CONVERSAZIONI
IN LIBRERIA
SOPHIA E DIVINOUMANITÀ
IN VLADIMIR SOLOV'ËV
(Parte II)
di MARCO
CASUCCI
«Cristo unisce a tutta la pienezza dell'essere psichico
interiore anche
tutte le possibilità dell'essere fisico senza le sue
limitazioni esteriori.
Tutto ciò che è vita viene in Lui conservato, tutto ciò che
è morte
è stato sconfitto in modo indubitabile e definitivo»
(V. Solov'ëv, Sette lettere pasquali)
1. La "conoscenza integrale"
Con la ricerca dei "principi della conoscenza integrale"
Solov'ëv intende aprire la via verso restituzione della
filosofia all'integralità e unitotalità del suo principio,
al di fuori di ogni possibile unilateralità e astrattezza.
Mediante essi egli cerca di superare lo stesso concetto di
filosofia così come si era sviluppato in occidente, con
l'evidente razionalismo che esso comportava, per svolgere e
ri-volgere la conoscenza e con essa il pensiero alla sua
dimensione globale, comprensiva non solo della ragione, ma
anche del sentire e del volere.
Pensare per Solov'ëv significa infatti non solo connettere
un soggetto ad un predicato in una asserzione e fondare
questo tipo di connessione nella razionalità suprema
dell'Io=Io, quanto piuttosto raccogliere il pensare stesso
nell'integralità di un'esperienza in cui il sentire e il
volere non sono svalutati, ma piuttosto esaltati come
portatori di una verità che sa declinarsi anche come
bellezza e bontà.
Con questo il nostro si rifà non solo alla tradizione del
cristianesimo medievale di radice platonico-agostiniana, ma
si ricollega senza dubbio anche al notevole sviluppo che il
neoplatonismo ebbe nei padri greci: a Gregorio di Nissa e di
Nazianzo, in particolare. Questi nella loro teologia hanno
definito l'uomo nella sua dimensione integrale di pensante,
senziente e volente, senza determinare alcuna ingradazione
ontologica di queste tre facoltà rispetto ad un pensare che
finisce sempre per predominare in quanto "facoltà principe"
rispetto alle altre.
Il "pensiero" è realmente tale in quanto sente e vuole la
"verità" come "bellezza" presente e "bene" desiderato; la
"volontà" è tale solo in quanto pensa e sente il "bene",
raccogliendolo nella memoria e affermandolo nel "bello",
saldando infine il tutto nel "sentimento" che vuole e pensa
la "bellezza" in quanto presenza attuale e totale del "bene"
e della "verità". In questa prospettiva ragione, sentimento
e volontà vengono a costituire un'unica, non scindibile né
gerarchizzabile concretezza in cui queste tre facoltà si
realizzano solo nella misura in cui risultano dialogicamente
interrelate nell'unità del principio che le rende tali.
*
La domanda fondamentale con cui si apre l'opera di Solov'ëv
dedicata ai "principi della conoscenza integrale" è una
richiesta di senso generale sull'uomo: «Qual è lo scopo
dell'esistenza umana in generale, per che cosa o a qual fine
esiste l'umanità?»1. Con questa domanda egli intende porre
in questione l'essenza dell'uomo nella sua integralità,
senza residui riduzionistici. L'uomo è qualcosa che deve
essere interrogato nella sua totalità per poter sperare di
ricevere una qualche risposta, in quanto è l'unico essere
capace di totalità e di unità.
In questo senso la possibilità di questa concretezza
organica dell'uomo deve poterci essere vicina già da subito,
essa cioè deve apparire innanzitutto sotto forma di
immediata presenza alla coscienza integrale dell'uomo.
Il modo in cui questa presenza del principio unitotale
dell'essere si manifesta all'uomo, il modo cioè in cui
all'uomo è dato di prendere coscienza della totalità di
senso all'interno della quale questi si trova inserito, non
è un atto analitico della ragione, né tanto meno
un'asserzione che l'uomo possa compiere intorno ad essa del
tipo: "la totalità è questo o quello". Se così fosse, lo si
capisce bene, la totalità verrebbe ad essere ridotta ad un
qualcosa di determinato, oggettivabile razionalmente e per
questo estrinsecabile per via analitica, perdendo così il
carattere di assolutezza che per sua stessa natura compete
al "tutto", in quanto è "tutto" e non una "parte". Se il
tutto è "tutto", se esso è veramente l'“Hèn Pánta”, ovvero
la concreta connessione unitaria della totalità dell'essere,
è necessario allora che esso non si presenti come una
"parte", come un "qualcosa", come un "oggetto" rispetto al
"soggetto", perché se così fosse verrebbe automaticamente a
contraddire la sua essenza.
Per Solov'ëv il senso dell'umana esistenza, il senso che
l'uomo deve contribuire a realizzare attraverso una
partecipazione integrale all'unitotalità dell'essere, non
può presentarsi alla stregua di un mero oggetto di
conoscenza di cui si può asserire con certezza che sia
proprio quella determinata cosa, piuttosto che un'altra.
Esso, l'assoluto, deve piuttosto "eccedere" tale
determinatezza oggettiva in direzione di un suo
trascendimento effettivo in cui sia dato all'uomo stesso di
sperimentare, in maniera non oggettivabile, la natura stessa
della totalità nella sua indivisibile unità.
La prima esperienza - e non conoscenza, si badi bene - da
cui prende avvio l'indagine del russo, in cui è dato
sperimentare la pienezza di senso della totalità nel
trascendimento della conoscenza astratta e rappresentativa è
l'esperienza mistico-estetica della bellezza:
«L'autentica bellezza integrale, evidentemente, può trovarsi
solo nel mondo ideale in sé, nel mondo sovrannaturale e
sovrumano. Il rapporto creativo del sentimento umano con
questo mondo trascendente si chiama mistica [.]. Nessuno
avrà difficoltà ad ammettere l'esistenza dei seguenti tratti
comuni tra la mistica e l'arte: 1) entrambe si fondano sul
sentimento ( e non sulla conoscenza e la volontà attiva); 2)
entrambe hanno come proprio mezzo o strumento
l'immaginazione o fantasia (e non la riflessione o
l'attività esteriore); 3) ambedue, da ultimo, presuppongono
nel loro soggetto un'ispirazione estatica (e non una
coscienza pacificata). [.]. La sfera della mistica non solo
è caratterizzata essa stessa da una chiarezza assoluta, ma è
anche l'unica che abbia la capacità di dare chiarezza a
tutto il resto; e però, proprio per questo, la sua luce si
rivela insopportabile per occhi deboli e impreparati, che
finiscono così per trovarsi immersi in un'assoluta
oscurità»2.
La mistica nella sua dimensione estetico-estatica è
l'immediata presenza dell'unitotalità del principio
all'uomo. Essa è il primo passo nel percorso che deve
condurre infine al recupero dell'unità integrale delle
potenze dell'animo umano fondate nel loro unitivo principio
divino. La mistica è l'immediato sentimento dell'unità e
totalità del tutto in cui siamo compresi e circompresi.
Nell'esperienza mistica della bellezza si fa infatti
esperienza effettiva della presenza immediata del tutto, in
una “paroúsia” rischiaratrice che trasfigura il mondo
alleggerendolo di quella pesantezza fisica che ce lo rende
limitato, parcellizzato, mestamente finito.
La potenza mistica dell'arte sta tutta nel fatto che questa,
attraverso la sua opera trasfiguratrice, ci pone dinnanzi ad
una totalità di senso in cui i limiti del mondo
quotidianamente sperimentati ed esperiti sono, come per
incanto, sospesi e rischiarati in una luce sovrannaturale.
Essa, illuminando gli oggetti che nell'opera compaiono, non
li esaurisce nel loro limite, ma li apre ad un rimando
assoluto al tutto col quale vengono posti in una libera
relazione. Non è un caso che Solov'ëv, nel passo sopra
riportato, sottolinei con forza l'elemento estatico che
caratterizza tanto la mistica che l'arte. L'estasi, infatti,
prevede un salto ed una rottura, una “ek-stásis”, uno
star-fuori dai limiti della "conoscenza" abituale degli
oggetti che consente di entrare in relazione libera con
l'unità integrale del tutto. Il mistico e l'artista,
infatti, hanno proprio questa capacità di vedere e sentire
l'intima connessione di tutte le cose nell'unica "luce" che
le fa essere3.
