LE FIGURE DELL'ESPERIENZA CRISTIANA
IN FEDOR DOSTOEVSKIJ
di MARCO
CASUCCI
Parlare di "figure dell'esperienza cristiana" in Dostoevskij
significa tout court parlare di tutta la sua opera. L'immagine
di uomo che egli ci presenta è integralmente esemplata sulla
figura di umanità cristiana colta nella sua massima condizione
evangelica. L'uomo concepito da Dostoevskij è costituito
dal suo essenziale essere in cammino verso il Cristo. Esso
è tale solo in quanto può essere concepito come una mens
itinerante che ascende dalla maligna oscurità di una condizione
di peccato e di avversione a Dio alla più piena partecipazione
del principio consociatore e conciliatore della verità divina,
che chiede e interpella la libertà umana come suo correlato
essenziale. Il rapporto di filiazione che costituisce la
relazione Dio-uomo è infatti il presupposto essenziale per
comprendere il percorso spirituale che l'uomo dostoevskiano
è chiamato a compiere per redimersi dalla propria condizione
di profonda peccaminosità e oscuramento, in vista di un
rapporto che presso Dio è già da sempre concesso come dono
e come tale permane al di là di ogni oscuramento che la
volontà avversatrice e distorcente dell'uomo, separato da
proprio principio, possa opporre. Questa la verità che in
un certo senso costituisce l'alpha e l'omega dell'intero percorso
di risalita e di ascesi, la chiave di volta che concilia
e distingue allo stesso tempo la contrapposizione di bene
e male che scandisce il ritmo della scrittura del russo.
L'esperienza cristiana in fondo altro non è che questo percorrimento,
questo attraversamento, della vita stessa che all'uomo è
data come un dono del principio di verità e che per mezzo
di lui si recupera a se stessa arricchita dal tragico affrontametno
del male e della negatività dell'avversione, dell'opposizione
e del contrasto. Essa è propriamente la riacquisizione della
posizione originaria dell'umanità nel seno del principio
divino in cui questa è custodita e inverata nella sua più
profonda intimità, nella filiazione alla verità divina che
la rende tale. L'esperienza cristiana è proprio esperienza
di quella verità integrale che spetta all'uomo. Questi infatti
è tale, in quanto è "dalla" e "nella" verità ed in essa
si ritrova come nella sua ambientalità originaria. Per questo
Dostoevskij richiede, come culmine di una tale esperienza
qualitativa, una riacquisizione dello status originario
di edenicità che si esplica in una forma amore profondo
e incondizionato per la bellezza redentrice del mondo, in
cui Dio si fa nuovamente presente pronunciando il suo santo
valde bona. L'uomo, in quanto sesto giorno della creazione,
viene a costituirsi come l'anello essenziale di questa partecipazione
integrale tra il principio e la sua creatura. L'uomo è il
luogo della partecipazione divina in cui tutta la creazione
si raccoglie come nel suo vertice e si fa dono del rendere
grazie alla divina maestà creatrice. Il dono che è da Dio
nella forma della bellezza del mondo creato viene ad essere
il motivo del rendere grazie da parte dell'uomo al principio
della verità divina. La bellezza suscita dunque uno stupore
originario che scaturisce propriamente da questo esser posto
dell'uomo dinnanzi alla presenza di ciò che è altro in quanto
è "donato", in quanto proveniente da un "altrove" non riconducibile
al mondo degli "oggetti" d'uso e possesso con cui siamo
normalmente abituati a fare quotidianamente "i conti". Per
questo l'essenza della bellezza, ciò a cui essa rinvia nel
suo presentarsi dinnanzi ai nostri occhi, è proprio quella
di essere "principio", "origine", arché nel senso veramente
temporale del termine. La bellezza come presenza rimanda
a ciò che è principiale e originario, "arcaico", non sulla
linea di un tempo uniforme che tutto ingoia e trascina con
sé, quanto piuttosto come rinvio ad un passato "senza tempo"
che travalica il tempo fisico, in direzione di ciò che è
eterno. La bellezza è traccia presente di questa origine
nascosta che si fa prossima come dono. La lode a Dio, in
tal senso, è possibile solo sulla base della sua opera che
è bella in quanto è da lui concessa e ostesa. Per questo
la bellezza è la vera "dimostrazione dell'esistenza di Dio",
in quanto essa è il farsi presente, il concedersi alla contemplazione
della presenza di ciò che sta nell'origine. Tale centralità
della bellezza diviene ben comprensibile in particolare
