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PERSONAGGI BIBLICI
NELL'ESEGESI EBRAICA
Il presente saggio nasce come recensione critica del recente
volume di Mauro Perani, Personaggi biblici nell’esegesi
ebraica, dove sono presentati gli elementi essenziali del
profilo che emerge dall’esegesi ebraica di dodici personaggi
biblici: Abele, Abramo, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè,
Debora, Samuele, Saul, Davide, Salomone, Isaia.
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ESEGESI BIBLICA
PERSONAGGI BIBLICI NELL'ESEGESI
EBRAICA: IL GIUDAISMO RABBINICO TRA ERMENEUTICA E CRITICA
STORICA
di CLAUDIA COLLETTA
Il presente saggio nasce come recensione critica del recente
volume di Mauro Perani, Personaggi biblici nell’esegesi
ebraica, dove sono presentati gli elementi essenziali del
profilo che emerge dall’esegesi ebraica di dodici personaggi
biblici: Abele, Abramo, Giacobbe, Giuseppe, Mosè, Giosuè,
Debora, Samuele, Saul, Davide, Salomone, Isaia.
L’autore ne fornisce brevi ma essenziali ritratti secondo le
linee interpretative proprie dei testi midrashici, della
letteratura rabbinica e del pensiero di alcuni tra i
principali commentatori ebrei del Medioevo.
Prima di passare alla presentazione del testo sarà
necessario aprire una breve parentesi per precisare che cosa
sia il giudaismo rabbinico, come abbia operato e quale
corpus di opere abbia prodotto, focalizzando la nostra
attenzione sulla correlazione tra l’elaborazione dei
principali testi canonici della religione ebraica (secc.
II-VI) e le esigenze religiose del popolo d’Israele emerse
nel periodo storico in cui tale canone sacro acquisì forma
definitiva, forgiando l’espressione del suo peculiare
universo culturale.
Solo dopo aver analizzato i contenuti ed i significati dei
testi sacri ebraici potremo comprendere i modelli esegetici
da essi elaborati, giungendo, infine, ad approfondire le
tematiche proprie dell’ermeneutica rabbinica.
Il periodo compreso tra la distruzione del Tempio di
Gerusalemme (70 era volgare, d’ora in poi e.v.) ad opera di
Tito, e la fine delle grandi accademie rabbiniche (1040 e.v.
circa), è stato definito giudaismo classico o rabbinico,
termine con il quale si intende quel movimento culturale e
religioso -sviluppatosi sostanzialmente in Oriente tra
Palestina e Babilonia- che elaborò ciò che in seguito
divenne caratteristico del giudaismo e che ancora oggi
modella e condiziona la vita ebraica1. Inizialmente gli
ebrei babilonesi furono influenzati da quelli palestinesi,
mentre dopo il 135 -quando numerosi ebrei fuggirono dalla
Palestina verso la Mesopotamia, dove esistevano condizioni
politiche e sociali migliori- riuscirono ad imporre la loro
supremazia nel campo della letteratura rabbinica, tanto che
le accademie di studio babilonesi, dal VI al X secolo,
rappresentarono il centro culturale di riferimento
dell’ebraismo orientale ed occidentale. A partire dall’anno
1000 le cose cambiarono rapidamente, il centro culturale
dell’ebraismo si trasferì in Occidente: nell’Africa
settentrionale, nella Spagna islamica e nell’Europa
cristiana. In particolare dal secolo XI in poi, le comunità
ebraiche della Spagna, della Francia, della Germania e
dell’Italia diventarono i centri più importanti della
diaspora ebraica, in questi territori il giudaismo riuscì a
trapiantarsi in modo duraturo, divenendo una componente non
secondaria della storia dell’Europa medievale, moderna e
contemporanea.
L’accezione giudaismo classico è dovuta al fatto che
nell’età di formazione del giudaismo rabbinico, tra i secc.
