IL MALE E IL NEMICO DELLA CHIESA
Basterebbe contare le volte che Benedetto XVI l’ha citata per capire che la parabola della zizzania è tornata ad essere, nella Chiesa, un testo di grande attualità. Già il 7 marzo 2000, in occasione della presentazione del documento "Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato", il card. Ratzinger spiegò che grazie alla parabola la Chiesa riconosce il suo continuo bisogno di purificazione..


CHIESA E NARRAZIONE

IL MALE E IL NEMICO DELLA CHIESA
La parabola della zizzania
nei primi secoli cristiani


di FEDERICO FATTI


Basterebbe contare le volte che Papa Benedetto XVI l’ha citata per capire che la parabola della zizzania è tornata ad essere, nella Chiesa, un testo di straordinaria attualità. Già il 7 marzo 2000, in occasione della presentazione del Documento: Memoria e riconciliazione: la Chiesa e le colpe del passato, tenutasi presso la Sala Stampa della Santa Sede, l’allora Prefetto della Congregazione della Dottrina per la Fede e Presidente della Commissione Teologica Internazionale, Cardinale Joseph Ratzinger, dichiarava che grazie alla parabola la Chiesa riconosce il suo continuo bisogno di purificazione, difendendosi «contro la pretesa di una Chiesa solo santa»: perché «[l]a Chiesa del Signore, che è venuto a cercare i peccatori e ha mangiato alla tavola dei peccatori volutamente, non può essere una Chiesa fuori della realtà del peccato, ma è la Chiesa nella quale vi sono zizzania e grano»1. Lo stesso concetto è stato solennemente ribadito durante la Via Crucis del Venerdì Santo 2005: «Signore … nel tuo campo di grano vediamo più zizzania che grano», recitava la Preghiera della Nona Stazione. Le parole erano del Cardinale Ratzinger, resposabile delle meditazioni, e di lì a poco successore di Giovanni Paolo II2. Toni analoghi il nuovo Pontefice ha usato a appena tre mesi dall’elezione. Nel Luglio 2005, in vacanza ad Aosta, raccontando al vescovo e ai preti della diocesi, nella piccola chiesa di Introd, del gran numero di vocazioni africane, ha osservato che «anche questa gioia porta con sé una certa amarezza, perché una parte almeno viene nella speranza di una promozione sociale». «Quindi – ha avvertito – zizzania e grano vanno insieme in questa bella crescita delle vocazioni e i vescovi devono essere molto attenti nel discernimento e non essere semplicemente contenti di avere molti sacerdoti futuri, ma vedere quali sono realmente le vere vocazioni, discernere tra zizzania e buon grano»3. Nell’Omelia pronunciata sabato 20 agosto 2005, in presenza di 800 cardinali e vescovi, a Colonia, in occasione della 20ª Giornata Mondiale della Gioventù, mutando lievemente prospettiva Benedetto XVI ha dichiarato invece «consolante il fatto che esista la zizzania nella Chiesa. Così, con tutti i nostri difetti possiamo tuttavia sperare di trovarci ancora nella sequela di Gesù, che ha chiamato proprio i peccatori»4. Citandola tanto volentieri, il Papa ha ridato vigore ad un testo che possiede un innegabile fascino, per le sue implicazioni tanto spirituali che politiche. La parabola della zizzania solleva infatti il problema del male, nel mondo e nella Chiesa. Nel contempo essa solleva anche il problema del nemico, e in particolar modo del nemico di fede: un tema la cui scottante attualità non è nemmeno il caso di notare.

Un testo difficile

Singolarmente, un testo così denso di implicazioni non è stato fatto oggetto di studi scientifici sino in tempi recentissimi. Solo nel 2005 la rivista Cristianesimo nella Storia ha tentato di colmare questa lacuna dedicando al tema un numero monografico, che traccia un profilo della storia dell’esegesi della parabola dalle origini fino al Novecento, in coincidenza col rinnovato interesse da essa riscosso nella Chiesa contemporanea5. Il risultato di tale dibattito è, a prima vista, sorprendente. Nei riguardi del testo evangelico, l’antichità cristiana non è stata infatti molto più prodiga di attenzioni della ricerca moderna: rari i commenti di una qualche estensione e rilevanza, non frequenti e invariabilmente fuggevoli le allusioni. Questa situazione, tuttavia, dipende da una serie di fattori che poco hanno a che vedere con l’importanza riconosciuta in antico alla parabola. C’è anzitutto un fattore materiale. La perdita di numerosi e importanti Commenti a Matteo – o, nei casi migliori, la sopravvivenza di tali Commenti allo stato parziale o frammentario –, oltre ad essere dolorosa di per sé, dà un’immagine distorta del grado di interesse suscitato dal testo nell’antichità, che potrebbe essere stato di gran lunga maggiore di quanto non sembri6.
In secondo luogo, c’è il fatto non trascurabile che la parabola è tra le poche ad essere spiegata da Gesù. Matteo, l’unico a tramandarla, se si eccettua un logion del Vangelo di Tommaso copto, che ne fornisce una redazione abbreviata – si discute se e in che misura dipendente dal testo matteano ovvero da una tradizione comune, ma che di questa tradizione conferma comunque l’alta antichità7 –, la riporta, infatti, corredata da una spiegazione attribuita al Maestro in persona (Mt 13, 24-30: parabola; 36-43: spiegazione). Gli studiosi tendono a credere che tale spiegazione risalga in realtà all’evangelista e/o alla comunità di cui quegli era portavoce e alla quale si rivolgeva8. Non era questo, però, che credevano quanti prendevano Matteo come un documento ispirato e perciò unitario dal punto di vista compositivo, per i quali racconto e spiegazione erano l’uno e l’altra parola di Gesù: una circostanza sufficiente a scoraggiare in partenza ulteriori esercizi esegetici. «[La parabola] – osservava Agostino – non ha bisogno di interpretazione. Il Signore stesso infatti l’ha interpretata, dando uno spiegazione che nessuno può contraddire»9. C’è, infine, una terza ragione, che è forse la più importante: la difficoltà della parabola. Dopo quanto si è appena detto, è, questo, un punto che può apparire paradossale. Come può essere difficile un racconto di cui possediamo l’interpretazione dell’autore? Eppure, come si vedrà, l’esatto significato della parabola della zizzania è tutt’altro che semplice da afferrare. Le questioni che essa suscita sono delle più delicate, e non sempre possono essere risolte alla luce del criterio dei diversi livelli di senso della Scrittura – del quale, per la verità, sono assai pochi, in questo caso, a servirsi. Il male seminato sotto forma di zizzania dal «nemico» nel «campo» dell’«uomo che semina il buon seme», per esempio, è genetico o accidentale? È cioè tale per natura – e perciò irredimibile – oppure tale per effetto di accidenti più o meno casuali – e perciò suscettibile di redenzione? Come ci si deve comportare dinanzi ad esso: bisogna toglierlo di mezzo subito oppure no? E a chi spetta farlo? Domande complicate, dinanzi alle quali è comprensibile che molti esegeti abbiano esitato, preferendo sospendere il giudizio. Chi siffatte domande se le è poste, però, quali risposte si è dato?