dalle prime parole che Dimitrij Karamazov scambia col fratello
Alësa. La bellezza è qui qualcosa di "terribile", un campo
di battaglia aperto dove il concedersi di Dio nella presenza
diviene luogo di uno scontro tra la memoria dell'origine
da cui ogni bellezza è data e concessa, e la tentazione
maligna del possesso e della chiusura. La bellezza è per
Dimitrij qualcosa di terribile perché mette l'uomo dinanzi
all'abisso della differenza che lo compone: da un lato la
potenza dell'eros che lo mette in tensione e in comunicazione
con Dio come principio elargitore di ogni grazia, dall'altro
la potenza della brama e del possesso che deturpano la bellezza
della creatura facendola scadere ad "oggetto". Nelle parole
che Dimitrij rivolge al fratello Alësa, Dostoevskij definisce
la bellezza come l'ambito essenziale del movimento delle
figure ascetiche dell'esperienza cristiana. Essa è lo sfondo,
l'ambientalità sostanziale dove si svolge il percorso umano
di attraversamento della contraddizione fino alla più alta
riconciliazione. La bellezza è "critica" nel vero senso
della parola. Essa discrimina costituisce il punto di svolta
e di battaglia del bene e del male, il luogo della salvezza
o della perdizione. In essa si concentrano e si scatenano,
nello stesso tempo, tutte le più stridenti contraddizioni
dell'essere umano, in essa convivono l'ideale di "Sodoma"
e quello ardentemente puro della "Madonna", l'estasi della
visione e la violenza del possesso. La bellezza è presenza
misteriosa del principio alla coscienza. La bellezza è un
"enigma" che "salverà il mondo", come sostiene lo stesso
principe Miskin ne L'idiota. L'enigmaticità e misteriosità
della bellezza è ciò che costituisce l'essenza della propria
presenzialità. Solo ciò che è presente è infatti ambiguo
e in lotta sul baratro del rischio del proprio annullamento.
La presenza della bellezza è il gioco dialettico delle contrapposizioni
che dominano la vita e che nella vita si sdoppiano costantemente
in tendenze di amore o di distruzione. Non è un caso che
a questo proposito la bellezza, in particolar modo quella
muliebre, costituisca sempre nella sua indefinibile perfezione
il luogo di una contesa di opposte tendenze e inclinazioni.
Si pensi a tale proposito all'amore profondamente differente
con cui viene amata la bellissima Nastasja Filippovna da
Myskin e Rogozin ne L'idiota. In questa contraddittorietà
si gioca dunque l'itinerario ascetico delle figure dell'esperienza
cristiana che costituiscono il leit motiv della scrittura
dostoevskijana. Nella presenzialità della bellezza infatti
si arrischia per la libertà dell'uomo la possibilità della
redenzione o la distruzione del male. Il percorso ascetico
che qui si tenterà di delineare prende a modello fondamentale
le figure cristiane per eccellenza che Dostoevskij ci presenta
ne I fratelli Karamazov. In questo romanzo infatti i principali
personaggi vengono ad incarnare dei veri e propri "gradi
ascetici" dell'umanità in cammino verso Cristo. Nella lettura
non può non saltare agli occhi come i tre fratelli Dimitrij,
Ivan e Alësa costituiscano tre momenti essenziali della
coscienza cristiana che costituiscono un vero e proprio
cammino dell'uomo dalla sua condizione di naturalità e ferinità,
nella chiusura della terra al principio luminoso di Dio,
fino alla più sublime trasfigurazione ed estasi mistica
nel pieno recupero della bellezza edenica del mondo. I fratelli
Karamazov, infatti, oltre che narrare la tragica storia
di un parricidio sono anche e soprattutto il tentativo di
esporre proprio questo itinerario dell'umanità che si muove
e dibatte tra la chiusa oscurità del male e l'aperta luminosità
della verità divina. Questa dualità viene esemplata proprio
dalle due "figure paterne" che costituiscono in un certo
senso gli estremi del cammino dell'uomo: Fëdor Pavlovic
Karamazov, il padre dei tre fratelli, e lo starets Zosima:
il "padre naturale", ovvero, parafrasando Leopardi, la natura
"patrigna", e il "padre spirituale" che ama Alësa come un
figlio, educandolo alla santità e al superamento della greve
terrestrità che opprime i Karamazov. Basta leggere la descrizione
che Dostoevskij ci dà di Fëdor Pavlovic per renderci conto
di come in questo personaggio si incarnino gli istinti più
bassi e volgari dell'uomo: calvo, col naso prominente ed
il gozzo, la bocca larga, la sola sua visione provoca in
Dimitrij il rifiuto e il disprezzo a livello epidermico.