Ma, affinché possa essere effettivamente operativa e
realmente concreta, tale esperienza immediata del tutto deve
saldarsi, proprio per comprendere in sé la totalità
dell'essere umano, alla "conoscenza" di questo assoluto e
alla "volontà" di una società assoluta. L'esperienza
dell'immediata connessione della propria coscienza personale
ed individuale con l'assolutezza del tutto nell'attimo del
"salto" dalla conoscenza oggettiva e quotidiana degli enti
all'assolutezza dell'attimo luminoso dell'estasi mistica
deve infatti, per non esaurirsi in se stesso, entrare in
relazione con la dimensione conoscitiva e volitiva
dell'uomo, per acquisire universalità in una verità ed un
bene comuni e condivisibili "socialmente".
*
Per Solov'ëv è pertanto necessario stabilire una triarchia
delle discipline fondate sulla triplice forma dell'essenza
umana che ci vede da sempre dotati di sentimento, di
conoscenza e di volontà. Tale triarchia sarà pertanto
composta a pari merito da una Libera teurgia o creatività
integrale, Libera teosofia o conoscenza integrale, Libera
teocrazia o società integrale4.
«L'organismo umano universale - dice Solov'ëv a tale
proposito - è un organismo complesso. Innanzitutto, i tre
livelli supremi del suo essere generale o ideale, e cioè la
mistica per la sfera della creatività, la teologia per la
sfera della conoscenza e la Chiesa per la sfera della vita
sociale, formano insieme un tutto organico, che può essere
chiamato col vecchio nome di religione (in quanto funge da
strumento di congiunzione tra il mondo umano e quello
divino). [.] Lo scopo, qui, è mistico: la comunione col
mondo superno attraverso l'attività creativa interiore»5.
Alla luce di questa triplice determinazione dell'essere
umano e della sua attività si può ben comprendere quale sia
il presupposto base dell'integralità dell'essere umano: la
libertà che è cifra della sua partecipazione all'assolutezza
dell'uno-tutto.
Il tutto dell'uomo può essere infatti affermato solo nella
misura in cui se ne coglie l'assolutezza che è scioglimento
dal limite deterministico, astraente ed individualistico, in
vista di una libera integralità dell'essere umano, tanto
nella sua dimensione privata che in quella sociale. L'uomo
in altre parole deve puntare e punta di fatto al
raggiungimento della sua integralità e della sua
onnitotalità. Ma questa, ben lungi dal presentarsi come
sistema chiuso nelle sue determinazioni e nei suoi rimandi
interni, prevede di essere fondata assolutamente in una
libertà integrale dove convergono, come linee di fuga
essenziali, il libero sentire, il libero conoscere e il
libero volere di ciascun essere umano in quanto tale.
Il sistema dell'assoluto viene dunque a comporsi in questa
triplice libertà in cui l'uomo liberamente sente, conosce e
desidera in quanto sente di essere libero, conosce la
libertà come il fondamento assoluto della sua essenza e
vuole la libertà nella libera ed universale socialità della
Chiesa. Il sistema dell'integralità e onnitotalità richiede
dunque la libertà come principio e come fine imprescindibile
della storia umana. L'esigenza di Solov'ëv è quella di un
libero riconoscimento da parte dell'uomo che il fine della
sua esistenza è quello della realizzazione di questa libertà
integrale di tutto il proprio essere nel sentire nel volere
e nel conoscere:
«Abbiamo così trovato una risposta alla domanda che avevamo
posto all'inizio circa lo scopo dell'esistenza umana: essa
può essere definita come l'edificazione di un'organizzazione
umana onnitotale nella forma della creatività integrale o
libera teurgia, della conoscenza integrale o libera teosofia
e della società integrale o libera teocrazia. Per l'uomo la
vera moralità oggettiva consiste nel servire liberamente e
coscientemente questo scopo comune, riconoscendolo identico
alla propria volontà personale, e questa identificazione,
che nello stesso tempo è la liberazione dell'uomo, si
realizza inevitabilmente quando l'uomo riconosce realmente
la verità di questa idea. "Conoscerete la verità e la verità
vi farà liberi"»6.
La libertà dell'uomo è il segno della sua capacità di
trascendimento della semplice realtà di fatto, che lo
colloca su di un livello di eccellenza che non ha pari nella
storia naturale dell'universo. Questa libertà è la sua
verità, e la sua verità è il fatto di poter essere un libero
nell'unitotalità del sistema del mondo, nella relazione
trascendente con Dio. La libertà indica quella capacità
dell'uomo di ascendere oltre se stesso, oltre la piattezza
della sua condizione animale, nella sua integralità. Qui
ancora una volta troviamo, nella relazione instaurantesi tra
libertà e trascendenza, la profonda istanza ascetica del
pensiero di Solov'ëv, che nell'intersezione di questi due
concetti ci mostra il carattere profondamente metafisico
dell'essere umano.
Ad ascendere, in questo senso, non è più una singola facoltà
sulle altre, come in maniera del tutto errata aveva
sostenuto la filosofia intellettualistica occidentale. Per
questa, infatti, si trattava prevalentemente di un'ascesi
estraniante della ragione sugli impulsi della sensibilità e
della volontà, piuttosto che di tutto l'essere umano che
ascende nel sentire nel volere e nell'intendere7.
Segno sufficiente di ciò è per Solov'ëv la capacità
dell'uomo di "ridere", esperienza di tipo passionale e
sensibile, non "razionale" ed astraente, in virtù della
quale è possibile sperimentare una sospensione critica del
dato di fatto immediato, a testimonianza della costituzione
trascendente e metafisica che coinvolge tutta natura umana:
«Il più comune di questi fenomeni, che ad un esame
approfondito rivelano il carattere metafisico dell'uomo, è
il fenomeno del riso. È noto che solo l'uomo possiede questa
facoltà [.]. L'animale, completamente assorbito dalla realtà
data non può assumere un atteggiamento critico e negativo
nei suoi confronti, ed è appunto per questo che non può
ridere; il riso, infatti, presuppone uno stato libero: lo
schiavo non ride. Il modo dei fenomeni, gli stati della sua
coscienza sensoriale sono per l'animale tutto il suo mondo;
egli non può affrancarsene, se ne preoccupa, ed è appunto
per questo che è così serio. L'uomo può essere frivolo, può
ridere, ed è questa la prova della sua libertà naturale. Nel
riso naturale, nel riso di un bimbo o di una bimba, la
libertà metafisica dell'uomo si manifesta inconsciamente per
lui. Essa acquista la coscienza di sé nel riso riflesso
dell'uomo che pensa»8.
L'essenza dell'unitotalità umana è la libertà, per questo
l'uomo ride anche dinanzi a questo mondo di miserie e
scelleratezze, perché sa di non appartenervi, sa che la
verità non si esaurisce nel ristretto tempo di questa
mascherata di carnevale, perché in fondo è consapevole che
questa non può toccare quel "porfido immarcescibile" che
costituisce il fondamento della nostra anima spirituale, che
ci colloca ben al di là della "mestizia del finito" che
quotidianamente ci circonda: «Se questo stato di miseria
fosse il nostro stato definitivo, se questa realtà
deplorevole fosse la sola realtà, bisognerebbe certo
suicidarsi; ma noi li sfidiamo e ridiamo. Non è la nostra
patria: che cosa ce ne può importare?»9.
Ma la scoperta della libertà umana, in quanto traccia della
trascendenza impressa in noi, è solo il momento negativo di
una ben più alta idea, in cui deve alfine culminare il
cammino di realizzazione della divinoumanità come suo fine
ultimo. Questa infatti non si arresta alla semplice
considerazione negativa dell'inconsistenza di questo mondo
di apparenze, ma procede fino alla libertà assoluta della
coappartenenza dell'uomo integrale al principio divino,
nella realizzazione delle tre forme della "libera teurgia",
"libera teosofia" e "libera teocrazia". L'umanità è
veramente tale, ha veramente raggiunto il suo scopo, solo
nel momento in cui è capace di fondere assieme nella loro
unitotalità senso, conoscenza e volontà, fino al pieno
perseguimento della Sophia, sposa eterna del Cristo, che
segnerà il ritorno dell'uomo alla pienezza edenica del
rapporto originario col principio divino.
2. La trinitarietà del fondamento
La libertà, come apertura dell'uomo all'orizzonte della
trascendenza, è il punto negativo-dialettico dell'umana
esigenza di superamento della finitezza nell'unità assoluta
del principio, l'assoluta unitotalità del fondamento che
Solov'ëv chiama "En Sof": ciò senza di cui nessun pensiero,
volontà e sentimento potrebbe mai sensatamente sussistere.
