«L'UOMO CHE HA RIEMPITO DI SÉ L'ULTIMO QUARTO DI SECOLO»
IL PROFILO UMANO E SPIRITUALE
DI KAROL
WOJTYLA,
PAPA GIOVANNI PAOLO II
di
Mons.
GIUSEPPE CHIARETTI
Vicepresidente della Conferenza Episcopale Italiana
Arcivescovo di Perugia-Città della Pieve
Intervista
a cura di GIULIO LIZZI
Mons. Chiaretti, la figura di Giovanni Paolo II è senza
dubbio complessa e il suo pontificato si è esteso su un
lunghissimo arco temporale. Tracciare un bilancio è compito
arduo, tuttavia si può riflettere su alcuni punti salienti
del suo pontificato. Ad esempio, la centralità che questo
papa ha conferito all’uomo, affermando che «l’uomo è la via
della Chiesa»: una frase che all’epoca poteva sembrare ai
limiti della fede e che forse ancora oggi resta inascoltata…
Direi anzitutto che Giovanni Paolo II è stato un uomo che ha
riempito di sé l’ultimo quarto di secolo. Il secolo breve,
il secolo introdotto da tante guerre, genocidi,
sconvolgimenti; ma anche il secolo che ha determinato
un’accelerazione di tanti processi, in primo luogo
scientifici e tecnologici, che hanno innescato cambiamenti
radicali nell’organizzazione del vivere civile; processi di
avvicinamento, instaurazione di nuove relazioni, nel quadro
della globalizzazione che è stata intesa prevalentemente sul
piano economico-commerciale, ma che in realtà sta incidendo
a tutti i livelli, mettendo in contatto persone, culture,
esperienze umane religiose, civiltà, e così via. Viviamo
immersi in quello che taluni chiamano una sorta di grande “meticciato”,
che evidentemente fa paura a chi non possiede un’identità,
una definizione esauriente di sé, un chiaro quadro di valori
di riferimento. Al contrario, quando il proprio patrimonio
identitario è ben consolidato, il cosiddetto “meticciato”
diventa allora risorsa, opportunità, occasione di incontro,
momento di arricchimento reciproco. Giovanni Paolo II si è
trovato di fronte a questo nuovo mondo globale. Non vorrei
essere retorico nel dire di lui quello che il Manzoni, nella
poesia “Il 5 maggio”, disse di Napoleone: “Ei si nomò”. Il
secolo non può non tener conto di lui perché, piaccia o non
piaccia, è diventato uno degli uomini leader del mondo, non
solo della Chiesa cattolica, non solo di tutti i cristiani –
anche protestanti e ortodossi, che da lui sono stati
rappresentati, nonostante la loro diffidenza nei confronti
della figura del papa –, ma anche di tutti gli uomini che si
sono ritrovati in lui, hanno acquisito e riconosciuto la
loro identità nel momento in cui il papa li ha convocati.
Noi siamo qui ormai a venti anni di distanza dal grande
evento di Assisi, da cui si è sprigionato appunto quello
“spirito di Assisi” che ha poi influenzato in maniera così
decisiva i rapporti all’interno delle società. Quell’occasione
fu talmente singolare, la convocazione da parte del papa di
tutti gli altri leader religiosi ad Assisi – la città di san
Francesco, quest’uomo semplice e tuttavia così importante
per la sua capacità di fondere, di amalgamare in virtù della
fede, in virtù del perdono, in virtù dell’amore di Cristo –
proprio ad Assisi, dicevo, si raccolsero delle persone nel
pregare simultaneamente per la pace: non è stata dunque una
“preghiera insieme”, ma una “preghiera di ciascuno”,
individualmente, separatamente, ma tutti diretti verso quel
Dio in cui credono – quale che sia questo Dio, quale che sia
la visione umana propria di questo Dio. In evento di grande
portata, talmente grande che per una giornata le armi
tacquero, in tutto il mondo. Questo la dice lunga di come fu
grande la sorpresa del mondo. Giovanni Paolo II è stato un
uomo di statura mondiale: non a caso alla sua morte i capi
di stato di tutto il mondo sono accorsi e si sono ritrovati
insieme come mai era accaduto per la morte di un uomo, per
un potente della terra. Con questa presenza ai massimi
