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  IL MESTIERE DELLA ARMI:
LA FINE DI UN'EPOCA ATTRAVERSO
LA GUERRA DI UN GIOVANE CAPITANO

B
uio. Navata della cattedrale. Una rigorosa simmetria funerea domina l’architettura della chiesa e la disposizione degli armigeri. La porta sul fondo si apre. Irrompe la luce, il senso, il movimento. La riproduzione del tempo che genererà di nuovo asimmetria nell’ordine, precarietà nel rigore. Una voce fuori campo ci avverte che assisteremo a “Li ultimi fatti d'arme dello illustrissimo Signor Joanni da le Bande Nere”.
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CINEMA E SPIRITUALITÀ


UNA PRESENTAZIONE DELLA RUBRICA


di ANDREA FIORAVANTI


“La storia non è altro che il racconto dell’infelicità degli uomini…”
(Raymond Queneau)


Da questo numero della Nottola di Minerva si inaugura una rubrica che abbraccia il rapporto tematico tra cinema e spiritualità. Ad onor del vero quando il direttore mi ha chiesto di curare questa rubrica, all’immediato moto d’orgoglio e d’entusiasmo per l’affidamento dell’incarico, ho aggiunto un po’ di perplessità dettata dal vasto campo che il tema della rubrica pretende di abbracciare: cinema e spiritualità. Da dove cominciare? Non è forse il cinema nel suo essere più profondo un’essenza spirituale? Non si tratta forse dell’immateriale fascio di luce che trasporta la riproducibilità del tempo? Ed i volti, i luoghi, i ricordi, le emozioni che in quel tempo-riprodotto si sono svolte e che nel cinema si conservano, non assomigliano al contenuto della parte immateriale dell’essere umano che siamo soliti chiamare spirito o anima? Niente è più vicino al cinema delle forme spirituali che si possono collocare nella zona rarefatta tra il visibile e l’invisibile, tra la discontinuità delle forme riconoscibili e la continuità dell’appena percepibile, tra la vita (la visione?) e la morte (l’occultamento?). È ovvio che qui si sta discutendo della forma riproducibile delle immagini cinematografiche, non si sta parlando del contenuto che queste veicolano e che, ad un secondo livello, possono essere di carattere spirituale per una serie di motivi tra i più distanti tra loro. È noto infatti che a loro volta le immagini di un film possono avvicinarsi allo spirituale per la rappresentazione di un tema ad esso vicino, (rapporto con la trascendenza, la morte, il tragico, lo scorrere del tempo, il libero arbitrio ecc.), per l’estetica della messa in scena che si avvicina alla spiritualità (i film di Bergman, di Bresson, di Dreyer, di Pasolini, di Rossellini come di molti altri), per la messinscena di personaggi dalla notevole profondità spirituale realmente esistiti (Gesù, Agostino, San Gerolamo, Giovanna D’arco, Pascal ecc.) o personaggi di fantasia (Edipo, Medea, Macbeth, il protagonista de le Notti bianche di Luchino Visconti dal racconto di F. Dostoevski o Gustav von Aschenbach, anziano musicista fisicamente fragile e spiritualmente inquieto di Morte a Venezia sempre di Visconti tratto da La morte a Venezia di Thomas Mann). Vi sono indubbiamente casi in cui queste tematiche riescono a fondersi in un'unica pellicola, film i cui contenuti sono accompagnati da un’estetica formale che tratta un soggetto vicino al mondo spirituale. Da questa ragnatela di rimandi e raccordi nascevano e permangono le mie perplessità che possono essere fugate solo affrontando il tema nel modo che suggerisco e cioè che in questa rubrica non ci siano delle griglie interpretative predefinite con cui avvicinarsi a queste problematiche, così come non è certo in fondo cosa sia il rapporto tra il cinema e la spiritualità. Propongo, dunque, che questo spazio sia una sorta di laboratorio di ricerca libera che possa prendere in esame singoli film dalla forma o dal contenuto spirituale, che possa abbracciare un tema comune a più film dall’estetica della rappresentazione spirituale, o che infine possa analizzare un tema trasversale a più pellicole vicine al rapporto che intendiamo affrontare. Altro scopo che la rubrica intende raggiungere è quello dell’inattualità, vale a dire di non essere la rubrica di critica cinematografica di attualità che attraverso le categorie di bello-brutto, accettabile-non accettabile, guardabile-non guardabile, analizza i film in uscita nelle sale. Tale critica è solo di tipo promozionale e tiene conto del cinema come evento collettivo e del “pubblico” che ne usufruisce come astrazione massificante. Al contrario la rubrica si propone di essere piuttosto una riflessione ragionata (non razionale) che tiene conto delle urgenze degli argomenti a seconda di quelle che Montale chiamava occasioni e ne vede rispecchiata l’estetica in un film o in un gruppo di pellicole anche non contemporanee, essendo così attuale in un senso più profondo. Inoltre, la nostra analisi per restare fedele alla molteplicità di significati presenti nell’opera, dovrà mirare non a ridurre, ma piuttosto ad enfatizzare le ambiguità testuali, a penetrare attraverso lo sguardo negli spazi tra le immagini riempiendoli del proprio “sentire”. Abbiamo detto in precedenza che il cinema può essere vicino o in simbiosi con il mondo spirituale a più livelli ed abbiamo aggiunto che ci sono film che abbracciano tutti questi livelli mostrando ad ogni piano di lettura dell’opera una sensibilità. Parlando di cinema e di attualità, la prima cosa che si deve dire è che oggi purtroppo il cinema si vede soprattutto in tv e ciò significa che si vede male: immagini nate per essere viste su un grande schermo, in una sala buia, sono presentate rimpicciolite, tagliate ai bordi, accelerate (in tv i fotogrammi anziché scorrere 24 fotogrammi al secondo scorrono a 25 fotogrammi al secondo ed i film durano in media dai 3 ai 5 minuti in meno), di frequente sono soggetti a tagli ed, inoltre, sono interrotti dalla pubblicità usata molto spesso in modo barbaro. Insomma quella che voleva essere un opera d’arte si disperde nella fruizione televisiva. Ed allora, il primo esempio di come un film può dirsi a tutti i livelli davvero legato con i contenuti spirituali e con la materia dell’immateriale, è un film che pochi giorni fa è stato proposto in televisione forse sulla base della sua sconvolgente attualità. Si tratta de Il mestiere delle armi del Maestro Olmi, uscito nelle sale nel 2001 e proposto in televisione, quasi come non bastassero le normali penalizzazioni, in un orario proibitivo come le 23.30, l’occasione d’analisi è il suo passaggio televisivo.