Si tratta in questo senso di liberarsi dall'unilateralismo
gnoseologico per accedere ad un livello di coscienza in cui
è possibile cogliere l'unità assoluta come fondamento della
molteplicità.
La molteplicità degli oggetti e dei fenomeni, la loro
reciproca negativa determinatezza, non può essere pensata
senza prevedere come suo fondamento apriorico l'essenza
dell'uno, dell' “Hèn Pánta”. Per Solov'ëv, in altre parole,
il pensiero risale per sua stessa natura al fondamento
unitario dell'essere a partire dall'accorgimento della
mutevole negatività del limitato mondo spazio-temporale dei
fenomeni. Unità che per il Nostro, si badi, non deve
assolutamente intendersi come mero "io trascendentale",
puramente formale, ancora irretito nell'astrattezza di
stampo gnoseologico e per questo privo di contenuto, ma
l'unità concreta del principio che in sé trascende la
negatività di ogni contrapposizione unilaterale. Questo solo
è il vero fondamento positivo del pensare del sentire e del
volere:
«La grande idea che sta all'origine di ogni verità, consiste
nel riconoscere che, in sostanza, tutto ciò che è, è uno, e
che questo uno non è un'esistenza o un essere qualsiasi, ma
anzi è più profondo e superiore ad ogni essere, così che in
genere ogni essere è solo la superficie sotto la quale si
nasconde il veramente essente come qualità assoluta; e
questa unità, poi, costituisce anche la nostra essenza più
intima e propria, così che, innalzandoci al di sopra di ogni
essere e di ogni esistenza, noi avvertiamo immediatamente
questa sostanza, perché allora diventiamo questa sostanza
stessa»10.
Proprio per questo Solov'ëv può affermare a proposito del
principio unitotale, che egli definisce come essente o
superessente in opposizione alla finitezza dell'essere
determinato, che
«L'essente in quanto tale o il principio primo assoluto è
ciò che ha in sé la forza positiva d'essere, e siccome chi
possiede viene prima o è superiore rispetto a ciò che è
posseduto, il principio primo può essere chiamato
esattamente superessente o anche superpotente»11.
Il principio divino unitotale viene così a determinarsi come
il sovraessente per eccellenza che contiene e possiede in sé
la potenza dell'essere. Esso è ciò che "fa essere", che
lascia essere gli esseri finiti nella loro determinatezza
per ciò che essi sono, senza che essi possano tuttavia
esaurire l'immensa potenza che esso stesso possiede. Esso è
quella “hyper-ousía” di cui parla lo Pseudo-Dionigi nella
Teologia mistica, che si pone nella assoluta differenza
ontologica rispetto ai singoli esseri fondati, essendone la
stessa potenza d'essere.
La negatività dell' "En Sof" è il fondamento originario ed
infondato di tutto l'essere, in quanto ciò che trascende, in
ordine alla totalità positiva del tutto, tutte le
determinazioni e opposizioni possibili, contenendole in sé e
facendole essere come creature della propria sovraessente
potenza. L'uno, infatti, non è un che di "posto", ma è la
potenza stessa del porre il determinato in quanto
determinato. Solo in quanto potenza assoluta esso può darsi
come atto generatore e creatore di ogni essere. Ma proprio
per questo, in quanto potenza che è "prima", in senso
assoluto e non relativo, di ogni essere, considerata
puramente in se stessa, essa è assolutamente negativa e
indeterminabile come l'abisso in cui riposa da e per sempre
l'eternità che precede ogni atto creatore.
*
Il vero metodo della conoscenza metafisica, tuttavia, non
si arresta all'autotrascendimento nella dialettica integrale
dell'uomo e dei correlati oggettivo-fenomenici della sua
conoscenza, in direzione dell'acquisizione del vertice speculativo
dell'unità. Se così fosse l'unità dell'assoluto sarebbe
ancora astratta, essendo semplicemente l'opposto negativo
della molteplicità dell'essere fenomenico. La vera concretezza,
al contrario, si dà solo nel vero rapporto tra il finito
e l'infinito, tra il molteplice e l'unitario. La ragione
suprema in virtù della quale l'unità dell'uno (En Sof) è
l'unitotalità del tutto (“Hén kaì Pán”), è la sintesi suprema
e assoluta del principio divino nella forza unitiva dell'amore.
La negatività assoluta e sovraessenziale dell'uno richiede
infatti come suo correlato la molteplicità infinita dei
fenomeni. Nel sistema unitotale essa è il corrispettivo
della potenza creatrice che riposa nell'essenza originaria
del fondamento infondato. La potenza assoluta del
superessente non può stare senza l'atto creatore
dell'infinita varietà fenomenica delle determinazioni
dell'essere. La negatività dell'uno assoluto, infatti, altro
non è che il risultato del superamento ascensivo delle
determinatezze finite del molteplice disperso nello spazio e
nel tempo. Ma quest'ultimo, ben lungi dall'essere una mera
evanescenza, nella concretezza del sistema integrale è in
realtà ciò che l'assoluto stesso pone come sua interna
moltiplicazione, dono della sua natura sovreccedente. La
risalita dal molteplice all'uno, pertanto, richiede come suo
corrispettivo l'atto discensivo creatore del molteplice,
inverato nella luce del suo fondamento.
La dialettica, come ciò che permette al pensiero di superare
il finito per affermare l'unità del tutto, così, per Solov'ëv
altro non è che il riflesso logico del principio erotico che
permea di sé l'universo intero:
«Quando diciamo che il principio primo assoluto, per la sua
definizione stessa, è l'unità di sé e della propria
negazione, non facciamo altro che ripetere, anche se in
forma più astratta, il detto del grande apostolo "Dio è
amore". / Come tensione all'altro dell'assoluto, cioè
all'essere, l'amore è il principio della molteplicità,
perché l'assoluto in sé, come superessente, è assolutamente
uno; e invece ogni essere è relazione, e la relazione
presuppone degli esseri che si pongono in relazione e cioè
la molteplicità. [.] Come nel nostro amore umano, che è la
negazione del nostro io, questo io non solo non si perde ma
anzi vi trova una superiore affermazione, così anche qui,
ponendo il proprio altro, il principio primo assoluto si
afferma in quanto tale nella sua propria determinazione»12.
L'unità dialettica del principio superessente, come
principio negativo dell'essere, si determina così
positivamente come amore che raccoglie unitariamente in sé
la molteplicità stessa dell'essere, facendosi dono e
fondamento reale di questa stessa molteplicità. Per questo
nella teologia-cosmogonia giudaico-cristiana il mondo non è
"apparenza" (come ad esempio è per la teologia buddista o
per quella greca) ma vero e proprio luogo concreto di
sperimentazione dell'amore sovraessenziale della divinità.
In virtù della sua superpotenza esso si "sdoppia" nel suo
"altro", fondando e creando la "materia prima universale"
mediante la propria autodeterminazione: «L'assoluto, che di
per sé non è soggetto ad alcuna determinazione, determina se
stesso manifestandosi come assolutamente uno attraverso la
posizione del proprio contrario»13.
Tale "materia prima" Solov'ëv la definisce come "immediata
potenza d'essere", essa è la scaturigine stessa della
suprema libertà divina dell'amore sovraessenziale che si
concede nella sua alterità. Essa è la necessità insita nello
stesso principio divino di manifestarsi nel suo "altro" per
via della sua stessa libera sovreccedenza. Per questo Solov'ëv
definisce questa “ýlē” originaria come il "secondo polo" del
principio unitotale divino, come l' "altro" della libera
potenza sovraessenziale amorevolmente co-relazionale14.
Poiché infine questa "materia prima" universale sarebbe di
per sé un puro nulla se considerata nella sua astrattezza
come semplice doppione del principio unitario divino, ecco
sorgere un terzo termine medio: l' "idea eterna", o Logos,
come principio coeternamente formatore la materia prima nel
seno della potenza divina. In questa dimensione l'unitotalità
del principio viene a compiersi, trovando la sua piena
concretezza, nella teologia trinitaria, in cui l'unità e la
molteplicità sono fuse assieme nella triunitarietà del loro
fondamento:
«Onde evitare ogni confusione - dice Solov'ëv a tale
proposito - dobbiamo dare il suo nome proprio a ciascuno dei
principi positivi della trinità Suprema. Al primo, come
principio proprio del primo centro, noi conserviamo il nome
di En Sof (nulla positivo); il carattere proprio del secondo
principio non può essere espresso in maniera migliore di
quanto lo sia già col nome di Parola o Logos; da ultimo,
chiameremo il terzo principio Spirito Santo. In questi
principi primi dell'essente, quello che propriamente forma e
dà il contenuto è il Logos in quanto principio della
determinazione, della distinzione, dello sviluppo interiore
e della rivelazione: è il principio della luce nel quale si
rivela o diventa visibile (“phaínetai”) tutto il contenuto
dell'assoluto»15.