II-VI, furono compilate e pubblicate alcune opere che
costituiscono, ancora oggi, il nucleo principale della
letteratura sacra ebraica, la prima delle quali, terminata
intorno al 200 e.v., è rappresentata dalla Mishnàh. Per i
successivi tre secoli questo documento costituì un vero e
proprio codice legale, il sistema giudiziario della nazione
ebraica nella sua terra e nelle comunità della diaspora,
tanto che nel giro di qualche decennio la Mishnàh fu
canonizzata, assumendo pari dignità della Bibbia ebraica.
La seconda opera redatta dal giudaismo rabbinico, anch’essa
risalente al II secolo, è la Toseftà, che costituisce un
supplemento alla Mishnàh e, benché quattro volte più ampia
di quest’ultima, non assunse mai un valore canonico.
Le discussioni nate attorno alla Mishnàh, avvenute sia in
Palestina sia durante la diaspora babilonese, originarono
altri due testi fondamentali: il Talmud palestinese (inizio
del V secolo) ed il Talmud babilonese (VI secolo). Quest’ultimo
rappresenta il grande compendio della legge e della
tradizione ebraica. E’ il maggior testo di studio delle
accademie rabbiniche tradizionali e tutti gli ebrei sono
invitati a studiarlo2 (d’ora in poi quando parleremo di
Talmud faremo riferimento solo a tale versione).
Infine, la letteratura rabbinica ha originato le collezioni
esegetiche note con il termine Midràsh (interpretazione). La
letteratura midrashica si è sviluppata nel corso di diversi
secoli (II-XIII) e si presenta sotto forma di commenti dei
versi biblici, spesso di difficile datazione. Si è soliti
considerare il Midràsh come l’interpretazione biblica
ufficiale del popolo ebraico3, la cui esegesi resta
perpetuamente connessa al presupposto che ogni passo biblico
sia dotato di una pluralità di sensi e di spiegazioni che si
susseguono. Il Midràsh contraddistingue perciò l’esistenza
di un dialogo permanente tra il testo e la comunità
interpretante.
Tutti i nomi finora incontrati Mishnàh, Toseftà, Talmud,
Midràsh, appartengono all’unico alveo della Torah orale.
Ma che significa Torah orale e qual è la sua differenza con
la Torah scritta?
Nella concezione rabbinica tradizionale tutto il sapere
religioso e profano è contenuto nella Torah consegnata da
Dio a Mosè sul Sinai, nella complementare forma scritta e
orale, rappresentate rispettivamente dalla Bibbia ebraica
(che comprende i libri del Pentateuco, dei Profeti e degli
Agiografi) e dall’interpretazione rabbinica data alle
Scritture.
Nella visione di tutto Israele, fino al 200 e.v., si
riteneva che Dio avesse rivelato la sua parola e la sua
volontà divina facendo sempre ricorso alla forma scritta.
Diversamente una delle principali teorie sull’origine della
Mishnàh e sulla sua autorità come testo sacro della
religione ebraica si basa sull’affermazione che essa era
parte della rivelazione data a Mosè sul Sinai, espressa però
in modo diverso dalla comunicazione avvenuta attraverso lo
scritto. Fu, cioè, una rivelazione conservata in forma orale
e trasmessa oralmente attraverso la memorizzazione e la
ripetizione.
Il processo di continuità tra rivelazione scritta e
rivelazione orale è stato indicato nella via
dell’interpetazione4; lo stesso Paul Ricoeur durante gli
anni ’70, nel tentativo di definire una teoria generale
dello sviluppo dell’ermeneutica biblica, scriveva: «Come
figli della critica, gli uomini dovrebbero riuscire,
mediante la critica, ad andare al di là di essa, non per
avere meno significato, ma per averne di più, in altre
parole, per foggiare un’ermeneutica che ripristini il
significato. Il credere è integralmente riferito
all’interpretare (c.n.)5». Queste parole si adattano
perfettamente al mondo intellettuale dei rabbì vissuti tra
il II ed il VI secolo, che ripresero il patrimonio
letterario della religione ebraica antica forgiandolo in un
nuovo ed inedito significato attualizzante, mediante la
redazione del corpus di opere oggi conosciute come testi
della Torah orale. Tale principio è fortemente innovativo e
venne accettato dal giudaismo ufficiale a partire dalla
tradizione mishnaica e talmudica.