La parabola della zizzania da Matteo ad Agostino

Non è mia intenzione fornire qui un panorama esaustivo dell’esegesi della parabola nei primi secoli cristiani10. Piuttosto, accennerò ad una sola delle linee interpretative che emergono nel periodo indicato, quella cui sembra ispirarsi l’attuale Pontefice, avvertendo che non necessariamente essa ne esclude di diverse, potendo invece coesistere con queste in un medesimo interprete: la definiremo ecclesiologica o politica, in quanto concerne la Chiesa e il suo essere nel mondo. Ai fini dell’elaborazione di tale linea esegetica – come del resto delle altre – determinante è il significato attribuito alla parola «campo».

Il campo è il mondo. La zizzania nella Chiesa. «Il regno dei cieli si può paragonare a un uomo che ha seminato del buon seme nel suo campo. Ma mentre tutti dormivano venne il suo nemico, seminò zizzania in mezzo al grano e se ne andò» (Mt 13, 24-25). Gesù non era nuovo a parlare per immagini tratte dalla vita rurale. Ai discepoli, però, quelle usate stavolta era sembrate alquanto oscure: «Spiegaci la parabola della zizzania nel campo» (Mt 13, 36), gli avevano chiesto. Il Maestro non si era fatto pregare: «Il campo è il mondo», aveva detto. «Il seme buono sono i figli del regno, la zizzania sono i figli del maligno, e il nemico che l’ha seminata è il diavolo» (Mt 13, 38-39). Le deduzioni cui questa spiegazione dava adito non lasciavano molti spazi al dubbio. Era in atto uno scontro, tra due schieramenti radicalmente opposti. E questo scontro si svolgeva su un campo ben determinato: il mondo, vale a dire la storia. Ma la storia di chi, esattamente: dell’umanità intera o più specificamente della Chiesa? Questo Gesù non l’aveva chiarito. Quasi tutti, nel cristianesimo delle origini, hanno inteso però che il campo fosse la Chiesa. La battaglia tra i figli del regno e i figli del maligno si combatteva dunque all’interno della comunità dei credenti. Era qui che, insieme al grano, allignava la zizzania. Ma chi, nella Chiesa, era da considerarsi seme del diavolo? E che cosa si doveva farne?

La zizzania sono i peccatori. Che il confronto si tenesse nel campo della Chiesa pare sia stata convinzione già del redattore evangelico, vero autore, secondo alcuni, della spiegazione di Gesù (Mt 13, 36-43). Costoro, infatti, hanno visto in questa spiegazione la risposta che la comunità matteana avrebbe dato a certi rigoristi i quali reclamavano l’estirpazione di quei fedeli che, a causa del loro comportamento, non potevano dirsi veri seguaci di Cristo, e che gli intransigenti identificavano con la zizzania del campo. Evidentemente, agli occhi di critici siffatti, la parabola autorizzava l’intolleranza religiosa in senso alla Chiesa, a dispetto del fatto che – il Vangelo di Tommaso lo conferma – essa precisasse che l’eradicazione del seme cattivo dovesse avvenire non qui e subito, ma «al momento della mietitura», vale a dire in un tempo prestabilito – sconosciuto ai «servi» del «padrone di casa» vittima della cattiva semina diabolica11. Agli oppositori di Matteo, però, tale precisazione non bastava; né bastava l’altra, riportata dall’evangelista, per cui la mietitura sarebbe toccata ad incaricati speciali – «i mietitori» –, diversi dai «servi». Di qui i chiarimenti di Gesù, la cui autorità doveva mettere a tacere le rivendicazioni dei radicali. La Chiesa – su questo Matteo concordava coi suoi critici – ha in sé membri indegni, i quali “ascoltano le parole di Gesù ma non le mettono in pratica”, e sperano che basti dire “Signore, Signore” per entrare nel regno dei cieli (vd. Mt. 7, 21-23). Sono questi peccatori, l’evangelista non ha dubbi a riguardo, la zizzania del campo. Diverge però sul destino da riservare a costoro, che egli proietta alla «consumazione dell’eone» – vale a dire alla fine del mondo, quando è attesa la parusia, il ritorno del Messia –, e affida ad esecutori che non hanno niente di umano:

«La mietitura rappresenta la fine del mondo, e i mietitori sono gli angeli. Come dunque si raccoglie la zizzania e si brucia nel fuoco, così avverrà alla fine del mondo. Il Figlio dell’uomo manderà i suoi angeli, i quali raccoglieranno dal suo regno tutti gli scandali e tutti gli operatori di iniquità e li getteranno nella fornace ardente dove sarà pianto e stridore di denti» (Mt 13, 39-43).

