da tre ipostasi: dalla grazia dello Spirito
celeste, dall'anima razionale, dal corpo terreno. Nel capitolo
dedicato alla luce divina e alla luce diabolica il Palamas
fa la distinzione tra la vera luce che è Dio e un nuncio
di Dio che non è luce. Ascoltiamo il Palamas: «Quindi Dio
è Luce ma un nuncio di Dio non è certo un nuncio di luce:
infatti non disse “Si finge un angelo che è luce”, ma “si
finge angelo di luce”. Se quindi l'angelo maligno fingesse
solo conoscenza o virtù, se ne potrebbe dedurre che anche
l'illuminazione che si produce a partire da Dio a noi fornisca
solo conoscenze e virtù; ma poiché l'angelo maligno fornisce
solo una luce fantastica, altra dalla conoscenza e dalla
virtù, la luce divina è veramente intellettiva ed anche
altra dalla conoscenza e dalla virtù. E quella luce fantastica
è il maligno stesso che essendo oscurità finge la luce;
invece la luce degli angeli e degli uomini simili agli angeli,
che illumina per la verità, è Dio stesso, il quale, essendo
nel modo più vero luce ineffabile, vede come luce e rende
luce i puri di cuore, e perciò è chiamato luce, non solo
in quanto perseguita l'oscurità dell'ignoranza, ma anche
in quanto, secondo San Massimo e il teologo Gregorio, è
lo splendore delle anime. Ma che lo splendore stesso non
è semplicemente né conoscenza né virtù, ma è al di là di
ogni virtù e conoscenza umana,...: “l'intelletto ricondotto
a se stesso non contempla nulla di sensibile o di razionale,
ma nudi intendimenti e raggi divini, che fanno scaturire
pace e gioia”»(11). Senza addentrarci ulteriormente nella
teologia della luce del Palamas recuperiamo l'esperienza
di un altro grande monaco e teologo dell'oriente, Simeone
il Nuovo Teologo (949-1022), in quanto questi descrive l'evento
della luce: «Entrai, dunque, nel luogo in cui ero salito
a pregare ed iniziai: “Haghios hò Theòs (Santo Dio)” allorché
ricordandomi le preghiere del Santo scoppiai subitamente
in lacrime preso dal desiderio divino al punto che non riuscii
nemmeno in seguito ad evocare con parole la gioia e il piacere
di cui godetti in quell'istante. Così, caduto bocconi, vidi
su di me brillare una immensa luce intellettuale che nello
stesso tempo attraversa interamente sia il mio intelletto
che la mia anima, cosicché stordito dalla meraviglia mi
colpì lo stupore e mi trovai come in estasi. Ciò non è tutto:
Mi dimenticavo il luogo in cui mi trovavo e chi ero accontentandomi
di gridare “Kyrie eleison”. Anche quando ripresi conoscenza
mi colsi nell'atto di ripeterlo. Ma chi parlava, per me,
o padre, oppure chi muoveva la mia lingua, io non lo so
– disse – Dio lo sa. Sì, io m'intrattenni con questa luce
dentro il mio corpo e fuori di esso. La luce stessa lo sa,
lei che aveva dissolto dalla mia anima ogni nebbia e ogni
pensiero terreno, cacciato ogni materia spessa e la pesantezza
del corpo prodotta dall'acedìa e dall'intorpidimento delle
mie membra. Infatti, o meraviglia!, essa raddrizzò e fortificò
così bene la mia rilassatezza delle articolazioni e dei
miei muscoli, causata dal troppo affaticamento, che credetti
e immaginai di abbandonare l'abito della corruzione. Ciò
non è tutto: subito un'immensa gioia, una sensazione intellettuale,
una soavità che oltrepassa il sapore di tutte le cose visibili,
sgorgarono nella mia anima in modo indicibile, in un completo
oblio di qualsiasi ragionamento, fino al punto di farmi
sentire estraneo alla vita presente. Ecco il piacere che
mi fece e mi diede a conoscere in modo meraviglioso. Infatti,
tutte le sensazioni del mio intelletto, come pure della
mia anima, si erano legate all'ineffabile felicità di questa
luce e a lei solamente» (12). Come è testimoniato da Simeone,
la luce è l'esperienza più feconda della vita dell'uomo.