Successivamente Solov'ëv distingue all'interno della trinità
suprema originaria tre ipostasi fondamentali: lo Spirito (“pneûma”)
o la potenza dell'essere (l'En Sof), l'Intelligenza
originaria (“noûs-lógos”) e l'Anima (“psyché”). L'interiore e
intima dialogicità ed intercomunicatività di queste tre
ipostasi rende unitotale la realtà, l'idealità e il
fondamento unitario del tutto. La potenza sovraessenziale fa
essere la materia prima e nello stesso tempo la forma
idealmente nell'atto unente-differenziante della pluralità
delle idee16. In questo modo l'amore supremo si sdoppia,
distinguendosi formalmente nel “lógos” e dividendosi
materialmente nell'Anima mundi. La sovreccedenza
dell'ipostasi spirituale genera, per mezzo della mediazione
del Verbo, la "Sofia" come concreta e reale attuazione della
nullità positivamente sovressenziale della sua potenza.
In questo circolo intercomunicativo sono dunque compresi la
sovraessenzialità del principio inoggettivabile dell'essere,
l'atto plurale del mondo ideale e quello del mondo reale
nella sua concreta determinatezza. La potenza dell'amore
sovressenziale viene ad essere così tanto discensiva (dal
principio all'anima) che ascensiva (dall'anima al
principio), nella mediazione della sapienza ideale
dell'intelletto (il Logos-nou/j).
Questa triplicità e triunitarietà del principio definisce in
sé la sussistenza di "tre mondi" in cui l'essere viene
creato e scaturisce come manifestazione della suprema
potenza del sovressente: il "mondo divino" o spirituale, il
"mondo ideale" e il "mondo naturale". Questi tre mondi sono
il corrispettivo nell'essere delle tre ipostasi divine in
cui l'essere, posto in atto dalla suprema potenza
dell'essente, si distingue realmente per fare infine ritorno
al suo fondamento mediante l'unione spirituale di tutti gli
esseri:
«Il principio assoluto è l'unità, e la manifestazione del
principio nei tre mondi non è se non la realizzazione
dell'unità. Nel primo mondo, l'unità sostanziale degli
Esseri nello spirito è la loro unità attuale: si distinguono
solo per unirsi immediatamente. La pluralità, la divisione
non è se non in potenza. L'atto è l'amore. Nel secondo
mondo, gli esseri si distinguono idealmente. [.] A questa
pluralità ideale corrisponde l'unità ideale o l'ordine
intelligibile. / L'unità ideale non sopprime la pluralità.
L'intelligenza distingue per unire, ma in quest'unione come
ideale distinzione è conservata. Infine, nel terzo mondo,
dato che la pluralità è reale o sensibile, l'unità dev'essere
anch'essa reale o sensibile»17.
La manifestazione del principio nei "tre mondi" altro non è
che il riflesso delle tre ipostasi divine nella dimensione
dell'essere effettivo reale. I tre mondi in effetti altro
non sono se non «un unico mondo sotto tre aspetti»18.
L'unità della manifestazione del principio divino viene così
a configurarsi come una triplicità di livelli del mondo
strettamente interconnesi tra di loro, in virtù dei quali
l'uno aspira e rinvia all'altro nell'unità dell'amore. Per
questo lo spirito, amando, desidera e vuole la molteplicità
ideale e quella reale, ponendola in atto; allo stesso modo,
l'idealità della distinzione operata per mezzo del Lo,goj è
insieme principio plurimo dell'unità ideale che desidera
l'unità del principio sovressenziale; mentre l'anima, o il
mondo materiale, altro non è che il corrispettivo sensibile
sottoposto alla prima e alla seconda ipostasi mediante
l'aspirazione erotica all'unità dello loro essenza.
I tre livelli del mondo costituiscono l'unità manifestativa
del principio, perché sono in effetti la triplice gradualità
dei livelli dell'amore divino che permea di sé l'intero
universo.
3. Il male e la scissione
Dinanzi a questo sistema universale dell'amore divino che
trinitariamente si diffonde identicamente ed indivisamente
in tutte le parti della creatura si staglia tuttavia il
profondo ed abissale mistero della libertà. L'amore infatti
nella sua diffusività creatrice e sostentatrice della
coeternità del tutto nell'unitotalità delle sue parti, nella
misura in cui tiene unita la differenza e l'alterità,
riconducendola al proprio fondamento, allo stesso modo la
lascia essere per ciò che è nella sua peculiare libertà. In
questa, che il principio unitario lascia e affida alla
creatura come il dono del suo insondabile e superessenziale
amore, risiede tuttavia il rischio estremo del male e della
scissione.
Nel mistero della libertà alberga infatti la possibilità
dell'affermazione del principio antidivino come
autoaffermazione libera dell'essere parziale che insorge
contro l'unità del tutto. Essa altro non è che la pretesa
egoistica della "parte" di essere il "tutto": «Il principio
antidivino non può essere se non la potenza dell'essere
parziale come esclusivo. È la potenza che si afferma
assolutamente in un essere parziale e vuole escludere tutti
gli altri: è il principio della falsa unità, è ciò che è
diametralmente opposto / all'unità divina»19.
In questo senso Solov'ëv individua in Satana quel principio
della scissione e dell'odio che si oppone negativamente alla
potenza unitiva dell'amore divino. Il Satana è
l'insurrezione dell' "anima" contro le altre due ipostasi,
l'insurrezione del "terzo mondo" contro gli altri due. È
differenza e scissione, è la pretesa di esclusività della
propria libertà finita rispetto alla fondamentalità del
"tutto" spirituale e dell'intelletto formatore. È assunzione
in proprio della forza distinguente della materia reale e
del suo tendere, privato dell'amore unitivo divino:
«Ogni grado superiore dell'essere contiene quelli inferiori
come propria materia. L'Anima del mondo è l'Anima umana [.].
L'anima umana è il centro cosciente e il legame interiore di
tutti gli esseri. Adam Kadmon. La potenza dell'affermazione
esclusiva dell'essere parziale, l'unità falsa o lo spirito
falso - Satana. Das transzendentale Ich di Fichte, l'atto
primitivo, il principio di ogni essere parziale e diviso,
esso si impadronisce dell'Anima e annulla la sua unità.
L'Anima è rapita (raptus animae). L'anima conteneva in sé in
potentia lo Spirito proprio e l'Intelligenza propria, il
primo come principio della falsa unità di cui abbiamo
parlato, la seconda come principio della divisione o della
negazione ideale - la ragione negativa (l'intelletto) -
Satana e il Demiurgo»20.
Con l'avvento del principio disgregatore del Satana
primordiale si aprono le porte della negatività che
coinvolge nella sua devastazione la totalità dell'essere
creato in tutti i suoi aspetti morali intellettuali e
spirituali. Sorge così assieme alla negazione e avversione
spirituale e morale del Satana, il Demiurgo. Esso altro non
è che il peccato dell'intelletto che assume su di sé la
potenza del conoscere astratto. È l'assolutizzazione della
ragione nella forma dell'intelletto esteriore quale vuota
formalità che coglie solo il movimento estrinseco del
concetto, generando la scissione intellettualistica tra "io"
e "non io", "soggetto" e "oggetto"21.
Dal punto di vista della morale esso è il principio della
giustizia esteriore, della legalità astratta, dello stato di
diritto che distribuisce salomonicamente le parti senza
l'intima relazionalità dell'amore che unisce
inscindibilmente tutti gli spiriti. Per questo la giustizia
esteriore è fortemente criticata da Solov'ëv come
affermazione di un principio estrinseco, meramente formale,
che nel rendere a ciascuno la propria parte non fa altro che
aumentare e legittimare la disgregazione spirituale
dell'umanità, facendo di ciascun uomo il piccolo signore del
suo mondo privato e particolare22.