Già al tempo di Matteo, dunque, la parabola suscitava contrasti interpretativi, dando voce alle tensioni sorte precocemente, in seno alle prime comunità, tra rigoristi, che pretendevano sin d’ora un campo pulito dall’erbaccia dei peccatori, e non rigoristi, convinti che tale pulizia dovesse essere rinviata ad un tempo diverso da quello presente e toccasse a incaricati più competenti12. Che questa fosse una delle possibili conseguenze di un testo “difficile” è provato da quanto accadde qualche tempo dopo nella Chiesa di Roma. Qui, nei primi anni Venti del III secolo, si pose il problema di cosa fare dei fedeli macchiatisi di colpe disciplinari. In particolare, di colpe che riguardavano la morale. In tempi in cui il battesimo era considerato l’unica occasione di remissione dei peccati, il problema era serio. Ben presto, in seno alla comunità cristiana della capitale imperiale si formò – di nuovo – un partito rigorista, il quale propugnava l’espulsione dei peccatori e contestava fieramente quanti invece si dicevano per una disciplina penitenziale lassista, che desse spazio al recupero. Come in passato, la parabola della zizzania tornò a nutrire il conflitto fra le due opposte fazioni. Stavolta, però, lo veniamo a sapere dalla voce dei radicali, rappresentata dall’autore della Confutazione di tutte le eresie (Èlenchos), che dobbiamo identificare, forse, con Ippolito romano, presbitero, martire, rivale e fiero oppositore di papa Callisto (218-222 d.C.). Lo Pseudo Ippolito, appunto, ci informa che proprio sulla parabola si fondava «l’impostore» Callisto per giustificare evangelicamente una prassi giudicata dai radicali inammissibile.
«L’impostore … per primo ebbe la trovata di autorizzare gli uomini ad abbandonarsi ai piaceri, dicendo che tutti avrebbero ricevuto da lui il perdono dei peccati. Approfittarono di questa norma molti che avevano la coscienza corrotta e che erano stati respinti da diversi gruppi; anche alcuni che da noi erano stati condannati andarono a ingrossare la sua scuola. Quegli stabilì che non si dovesse deporre un vescovo che avesse commesso peccato, sia pure mortale. Sotto di lui cominciarono ad essere ammessi al clero vescovi, presbiteri e diaconi sposati anche due o tre volte. E se uno, mentre era già membro del clero, si sposava, gli permetteva di restare, come se non avesse peccato, sostenendo che a lui si applicava il detto dell’apostolo: “Chi sei tu per giudicare il servo di un altro?” (Rm 14, 4). Ma anche la parabola della zizzania, diceva, era stata detta in riferimento a questo: “Lasciate che la zizzania cresca insieme al grano” (Mt 13, 30), cioè lasciate che i peccatori restino nella Chiesa. Affermava ancora che l’arca di Noè era stata fatta come figura della Chiesa; in essa vi erano cani, lupi, corvi e ogni specie di esseri impuri, e sosteneva che così deve essere nella Chiesa»13.
Le cose si ripeterono circa vent’anni più tardi, nel 250-1, quando la persecuzione di Decio seminò lo scompiglio tra i cristiani dell’impero, provocando numerosi tradimenti. Si pose allora, a persecuzione finita, la questione della riammissione di “coloro che erano scivolati”, i cosiddetti lapsi, e i fedeli, ancora, si divisero tra rigoristi e no. A Roma, «fu Novaziano a raccogliere il testimone dell’intransigenza dell’autore dell’Èlenchos, opponendosi alla linea indulgente del vescovo Cornelio .. . [F]u però Cipriano, vescovo di Cartagine … ad assumere in proprio la tenace opposizione al rigorismo di Novaziano, in nome di una scelta pastorale che associava a una dura e sincera penitenza la prospettiva di non essere definitivamente esclusi dalla comunione ecclesiale. È in quest’ambito che ritroviamo – questa volta direttamente dalle fila dei non intransigenti – la lettura della nostra parabola già applicata da Callisto»14. «Anche se è evidente nella Chiesa la presenza della zizzania, la nostra fede e la nostra carità non devono tuttavia essere intralciate, sì che abbandoniamo la Chiesa perché vediamo che in essa c’è zizzania: dobbiamo invece soltanto adoprarci per poter essere frumento, in modo da cogliere il frutto in rapporto alla nostra operosa fatica, quando il frumento sarà posto nel granaio del Signore. L’apostolo dice in una sua lettera: “In una grande casa non vi sono soltanto vasi d’oro e d’argento, ma anche di legno e d’argilla, gli uni a uso d’onore, gli altri a uso vile” (2Tim 2,20): noi adopriamoci il più possibile per essere un vaso d’oro e d’argento. Ma solo il Signore, al quale è stata data la verga di ferro, può spezzare i vasi d’argilla (cf. Sal. 2,9; Ap. 2,27): il servo non può essere superiore al suo signore (cf. Mt 10,24) né alcuno può arrogarsi ciò che il Padre ha concesso solo al Figlio (cf. Gv 5,22), tanto da ritenere di poter ormai prendere il ventilabro per separare la pula e nettare l’aia (cf. Mt 3,12), o separare sulla base del giudizio umano tutta la zizzania dal frumento (cf. Mt 13, 28-30): questa è ostinazione superba e presunzione sacrilega derivanti da malvagia follia. Alcuni si arrogano più di quanto non chieda la indulgente giustizia e, comportandosi così, vanno perduti fuori della Chiesa; si esaltano smoderatamente e perdono la luce della verità, accecati dalla loro stessa superbia. Perciò noi, seguendo la moderazione, fissando lo sguardo sulla bilancia del Signore e pensando all’amore misericordioso di Dio Padre, abbiamo ponderato il da fasi con il conveniente equilibrio, esaminando fra di noi a lungo e attentamente la situazione»15.
Non diversamente da quanto accadeva all’epoca di Matteo, anche adesso la parabola della zizzania era contesa da interpreti che si facevano portavoce di linee disciplinari opposte, gli uni e gli altri nella convinzione che essa giustificasse la (diversa) posizione rappresentata. A dire il vero, nessuna fonte prova che i radicali ricorressero al racconto evangelico per giustificare le proprie convinzioni. A noi resta soltanto l’interpretazione data dai loro contraddittori (Matteo, Callisto, Cipriano), i quali – di questo soltanto siamo certi – quel racconto opponevano agli altri per provare che la tolleranza era l’unica condotta autorizzata da Gesù. Del fatto che gli intransigenti non si limitassero a subire la parabola, ma anzi vi scorgessero elementi capaci di dar ragione alla linea dura che propugnavano qualche traccia è però rimasta. Per esempio, in Origene. Commentando, nel 249-250, Giosuè 15, 63 («Quanto ai Gebusei che abitavano in Gerusalemme, i figli di Giuda non riuscirono a scacciarli; così i Gebusei abitano a Gerusalemme insieme con i figli di Giuda fino a oggi»), egli invitava a leggere queste parole alla luce di Mt 13, 29-30 («Lasciate crescere l’una e l’altro, per timore che, volendo sradicare la zizzania, assieme ad essa non sradichiate anche il grano»), e osservava:

«Come, dunque, nel vangelo si permette che la zizzania cresca assieme al grano, allo stesso modo anche qui in Gerusalemme, cioè nella chiesa, vi sono dei Gebusei, e sono coloro che conducono una vita ignobile e degenere e che sono pervertiti sia nella fede sia nelle opere sia in ogni relazione. Non è possibile, infatti, fintanto che la chiesa si trova sulla terra, purificarla così perfettamente che non rimanga in lei neppure un empio o un peccatore e che in essa tutti siano santi e beati, senza la minima traccia di peccato. Piuttosto, come della zizzania si dice: “Per timore che, volendo sradicarla, assieme ad essa non sradichiate anche il grano”, così lo stesso si può dire di coloro nei quali vi siano dei peccati dubbi o nascosti».