Difatti, egli, così continua: «Quando la luce appare fa
gioire, quando scompare mi ferisce, quando la sento vicina
mi trasporta nei cieli. È una perla (Mt 13, 46) e mi riveste
e mi rivela come un astro, ma egualmente rimane per tutti
incomprensibile. Essa risplende come il sole e dentro vi
scruto racchiusa tutta la creazione. Essa mi mostra tutto
ciò che contiene e mi comanda di rispettare i miei limiti.
Mentre sono racchiuso sotto un tetto e fra quattro mura
essa mi apre i cieli. Alzo gli occhi sensibilmente per contemplare
le realtà celesti e tutto mi appare come era in precedenza.
Mentre mi meraviglio di ciò che mi è accaduto odo segretamente
una voce dall'alto che mi dice: “Tutte queste cose sono
enigmi e preamboli, poiché ciò che è perfetto non puoi contemplarlo
mentre sei rivestito della carne, ma ritorna in te stesso
e non compiere nulla che ti privi dei beni celesti. Se tu
facessi un passo falso è per ricordarti l'umiltà. Compi
penitenza senza sosta, perché essa unita al mio amore per
gli uomini, cancella le cadute passate e presenti» (13).
L'esperienza descritta da Simeone ci porta a considerare
la possibilità dell'uomo di esperire in qualche modo la
luce tale da produrre in lui una gioia indicibile e una
pace interiore che lo estranea da tutto e da tutti trasportandolo
in un altra dimensione (14). In Occidente, pur se prevale
la dimensione che privilegia il discorso raziocinante alle
immagini di fuoco, luce, calore dell'Oriente, tuttavia è
presente nell'esperienza la dimensione della luce-tenebra.
La mistica carmelitana con S. Giovanni della Croce in particolare
ne dà testimonianza ma voglio in questo luogo accennare
a un autore poco conosciuto Guigo di Saint-Romain, quinto
Priore di Certosa e in particolare al suo libro delle Meditazioni.
Scrive il Laporte nel suo libro Introdution a Guigues, Les
Mèditiation:«L' autore delle Meditazioni cerca di raggiungere
in se stesso la verità, e attraverso questa via la pace
del cuore; poi, con la verità e la pace, l'utilità spirituale.
In questa ricerca pura e attraverso essa, egli è in cerca,
sin da quaggiù del proprio centro eterno. Egli vuole arrivare
alla verità sugli oggetti dei quali si occupa. Le sue immagini
non servono solamente a esprimere un pensiero; esse mirano
sempre al tempo stesso, ad approfondirlo. Da qui derivano
le profondissime lezioni spirituali che superano l'immagine
e la lezione più immediata» (15). Anche per Guigo vale il
vedere e lo stabilirsi nella visione di Dio. Se non si vede
Dio è perché l'occhio interiore è cisposo, difatti nella
meditazione 314 così ci riporta: «Essendo tu privo della
visione interiore, che è Dio, e non perché egli sia assente,
ma perché il tuo occhio interiore è cisposo e non riesce
a vederlo, tu esci volentieri al di fuori di te stesso;
anzi tu non puoi rimanere in te stesso, ove incontri le
tenebre, e in questo modo sei tutto intento ad ammirare
le forme dei corpi e delle opinioni degli uomini. Non incolpare
le forme dei corpi di trattenerti fuori di te stesso, di
intimorirti o in qualche modo di commuoverti, ma accusa
la tua cecità e la mancanza, in te, del Sommo Bene». Il
priore certosino tiene a sottolineare che Dio si trova interiormente
presente alla sua creatura razionale. Guigo non trascura
certo la preziosa affermazione dell'evangelista Giovanni
sul Verbo, presentato infatti nel Prologo come colui per
mezzo del quale tutto è stato fatto e nel quale era la vita
e la luce degli uomini (Cfr. Gv 1,4). È sin dall'origine
della creazione che il Verbo costituisce la “luce” che illumina
interiormente ogni uomo. Ciò che rende cieco l'occhio interiore
è il distogliere volontariamente da parte dell'uomo la sua
attenzione dalla presenza divina trasformando ciò che originariamente