Ma accanto a questi principi disgregatori dell'unità
dell'essere permane per Solov'ëv lo spirito passivo della
Sophia, principio insito nell'animo umano come desiderio
spirituale di riconduzione all'unità di ciò che è scisso e
separato astrattamente dall'odio. In confronto alle
apparenti potenze negatrici del Satana e del Demiurgo esso
si caratterizza come una sorta di anelito spirituale, di
desiderio immediato di resurrezione e risveglio dalla
pesantezza e mortalità della sostanza umana. In questo senso
la Sophia è un principio che, rispetto all'esteriorità
dell'intelletto demiurgico, stenta ad affermarsi nella sua
positività astratta, non avendo nulla che vedere con essa,
permanendo tuttavia come "desiderio" e "anelito" intimo di
unione con il principio essenziale della totalità
dell'essere:
«L'uomo ha lo spirito naturale del Satana, l'Intelligenza
naturale del Demiurgo / l'anima libera della Sofia,
attraverso la quale può entrare in rapporto con
l'Intelligenza di Cristo e con lo Spirito santo di Dio; è
per questo che Dio non può incarnarsi se non nell'uomo.
L'Incarnazione di Dio è l'unione reale dell'Intelligenza e
dello Spirito Divino con la Sofia divisa»23.
Il male sorge dall'appropriazione da parte dell'uomo,
dell'Anima mundi, di ciò che era stato immesso in lui come
dono dell'amore divino quale tensione e aspirazione
amorevole alla sua unità e al suo ordine. Con
l'appropriazione da parte dell'uomo del dono della libertà e
con la sua autoesclusione dalla totalità la caduta è
compiuta, il male entra nel mondo, separando il mondo reale
dell'anima da quello Intellettuale e Spirituale. L'uomo
nell'appropriazione indebita di ciò che gli era stato donato
cede al Satana e al Demiurgo. Ha inizio la storia.
4. La mediazione del Logos incarnato e la Chiesa
universale come compimento della Sophia, Sposa di Cristo
La storia per Solov'ëv è data dal desiderio che la Sophia ha
di ricongiungersi col “Lógos” e il principio unitivo
sovraessenziale, nella sua lotta contro la negatività e il
male. Per fare questo è dunque necessario che l'anelito
della Sophia si compia nella Chiesa universale, eterna sposa
del Cristo, Logos formatore, Figlio unigenito del padre,
dono supremo del principio sovraessenziale.
L'incarnazione è un momento necessario nella storia
universale e cosmica, dal momento che essa diviene la
mediazione assoluta del rapporto universale tra creatore e
creatura, in virtù della stessa corrispondenza essenziale
tra la trinità del principio e l'uomo "fatto a sua immagine
e somiglianza". L'uomo altro non è che il riflettersi del
principio nella gradualità dei tre mondi. In ciò egli,
partecipando della stessa essenza divina nella similitudine
col Dio Padre, è libero, e per questo ha la possibilità del
movimento ascensivo al principio divino in virtù della
concessione del medio: del verbo incarnato, ovvero
dell'attuazione effettiva e particolare del principio
formatore assoluto. L'uomo nella prospettiva sofica del
cristianesimo non soggiace alla divinità e alla sua
manifestazione, come invece di solito accade nei culti
misterici della religiosità antica, ma fa esperienza
dell'unione col primo fondamento della suprema trinità, fino
quasi ad identificarsi con esso, come sua manifestazione più
alta:
«L'essere assoluto, nella sua manifestazione concreta, è un
grande Uomo, l'Uomo assolutamente universale, che per ciò
stesso è anche l'uomo assolutamente individuale. Siccome le
tre ipostasi sono perfettamente individuali, questo grande
Uomo contiene in sé tre uomini: l'uomo spirituale, l'uomo
intellettuale o razionale e l'uomo animico»24.
L'uomo fa esperienza dello Spirito nella venuta del Cristo:
il Dio-uomo. Nella rivelazione cristiana viene risvegliata
nell'uomo la propria Sophia potenziale che giaceva ancora
schiava delle potenze negatrici del Satana e del Demiurgo.
La Sophia apre l'umanità alla possibilità della teandria,
ovvero alla propria potenziale divinoumanità. Il suo
risveglio per mezzo della rivelazione personale del Verbo
incarnato porge all'uomo l'invito, per mezzo della parola
rivelata, a tornare ad essere fatto a immagine e somiglianza
con la figura del Padre. L'uomo, così, si mette in cammino
verso la propria divinità perduta, nella fondazione della
socialità universale della Chiesa:
«In Gesù non si incarna un Dio trascendente, una pienezza
assoluta e in sé chiusa dell'essere, ma si incarna il Dio
Verbo, cioè il principio che si manifesta all'esterno, che
agisce alla periferia dell'essere, e la sua incarnazione
personale in un uomo individuo è semplicemente l'ultimo
anello di una lunga serie di incarnazioni fisiche e
storiche»25.
Cristo viene ad essere la perfetta fusione dell'uomo
naturale e dell'uomo spirituale, è spirito che nella parola
incarnata agisce nel mondo della finitezza e delle
determinatezze scisse dal loro principio. Egli è il "secondo
Adamo", colui che restaura e ripristina l'unità integrale
dei tre mondi, spirituale, intellettuale e animico-animale
nella santificazione attraverso il dolore di tutta l'unità
della creatura. In Cristo il principio divino compie la sua
più alta autoabnegazione, si incarna per benedire e
recuperare nel suo senso il mondo perduto sotto il dominio
negativo dell'angelo ribelle:
«Nella persona teandrica [cioè in Cristo] il principio
divino, proprio perché si rapporta all'altro non attraverso
un'azione esteriore che pone dei limiti all'altro e non
mutando se stesso, bensì attraverso un'autolimitazione
interiore che fa posto in sé all'altro, l'unione interiore
con l'altro costituisce una vera e propria autoabnegazione
del principio divino, il quale qui veramente discende, si
annienta, assume l'aspetto di schiavo. Nelle precedenti
teofanie imperfette i limiti della coscienza umana
nascondevano il principio all'uomo; qui invece è lo stesso
principio divino che accetta questi limiti»26.
In questa duplicità del Dio che si fa uomo il divino accetta
il limite per espiarlo nella morte più santa della croce. Il
farsi carico da parte di Dio della forma umana diviene il
mezzo, la porta, l'altare sacrificale in cui Dio,
affrontando la morte, la sconfigge, risorgendo e recuperando
il mondo e la corporeità alla grazia divina nella sua unità
originaria. Il “Lógos” che “sárx egéneto” testimonia
l'evento della discesa della divinità nel più intimo del
mondo naturale e materiale. Per questo Cristo è redenzione
anche della corporeità e della natura, della sensibilità che
vede, odora, ode e sente nel mondo naturale stesso la
potenza del principio nella mediazione unitiva del Verbo.
Con Cristo è stata restaurata l'unitotalità dei tre mondi
spezzata nel primo Adamo attraverso l'azione disgregatrice
di Satana, perché in Lui la potenza sovraessenziale si è
fatta viva esperienza amorosa, ha compiuto ciò che essa
stessa è: forza unitiva dell'amore che tutto abbraccia e
tiene unito in un amplesso infinito; principio spirituale
che ama l'unità dell'intelletto e la bellezza del mondo:
«Così nel secondo Adamo viene ripristinato il rapporto
normale di tutti e tre i principi, rapporto distrutto dal
primo Adamo. Il principio umano, mettendosi nel debito
rapporto di volontaria sottomissione o armonia con il
principio divino quale bene interiore, perciostesso
riacquista il valore di principio mediante, unificante tra
Dio e la natura, e quest'ultima, purificata dalla morte in
croce, perde la sua realtà materiale e pesantezza, diventa
espressione diretta e strumento dello Spirito divino, vero
corpo spirituale. In questo corpo risorge Cristo e si
manifesta alla sua Chiesa»27.
*
Il compito e il compimento della storia umana come vertice
della storia universale è dunque quello di realizzare un
organismo unitario e unitotale nel libero principio
dell'amore. L'uomo ha il compito di rendere attuale la
pienezza della Sophia come principio della tensione alla
costituzione di un organismo umano universale in cui l'uomo
stesso si possa ritrovare nella piena relazionalità del
libero amore.
Affinché ciò sia possibile è necessario per Solov'ëv che
l'uomo stesso si liberi dalla necessità animale in cui si
trova rinchiuso a causa della scissione satanica e
dell'intellettualismo demiurgico. L'affidarsi alla tensione
della Sophia interiore che alberga in ciascuno di noi
diviene dunque la prima risposta alla chiamata di quell'amore
divino che ci reclama a sé per riportare all'unità le membra
sparse dello spirito intramondano che ha pervertito la sua
natura in Adamo e l'ha ritrovata nella rivelazione del
Cristo. Con la mediazione del Verbo incarnato, infatti,
l'azione suscitatrice del libero desiderio di verità,
bellezza e bontà è stata riattivata nell'uomo, concedendogli
il correlato essenziale per l'anelito amoroso della Sophia
che in lui giaceva prigioniera delle potenze negatrici del
Satana e del Demiurgo.