Egli è un "misero buffone" che cura bene i "propri affarucci"
e che nella sua profonda meschinità e volgarità mostra una
violenza che tutto distrugge e divora, priva di qualsiasi
rispetto per l'umana sofferenza, come nel caso della madre
di Ivan e Alësa e di Lizaveta Smerdiaskaja. Allo stesso
grado di "bassezza" spirituale appartiene anche un altro
personaggio dostoevskiano, l' "antagonista" del principe
Miskin ne L'idiota: Rogozin. Anche lui rappresenta le forze
più primitive e violente della terra, in lui tutto si fa
brama di possesso, desiderio di dominio incondizionato che,
da ultimo, può appagarsi solo nel possesso del cadavere
della persona amata, ridotta ad un oggetto privo di vita.
Questo istinto, che è l'istinto fondamentalmente bestiale
che alberga nel cuore di ciascun uomo, è il segno incontrovertibile
della più totale assenza di Dio dalla sua creatura, la quale,
obliando il proprio principio, si è chiusa completamente
in se stessa, nella meccanicità della sua violenza che non
risparmia niente e nessuno. Non è un caso che in casa di
Rogozin, un vecchio e lugubre palazzo pietroburghese in
cui non penetra nessun raggio di luce come in una caverna
in cui la terra rifiuta di essere baciata dalla luce rischiaratrice
della grazia, si trovi un oggetto estremamente significativo:
il quadro di Hans Holbein che rappresenta il Cristo morto
appena deposto nel sepolcro. Alla sua vista, spaventato
e inquietato, il principe Myskin esclama che un tale quadro
"potrebbe far perdere la fede a qualcuno" e nella descrizione
che ne dà alcune pagine più avanti il suicida Ippolit esso
viene descritto come il simbolo di una natura irredenta
che è stata capace di inghiottire la "primizia del mondo",
ciò per cui il mondo stesso era stato creato. Nella visione
del Cristo morto la natura ci appare così come una "macchina"
gigantesca e terribile che non risparmia niente e nessuno
cui Dio stesso, nella persona incarnata del Cristo, deve
soccombere secondo un ineluttabile destino. Dinanzi a questo
status naturae lapsae ecco allora sollevarsi il grido dell'uomo.