era una semplice differenza ontologica in una colpevole
“separazione” dal Creatore. Per natura solo Dio è Dio e
solo Lui conosce pienamente se stesso «quanto Dio valga
– dichiara Guigo - potrà essere conosciuto perfettamente
solo da Lui, infatti, di quanto la sua essenza supera la
nostra di tanto la conoscenza che Egli ha di se stesso supera
la nostra. Perciò il Signore dice: “Nessuno conosce il Padre
se non il Figlio”» (Med. 466). A differenza dei pensatori
di cui abbiamo trattato la conoscenza di Dio passa, per
Guigo, non tanto attraverso la mediazione dello Spirito,
ma attraverso il Cristo, Verità e Sapienza di Dio. Difatti
per il priore certosino il Cristo riceve dal Padre la missione
di perfezione, la conoscenza che l'uomo ha di Lui, cioè
riceve la missione di comunicare all'uomo la stessa vita
divina. In altri termini, solo Dio può rendere l'uomo una
creatura nuova, solo Lui può aiutarlo a conquistare il suo
splendore di pura immagine di Dio, solo Lui, infinita Bontà,
può rendere divino chi non si mostra capace di essere neppure
“umano” poiché solo Dio può gratuitamente rivelarsi oltre
il limite imposto dalla sua infinita trascendenza e sempre
Lui può solamente perdonare e guarire una sorta di cecità
spirituale» (16). L'excursus finora tracciato ci ha permesso
di cogliere alcuni punti fermi: Primo. Nella conoscenza
di Dio l’iniziativa è sempre di Dio. Secondo. L'uomo che
vive rettamente e attende alla sua purificazione in obbedienza
ai comandamenti di Dio può arrivare alla visione di Dio
in quanto Dio stesso per suo amore gratuito gli accorda
questa visione. Terzo. L'esperienza che si dà dell'incontro
è sempre esperienza di luce sulla scorta di quanto hanno
vissuto Pietro, Giacomo e Giovanni sul Tabor. Un discorso
serio sulla conoscenza di Dio attraverso l'immagine sacra
non può non può non tener conto di quanto detto. L'icona
sottende l'esperienza del vedere, l'iconografo vive la sua
ascesi di purificazione e di svuotamento di se stesso per
fare spazio alla luce di Dio in lui. Egli sa di essere uno
strumento nelle mani dell'Invisibile che lo abilita a tradurre,
in qualche modo, nell'immagine visibile l'archetipo celeste.
La materia spessa e la pesantezza del corpo – usando i termini
di Simeone - impediscono la visione e da questa l'iconografo
deve essere liberato. Egli attenderà con la preghiera diuturna
alla sua trasformazione interiore. Il passaggio è sempre
dall'oscurità alla luce e la stessa tecnica espressiva passa
dal fondo più scuro fino al divenire della luce. Nell'espressività
dell'icona e nell'utilizzo dei colori vediamo come gli archetipi
celesti, Dio, angeli e Santi, in quanto sono raggiati dal
Cristo Risorto, sono posti nella luce, mentre il maligno
è rappresentato nell'oscurità. Nell'icona tutto ha la sua
importanza, nulla è casuale, in quanto tutto concorre alla
manifestazione dell'Invisibile nel visibile dell'immagine.
Gli stessi colori vengono a rappresentare i vari attributi
di Dio. La rappresentazione di Dio nell'immagine non sempre
ha avuto una vita facile. «L'imperatore Leone III (717-741)
diede inizio nel 726-7, a quella “controversia sulle immagini”
(iconoclastìa) che con interruzione doveva proseguire fino
all' 843; lo fece tenendo discorsi contro le immagini sacre
e facendo togliere l'immagine di Cristo dalla porta detta
“Chalke”(bronzea) del Palazzo imperiale, mentre il Patriarca
di Costantinopoli, Germano, pagò la sua deposizione avvenuta
nel 730» (17). Dobbiamo a Giovanni Damasceno con i suoi
Tre Discorsi sulle immagini il fondamento teologico della
liceità della rappresentazione in immagine del divino: un'immagine,
per Giovanni, è sempre la riproduzione di un'immagine originaria
a questa simile ma non uguale (ci sarebbe altrimenti identità).
