SEGNI
AFFETTIVITÀ E AMORE
Riflessioni su etica cristiana e psicologia
di SAMUELA DOLCI
L’affettività è un bisogno costitutivo della persona. Un vasto numero di dati clinici e sperimentali dimostra che esperienze precoci di carenze di cure materne ( contatto fisico, comunicazione, sorrisi..) sono destinate, se protratte nel tempo, a lasciare tracce nella psiche umana, sia dal punto di vista emotivo che intellettivo. Gli psicologi vedono nei primi anni di vita quel periodo in cui può instaurarsi uno stile di comportamento, che farà da filtro alle esperienze successive ed in cui il bambino prende coscienza dell’esistenza di un mondo verso il quale può provare fiducia o sfiducia. Tale periodo è anche caratterizzato da un intenso apprendimento, in base al quale l’individuo prende gradualmente consapevolezza di sé e degli altri, sviluppa l’autostima e impara a comunicare in modi diversi. Molti sono gli esperimenti che evidenziano l’importanza della dimensione affettiva: benché il neonato, per sopravvivere abbia bisogno di un adulto che lo alimenti e lo curi, tuttavia il soddisfacimento della fame in sé non è sufficiente a spiegare l’attaccamento del piccolo alla madre. Lavorando con le scimmie, lo psicologo americano H.F.Harlow riuscì a dimostrare che il confronto di una sensazione tattile è uguale se non superiore a quello che deriva dall’alimentazione e al piacere connesso a questa funzione. Egli pertanto ipotizzò che qualcosa di simile dovesse accadere anche nel bambino. A sostegno della tesi secondo cui i lattanti non si affezionano tanto alla persona che li alimenta, quanto a quella che dedica loro del tempo e che interagisce con loro, vale il seguente caso riferito da A. Freud e S. Dann che, in un loro scritto, hanno illustrato la vicenda di sei bambini ebrei orfani i quali, nei lunghi mesi trascorsi in un campo di concentramento, erano stati gli uni per gli altri l’unica compagnia costante. Terminata la loro prigionia all’età di circa tre anni ed entrati in un istituto per orfani di guerra, essi non davano segni di aver sofferto di particolari carenze affettive, né rivelavano degli scompensi sul piano sociale; tuttavia i sentimenti positivi di quei bambini erano orientati tutti verso il gruppo: anche se nessuno di loro aveva mai nutrito gli altri, erano però molto uniti, si cercavano e non si curavano delle altre persone, sebbene ad occuparsi della loro alimentazione durante il periodo di prigionia fossero state delle persone adulte. Il legame della persona umana con il mondo ha inizio sul piano fisico e sensoriale, ma assume la forma peculiare nella sfera della sua vita interiore. L’atteggiamento dell’uomo nei confronti del mondo sensibile non è meccanico e spontaneo, bensì egli tende ad affermare sé stesso, il proprio io; agendo, interagendo e relazionandosi con l’ambiente fisico, culturale e sociale, sceglie ciò che vuole fare, è dotato di libero arbitrio, è padrone di sé stesso. Anche la facoltà di amare è legata al libero arbitrio: è determinata dal fatto che l’uomo sia disposto a cercare il bene coscientemente, insieme agli altri suoi simili, e che sia pronto a subordinarsi a questo bene. L’amore non è semplicemente un istinto, un impulso, un orientamento naturale e congenito, un modo di agire spontaneo, non subordinato alla riflessione. S.Freud ha sostenuto che è l’energia libidica a spingere il bambino al soddisfacimento immediato e totale delle pulsioni istintive. Nell’ambito della psicoanalisi, il concetto di pulsione è il motore della vita psichica e coincide con quello di motivazione. Tuttavia la persona, per sua natura, è capace di azione sopraistintiva; ne consegue, pertanto, che non si può parlare dell’istinto sessuale nell’uomo attribuendovi lo stesso significato che negli animali e considerare questo istinto come la fonte essenziale e definitiva dell’azione dell’uomo. Ecco perché ha significato la morale. Egli, nel campo sessuale, non è responsabile di ciò che si verifica in lui, ma è pienamente responsabile di ciò che fa. L’impulso sessuale ha una tendenza a trasformarsi in amore; ciò è tipico del mondo degli uomini, perché in quello animale agisce solo l’istinto sessuale. Benché l’amore nasca e si sviluppi a partire da questa tendenza, tuttavia si forma grazie ad atti volontari e responsabili posti a livello della persona, la quale ha la facoltà di dirigere coscientemente la propria azione e di prevedere le possibili conseguenze. L’amore autentico è la realizzazione più completa delle possibilità della persona, è l’atto che realizza in modo totale l’esistenza del singolo; amare significa desiderare ciò che è un bene per l’altro, che è di per sé un valore. Per contro, quello non autentico si orienta verso un bene apparente, falso nei principi, nelle manifestazioni, nella sua realizzazione. L’amore puramente affettivo si caratterizza attraverso una idealizzazione del proprio oggetto; si ama l’idea e non l’essere reale con le sue virtù, i suoi difetti, le sue mancanze, pur non approvandole.
Si può “avere” l’amore? Se così fosse, dovrebbe necessariamente essere una cosa; in realtà esiste solo l’atto di amare, che è un’attività produttiva volta a conoscere, rispondere, accettare. Significa portare alla vita, aumentare l’attività dell’altro; è un processo di rinnovamento. Il soggetto usa l’oggetto, si serve di esso come un mezzo per ottenere un fine al quale tende; l’uomo si serve del mondo creato, delle sue ricchezze per raggiungere dei fini che solo lui è in grado di comprendere e di determinare. Qualora l’amore sia vissuto secondo la modalità dell’avere, esso implica limitazione, prigionia di ciò che si ama. Si riduce ad una soffocazione, ad uno schiacciamento, ma non è un atto vitale. Spesso si abusa del termine, volto a nascondere la capacità di amare. E’ chiaro, dunque, che l’amore riguarda l’essere nella sua interezza, comprendente la dimensione biologica e insieme spirituale. Il comandamento di Dio “Ama il prossimo tuo come te stesso” si colloca su un piano diverso dal principio utilitaristico, in quanto ci parla dell’amore verso gli altri e non indica il piacere come il valore più alto, la base dell’azione e della regolamentazione delle attività umane. Nelle relazioni quotidiane abbiamo, dunque, il diritto di trattare gli altri come mezzo per raggiungere i nostri scopi? Nei rapporti sessuali la donna è un mezzo di cui l’uomo si serve per i suoi materiali interessi e viceversa? Colui che per primo ci amò ci dirige verso certi fini, ce li fa conoscere affinché possiamo farli nostri; sta a noi ascoltare e scegliere.