A prima vista, questo ragionamento evoca quelli analoghi di Callisto e di Cipriano. Ma la somiglianza è solo apparente. Perché l’Alessandrino ammette sì la tolleranza, fintanto però che «il peccato non è evidente». È solo quando il peccato non è evidente che noi «non possiamo scacciare nessuno dalla chiesa, per timore che, sradicando la zizzania, non sradichiamo anche il grano». Figura, appunto, dei peccatori nascosti nella chiesa e di cui la chiesa non ha certezza, sono, per l’esegeta, quei Gebusei che, come dice il loro nome, “schiacciano sotto i piedi” i figli di Giuda – i veri cristiani, schiacciati nella loro credibilità pubblica dai comportamenti indegni tenuti dagli altri. Questi peccatori invisibili, e questi soltanto, sono la zizzania che deve essere lasciata crescere, perché la vera natura di costoro sfugge agli onesti credenti. Ma la tolleranza finisce qui.

«Non vogliamo certo dire – precisa infatti Origene – che non devono essere cacciati dalla chiesa coloro che sono palesemente e clamorosamente peccatori! … Piuttosto, abbiate un’attenzione assoluta e una grandissima cautela affinché non si introduca nella vostra santa assemblea qualcuno che sia contaminato, in modo che nessun Gebuseo abiti con voi. Vedete, infatti, come la Scrittura dica che i figli di Giuda non poterono scacciare da Gerusalemme i Gebusei. Ora, Gebuseo significa “schiacciare sotto i piedi”. Se dunque non possiamo scacciare coloro che ci schiacciano sotto i piedi, scacciamo almeno quelli che possiamo, quelli i cui peccati sono evidenti»16.

Dal momento che egli raccomanda la cautela nel discernimento e nella condanna degli elementi degeneri, la posizione di Origene non può essere definita a tutti gli effetti rigorista. Siamo però anche lontani sia dal lassismo – o presunto tale – di Callisto che dalla condiscendenza di Cipriano. «In realtà Origene riesce … a ribaltare l’indicazione della parabola, perché la riserva contro lo sradicamento viene depotenziata e ridotta a mossa tattica e prudenziale, in relazione ai peccati «dubbi o nascosti» per i quali non siamo in grado di valutare con certezza; ma per il peccato patente non v’è questione: questa zizzania va, possibilmente, sradicata, e subito, dalla chiesa»17. Questa soluzione intermedia, che tenta di contemperare tolleranza e intolleranza, prova, credo, che la parabola non rimase, nella Chiesa antica, appannaggio dei non radicali, continuando invece a riflettere un mai sopito dissenso tra istanze disciplinari e spirituali di segno molto diverso.

La zizzania sono gli eretici. Tale dissenso si manifesta in forme assai più evidenti quando la zizzania evangelica cessa di essere identificata con cristiani indegni sotto l’aspetto morale per assumere le fattezze di cristiani degeneri dal punto di vista dottrinale, vale a dire di eretici18. Rispetto alla precedente, tale interpretazione emerge piuttosto tardi. Se si eccettua un cenno di Atenagora (res. mort. 11, 5), per la prima volta la si trova, a quanto pare, in Tertulliano. Questi la svolge a partire dalla constatazione che la zizzania, altrimenti detta loglio (lolium), è frutto di una seconda semina e in quanto tale è spuria, sulla base del principio per cui ciò che viene prima è autentico mentre ciò che viene dopo è contraffazione.

«[Tratterò] del fatto che la verità viene prima e la menzogna interviene in un secondo momento, servendomi anche dell’ausilio di quella parabola che ha raffigurato dapprima il buon seme seminato dal Signore, mentre introduce successivamente, per mano del nemico, il diavolo, l’adulterazione rappresentata dalla sterile erba del loglio. La parabola si applica con proprietà a rappresentare la differenza fra le dottrine, dal momento che anche altrove la parola di Dio è paragonata a un seme, cosicché l’ordine degli avvenimenti mostra chiaramente che viene dal Signore ed è autentico quello che è stato tramandato per primo, mentre è estraneo e falso ciò che è introdotto successivamente. Il principio resta valido per qualsivoglia successiva eresia, che deve essere consapevole di non poter rivendicare per sé la verità con convinzione alcuna»19.

Così leggiamo nel De praescriptione haereticorum (200 ca), ove però Tertulliano non si pronuncia sull’atteggiamento da tenere nei confronti di quella zizzania che ha tanto precisamente decritta. Egli lo fa una decina d’anni più tardi, nel Contro Prassea, ma in modo alquanto ambiguo. L’opera prende di mira un predicatore monarchiano, particolarmente odioso al suo contraddittore perché, giunto a Roma, si era adoperato per far condannare i carismi profetici di Montano, alla cui setta Tertulliano aveva aderito. Lasciata l’Asia, Prassea aveva introdotto dunque nella capitale la dottrina secondo la quale Padre e Figlio sarebbero assolutamente indistinguibili, ragion per cui in Gesù era il Padre stesso ad essersi incarnato e ad aver patito sulla croce.

«La zizzania di Prassea – dice Tertulliano –, aveva lussureggiato, seminata anche qui [a Roma] sopra (il buon grano) [di nuovo il concetto di seconda semina], mentre molti dormivano nella semplicità della dottrina. La zizzania fu poi scoperta da colui che Dio scelse e sembrava completamente sradicata … Ma quella zizzania dell’eresia aveva sparso i suoi semi dappertutto, e così per un certo tempo rimase nascosta, dissimulando la sua subdola vitalità, ed è ora nuovamente fiorente. Ma sarà nuovamente sradicata; se Dio vorrà, in questo mondo, se no, a suo tempo tutto il falso grano sarà raccolto e bruciato, insieme agli altri scandali nel fuoco inestinguibile»20.