Ora il concetto e il significato dell'immagine possono essere
senz’altro dedotti dalle rappresentazioni dell'uomo ma solo
in quanto essi sono radicati nella Trinità e nell'economia
della salvezza; di conseguenza si hanno tre tipi d'immagini:
l'immagine di una persona, l'immagine che prepara la realtà
e l'immagine che imita la realtà. Esaminiamo in dettaglio
queste tre immagini: 1) a) Il Figlio di Dio – in questo
caso Giovanni si serve della Teologia alessandrina- è l'immagine
originaria del Padre; b) l'uomo “creato a immagine e somiglianza
di Dio”(Gen 1, 26s.) rappresenta invece l'immagine dell'immagine
di Dio. 2) Il secondo significato dell'immagine – e in quest'altro
caso Giovanni utilizza la terminologia corrente nell'esegesi
biblica tipologica – si collega ai modelli dell' Antico
Testamento, quei modelli nei quali sarebbe contenuto l'annuncio
della futura salvezza in Cristo. Questi modelli, secondo
l'opinione comune, non sono soltanto “ombre dei beni futuri”,
ma già in essi stessi si sarebbe rivelata la grazia salvifica
di Cristo. 3) Vi sono, infine, come terzo e ultimo livello,
le immagini intese come rappresentazioni, con la funzione
di richiamare o ricordare la realtà rappresentata, simile
e nello stesso tempo diversa. Le immagini di Dio, dunque,
per definitionem, non coincidono con Lui; inoltre, nel Cristianesimo
essa riceve la sua giustificazione – in antitesi con il
divieto veterotestamentario – dall'essere Dio stesso divenuto
uomo. In quanto tale egli può essere colto e rappresentato
da un'immagine. Il Damasceno, per la prima volta, distingue
il venerare dall'adorare. Il primo può essere rivolto alle
creature, il secondo è esclusivo per Dio. Le icone sono
venerate dai fedeli in quanto rinviano all'archetipo in
esse rappresentato. Questa dottrina di Giovanni Damasceno
sarà accolta dal secondo Concilio niceno (787). I Padri
ebbero modo di fornire delle risposte inequivocabili aglI
inquietanti interrogativi degli iconoclasti, giustificando
pienamente la legittimità della venerazione delle icone.
Giova ricordarne i punti essenziali della loro dottrina:
1. Se il Signore si è realmente incarnato “Il Verbo si fece
carne e venne ad abitare in mezzo a noi, e noi vedemmo la
sua gloria, gloria come di Unigenito del Padre” (Gv 1,14),
e il Verbo è vero Dio e vero uomo, è possibile rappresentare
il Cristo. 2. Il Cristo è un'unica persona in due nature,
rappresentandolo nelle icone, non si privilegia una natura
rispetto all'altra perché 3. la venerazione che si tributa
alla sua immagine non è diretta al legno, ai colori o alla
icona in se stessa, ma a Colui che vi è rappresentato (cfr.
Basilio di Cesarea, De Spiritu Sancto, PG 32, 149 C4). La
venerazione resa alle icone non ha nulla a che vedere con
l'adorazione dovuta solo a Dio. «Veicolo verso l'Ineffabile,
finestra aperta sull'invisibile è l'icona, che non è solo
quadro a soggetto religioso, ma invito a una esperienza
di fede... Osserva Evdochimov:”Certo l'icona non ha realtà
propria in se stessa, non è che una tavola di legno, ma
proprio perché trae tutto il suo valore teofanico dalla
partecipazione al Tutto Alto, non può rinchiudere niente
in se stessa, ma diviene un punto schematico d'irraggiamento
di una Presenza... Ogni opera artistica si situa in un triangolo
chiuso: l'artista, la sua opera, gli spettatori; e l'insieme
si circoscrive in un immanentismo estetico... L'icona, invece,
con il suo carattere sacramentale, rompe il triangolo e
il suo immanentismo... Essa suscita non l'emozione ma l'avvenimento
di un quarto elemento in rapporto al triangolo: l'avvenimento
del trascendente di cui attesta la presenza”»(18). «L'icona
è il volto di Dio che la creatura incontra nel peregrinare
terreno. Dunque, non solo fruizione estetica, ma fremiti
di adorazione e impatto con il mistero. E dipingerla non
è tanto apprendistato artistico quanto preghiera e contemplazione»
(19). Il grande studioso dell'Oriente cristiano, Tomas Spidlik,
nel suo bellissimo libro, La preghiera scrive:«Nella spiritualità
orientale l'immagine sacra occupa un posto particolare.
Numerose icone ornano, dunque, i luoghi di culto e tappezzano
l'iconostasi. Con esse si benedicono i bambini e davanti
ad esse si prega». Siamo debitori alla Chiesa indivisa per
la profondità di lettura dell'esperienza di Dio. In questi
secoli si è definita la dottrina sul mistero trinitario
e sul Verbo Incarnato. È per noi importante attingere a
questo periodo fecondo della storia del Cristianesimo per
uscire dalla incertezza in cui siamo caduti in questi anni.