livelli, essi hanno dimostrato per lo meno la loro stima –
quando non il loro affetto, o addirittura la loro fede – nei
confronti della qualità di quest’uomo coraggioso e forte,
che è entrato nei problemi più ardui e più delicati del
mondo, senza mai sottrarsene. Karol Wojtyla potrà avere
talvolta enfatizzato eccessivamente alcune manifestazioni,
potrà aver fatto degli interventi poco opportuni, ma questo
fa parte della fallibilità umana, non ce n’è da
meravigliarsi. Però, certamente, non si può dire che egli si
sia esentato dall’affrontare i problemi sociali culturali
umani del nostro tempo. Dunque un uomo che è stato
pienamente “nel mondo”. Ma il suo carisma di leader, come è
ovvio, non può essere scisso dal suo profilo di cristiano,
dalla sua ostinazione nel porre Cristo come universale punto
di partenza; a cominciare dalle sue prime parole da
pontefice: “Non abbiate paura: spalancate le porte a
Cristo!”. Cristo non fa del male a nessuno, fa crescere le
persone anziché umiliarle. Dunque, Cristo come vero
difensore dell’uomo, come Colui che ci fa conoscere
pienamente la nostra umanità. Questo concetto richiama
espressamente il Concilio: “Chi si avvicina di più a Cristo,
vero uomo, diventa anche lui più uomo”, non dunque “diventa
anche lui più cristiano”, bensì proprio “diventa anche lui
più uomo”. Ecco allora perché la Chiesa diventa la via verso
l’uomo, perché la Chiesa veicola la parola di Dio e in essa
noi troviamo la base di un’antropologia altra rispetto al
vagheggiamento, al “folleggiare” delle nostre antropologie
inconsistenti, che riducono l’uomo a una sola dimensione.
Abbiamo bisogno di una Chiesa che veicoli la parola di Dio,
dove ritrovare l’autentica antropologia. Per questo la
Chiesa, anche attraverso i suoi sacramenti, diventa la via
dell’uomo e la guida che lo conduce a ritrovare la sua
dignità. La Chiesa non ha altro scopo che aprire la via a
Cristo. Non c’è quindi contraddizione nella frase di
Giovanni Paolo II, che lei citava all’inizio.
La devozione mariana è stata al centro del pontificato di
Giovanni Paolo II («Totus tuus»). Lei pensa che l’importanza
della donna nella società sia ancora sottovalutata oggi?
E’ corretto inserire la devozione mariana nel discorso sul
pensiero di Giovanni Paolo II: si tratta infatti di due
aspetti inscindibili. Questo papa è stato il primo a
scrivere una lettera enciclica sulla dignità della donna,
sulla “mulieris dignitatem”, a mettere in evidenza il
carisma specifico della donna, un genio femminile che entra
in forma sistemica nella costruzione sia della società che
della Chiesa. Può darsi che esso non abbia ancora trovato
all’interno della Chiesa un suo pieno sviluppo; io credo
infatti che in futuro ci sarà una presenza sempre maggiore
della donna nella vita della Chiesa. Ma il problema non è
riducibile – come talvolta certa opinione pubblica poco
illuminata tende a fare – alla necessità che alle donne sia
concesso di diventare preti. La Chiesa ha molto chiara la
distinzione tra l’uomo e la donna, tra la dimensione
maschile e quella femminile, che sono ambedue assolutamente
necessarie per poter innescare un processo di vita, così
come un atomo necessita sia del nucleo che degli elettroni.
Il principio maschile e quello femminile sono coessenziali
per la formazione della persona umana a tutti i livelli, a
cominciare da quello biologico. E’ quindi prevedibile che la
donna avrà in futuro ulteriori spazi di presenza all’interno
della Chiesa. E’ già fondamentale l’apporto che ad essa
hanno fornito le donne fin dalla sua fondazione: penso alla
estrema forza interiore di Madre Teresa di Calcutta. Il vero
problema è che la donna oggi viene relegata da un
maschilismo imperante al compito di bambola, ruolo che la
tradisce profondamente, o a quello di serva della gleba.