Nella solitudine e disperazione di un mondo che tutto distrugge
ed annienta nel dolore e nella morte l'uomo, ancora nella
non consapevolezza della presenza di Dio alla coscienza,
chiede innanzitutto giustizia. È questo, a mio parere, il
caso di Dimitrij, il primogenito, che, nel cogliere l'estrema
tragicità e contraddittorietà della condizione umana, vorrebbe
innanzitutto "ridurre" l'uomo ad una "misura" che non ne
comporti gli eccessi, tanto mistici che bestiali. Egli è
infatti colui che nel rapportarsi alla ferinità e bestialità
del padre "chiede giustizia", reclama ciò che gli spetta,
sperando con questo di potersi distaccare dalla "natura
patrigna" che in lui fa sentire con forza e prepotenza la
sua presenza. Non è un caso, a tale proposito, che la vicenda
narrativa del parricidio che vede in Dimitrij il suo indiscusso
protagonista, si apra con un tentativo di conciliazione
e intermediazione "giuridica" da parte dello starets Zosima,
e si chiuda con un pubblico processo a testimonianza dell'esigenza
equilibratrice e misuratrice che determina il "mondo" di
Dimitrij. A questa sete di giustizia è insieme connaturato
un senso di profondo disprezzo per il padre, una repulsione
che coinvolge il suo stesso essere. Si può dire che Dimitrij
disprezza la propria natura nella misura in cui immancabilmente
le soccombe. Nel suo personaggio si possono scorgere così
degli elementi che caratterizzano il destino di un eroe
tragico. Egli infatti nutre un tale disprezzo per la sua
condizione di Karamazov proprio perché egli è in fondo e
nella sua più profonda natura un Karamazov. Egli disprezza
a tal punto e ne è talmente consapevole che non può sottrarsi
in nessun modo al destino che lo vuole assassino di suo
padre. Nell'affermazione di colpevolezza che egli pronunzia
("siamo tutti colpevoli") è insita questa profonda consapevolezza
eroica del proprio destino umano. Non a caso egli viene
definito proprio nelle ultime pagine del romanzo un "uomo
nobile", proprio perché egli non ha mancato di lottare con
forza e ostinazione proprio contro ciò che egli stesso era,
contro quel germe di male e di violenza che inevitabilmente
compie l'uomo nella sua finitezza irredenta. Su un altro
piano si colloca invece il fratellastro Ivan. In lui la
sofferenza della propria condizione ha perso il carattere
istintivo e sanguigno presente in Dimitrij e ha raggiunto
la chiarezza della riflessione. Per Ivan, infatti, non si
tratta tanto di agire istintivamente con ripulsa all'insulsaggine
paterna, alla sua volgarità e violenza con i gesti irruenti
e nobili, seppur inutili, del fratello. In Ivan la questione
si fa ineluttabilmente metafisica. La ragione e il pensiero
prendono il sopravvento e la domanda sul "perché" del dolore,
della sofferenza che coinvolge l'uomo anche e soprattutto
nella sua innocenza infantile si fa pressante fino alla
dissociazione schizofrenica. Perché, domanda infatti al
cherubico fratello Alësa, ai turchi, che fracassano con
un colpo di pistola il cranio di un neonato dopo averlo
illuso che la canna della pistola fosse un giocattolo, "piacciono
tanto i dolcetti"? Perché la madre che ha visto il figlio
sbranato di cani del padrone per aver commesso un marachella
dovrà perdonare? Perché? Queste domande martellano l'animo
tormentato di Ivan dinanzi alla cui contraddizione egli
non può far altro che rimettere indignato a Dio il "biglietto
d'ingresso" per il paradiso. Se questo, se tutta la sofferenza
degli innocenti, deve essere infatti il prezzo da pagare
per la beatitudine egli preferisce rinunziare ed opporre
una fiera resistenza ad ogni tentativo di conciliazione,
volgendo le spalle in maniera consapevole a Dio e a Cristo,
alla grazia del perdono in virtù del quale "il lupo e l'agnello"
pascoleranno insieme. Nella figura di Ivan si raccoglie
tutta l'umanità che, aggredita dal dolore, si scontra contro
il "muro" della propria finitezza e impotenza, rimbalzando
indietro, nell'ambito della ragione riflessiva che ritornando
in sé si arroga il diritto di giudicare Dio stesso e la
sua creatura. In questo l'uomo si stacca in maniera radicale
e consapevole da ogni relazione al principio divino, divenendo
un "soggetto" chiuso in se stesso "auto"-nomo, "auto"-sufficiente,
"auto"-referente, per il quale ogni relazione diventa "problematica"
in virtù della scissione in cui egli si pone nei confronti
del principio consociatore e relazionale per eccellenza.