Da un uomo come Tertulliano, non facile alla comprensione, ci aspetteremmo naturalmente che per estirpazione egli intenda una riduzione al silenzio dell’avversario, ottenuta con sistemi drastici. Ma il testo non conforta. Invece, sembra proprio che il nostro pensasse ad un’ammissione di colpa, resa dall’imputato in forma ufficiale e seguita da un altrettanto ufficiale pentimento, con conseguente riammissione nella comunità. Parlando della prima eradicazione della zizzania di Prassea, Tertulliano spiega infatti che «il maestro di un tempo aveva rilasciato formali garanzie della sua resipiscenza», sottoscrivendo una apposita dichiarazione dinanzi ad autorità della Chiesa deputate a riceverla. Per sradicamento dell’eresia egli intendeva quindi il recupero dell’eretico. L’interpretazione di Tertulliano, di cui è chiara traccia anche in Clemente Alessandrino21, prevale nel IV secolo. La ragione è molto semplice. Il IV secolo è il secolo della svolta costantiniana. Il cristianesimo diventa la religione dell’imperatore, e la diverse comunità cristiane sparse per l’impero corrono a conquistarsi il favore della corte: il fatto che la controversia ariana, la prima grande crisi politico-dottrinale che affligge il mondo tardo antico, coincida con l’impero di Costantino non è una pura casualità. Questa decisiva circostanza storica ingenera un clima di competizione e di ostilità crescente tra Chiese rivali, e la parabola della zizzania appare la più adatta a legittimare il reciproco sospetto.

«[La zizzania] si presenta simile al grano, ma chiunque l’assapori con discernimento ne smaschera la natura … Molti sono i lupi che si aggirano in veste di agnelli [cf. Mt 7, 15] … traendo in inganno i semplici … . È quindi necessario che con la grazia di Dio stiamo con la mente vigile e con gli occhi aperti per nutrirci di frumento e non di zizzania, per non cadere vittime della mancanza di discernimento che ci fa prendere il lupo per agnello diventando sua preda … Perciò la Chiesa vi mette in guardia, e a questo tendono sia le presenti istruzioni che le sacre letture»22.

Essere cristiano significa, adesso come non mai, vivere in uno stato di allerta continua. Soprattutto perché il nemico, sempre in agguato, è in grado di nascondere la sua vera identità, camuffandosi da amico. Era appunto tale qualità mimetica, tipica della zizzania – in tutto simile al frumento, tranne che per i grani nerastri che essa produce –, ad aver indotto Gesù a scegliere proprio questa pianta, e non un’altra, per la sua parabola.

«Qui [Gesù] parla delle conventicole degli eretici … Questa parabola dice che [i suoi discepoli] hanno accolto pure i corruttori. Anche questo fa parte del metodo del diavolo: accostare sempre alla verità l’inganno colorandolo con tinte molto simili, in modo da ingannare facilmente coloro che sono facilmente ingannabili. Perciò non parla di un seme qualunque ma di zizzania, che è, a vedersi, qualcosa di simile al grano»23.

Se tutti, adesso, raccomandano vigilanza, allo scopo di non prendere la zizzania per grano buono, buscandosi un’intossicazione alimentare24, diverse sono però le proposte circa la condotta da tenere dinanzi al pericolo di contagio cui sono esposte le comunità invase dall’erba cattiva. Alcuni invitano caldamente i credenti a non venire a patti con il nemico a nessun costo, appellandosi all’evidenza della spiegazione di Gesù. Gesù non aveva forse descritto un mondo implacabilmente diviso tra grano e zizzania, tra «figli del regno» e «figli del Maligno»? Se egli aveva vietato di sradicare subito l’erba del diavolo, era solo per evitare che, setacciato da operai non abbastanza esperti, per errore il seme buono andasse perduto o quello cattivo fosse lasciato in vita. Ma la reciproca estraneità genetica dei due semi era fuori questione, e con essa l’obbligo di non avere riguardo per l’avversario, se era vero che «ogni pianta che non è stata piantata dal Padre mio celeste sarà sradicata» (Mt 15, 13). Di questa idea si disse, nel 378, Basilio di Cesarea.

«Quello che si chiama loglio e tutte le altri sementi spurie mescolate alle piante mangerecce, che la Scrittura normalmente chiama zizzania, non nascono dall’alterazione del frumento, ma provengono da una causa loro propria e costituiscono una specie a parte. Esse rendono l’immagine di coloro che alterano i precetti del Signore, privi di autentica istruzione sulla Parola, guastati invece alla scuola del Male e mescolati al corpo sano della Chiesa per istillare furtivamente nei più semplici le loro dottrine nocive»25.

Secondo Basilio gli eretici – nel suo caso, gli ariani anomei – non potevano in nessun modo essere considerati cristiani genuini la cui sana costituzione aveva subito un’alterazione – deleteria ma in quanto tale reversibile. Essi erano invece una «specie a parte», frutto di una «causa loro propria». Cosa si dovesse fare di piante siffatte, lo spiegò l’anno dopo il fratello di Basilio, Gregorio Nisseno, commentando un luogo dell’Ecclesiaste.

«Analogo significato ha anche quel che segue: “Tempo di piantare e tempo di sradicare ciò ch’è stato piantato” [Eccl. 3, 2] … La cattiva fede di alcuni che attualmente domina [= la fede degli ariani] non proviene dalla piantagione del Padre, ma da colui che semina la zizzania e pianta tralci sodomitici nella vigna del Signore. Quello dunque che ci è stato insegnato nel Vangelo dalla voce del Signore, questo stesso ora ci viene insegnato velatamente dall’Ecclesiaste: che cioè è lo stesso il tempo di accogliere la pianta salutare della fede e di sradicare la zizzania della mancanza di fede» 26.

Basilio e Gregorio parlavano in una circostanza politica assai delicata, quando, morto l’imperatore ariano Valente († 378), ariani e niceni si preparavano a ingraziarsi le simpatie del successore di Valente, Teodosio. In un contesto del genere, la parabola poteva suggerire le parole giuste per accendere gli animi ad uno scontro che si prevedeva decisivo per il futuro della parti in lizza, predisponendo i fedeli a serrare i ranghi al fianco delle proprie guide. Non tutti, però, nel corso del IV secolo, pensarono che tale strategia politico-esegetica fosse necessariamente la migliore. Di diverso avviso fu, per esempio, Giovanni Crisostomo, il quale nel 390 ebbe la possibilità di commentare la parabola in modo dettagliato, nel quadro della serie omiletica dedicata a Matteo – «il più antico commento completo che il periodo patristico ci abbia trasmesso sul primo vangelo»27. Giovanni parlava in una città, Antiochia, profondamente divisa, nella quale si fronteggiavano almeno quattro comunità cristiane rivali: due ortodosse – quella guidata dal vescovo Flaviano e l’altra raccolta intorno al vescovo ultraniceno Evagrio –, una ariana ed una apollinarista28. Tuttavia egli non credeva nello scontro diretto. A suo giudizio, questa soluzione comportava infatti due rischi: quello di coinvolgere i fedeli in una guerra che poteva lasciarli sul campo e, soprattutto, quello di impedire agli avversari di rinsavire, trasformandosi da zizzania in grano buono.