L'uomo è così chiamato ad ascendere secondo quelli che lo
stesso Solov'ëv definisce gradi erotico ascetici dell'amore
divino28. L'uomo è in lotta tra la tensione naturale - amore
sessuale, "Afrodite pandemia" -, che vincola l'uomo alla
necessità dei bisogni e al possesso degli oggetti, e la
libertà dell'amore divino e spirituale. Il tendere infinito
della natura, in cui l'esistenza stessa dell'uomo si trova
gettata, è cieca necessità. Essa giace vittima della
scissione perché non ha un oggetto adeguato cui tendere. Ma
la tensione della volontà naturale è il permanere
dell'afflato dell'amore divino, privato del suo sommo
"oggetto", ovvero l'unitotalità libera dello spirito. Per
questo la necessità del tendere e del divenire naturale
altro non sono che il correlato scaduto dell'amore divino29.
Compito dell'uomo è quello di realizzare questo amore sommo
nell'unità della societas christiana, nell'unità del "corpo
mistico" della Chiesa universale, attuando con ciò un vero e
proprio capovolgimento di tutti i valori naturalmente
vigenti. Col cristianesimo infatti il divino è venuto ad
abitare in mezzo a noi, l'ideale si è fatto storico,
relativo, si è incarnato in una persona particolare per
portare l'unità dell'amore divino nella molteplicità del
mondo e riscattarla per mezzo di esso. Per questo alla “kénōsis” del Dio che si fa uomo deve corrispondere nell'orizzonte
della storia umana universale la possibilità di una plh,rwsij
dell'uomo nella divinoumanità del Cristo. L'uomo è chiamato
a sperimentare la pienezza universale per mezzo dello
"svuotamento" di Dio nell'incarnazione da cui prende avvio
la storia della salvezza:
«Se l'adombrazione della Madre umana da parte della forza
attiva di Dio - dice a tale proposito Solov'ëv sul finire
dell'ultima delle Lezioni sulla divinoumanità - produsse
l'incarnazione della Divinità, la fecondazione della Madre
divina (la Chiesa) da parte del principio attivo umano deve
produrre la libera divinizzazione dell'umanità. Prima del
cristianesimo il principio naturale era un dato nell'uomo
(un fatto), la divinità era ricercata (l'ideale) e come
ricercata agiva (idealmente) sull'uomo. In Cristo ci fu dato
il ricercato, l'ideale diventò un fatto, un evento, il
principio divino attivo si materializzò. Il Verbo si fece
carne e questa nuova carne è la sostanza divina della
Chiesa»30.
La Chiesa deve essere la realizzazione in sommo grado di
questa libera comunità in cui si salda l'amore ascensivo
verso Dio e l'amore discensivo verso i propri fratelli e la
creatura. Nell'organismo universale della Chiesa si realizza
infine il senso della stessa Sophia come aspirazione al
raggiungimento da parte dell'uomo del proprio compimento
come persona teandrica che risorge liberandosi dalle catene
del peccato che lo tenevano avvinto nei limiti della propria
parziale, e proprio per questa non sostanziale, astrattezza
e finitezza. E tutto questo perché nella rivelazione il
divino, l'ideale è divenuto un "fatto", un elemento storico,
ha attraversato il breve tratto dell'esistenza mortale per
risorgere "da" e "con" essa nell'eternità. L'incarnazione,
morte e risurrezione del Verbo è per Solov'ëv il centro
imprescindibile della rivelazione per mezzo del quale
soltanto è possibile ricomporre il quadro integrale della
unitotalità divina nella piena reintegrazione delle sue
parti.
Qui, alla fine, possiamo ben comprendere la stretta
relazione sussistente tra Sophia e divinoumanità, dal
momento che questi due termini della dimensione spirituale
umana si rinviano l'un l'altro in virtù di quello stesso
amore universale che permea di sé tutta la creatura. La
Sophia è aspirazione piena alla divinoumanità del Cristo
che, proprio in virtù del proprio amorevole atto di
incarnazione la resuscita e la reclama a sé come la Sposa
del Cantico dei cantici. La sponsalità è infatti il tratto
distintivo della Sophia, è l'atto di fede che si slancia
oltre se stesso per abbracciare nell'assoluto la persona
assoluta e assolvente che costituisce il termine universale
del suo amore. Questo, a sua volta, riempie e feconda
l'aspirazione sofica agendo come principio storico
universale che discende nel mondo per farsi scala ascensiva
per la piena partecipazione alla gloria divina.
Perché Dio, e lo si è ben visto nella scrittura di Solov'ëv,
non è senza il suo altro, non è senza il reciproco amore
unitivo che rinvia costantemente l'alterità all'unità e
l'unità all'alterità, senza compromessi, senza mediazioni
estrinseche che non siano quella, unica, in virtù della
quale l'uno, assoluto, si fa altro, incarnandosi nel finito
e nel relativo per far sì che questo possa esser recuperato
nella sua intima relazione con l'assoluto. Questa è la vera
onnipotenza del sovraessenziale principio che governa
l'universo, che trionfa delle differenze nell'amore
liberandole, ricreandole e rinnovandole continuamente,
vincendo la morte e la distruzione sul trono splendente
della croce.
Non è un caso quindi che la produzione di Solov'ëv si compia
con il grandioso affresco apocalittico dei Tre dialoghi che
si concludono col ben noto Racconto dell'anticristo in cui
viene tracciato il testamento spirituale del Nostro. Qui
viene infatti narrato del pericolo più grande che la potenza
attiva del male fa sentire nel mondo. Il pericolo
dell'assunzione in toto da parte dell'uomo della potenza
spirituale al di fuori e indipendentemente da ogni
riconoscimento della dimensione trascendente
dell'incarnazione divina in Cristo. Dinnanzi a questo
pericolo si erge l'intera Chiesa universale ed ecumenica
attraverso l'unione e la ricomposizione delle sue membra: la
chiesa ortodossa, quella cattolica e quella protestante. È
solo attraverso la riunione di queste membra disgiunte che è
possibile lottare e sconfiggere il "re di questo mondo", che
tiene incatenato l'uomo ad una falsa fede creata dalla
perversione dell'unica e vera fede rivelata per mezzo del
Verbo incarnato, quella fede che resuscita i morti e
restituisce l'umanità al suo rapporto infinito col tutto di
Dio:
«E il redivivo starets Giovanni prese così a parlare: "Ecco
dunque, figlioli miei, che noi non ci siamo lasciati. Ed
ecco ciò che vi dirò adesso: l'ora è giunta che si adempia
l'ultima preghiera di Cristo per il suoi discepoli: che essi
siano uno, come Lui stesso col Padre è uno. Così per questa
unità in Cristo, figlioli miei, veneriamo il nostro
carissimo fratello Pietro. Gli sia concesso finalmente di
pascere le pecore del Cristo. Proprio così, fratello!". Ed
egli abbracciò Pietro. A questo punto si avvicinò il
professor Pauli: "Tu es Petrus!" - disse rivolto al papa.
[.] Così si compì l'unione delle Chiese nel cuore di una
notte oscura , su di un'altura solitaria. Ma l'oscurità
della notte venne a un tratto squarciata da un vivido
splendore e in cielo apparve il grande segno: una donna
vestita di sole, con la luna sotto i piedi e sul capo una
corona di dodici stelle. [.] Il papa Pietro alzando il
pastorale esclamò: "Ecco la nostra insegna! Andiamo sulle
sue orme!". Ed egli si incamminò nella direzione indicata
dall'apparizione insieme ai due vegliardi e a tutta la folla
dei cristiani, verso il monte di Dio, verso il Sinai.»31.
Con queste parole conclusive del racconto del padre Pansofio,
redattore fittizio del Racconto dell'anticristo, si illustra
infine l'iter ascetico della Sophia che si manifesta come
segno celeste del compimento dell'unità finale dell'umanità
nel corpo mistico della chiesa universale. Il popolo di Dio
che si riunisce sotto una sola insegna sconfigge e
l'anticristo, manifesta la Sophia come proprio principio di
verità che sorge dalla propria cattività per guidare gli
uomini alla parousi,a finale del Cristo, suo sposo in virtù
del patto eterno che vincola Dio all'uomo e a tutta la sua
creatura.
NOTE
1 I principi filosofici della conoscenza integrale, in La
conoscenza integrale, tr. it. a cura di A. Dall'Asta, «La
casa di Matriona», Milano 1998, p.3.