Un altro elemento essenziale per la conoscenza di Dio attraverso
l'icona è dato dall'”agape” senza la quale l'uomo non raggiungerà
mai le altezze. S. Agostino all'eros greco che è desiderio
del bello sostituisce l'”agape”, cosicché “l'anima amando
Dio diventa bella. Dio ci ha amato per primo e ci ha fatto
diventare belli. Noi, ora, possiamo amare Dio perché ci
ama» (20). Il linguaggio simbolico delle icone si può cogliere
soltanto nell'esperienza dell' “agape”:«“La conoscenza semplice”
diviene spirituale grazie all'amore che è una “forza estatica”.
L'amore ha unito la natura umana e divina in Cristo. L'amore
che si manifesta nella venerazione di Dio e dei suoi Santi
unirà l'arte umana dell'icona alla visione spirituale e
alla comunicazione della grazia. Solo la venerazione, la
preghiera superano l'ultimo abisso perché essa non si arresta
né alle forme né alle nozioni, ma si indirizza alla persona
che vive. Se essa non è venerata l'icona cessa di essere
icona»» (21). È la vita in Cristo che conduce all'illuminazione
e dispiega la vera e intrinseca lettura dell'icona. Desidero
concludere questo lavoro richiamando il luogo dell'effettiva
presenza nella storia degli uomini di Colui che si è offerto
nell'obbedienza al Padre fino al sacrificio della croce
e attraverso l'evento pasquale che libera l'uomo dalla sua
caduta: l'Eucarestia. Lo stare dinanzi ad Essa rende possibile
l'impossibile accadere di Dio quale luce che ti irraggia
e ti trasforma rendendoti idoneo a partecipare al banchetto
nuziale del figlio del Re. «Questa esperienza eucaristica
e celebrativa permarrà nella coscienza ecclesiastica dell'Oriente
greco, come misura e paradigma di conoscenza empirica per
tutti coloro “che hanno patito il divino, e non l'hanno
solo appreso”(22). L'augurio è che ciò accada ovunque.
NOTE
1. M. Heidegger, Ormai solo un dio ci può salvare,
Milano 1987, p. 156
2. G. Lorizio, La logica della fede, Cinisello Balsamo
(Mi) 2002, p.70
3. Ibidem
4. R. Vertucci, Salvati dalla Bellezza: “meditazione”
sul Natale, Lagonegro (Pz) 2003, pp.26 sgg.
5. Idem
6. G. Passatelli, Macario Crisocefalo (1300-1382).
L’omelia sulla festa dell’Ortodossia e la Basilica di S.
Giovanni di Filadelfia (OR. CHR. AN., 210), Roma 1980.
7. G. Palamas, Atto e luce divina Scritti filosofici
e teologici, Milano 2003, p. 435
8. Ivi, p. 453
9. Ibidem
10. Macario (Simeone Metafraste), De libertate mentis
24, P.G. 34, 957 B.
11. G. Palamas, op. cit., pg. 447
12. Simeone il Nuovo Teologo, La visione della luce,
Padova 1992, pp, 56 e sgg.
13. Ivi, p. 58
14. Per un maggiore approfondimento del pensiero
dell'Oriente cristiano rimandiamo all'opera di T.Spidlìk,
La preghiera secondo la tradizione dell'Oriente cristiano,
Roma 2002
15. M. Laporte, Introdution a Guigues, Les Mèditations,
Paris 1983, p.58
16. Per questa parte su Guigo si rinvia al libro
di G. Gioia, La contemplazione della verità, Cinisello Balsamo
(Mi) 1999.
17. Hubertus R. Drobner, PATROLOGIA, Casale Monferrato
(Al) 1998, pp. 681 e sgg
18. P. Pifano, Sulla Bellezza, Napoli 1983, p. 51
19. P. Pifano, La luce di Giobbe tra Teologia e Dramma,
Treviso 1994, p.70; sul tema del Volto rinviamo al libro
di J. Ratzinger, In cammino verso Gesù Cristo, Cinisello
Balsamo (Mi) 2004.
20. S. Agostino, La Bellezza, Roma 1995, p. 17
21. T. Spidlìk, op. cit., p. 384 22 C. Yannaràs,
Heidegger e Dionigi Aeropagita, assenza e ignoranza di Dio,
Roma 1995, p.115.
Anno
II n.5, settembre/ottobre 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004