Tale condizione, nonostante la legittimità da cui il domandare
trae origine, è per Dostoevskij la più terribile perché
conduce l'uomo ad uno sdoppiamento "dia-bolico" che, assumendo
il rifiuto esplicito di ogni possibile conciliazione nella
verità di Dio, lo chiude nella riflessione presentificante
della scienza (tanto naturale che umana, come nel caso dei
"demoni"). In questa chiusura estrema, in cui l'uomo ha
voltato le spalle ad ogni possibile ulteriorità, non resta
altra via all'uomo che quella dell'omicidio (Raskol'nikov
e Smerdjakov), del suicidio (Kirillov e Ippolit) o dello
sdoppiamento schizofrenico (Ivan). In tutti questi casi
Dostoevskij punta la propria critica proprio contro l'atteggiamento
umano di una razionalità scissa dal proprio principio che
in tale scissione soffre il proprio limite nell'incapacità
di travalicarlo. Il "muro di Mayer" che il tisico Ippolit
contempla dalla sua stanzetta pietroburghese è cifra significativa
di questa condizione dell'uomo che non solo ha peccato,
ma col peccato ha smarrito del tutto la capacità di riconoscere
la propria deficienza. Proprio come Adamo, che nel cadere
nella tentazione demoniaca dell'eritis sicut dii si nasconde
a Dio giudicando-si per la propria nudità. È questo il primo
peccato di Adamo: il rivolgere contro di sé il giudizio,
isolandosi dalla relazione con Dio e col mondo, disperando
della immensa capacità di perdono propria della misericordia
divina. Così tutti gli omicidi, suicidi e schizofrenici
in Dostoevkij assumono la potenza del giudizio del bene
e del male come propria prerogativa, senza dare spazio a
ciò che oltrepassa la loro misera coscienza finita in quanto
già da sempre contenenuta in un abbraccio infinito. Questo
abbraccio, che è l'amore misericordioso di Dio per l'uomo
che si è donato nella rivelazione del Cristo, è ciò che
sempre è accanto all'uomo nella sua intimità, e che risuona
sin dalle prime pagine del Genesi nelle parole che Dio stesso
rivolge ad Adamo dopo che si è andato a nascondere: "chi
ti ha detto che eri nudo?". Dio non giudica la nudità dell'uomo:
la ama. In essa egli ama l'uomo come il vertice della creazione,
ama colui che è stato fatto a propria immagine e somiglianza
in cui egli si specchia e si compiace. Nella nudità dell'uomo
Dio ama la creatura intera nella sua unitotalità relazionale.
In questo Dio cerca nell'uomo un amico fedele non un servo
né tanto meno un imputato da giudicare per la proprie colpe,
dal momento che lui stesso nella persona incarnata del Cristo
si è fatto "imputato" sottomettendosi al "giudizio" umano,
soffrendo sulla croce nella maniera più terribile il limite
gravoso che l'uomo è a se stesso, riscattandolo nella risurrezione
del proprio corpo, nell'integrità del "nuovo adamo". È questa
la lezione più alta che Dosotevskij ci dà della condizione
cristiana, quella di uno stato di edenicità ricuperata in
virtù della quale questo stesso mondo, questa nostra stessa
vita, può essere un "paradiso", una volta che si sia proceduti
alla rimozione del limite "umano troppo umano" che proietta
ovunque, anche nell'ambito della trascendenza divina, le
condizioni della propria finitezza. Le figure dell'esperienza
cristiana che incontriamo in Dosotevskij sono tutte raccolte
intorno all'idea di un mutamento radicale che può coinvolge
l'uomo nella sua integralità ambientale rendendolo "altro",
rinnovando in questa alterità tutte le cose e il mondo stesso.
Il cristiano vede il mondo in uno sguardo trasfigurante
che traspone il senso della bellezza del mondo nell'essenza
del suo principio. Dio stesso viene ad acquisire uno statuto
diverso di vicinanza e prossimità che ci sollecita alla
gioia e al gioco come figli nel suo immenso e misericordioso
grembo. Come nella visione del principe Myskin della madre
che rende grazie a Dio quando vede il figlio sorridere per
la prima volta, perché lo sguardo che Dio rivolge all'uomo
è lo stesso che la madre rivolge al proprio figlio nella
condivisione della gioia. Perché ciò si verifichi è necessario
un mutamento profondo e radicale nella natura dell'uomo,
un attraversamento della soglia del dolore al di là della
quale si dischiude il mondo della beatitudine. L'accettazione
del dolore, l'amore per esso in tutta la sua intensità e
profondità, è ciò che conduce l'uomo al recupero della edenicità
del mondo nel raggiungimento della propria cristiformità.