2 Ivi, p.13.
3 Mi permetto a questo proposito di sottolineare il profondo
debito di Solov'ëv nel confronti dell'estetica di
Schopenhauer, la quale non fa certamente mistero della sua
stretta connessione con la mistica. Nel §34 del Mondo
Schopenhauer fa infatti riferimento alla Gelassenheit,
parola mutuata dalla mistica renana e in particolar modo
utilizzata da Eckhart, per indicare l'esperienza della
"conoscenza" dell' "idea" da parte dell'artista. Essa non
consiste in nient'altro che nell' "abbandono" della
dimensione rappresentativa della conoscenza secondo il
"principio di ragione" per accedere ad un grado di
conoscenza in cui le cose vengono "lasciate-essere" per ciò
che esse sono nella loro libera assolutezza. Tema, questo,
presente anche in un altro grande pensatore occidentale:
Martin Heidegger. In lui l'acquisizione della dimensione
estatica da parte dell' "esserci" deve infine condurre ad un
"salto" oltre il livello rappresentativo del conoscere in
direzione di una Gelassenheit che costituisce l'essenza
dell'abitare poetico dell'uomo sulla terra. Arte e mistica
sono pertanto le esperienze basilari che devono porre l'uomo
in cammino verso la realizzazione del proprio senso. Ciò che
distingue profondamente questi due autori essenziali da
Solov'ëv è tuttavia lo sfondo nichilistico su cui si staglia
una tale esperienza incapace di attingere oltre il sentire
estetico anche un conoscere teologicamente criteriato ed un
volere spiritualmente finalizzato alla realizzazione della
società integrale. Per questo egli stesso fa notare nel
passo già citato che il rischio della mistica è che «la sua
luce si rivela insopportabile per occhi deboli e
impreparati, che finiscono così per trovarsi immersi in
un'assoluta oscurità». Il nulla che resta come lo sfondo e
l'esito della filosofia di Schopenhauer e di Heidegger senza
dubbio risente di questo limite.
4 Cfr. a questo proposito ivi, pp.31-32.
5 Ivi, p.31.
6 Ivi, pp.33-34.
7 Non mancano tuttavia a tale proposito le dovute eccezioni
riguardanti in particolare tutta la corrente dell'agostinismo
medievale latino tra cui vale sicuramente la pena di
ricordare in particolare un Giovanni Scoto Eriugena, un S.
Anselmo, i maestri della scuola di S. Vittore e un S.
Bonaventura. Quest'ultimo in particolare nel suo celeberrimo
Itinerarium mentis in Deum ci presenta senza dubbio la
massima summa teologico-filosofica di ascesi integrale di
pensiero senso e volontà all'apex della sua potenzialità
divino-umana.
8 La sophia, in La conoscenza integrale, cit., p.132. A tale
proposito, circa questa dimensione trascendente del ridere,
che piuttosto che essere una passione negativa viene qui a
costituirsi come un elemento imprescindibile del carattere
intrinsecamente metafisico dell'essere umano, mi preme qui
ricordare la santità di chi, compiendo in maniera totale
l'ascesi integrale di carattere cristiano, dichiarò la
santità essere una condizione di "perfecta letitia"
consistente nella capacità di sopportare "con allegrezza" le
più grandi pene e sciagure di questo mondo, essendo essa
dotata di una valenza ben più alta di qualsiasi "scientia"
umanamente e divinamente conseguibile, perché capace di
trasfigurare anche gli elementi apparentemente più
spiacevoli della vita quotidiana, alleggerendoli del loro
peso materiale. Questa letizia tutta francescana d'altronde
si attaglia bene al carattere proprio dello stesso Solov'ëv,
che sappiamo essere estremamente incline alla gaiezza e all'autoironia
che egli spesso rivolgeva in particolare nei confronti del
suo estremo ascetismo.
9 Ivi, p.133.
10 I principi filosofici della conoscenza integrale, cit.,
p. 71.
11 Ivi, p. 70. Mi preme sottolineare, a proposito di questa
definizione dell'uno, che questa mette definitivamente in
fuga ogni possibile sospetto di panteismo all'interno della
filosofia di Solov'ëv. L'affermazione che il principio
assoluto dell'essere possa essere definito come }En Pa,nta,
potrebbe infatti far sorgere nel lettore il legittimo timore
che il nostro riduca infine la verità alla somma totale
degli oggetti constatabili empiricamente. Ma si tratterebbe
in ogni caso di una grossolana svista che può essere
facilmente emendata dal considerare il fatto che, laddove
l'uno è veramente il tutto esso è tale da trascendere ogni
possibile parzialità ed astrattezza. In questo senso il
tutto non è la mera somma di ciò che è constatabile o
visibile naturalisticamente, come prevederebbe una banale
forma di panteismo elementare che scambia Dio per le cose
esistenti nello spazio e nel tempo, quanto piuttosto il suo
effettivo trascendimento in una totalità che comprende in sé
tanto il visibile che l'invisibile, tanto il soggettivo che
l'oggettivo, trascendendo ogni possibile determinatezza
constatabile razionalmente, su di un piano che conduce oltre
la stessa potenza positiva e positivizzante della ragione.
Per questo Dio come "En Sof" originario, come "uno-tutto"
viene detto dal Solov'ëv "superessente", riprendendo
chiaramente l'espressione dello Pseudo-Dionigi Areopagita,
dal momento che esso si trova al di là di ogni possibile
categorizzazione dell'umana ragione.
12 Ivi, p. 82.
13 Ivi, p. 83.
14 Da questo punto di vista mi preme far notare come questa
posizione della "materia prima" da parte dell'assoluta e
sovressenziale potenza d'essere non coincida del tutto col
modello "emanazionistico" di stampo neoplatonico, per quanto
da esso tragga inequivocabilmente ispirazione. La differenza
tra questi due sistemi non è infatti di tipo formale ma di
tipo sostanziale e qualitativo, dal momento che mentre nell'emanazionismo
l'uno fa procedere da sé le proprie emanazioni come
"de-gradazioni" dell'unico bene originario, al quale infine
devono fare ritorno, al contrario nella posizione
creazionistica, per cui l'amore divino in quanto
sovreccedente pone la potenza d'essere della materia
originaria come il suo "altro", questa non è da intendersi
come una carenza sottodeterminata rispetto all'uno, quanto
piuttosto il frutto di un libero atto d'amore che genera il
suo "altro" in quanto altro di pari dignità e splendore. Per
questo la "materia" non è qui qualcosa di negativo rispetto
al primo principio assoluto, ma piuttosto la sua verità
creatrice nella sovreccedenza dell'amore. Perché Dio è amore
che crea e che sostiene il creato nella sua bellezza,
eternamente, facendo sì che la molteplicità e relazionalità
siano simboli della sua eterna potenza e non mere
evanescenze fenomeniche. La grandezza del creazionismo
giudaico-cristiano sta tutta nell'accorgimento della
positività originaria della dimensione relazionale, al punto
da porla come elemento caratteristico della stessa divinità
personale triunitaria.
15 Ivi, p. 89.
16 La determinazione del Logos è per solov'ëv il vero
momento mediatore tra unità del principio e molteplicità
della manifestazione-creazione del mondo. Affinché il tutto
sia unitivamente correlato nelle sue parti è infatti
necessario che la parola costituisca il momento di
comunicazione dell'unità dello spirito supremo alla alterità
informe della materia passiva. Per questo suo carattere
intercomunicativo è necessario che sia il Logos a incarnarsi
per permettere il recupero e l'intercessione per la materia
del mondo scisso e perduto al ritorno alla sua unità. Il
Logos è in questo senso il momento unente e generatore
dell'unità, è il raccogliersi dialettico in unità del
molteplice, che non perde le sue differenze, ma le mantiene
nell'unità della medesimezza che le fonda. Per questo si è
qui definito il Logos principio unente-differenziante,
perché "per mezzo di lui tutte le cose sono state create",
come recita il Credo niceno, come enti differenti e assieme
unitari, come ricca reciproca alterità nel seno dell'unica
unità del tutto.
17 La sophia, cit., pp. 151-52.
18 Ivi, p. 150.
19 Ivi, pp. 152-53. Mi sembra opportuno far notare a questo
proposito la profonda vicinanza dell'argomentazione di
Solov'ëv a quella che Schelling presenta nel sistema del
1809 incentrato sul tema della libertà umana. Qui infatti
viene preso in considerazione la stretta interrelazione
ontologica che intercorre tra il tema della libertà e quello
del male e della negatività. È la libertà infatti ad essere
il fondamento essenziale della possibilità del male e della
scissione all'interno del sistema, in quanto è ciò che
aprendo l'ambito della possibilità creatrice, allo stesso
modo rende nella creatura stessa possibile l'assunzione
della potenza come dimensione singolare e privata che
pretende di sussistere al di fuori del libero ordine posto e
concesso dal creatore assoluto dell'essere. Cfr. F.W.J.