Ma i rabbini non si limitarono a compilare un nuovo corpus
di opere. Essi, proprio in virtù di quei valori e di quei
principi espressi nel nuovo canone della letteratura sacra
ebraica, riuscirono ad imporre la propria supremazia nella
guida del popolo, supremazia che se da una parte contribuì a
far estinguere o a dichiarare eretiche le dottrine dei
gruppi dissenzienti al giudaismo rabbinico (sadducei,
sadociti, farisei ed esseni), dall’altra ebbe il merito di
mantenere viva ed unita l’identità ebraica nelle comunità
della diaspora e in Palestina.
«Quando Dio rivelò la Torah sul Sinai, vi comprese le
opinioni dei rabbì viventi e dotati di autorità»: su questo
mito, il mito della Torah, poggia la totalità del sistema e
della struttura del giudaismo nella sua formulazione
classica6: solo se mediata dai rabbì la Torah –scritta e
orale- può diventare una vera guida per la vita sia
individuale che collettiva, soltanto i rabbì, infatti,
possono fornire un orientamento autentico, ereditando,
custodendo, interpretando e attualizzando l’antico
patrimonio rivelato7.
Come riuscirono i rabbì a porsi alla guida del popolo? Il
problema nasce a causa dei tratti peculiari della stessa
Mishnàh, poiché tale documento venne promulgato come
costituzione ufficiale del popolo ebraico. Era dunque un
documento pubblico, o meglio, un documento politico.
Le persone che conoscevano la Mishnàh, i rabbì o saggi,
acquisirono in breve il controllo della vita di Israele. Non
appena, nella vita quotidiana, si aveva a che fare con il
governo ebraico in carica –rivolgersi, ad esempio, al
tribunale per i danni subiti dal proprio raccolto ad opera
del bue del vicino- allora ci si imbatteva nella legge
scritta nella Mishnàh, che divenne presto uno strumento di
controllo sociale.
La pretesa di esercitare l’autorità e il diritto di imporre
pesanti sanzioni, in accordo con la Mishnàh, sollevò
perplessità. La crisi era imminente.
I saggi in carica nei tribunali di Israele e la burocrazia
avrebbero impiegato tre secoli per risolvere questa crisi,
cercando il modo di far accettare la Mishnàh all’intero
popolo.
Accettare la Mishnàh significava porla in relazione con le
Sacre Scritture.
I rabbì perciò riplasmarono il significato della parola
Torah attraverso un processo esegetico che collegava le
affermazioni della Mishnàh con i versetti della Scrittura.
Non a caso, le opere che vennero redatte dopo la Mishnàh
fino al 600 e.v., dalla Toseftà al Talmud, furono tutte
intese a spiegare l’origine di questo documento fondativo
collegandolo alla Torah scritta. All’interno del processo di
interpretazione della Mishnàh sorse la necessità di
raccogliere e sistematizzare queste esegesi, in correlazione
alla Mishnàh letta riga per riga e paragrafo per paragrafo.
Lo stesso metodo usato dai saggi del Talmud per la Mishnàh
fu in seguito adottato anche per la Scrittura8.
Esegesi è una parola di origine greca (ex?g?sis) e significa
racconto, esposizione, spiegazione, commento,
interpretazione. Fare esegesi significa «interpretare il
testo traendone fuori il significato9».