«Che significa: “perché non accada che con essa sradichiate anche il grano”? Vuol dire o che, se avete intenzione di impugnare le armi e di trucidare gli eretici, necessariamente rimangono coinvolti anche molti santi, oppure che è probabile che molti si trasformino da zizzania che erano e diventino grano. Se dunque li sradicate prima del tempo, rovinate chi potrebbe diventare grano, eliminando coloro che è possibile che cambino e diventino migliori. Non vieta perciò di tenere a freno gli eretici, di chiudere loro la bocca, di togliere ad essi la facoltà di parlare, di sciogliere le loro assemblee e di rompere accordi con essi, ma di eliminarli e di ucciderli»29.

Come si vede, nemmeno il Crisostomo era per una politica lassista. La parabola, secondo lui, «non vietava», dunque permetteva, di ricorrere a misure restrittive decise, allo scopo di mettere gli eretici in condizioni di non nuocere. Tuttavia, non si doveva andare oltre, fino al punto di ucciderli, lasciando aperta, così, la possibilità del recupero. Perché, dalla sua prospettiva, la condizione dell’eretico non era genetica, ma accidentale. Costui, infatti – contrariamente a quanto sosteneva Basilio –, era il risultato di un processo di trasformazione, che poteva essere utilmente invertito. Rispetto a quella dei rigoristi, tale interpretazione comportava un’operazione politica ed ermeutica molto più complessa. Uomini come Basilio, infatti, non dovevano faticare molto per dimostrare che la parabola della zizzania fosse un’esortazione all’intransigenza nei confronti degli avversari. «Dal momento che la storia evangelica prospettava due alternative inconciliabili, in circostanze in cui la linea della durezza sembrava la più fruttuosa a costoro bastò sottolineare l’innata inimicizia degli opposti, invitando i fedeli a fermarsi alle prime righe della spiegazione di Gesù». Siffatta lettura a maggior ragione aveva speranza di incontrare il plauso dell’opinione pubblica in quanto la parabola stessa, «ispirata alle abitudini di una società eminentemente agricola, faceva leva su un malcostume reale, fatto apposta per rovinare i rapporti di buon vicinato», e tale da lasciar pochi dubbi sul fatto che la zizzania fosse un seme meritevole solo di distruzione30. Quanti intendevano dimostrare il contrario, perciò, si trovavano innanzi un muro di diffidenza difficilmente penetrabile, la cui erezione l’esperienza stessa provava ben motivata. Contro questa esperienza e contro la retorica degli intransigenti che ad essa faceva appello, qualcuno poteva forse sperare di far valere la diffusa credenza secondo cui il frumento, in determinate condizioni climatiche, potesse davvero tramutarsi in zizzania. Sfortunatamente, però, non si trattava di altro che di una leggenda, della quale la scienza erboristica antica non era affatto sicura, e che, ad ogni modo, predicatori zelanti come Basilio si promurarono di sconfessare, chiudendo in tal modo ogni spazio al dialogo31. Come già per Matteo, per coloro che credevano nella possibilità del recupero dei “caduti” non restava dunque che confidare in una lettura integrale delle parole di Gesù. Contrariamente a quanto comunemente ritenuto, «[i]l fatto che il Maestro avesse vietato ai suoi seguaci di sradicare subito l’erba del diavolo, rimandando la cosa al secolo finale, doveva far credere che la natura cattiva della zizzania non fosse una condizione prestabilita e irreversibile: diversamente da ciò che sostenevano altri, tra gli opposti continuava ad esistesse nonostante tutto «una sottotrama comune», sulla quale si poteva utilmente lavorare per ricucire ciò che sembrava irrimediabilmente strappato. Tale esegesi era una scommessa politica: in caso di successo, coloro che la sostenevano sarebbero infatti riusciti a disinnescare uno degli argomenti più esplosivi a disposizione della retorica del conflitto religioso»32. Su questa linea, pur con qualche esitazione, si pose Agostino, col quale concludo questa breve rassegna. Nel vescovo di Ippona la parabola ricorre con «ossessiva frequenza (si registrano più di quattrocento occorrenze del termine!)», soprattutto in funzione antidonatista e antimanichea. Nelle Quaestiones in Matthaeum, opera anteriore al 400, ne possediamo però un’interpretazione dettagliata e coerente – un po’ come avviene nel caso del Crisostomo –, che ci consente di seguire con chiarezza il ragionamento esegetico altrove soltanto intuibile33. Agostino non nega che la tentazione di ripulire il campo della Chiesa dalle dissidenze eretiche (come pure dagli scandali morali) sia in parte scusabile, in quanto dettata da un comprensibile zelo religioso. Egli rammenta però il divieto evangelico di sradicare l’erba cattiva prima del tempo, spiegandolo alla luce della possibilità data in questo modo ai colpevoli di rinsavire, tornando ad essere grano.

«Molti in un primo tempo sono zizzania e solo più tardi diventano buon grano. Ora, se costoro quando sono cattivi non li si tollerasse con pazienza, non giungerebbero al cambiamento in meglio che elogiamo. Se fossero stati strappati prima, si sarebbe sradicato anche il buon grano: ciò infatti essi sarebbero diventati se non fossero stati recisi»34.

La parola d’ordine, dunque, è, ancora una volta, tolleranza: «Separare ea non potes, tolerare tibi necesse est»35. Siffatta tolleranza, beninteso, non deve sconfinare nell’accettazione passiva dell’errore dottrinale o del peccato, i quali, quando manifesti, vanno senz’altro puniti. Non, tuttavia, allo scopo di «annientare l’errante, ma [di] correggere l’errore».

«Non si punisce per sradicare, ma per correggere … Quando il delitto di uno è noto e appare a tutti esecrabile … il rigore della disciplina non deve dormire. Ma, in questo caso, la correzione della malvagità sarà tanto più efficace, quanto più premurosa sarà la salvaguardia della carità … [Il peccatore] lo si corregge salvando la pace e lo si colpisce senza ucciderlo, ma lo si brucia con una medicina per guarirlo»36.