Schelling, Philosophische Untersuchungen über das Wesen der
menschlichen Freiheit und die damit zusammenhängenden
Gegenstände, tr. it., Sull'essenza della libertà, a cura di
G. Strummiello, Rusconi, Milano 1996.
20 Ivi, p. 153.
21 A questo proposito mi sembra quanto mai evidente, anche
se non esplicita, l'identificazione che Solov'ëv introduce
tra l'intelletto separato di stampo demiurgico e lo spirito
astratto della filosofia occidentale. L'intellettualismo
dell'occidente filosofico che lo conduce irrevocabilmente ad
una crisi nichilistica irrisolvibile, è il frutto più
visibile e maturo dell'affermazione dell'astratta ragione
demiurgica estrinseca e unilaterale, che ha pervertito la
sua natura formativa e unitiva del reale per assumere in
proprio la potenza astratta del pensiero individuale,
critico, ma proprio per questo inevitabilmente destinato al
proprio annullamento.
22 Cfr. a questo proposito La sophia, cit., p. 158, nonché
le Lezioni sulla divinoumanità, in Sulla divinoumanità e
altri scritti, a cura di P. Modesto, Jaka Book, Milano 1971,
pp. 63-67.
23La sophia, cit., p. 154.
24 Ivi, p. 181. Mi sembra opportuno far notare a questo
proposito come il principio attraverso cui all'uomo e alla
creatura in generale è dato il riscatto dalla propria
cattività nelle mani del Satana e del Demiurgo, altro non
sia che il principio della sensibilità, un principio
femminile passivo, visto e considerato che qui la Sophia
altro non è che il corrispettivo antropologico,
microcosmico, di quell'anima mundi che costituisce il
livello sensibile e materiale dei tre mondi-ipostasi. Il
desiderio di riscatto, pertanto sorge proprio da questo
elemento che nella sua apparente passività rimane intatto
rispetto alla tentazione spirituale e intellettuale del
Satana e del Demiurgo che agiscono in qualità di "volontà" e
"intelletto" pervertiti rispetto alla loro natura
originaria. Ogni vera ascesi e redenzione, pertanto, ha
inizio per Solov'ëv dal sentimento e dal sentire che
stimolato dalla presenza di Cristo può tornare solo per
mezzo della contemplazione della bellezza alla conoscenza
integrale del tutto e ad una volontà santa. Ogni altro
tentativo di sollevamento ascetico è destinato a fallire
come forma di gnosi che facendo perno sull'attività della
volontà e dell'intelletto pretende di appoggiarsi
esclusivamente su se stessa rifiutando l'unica verità
rivelata da Cristo, rinnovando così il peccato di Adamo
piuttosto che redimerlo. L'ideale di un'ascesi gnostica di
questo genere è senza dubbio incarnata, per Solov'ëv, dalla
secolarizzazione politica del mito del progresso
sviluppatosi nell'occidente che rifiuta la sensibilità come
principio ascetico essenziale per rivolgersi esclusivamente
alla volontà morale e legalistica e all'intelletto
sistematizzatore.
25 Lezioni sulla divinoumanità, cit., p. 180.
26 Ivi, p. 183. Nel cristianesimo dunque si dà la più alta
affermazione del "limite" come elemento imprescindibile
della salvezza, dal momento che Dio stesso ha accettato
questo limite per espiarlo e salvarlo. Nella natura
integrale del Cristo Dio-uomo, morto e risorto, c'è infatti
la più alta affermazione dell'alterità come elemento
fondamentale della verità. L'assoluto che si fa finito,
parziale, il tutto che viene ad abitare nel frammento è
l'anello mancante che salda definitivamente l'umana
aspirazione alla salvezza col fondamento della salvezza
medesima.
27 Ivi, p. 185.
28 Sarebbe qui troppo lungo sviluppare per intero la
dialettica erotica che si svolge lungo tutto l'arco del
pensiero di Solov'ëv e alla quale lui stesso attribuisce
grande importanza nel compimento del suo pensiero. Si vuole
tuttavia ricordare qui i gradi dell'amore ascensivo che
conducono alla realizzazione dell'amore universale del corpo
mistico della chiesa. A tale proposito egli distingue: 1)
l'amore sessuale, l'unico veramente "reale e onnipotente"
che conduce alla formazione della famiglia attraverso la
procreazione: amore ancora dominato dall'esclusivismo
astraente dell'egoismo finitistico. Esso è l'amore del
particolare, della persona determinata; è un amore finito
che non vince la morte, nonostante sia il più potente dal
punto di vista della passione; 2) l'amor intellectualis Dei
- la formula spinoziana viene utilizzata da Solov'ëv per
definire l'amore di Dio compiuto sola mente, col solo
intelletto. È l'amore per l'universale in quanto universale,
in esso ci si rifugia nella pura "idea" di Dio per
abbandonare il dolore dell'esistenza finita. Esso è il
complemento necessario per l'amore sessuale, ma non compie
l'amore nella sua onnitotalità perché non raggiunge la
sintesi suprema di universale e particolare; 3) l'amore
perfetto, che è ascendente e discendente, ovvero procede
dall'universale al particolare e dal particolare
all'universale ad un tempo: «in Dio l'amore universale è
identico all'amore naturale o sessuale» (La sophia, cit., p.159;
per quanto riguarda la distinzione dei gradi dell'amore cfr.
ivi, pp. 158-61, e 199-200). La potenza della volontà
passionale del tendere sessuale all'altro in quanto altro si
innesta qui nell'universalità della persona divina del
Cristo, suprema sintesi di individualità ed universalità.
Per mezzo di Lui infatti l'uomo ha potuto sperimentare il
movimento ascensivo dell'amore universale che si riverbera
in tutta la pluralità dell'essere particolare. Per questo
ciascun uomo deve, secondo il divino insegnamento di Cristo,
amare Dio, l'essere superiore e universale, ascensivamente e
amare la creatura discensivamente profondendo in essa la
grazia stessa che è da Dio, compiendo l'atto sommo di
autoabnegazione: l'umiltà. È infatti solo attraverso la
libera sottomissione al principio divino che all'uomo è dato
di rendersi spiritualmente libero per l'amore, di
sperimentarlo e di comunicarlo effettivamente agli altri
membri del "corpo mistico". Per quanto riguarda un
approfondimento del tema si veda poi in particolare uno
degli ultimi scritti di Solov'ëv: Il significato dell'amore
(tr. it. e introduzione a cura di A. Dell'Asta, Edilibri,
Milano 2003) dove il nostro recupera il senso di concretezza
dell'amore nell'unità della duplicità sessuale che ascende
fino all'amore divino assoluto.
29 Dice a questo proposito Solov'ëv ne La sophia: «Lo
spirito assoluto è la potenza positiva, la libertà d'essere,
è al di sopra dell'essere; essendo invece il principio
materiale la tendenza necessaria, la gravitazione verso
l'essere ne è la potenza negativa, e il principio materiale
non è che la privazione e la mancanza d'essere. La mancanza
o la privazione reale [.] può essere anche correttamente
definita come desiderio o sete d'essere e, siccome il
desiderio o la sete costituisce l'essenza dell'amore, noi
ritorniamo così alla nostra prima definizione del principio
produttore come amore. [.] Così, se il polo superiore del
principio assoluto deve essere definito come Spirito, ciò
che rientra nella categoria della libertà, il polo inferiore
si fa riconoscere come necessità, forza natura (volontà),
desiderio o sete d'essere, materia» (La sophia, cit., pp.
173-74). L'interscambio tra tensione materiale e naturale e
principio sprituale e amorevole del tutto viene dunque ad
essere una sola cosa considerata da punti di vista
differenti: da un lato secondo l'astratta posizione del
finito disperso e scisso rispetto alla totalità, dall'altro
sotto il punto di vista della totalità medesima. Per questo
la tensione naturale, la volontà cieca di tipo
schopenhaueriano, l'appetitus leibniziano e il conatus
spinoziano, altro non sono che i correlati astratti del
misericordioso amore divino che tutto compenetra.
30 Lezioni sulla divinoumanità, cit., p. 191.
31 I tre dialoghi e il racconto dell'anticristo, tr. it. di
G. Faccioli a cura di G. Riconda, Marietti, Genova 1996, pp.198-99.
Anno
III n.2, marzo/aprile 2005
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