Secondo la tradizione ebraica la parola rappresenta il luogo
della rivelazione, lo spazio in cui abita la divina
presenza10. Ecco perché l’ermeneutica propria del giudaismo
rabbinico verte sulla consapevolezza che le parole umane
impiegate a spiegazione della Scrittura non possono esaurire
il contenuto del messaggio divino, se non tramite continue
approssimazioni. L’unico veicolo che il saggio possiede per
avvicinarsi il più possibile al significato delle parole
rivelate è la pluralità di sensi.
In base a questa definizione sarà interessante approfondire
l’esegesi ebraica di alcuni personaggi biblici presentati
nel volume di Perani, a cominciare da Abele, definito da
Gianfranco Ravasi «figlio dell’uomo Adamo, emblema di tutte
le vittime della violenza e del sangue innocente versato
sulla terra […]11».
I testi della letteratura ebraica dedicano poco spazio ad
Abele, mentre focalizzano la loro attenzione su Caino, il
primo omicida della storia umana. Questa impostazione, del
resto, è già presente nella Bibbia, che centra il suo
racconto sulla dinamica spirituale che muove il fratricida
e, poi, sulla vicenda del superstite. Ma sul fatto che
l’ucciso sia innocente, sul perché della sua morte violenta,
sul suo significato poco o nulla è detto. Tanto che fin da
alcune traduzioni antiche, il problema è stato facilmente
aggirato con un escamotage di tipo moralistico, aggiungendo
che Caino offriva gli scarti dei suoi prodotti, mentre Abele
offriva le primizie.
In questo contesto è importante partire dal motivo del
litigio dei fratelli.
Nell’apocrifo Vita di Adamo ed Eva, datato dagli studiosi
tra il I secolo a.e.v. e il I e.v., Eva racconta un sogno
premonitore ad Adamo, secondo il quale Caino avrebbe bevuto
il sangue di Abele. I progenitori decidono allora di
dividere i due fratelli, facendo di Caino un agricoltore e
di Abele un pastore. Alcune glosse riportate nel manoscritto
B, asseriscono che Adamo aveva attribuito la causa del
litigio dei fratelli ad una donna contesa. Tale motivo verrà
ripreso ed ampliato nella tradizione posteriore. Le
variazioni sul tema sono molte: assieme a Caino ed Abele
sarebbe nata a ciascuno una sorella gemella (o, secondo la
Genesi Rabbah, un Midràsh redatto nella prima metà del V
secolo, una gemella per Caino e due gemelle per Abele), per
assicurare ai fratelli la continuazione della specie umana.
Ma la gemella di Abele era bellissima, e Caino la voleva per
sé: «Una gemella in più era nata con Abele. Caino disse “La
prendo io, che sono il primogenito”. Abele disse “La prendo
io perché è nata con me”».
Un componimento risalente ai secc. VIII-IX, il Pirque de
Rabbi Eli‘ezer, ci spiega che Adamo, avvicinandosi la festa
della Pasqua, invitò i due figli ad offrire un sacrificio al
Signore; Abele sacrificò il fior fiore delle sue greggi,
mentre Caino prima consumò il suo pasto, poi ne offrì a Dio
gli avanzi, ossia pochi semi di lino12. Tradizionalmente si
ritiene che Caino per questo fu punito dal Signore, e da
questo episodio si è soliti far derivare la sua ira nei
confronti di Abele. Il problema è di sapere perché Dio abbia
gradito l’offerta del secondogenito. Jean Daniélou ritiene
che Dio avesse accettato l’offerta di Abele senz’altra
ragione che per suo libero arbitrio «Voler attenuare questa
realtà, come ha fatto la tradizione ulteriore, significa
impedire di capire il dramma che segue e nello stesso tempo
sopprimere il mistero contenuto […] nella Scrittura: questo
mistero è quello dell’elezione. Abele non è eletto perché
giusto. E’ giusto perché eletto. La preferenza di Dio si
rivela nei suoi confronti senza alcun merito anteriore da
parte sua. E’ il mistero stesso della grazia, in tutto il
suo paradosso13».