L'accettazione del dolore e della contraddizione della vita
è ciò che pone il cristiano di fronte alla suprema conciliazione
della grazia divina come nel caso esemplare di Markel, il
fratello dello starets, malato anch'egli di tisi come Ippolit,
che nel proprio profondo dolore non manca di benedire il
mondo e la sua bellezza affermando che "siamo già in paradiso
e non lo sappiamo", chiedendo perdono per i propri peccati
anche agli "uccellini del cielo", sottomettendosi docilmente
alla volontà di Dio che lo richiama a se prima del tempo,
concedendogli tuttavia il dono della beatitudine attraverso
il dolore. L'uomo non sa soffrire, questa è la lezione di
Markel, non sa vedere nella sofferenza una forma di amore,
ciò che mette l'uomo in comunicazione con Dio e col mondo.
Per il vero cristiano il dolore non è una colpa, come ancora
lo vede finitisticamente Ivan, ma la via del riscatto e
della santificazione in virtù della quale l'uomo rompe il
limite della propria autosufficienza, riconoscendo in Dio
l'elargitore di ogni bellezza e beatitudine. Il dolore apre
alla relazione. Per questo lo stesso starets Zosima invita
Alësa ad "andare nel mondo" per soffrire e, nella sofferenza,
essere felice, perché è solo nella sofferenza che si ama
e nell'amore si "solleva" e si supera il dolore, integrandolo
nella totalità perfetta dell'amore divino. È l'amore per
il dolore e per la sofferenza che è infatti in grado di
riscattare gli stridenti contrasti che agitano la mente
di Ivan fino alla follia. Alësa, infatti, non risponde a
parole all'interrogazione dolorosa del fratello, ma agisce
semplicemente alleviando la sofferenza del piccolo Kolja
circondandolo dell'affetto e dell'amore dei suoi amici,
rendendo viva testimonianza dell'amore consociatore di Dio
al di là di ogni possibile, per quanto legittima, teodicea.
Tale amore è la pienezza dell'esperienza del banchetto nuziale
che Alësa compie nella visione delle "nozze di Canaan" nel
momento in cui, nella cella in cui l'occhio umano vedeva
andare in decomposizione il cadavere dello starets e l'olfatto
snaturato nel sentiva il fetore, egli stesso dubitava e
si tormentava circa la santità del suo padre spirituale.
Ma la visione, che si compie in un sogno trasfiguratore
cui fa da sottofondo la lettura dello stesso passo evangelico
da parte del padre Paisij, testimonia ad Alësa la piena
vita in Cristo del suo amato starets. Egli infatti lo vede
"presente" alle nozze, salvo nell'ambiente di comunione
partecipativa raccolto attorno alla presenza santificatrice
del Cristo, che lo chiama e gli dice "vieni, anche tu sei
invitato!". Siamo tutti invitati alle nozze di Canaan, a
prendere parte e a partecipare alla comunione "in" e "con"
Dio nella mediazione eucaristica del Cristo. Dinanzi a questa
visione, che è la testimonianza più alta del cristianesimo
in atto nella persona di Alësa, questi si sveglia, esce
dalla cella e, come "falciato" da un amore incontenibilmente
più grande, si accascia al suolo piangendo e abbracciando
la terra in un recupero totale di tutta la cosmicità del
mondo recuperata nella vivificante esperienza del Cristo.
In questa esperienza il vero vertice del cristianesimo dostoevskiano
come condizione universale verso il cui compimento l'uomo
è in cammino, in direzione di un amore trasfiguratore della
sofferenza e del dolore, in una edenicità del mondo che
è da Dio e che in Cristo trova la sua via, nel suo farsi
singola esperienza personale e comunicativa.
Anno
II n.4, luglio/agosto 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004