«Agostino combatte … due opposti errori ecclesiologici: da una parte la tolleranza fiacca, sempre ispirata da un’equivoca «humana miseratio» (DeFideOper 1,2), che arriva a deformare i precetti divini, ad accogliere indiscriminatamente i peccatori, senza chiedere loro un’effettiva conversione … ; dall’altra un rigorismo intollerante (esemplato dall’errore donatista), che pretende superbamente di essere capaci di costituire una comunità storicamente del tutto pura e santa, dalla quale ogni male viene (troppo!) umanamente sradicato. La via dialettica agostiniana, biblicamente fondata, è quella di una tolleranza rigorosa [di «misericors severitas» egli parla in DeFideOper 3,3], che non si arroga la libertà e la capacità di costituire la comunità pura dei santi .. né rinuncia al dovere della proclamazione della verità salvifica, del rigoroso rispetto della disciplina rivelata, quindi dell’ammonimento, della censura, della condanna»37. Si tratta, tuttavia, di una soluzione compromissoria, esposta ad un duplice rischio: da una parte quello di presentare come inutile ogni sforzo di purificazione della Chiesa, dal momento che la zizzania resta di fatto inseparabile dal grano; dall’altra quello «del fraintendimento integralistico», con la conseguente tentazione di «valutare la spada come strumento della vera fede»38. Tra i due, fu il secondo quello che Agostino preferì correre39. Segno evidente che la parabola continuava ad essere un testo difficile da gestire, capace, anche negli esegeti meglio intenzionati, di scatenare, all’occorrenza, impulsi aggressivi apparentemente dominati.

* Queste pagine riprendono in sintesi alcuni degli spunti emersi in occasione del dibattito tenutosi il 28 febbraio 2006 presso la Libreria Paoline di Perugia, nel quadro delle Conversazioni in libreria organizzate e moderate dal prof. Marco Moschini. Ringrazio il prof. Moschini per l’invito e tutti i presenti per le numerose sollecitazioni, che hanno contribuito non poco a migliorare le mie impressioni sull’argomento.