Il giudaismo rabbinico, in quanto si autodefinisce come
«giudaismo della Torah», nella sua interpretazione della
teofania al Sinai non poteva relegare ad un ruolo secondario
la Torah stessa. Dobbiamo ricordarci che una credenza
fondamentale del popolo ebraico è quella di ritenersi il
popolo eletto di Dio poiché meritevole di ricevere, grazie
alla mediazione di Mosè, la Sacra Scrittura. Potrebbe
stupire allora il fatto che, all’interno
dell’interpretazione rabbinica, non esista una visione
omogenea del mito fondativo della stipulazione dell’alleanza
tra Dio e il popolo eletto.
Una prima idea, ribadita in vari testi, è che Dio, prima di
dare la Torah ad Israele, la offrì a diversi popoli, ma
tutti la rifiutarono. In una testimonianza tratta dal Sifre,
un midrashim redatto nel II secolo, questo episodio viene
accuratamente illustrato: «[…] il Signore […] andò
innanzitutto dai discendenti di Esaù e domandò loro “Siete
disposti ad accettare la Torah?”. Quelli dissero “Cosa c’è
scritto?”. E Dio “Non uccidere”. Essi replicarono “[…] il
nostro progenitore era un assassino per natura […]. Noi non
possiamo accettare la Torah”. Allora il Santo andò dai
discendenti di Ammon e di Moab e fece loro la stessa
proposta […]. E quelli “Cosa c’è scritto?”. E Dio “Non
commettere adulterio”. E quelli “Ma proprio la nostra
discendenza proviene da un incesto! […]”. Allora Dio si recò
dai discendenti di Ismaele (le popolazioni arabe) e anche a
loro chiese se volevano accettare la Torah. Essi pure
chiesero che cosa c’era scritto e il Signore rispose “Non
rubare”. Quelli replicarono” Ma tutta la nostra vita è
basata sul furto e sulla rapina! […]”. Allora il Signore
andò dagli Israeliti ed essi dissero subito: “Noi faremo e
ascolteremo” (Es. 24,7)».
Una variante del tema è ravvisabile in alcuni testi
rabbinici secondo i quali Dio ritenne opportuno rivolgere
alle donne di Israele la domanda se volessero accettare la
Torah, ciò avendo considerato che, nel caso dei progenitori,
era stata Eva a consigliare male Adamo e a spingerlo al
peccato. In questo modo le donne israelite avrebbero
insegnato per prime la Torah, l’avrebbero spiegata ai loro
figli e avrebbero indotto i loro mariti ad osservare la
legge di Dio.
La letteratura rabbinica è interamente percorsa da
interpretazioni contrastanti senza che ciò costituisca un
problema particolare per gli esegeti. La ricerca del
significato «Altro», polisemico, narrativo, crea delle
combinazioni di significato eterogenee, sfaccettate, in cui
la presenza di posizioni antitetiche rafforza l’essenza di
una teologia concepita essenzialmente come racconto e di
un’ermeneutica ricca di valori etici.
Ad esempio, il Talmud, parlando dell’amore del re Davide per
lo studio della Torah, afferma: «Sul letto di Davide, in
alto, era appesa un’arpa, davanti alla finestra. Quando
arrivava mezzanotte, il vento settentrionale, soffiando, la
faceva suonare; allora Davide si alzava e si metteva a
studiare la Torah fino al sorgere dell’alba […]. Da dove si
ricava che l’arpa svegliava Davide?. Dal versetto che dice:
Destati, mia gloria, svegliatevi arpa e cetra, voglio
svegliare l’aurora (Sal. 57,8)».
E’ necessario fermare la nostra attenzione sull’arpa posta
sopra il letto di Davide. Un documento posteriore al Talmud,
il Pirqe de-Rabbi Eliezer, un Midràsh redatto tra i secc.