Purtroppo non ci sono presenze veramente significative della
donna nella società odierna: basti pensare alla scarsa
presenza femminile nei momenti decisionali. A chi esorta la
Chiesa a rimodernarsi, risponderei che la società dovrebbe
essere la prima a sentire questa esigenza: la Chiesa
riconosce da tempo il valore e la dignità della donna. Non
c’entra molto, con questo discorso, il fatto che alle donne
non sia ancora concesso di diventare prete: in questo ambito
entrano in gioco dei valori simbolici come quello del Cristo
sposo della Chiesa sposa, della Chiesa intesa come l’intera
comunità dei credenti. Vorrei ricordare che Gesù ha avuto
accanto a sé, oltre al gruppo degli apostoli, anche il
gruppo delle donne seguaci del suo messaggio, divenute sue
discepole: una scelta ardita per una società come quella
ebraica dell’epoca in cui gli uomini, recitando testualmente
la preghiera, ringraziavano Dio di non esser nati donne.
Questa è la cultura della quale il cristianesimo proviene,
ma oggi il papa afferma non solo la dignità della donna, ma
anche l’esistenza di un genio femminile che deve entrare ad
operare nella realtà sociale. Non a caso un teologo come von
Balthasar può parlare della “necessità” di una coesistenza
nella Chiesa di un principio maschile e di quello femminile,
più esattamente del principio petrino e del principio
mariano. Due principi chiamati a convivere, a
interrelazionarsi, a fecondarsi reciprocamente. Fa piacere
che Giovanni Paolo II abbia proseguito, conferendo nuove
nomine, sulla strada avviata da Paolo VI, il quale aveva
autorizzato i laici, sia uomini che donne, ad essere giudici
nei tribunali ecclesiastici; e che abbia inoltre conferito
l’incarico di segretario di una congregazione, dunque un
incarico decisionale importantissimo, proprio ad una donna.
Questo mi sembra un segno importante, e sono sicuro che ce
ne saranno sempre di più.
Giovanni Paolo II ha instaurato un rapporto privilegiato
con i giovani, anche grazie alla sua dimestichezza con i
mezzi di comunicazione, in particolare con la televisione.
Lei come ha interpretato le manifestazioni di affetto che
hanno accompagnato la sua morte: segni di autentica adesione
al suo messaggio oppure bisogno di aggrapparsi alla sua
figura, data la scarsità di uomini carismatici che oggi, in
una società minacciata dal nichilismo, possono rappresentare
dei valori?
Direi che i giovani di oggi avvertono non solo la mancanza
di figure carismatiche, ma anche e soprattutto la mancanza
di un padre, di un autorevole termine di confronto, di un
punto di riferimento verso il quale orientare la propria
esistenza. Il papa è stato per moltissime persone, giovani e
meno giovani, la risposta a questa esigenza. L’idea di
istituire le Giornate Mondiali della Gioventù nacque
nell’anno dell’ONU per la gioventù. Fu in quella occasione
che il papa ritenne opportuno istituire queste convocazioni
ampie di giovani per poter parlare loro attraverso quei
gesti e quei linguaggi che sono propri dei giovani e che
essi comprendono molto bene. Si tratta di momenti di
esortazione, di invito, piccole esperienze di natura diversa
rispetto a quelle che i giovani vivono quotidianamente;
esperienze di natura religiosa, di fraternità che nasce nel
momento religioso, momenti in cui ritrovare il senso del
raccoglimento, della preghiera e dell’adorazione. Il papa è
entrato senza indugio dentro questa crosta di
superficialità, di vagabondaggio mentale, per raccogliere
invece la loro sensibilità attorno ad alcuni punti fermi che
sono di estrema importanza per la loro crescita, valori che
il papa ha indicato ai giovani e che essi sono chiamati a
interiorizzare. Valori che riguardano il senso di
responsabilità, lo spirito di sacrificio, la fede e la
necessità di avere una consapevolezza della propria fede,
una conoscenza della propria fede, e di saperla
interiorizzare attraverso procedimenti come la preghiera, la
contemplazione, addirittura in notturna dinanzi
all’eucaristia. Tutti elementi che sono “altri” rispetto a
quelli che i giovani vivono abitualmente all’interno della
società, dall’ascolto dei film e della televisione, degli
stessi discorsi che si sentono intorno. Assistiamo ad un
illanguidimento dello spessore culturale in cui i giovani si
trovano immersi; lo dice la medizzazione dei licei, la
licealizzazione dell’università. Il papa ha esortato i