Note

1 Cf. www.ratzinger.it/modules.php?name=News&file=article&sid=111
Come rilevato nella “Nota Preliminare” del Documento, «Lo studio del tema “La Chiesa e le colpe del passato” è stato proposto alla Commissione Teologica Internazionale da parte del suo Presidente, il Card. J. Ratzinger, in vista della celebrazione del Giubileo dell’anno 2000».
2 Cf. www.vatican.va/news_services/liturgy/2005/via_crucis/it/station_09.html
Queste parole sono state ritenute così importanti da figurare nella biografia del Papa, quale si legge sul sito web della Santa Sede: www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/elezione/biografia_it.html.
3 Il testo del discorso, tenuto a braccio il 25 luglio, e pubblicato su l’Osservatore romano del 27 luglio, è consultabile alll’indirizzo
www.vatican.va/holy_father/benedict_xvi/speeches/2005/july/documents/hf_ben-xvi_spe_20050725_diocesi-aosta_it.html
4 http://212.77.1.245/news_services/bulletin/news/17031.php?index=17031&po_date=20.08.2005&lang=ge
5 Cf. G. Ruggieri (a c. di), La zizzania nella chiesa e nel mondo. Interpretazioni di una parabola, in Cristianesimo nella Storia, 26/1 (2005), pp. 5-348 (contributi di G. Ruggieri, G. Visonà, G. Lettieri, F. Fatti, P. Bettiolo, R. Savigni, M.T. Dolso, P. Bühler, B. Chédozeau, J.-M. Gros, A. Köhn). Vd. inoltre J. Dochhorn, Zizanion / zizania, in Glotta, 80 (2005), pp. 14-22.
6 Si pensi per esempio al Commento a Matteo di Origene, il «massimo esegeta dell’antichità», di cui possediamo i soli libri 10-17 su un totale di 25. Il fatto che quanto di quest’opera ci è rimasto cominci proprio con l’analisi di Mt 13, 36-43 non ci ripaga a sufficienza di quello che è andato perduto. Vd. G. Visonà, La parabola della zizzania nei primi tre secoli, in Ruggieri (a c. di), La zizzania nella chiesa e nel mondo (cit. n. 5), pp. 25-64, partic. pp. 25 (cit.); 57-62; e inoltre F. Fatti, Il seme del diavolo.
La parabola della zizzania e i conflitti politico-dottrinali a Bisanzio (IV-V sec.), in Ruggieri (a c. di), La zizzania nella chiesa e nel mondo (cit. n. 5), pp. 123-172, partic. pp. 132 n. 24; 139 e n. 40.
7 Si tratta di Vangelo di Tommaso 57, su cui Visonà, La parabola della zizzania nei primi tre secoli (cit. n. 6), pp. 26-30.
8 Vd. p.e. J. Gnilka, Il Vangelo di Matteo (Commentario Teologico del Nuovo Testamento, 1), I, Brescia, 1990 (ed. orig. 1986), pp. 709-15; 723-30.
9 Agostino, Ep. Ad Cath. Secta Donat. 19, 51: Non eget interprete … quia, cume egeret interprete, ipse Dominus interpretatus est et ipse exposuit cui nemo contradicere potest.
10 Chi desiderasse approfondire l’argomento, oltre a Ruggieri (a c. di), La zizzania nella chiesa e nel mondo (cit. n. 5), può consultare anche A. Orbe, Parábolas evangélicas en San Ireneo (Biblioteca de Autores Cristianos), I, Madrid 1972, pp. 288-386. Molto materiale interessante si trova inoltre in L. Fonck, Die Parabeln des Herrn im Evangelium, Innsbruck, 1909³, pp. 129-160. 11 Cf. Vangelo di Tommaso 57.
12 Per ragioni di brevità e di chiarezza, semplifico una situazione che certamente era assai più complessa. Probabilmente, sbaglieremmo se pensassimo che Matteo fosse disposto a rimandare indefinitamente la punizione dei membri degeneri della comunità. L’evangelista, infatti, non dice quando verrà quella «consumazione dell’eone» nella quale sostiene che la zizzania verrà bruciata. Noi sappiamo che tra i primi cristiani non mancava chi riteneva che la fine del mondo fosse prossima, addirittura imminente. Intorno al 52, per esempio, questa prospettiva preoccupava seriamente i fedeli di Tessalonica, e Paolo ebbe il suo daffare a convincerli del contrario (2Tess 2, 1-4). Nemmeno per Matteo, però, si trattava di un evento troppo lontano, dal momento che «il regno dei cieli è vicino» (Mt 3, 2; 4, 17; vd. però Mt 24, 36: «Quanto a quel giorno e a quell’ora, nessuno lo sa»). Per un primo orientamento sul tema e sulle opinioni circolanti nelle prime comunità cristiane in merito ai novissimi vd. A. Romeo, Parusia, in Enciclopedia Cattolica, 9 (1952), oll. 875-882.
13 Ps.Ippolito, Confutazione di tutte le eresie IX, 12, 20-23, su cui E. Prinzivalli, Callisto I, in Enciclopedia dei Papi, I, 2000, pp. 237-46, partic. pp. 242-3; Visonà, La parabola della zizzania nei primi tre secoli (cit. n. 6), pp. 48-49. Se non indicato altrimenti, le traduzioni sono quelle riprodotte in Ruggieri (a c. di), La zizzania nella chiesa e nel mondo (cit. n. 5).
14 Visonà, La parabola della zizzania nei primi tre secoli (cit. n. 6), p. 49.
15 Cipriano, ep. 54, 3. Vd. analogamente ep. 55, 25.
16 Origene, Omelie su Giosuè 21, 1.
17 Visonà, La parabola della zizzania nei primi tre secoli (cit. n. 6), p. 62.
18 Sul concetto di eresia resta fondamentale A. Le Boulluec, La notion d’hérésie dans la littérature: grécque: 2.-3. siècles, Paris, 1985.
19 Tertulliano, La prescrizione degli eretici 31, 1-4.
20 Tertulliano, Contro Prassea 1, 6-7.
21 Sebbene con una più complessa problematizzazione: vd. Clemente Alessandrino, Stromati VI, 67, 2; VII, 89, 4.
22 Cirillo di Gerusalemme, Catechesi 4, 1.
23 Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 46, 1. Tale convinzione, che corrisponde a un dato reale, è espressa già da Tertulliano e da Origene (vd. sopra nn. 20 e 16).
24 La tossicità della pianta, dotata di proprietà narcotizzanti capaci di provocare disturbi della vista e dell’equilibrio, non era ignota alla sapienza erboristica e all’esperienza antiche: vd. per. es. Geoponica 2, 43, 1, 2: «La zizzania, detta anche loglio, rovina il grano. Mescolata al pane, procura problemi di vista e vertigini a chi ne mangia»; e inoltre P. Billerbeck-H. Strack, Kommentar zum N.T. aus Talmud und Midrash, I, München, 1926, p. 667. Appunto a tale proprietà essa deve il suo nome scientifico di lolium temulentum: vd. G. Covarelli, Zizzania, in Enciclopedia Agraria Italiana 12, 1985, 1179. È bene precisare, tuttavia, che, nella Chiesa antica, nessun esegeta sembra aver profittato esplicitamente di questa consapevolezza, che dunque dobbiamo immaginare abbia agito al massimo in modo implicito. Lo stesso vale per l’altra convinzione, complementare alla precedente, concernente la sterilità della pianta, vale a dire la sua non edibilità, per cui per es. Virgilio, Georgiche I, 153-154 (interque nitentia culta infelix lolium et steriles dominantur avenae) e Tertulliano (sopra n. 19).
25 Basilio di Cesarea, Omelie sull’Esamerone 5, 5, 3-4.
26 Gregorio Nisseno, Omelie sull’Ecclesiaste 6.
27 J. Quasten, Patrologia, Casale Monferrato, 1983, II, 440.
28 Cf. Fatti, Il seme del diavolo (cit. n. 6), p. 155 e n. 71.
29 Giovanni Crisostomo, Omelie sul Vangelo di Matteo 46, 2.
30 Sul costume antico di spargere zizzania nel campo del vicino vd. Fonck, Die Parabeln des Herrn, p. 134; e inoltre A.J. Kerr, Matthew 13:25. Sowing Zizania among another’s wheat: realistic or artificial, in JThS n.s. 48/1 (1997), 108-109. 31 Vd. per es. Teofrasto, Historia plantarum II, 4, 1; VIII, 7, 1; e soprattutto De causis plantarum II, 16, 2-3: «Il grano diventa loglio, così come il lino. Questa mutazione, se davvero è autentica, pare essere una alterazione causata da una forte umidità (segue infatti una grossa pioggia). Modificata nel suo principio, la pianta germoglia in modo diverso; e il loglio ama l’acqua», con Fonck, Die Parabeln des Herrn, p. 136. Dicendo che il loglio «non nasce dall’alterazione del frumento», Basilio (sopra n. 25) sembra replicare proprio a questa convinzione, che evidentemente doveva essere abbastanza diffusa da meritare una smentita.
32 Fatti, Il seme del diavolo (cit. n. 6), p. 159. Di una «sottotrama comune», che unisce gli opposti, parla Giovanni Crisostomo, Omelie sull’Epistola ai Filippesi 5, 3.
33 Cf. G. Lettieri, Tollerare o sradicare? Il dilemma del discernimento. La parabola della zizzania nell’Occidente latino da Ambrogio a Leone Magno, in Ruggieri (a c. di), La zizzania nella chiesa e nel mondo (cit. n. 5), p. 93 n. 73, da cui traggo la citazione (p. 90).
34 Agostino, Questioni sul Vangelo di Matteo 11, 9 (trad. Tarulli, Opere di S. Agostino X/2, p. 445): «Multi primo zizania sunt et postea triticum fiunt, qui nisi patienter cum mali sint tolerentur, ad laudabilem mutationem non perveniunt; itaque si evulsi fuerint, simul eradicatur et triticum, quod futuri essent si eis parceretur». A questa motivazione Agostino ne aggiunge un’altra, consistente nel fatto che la tolleranza nei confronti della zizzania costituisce un buon esercizio di carità, utile al progresso dei buoni.
35 Agostino, Esposizione sul Salmo 98, 12.
36 Agostino, Contro la Lettera di Parmeniano III, 2, 13-14 (trad. Lombardi, in Opere di S. Agostino XV/1, p. 205): «Non enim ad eradicandum sit, sed ad corrigendum … quando … cuiusquam crimen notum est et omnibus execrabile apparet … non dormiat severitas disciplinae, in qua tanto est efficacior emendatio pravitatis, quanto diligentior conservatio caritatis … Salva pace corrigitur et non interfectorie percutitur, sed medicinaliter uritur», con Lettieri, Tollerare o sradicare? (cit. n. 33), p. 100. 37 Lettieri, Tollerare o sradicare? (cit. n. 33), pp. 98-99.
38 Ibid., p. 101.
39 Com’è noto, pur affermando che un cristiano non può mai trarre piacere dalla morte di un eretico, Agostino non esitò a giustificare il provvidenziale ricorso della Chiesa al braccio secolare per tacitare le dissidenze recalcitranti: vd. Contro Cresconio III, 50, 55; 51, 56 e gli altri testi indicati da Lettieri, Tollerare o sradicare? (cit. n. 33), p. 110 e n. 115
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Anno IV n.3/4, maggio/agosto 2006


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