VIII-IX, sviluppa ulteriori dettagli relativi alle corde
dell’arpa, attesta, infatti, che erano state fatte con le
budella dell’ariete sacrificato da Abramo sul Monte Moria al
posto del figlio Isacco. Nonostante questa attestazione
relativa, indirettamente, allo scampato sacrificio di
Isacco, dobbiamo tenere presente che, secondo la tradizione
ebraica, Isacco fu realmente immolato sul monte Moria e, in
un qualche modo, fatto risorgere, per essere, in un secondo
momento, ridato al padre14. Il fatto che a fornire questa
testimonianza sia un documento tardo ci deve far riflettere
ulteriormente, in quanto, proprio perchè in presenza di uno
scritto redatto tardivamente ci aspetteremmo che esso
rifletta se non una comune interpretazione con la tradizione
anteriore, almeno una linea di pensiero ormai consolidata.
Come ha già sottolineato Perani, nel giudaismo rabbinico
–forse anche a causa della mancanza di un’autorità centrale
che vigilasse sull’uniformità delle credenze religiose,
simile al ruolo svolto nella religione cristiana dalla
figura del pontefice- non ci sono stati concili ecumenici
per fissare il dogma, non si è sviluppata una dogmatica, al
contrario, ha sempre regnato una grande libertà di opinioni
divergenti, a volte anche contrapposte. Nell’ebraismo la
diversità di opinioni in genere viene interpretata come la
conseguenza necessaria della ricchezza della parola di Dio,
condizione che connota davvero la cultura ebraica come
«civiltà del commento».
NOTE
1 Per tale periodizzazione cfr., G. Stemberger, Il Giudaismo
classico. Cultura e storia del tempo rabbinico (dal 70 al
1040), Roma, Città Nuova, 1991.
2 R. A. Rosemberg, L’ebraismo. Storia, pratica, fede,
Milano, Mondadori, 1995², p.101. Per la persecuzione del
Talmud in Italia, messa in atto dall’Inquisizione romana
durante l’età controriformistica, cfr., F. Parente, La
Chiesa e il Talmud, in Annali 11. Storia d’Italia. Gli ebrei
in Italia, a cura di C. Vivanti, I, Torino, Einaudi, 1996,
pp. 524-643.
3 G. Stemberger, Il Giudaismo classico op.cit., p. 159.
4 P. Stefani, La letteratura rabbinica, in La cultura
ebraica, a cura di P. R. Sabbadini, Torino, Einaudi, 2000,
pp. 322-323. Per un quadro esaustivo sui generi della
letteratura rabbinica, cfr., Ibidem, pp. 317-340.
5 P. Ricoeur, Ermeneutica biblica, Brescia, Morcelliana,
1978, p. 12.
6 J. Neusner, I fondamenti del giudaismo, Firenze, Giuntina,
1992, p. 23
7 Sull’apparente contraddittorietà della Torah scritta con
quella orale, cfr., G. Stemberger, Il Giudaismo classico
op.cit., pp. 154-161.
8 J. Neusner, I fondamenti op. cit., pp. 127-128.
9 B. Maggioni, Esegesi biblica, in Nuovo Dizionario di
Teologia Biblica, a cura di P. Rossano, G. Ravasi, A.
Girlanda, Milano, Edizioni Paoline, 1988, p. 497.
10 P. Stefani, Lettura ebraica della Bibbia, in Ibidem, p.
816.
11 G. Ravasi, dalla Prefazione a J. Daniélou, I Santi Pagani
dell’Antico Testamento, Brescia, Queriniana, 1988², pp. 8-9.
12 M. Perani, Personaggi biblici nell’esegesi ebraica,
Firenze, Giuntina, 2003, pp. 35-42.
13J. Daniélou, I Santi Pagani op. cit., p. 43.
14 Per la discussione relativa all’accettazione della Torah
da parte del popolo ebraico e per le citazioni relative a
Davide ed Isacco, cfr. M. Perani, Personaggi biblici op. cit.,
rispettivamente pp. 97-99, 130, 93 e 98.
[Versione stampabile]
Anno
III n.3, maggio/giugno 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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