giovani con i grandi numeri, per una ragione psicologica e
sociologica importante: perché aveva chiara la
consapevolezza che i giovani hanno bisogno del linguaggio
dell’aggregazione, del ritrovarsi insieme per le loro
celebrazioni giovanili, quindi un linguaggio che sia a loro
congeniale, e dunque oggi assolutamente necessario, perché
senza di esso non “passa” alcun messaggio. Posso dire questo
con cognizione di causa, dal momento che fu il papa stesso a
parlarmi di questo argomento. Nella mia prima visita ad
limina, fu proprio lui a chiedermi cosa pensassi riguardo a
questo nuovo linguaggio, questo nuovo modo di incontrare i
giovani, e a spiegarmi la sua motivazione: questo è il
linguaggio che i giovani capiscono e con il quale dobbiamo
poter imparare a parlare. Può sembrare, questo linguaggio,
enfatico; ma l’enfasi è propria dei giovani. E’ difficile,
senza ricorrere all’enfasi, entrare nella guardia di un
giovane e lasciare un segno: questo è dovuto in gran parte
al fatto che i giovani oggi sono abituati ad un massiccio
consumo di emozioni. Occorre dunque evocare emozioni anche
forti, a patto che il fine dell’operazione sia quello di
indurre il giovane a rientrare in se stesso, tornare a
riflettere su se stesso, fare tesoro di quei significati e
utilizzarli per la costruzione della propria persona. Direi
quindi che il papa è stato profondamente coerente con la
sensibilità dei giovani e con la stessa scienza psicologica
di oggi, con l’attualità. I papa boys, le grida da stadio,
le ola, sono certamente aspetti di questo linguaggio che
fanno un po’ sorridere, ma non fanno che confermare la
sintonia instauratasi tra il papa e i giovani. Una sintonia
che non si è interrotta con Benedetto XVI, un papa che i
giovani hanno accolto subito con calore, malgrado quel suo
aspetto un po’ accademico, teutonico, una sobrietà e un
rigore propri di un uomo di cultura. Un papa, Benedetto, che
sa tradurre la sua profonda cultura esegetica in termini
semplici, facilmente comprensibili: basta rileggere il
discorso in cui, per spiegare il significato della messa ai
ragazzi, ha usato un’espressione formidabile, definendo
l’eucaristia come una “fissione atomica”, che produce lo
spaccamento del nucleo e determina una reazione a catena che
porta all’esplosione del bene.
Giovanni Paolo II è vissuto nell’era della grande
diffusione dei mezzi di comunicazione di massa, e più volte
ne ha sottolineato l’importanza come strumenti di
evangelizzazione. Tuttavia oggi il principale veicolo di
relativismo e scetticismo è proprio la comunicazione
sociale…
La tv è un mezzo, può essere usata nel bene o nel male. A
dir la verità, c’è tra gli uomini di cultura una visione
piuttosto negativa della tv – basterebbe ricordare il
pensiero di Popper – e in generale il rifiuto
dell’involuzione prodotta dalla tv sul piano culturale e
educativo. La tv schiavizza, perché costringe le persone a
star davanti; assume il ruolo della “balia”, di cui il papa
parlava nel suo saggio, e come tale viene usata spesso dai
genitori. Questo è senz’altro l’aspetto più deteriore.
Ricordo un sindaco, mio caro amico, il quale aveva abolito
la televisione in casa; riteneva infatti che i figli, al
rientro dalla scuola, dovessero parlare il più possibile,
raccontare, ascoltare consigli. Non credo che questo
atteggiamento un po’ buddistico rappresenti la soluzione
migliore al problema. Credo piuttosto nella funzione di
supporto educativo che la tv può offrire alla famiglia.
Occorre che i giovani siano educati ad interpretare e capire
il messaggio della televisione. Se è vero che la tv ha un
linguaggio immediato, fatto di immagini e colori che
immediatamente colpiscono la nostra sensibilità, è pur vero
non dobbiamo fermarci all’emotività, ma penetrare nello
strato più profondo dell’intelligenza. L’emotività
individualizza e isola la persona, mentre è l’intelligenza
che unisce: per questo motivo spesso davanti alla tv si
educano degli egoisti. Ai figli non basta raccomandare un
uso ridotto della tv, ma soprattutto un uso intelligente,
rivolto alla riflessione. Questo strumento c’è, non possiamo
farne a meno: siamo obbligati ad usarlo, a trovare il modo
di renderlo educativo e a servircene per aiutare la crescita
delle persone e della famiglia.
Anno
III n.4, luglio/agosto 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004