CINEMA E SPIRITUALITÀ

IL MESTIERE DELLE ARMI:
LA FINE DI UN’EPOCA ATTRAVERSO
LA GUERRA DI UN GIOVANE CAPITANO


di ANDREA FIORAVANTI


B
uio. Navata della cattedrale. Una rigorosa simmetria funerea domina l’architettura della chiesa e la disposizione degli armigeri. La porta sul fondo si apre. Irrompe la luce, il senso, il movimento. La riproduzione del tempo che genererà di nuovo asimmetria nell’ordine, precarietà nel rigore. Una voce fuori campo ci avverte che assisteremo a “Li ultimi fatti d'arme dello illustrissimo Signor Joanni da le Bande Nere”. Così inizia Il mestiere delle armi. Il sottotitolo dell’opera di Ermanno Olmi “Li ultimi fatti d'arme dello illustrissimo Signor Joanni da le Bande Nere”, espressione d’epoca dal sapore cronachistico coniata da Pietro Aretino, è, all’interno di un incipit così folgorante, l’ideale viatico per una vicenda paradigmatica: la chiave di volta tra l’antica arte della guerra, basata sugli scontri all’arma bianca con uno stratificato codice d’onore e la sua successiva metamorfosi moderna con l’introduzione delle armi da fuoco. Con Il mestiere delle armi Ermanno Olmi ha forse diretto il suo film più ambizioso, sicuramente il più rigoroso, nato dopo due anni di ricerche documentaristiche ed impeccabile sotto il profilo della ricostruzione storica. Il racconto delle gesta d'arme del Principe Giovanni dalle Bande Nere viene sì percorso con precisione storica, ma da subito si incunea nelle complesse emotività umane, andando così a tratteggiare un affresco corale ed intimistico nello stesso tempo. Il mestiere delle armi, con il suo raffinato gioco interno di racconto nel racconto, la sua impeccabile struttura e la sua magnifica fotografia, è sicuramente un film rischioso nell’attuale panorama del cinema italiano: troppo astratto e troppo fisico, semplice e cerebrale al tempo stesso oltre ad essere ricco di riferimenti di secondo grado che aprono il testo filmico ad una molteplicità di piani di lettura tutti legati ai temi cari alla nostra indagine. Il film, infatti, non si limita a stigmatizzare gli effetti della trasformazione tecnologica della guerra, ma offre una riflessione di grande intensità morale e religiosa sulla morte, sul dolore, sul coraggio e sull’onore. Esteticamente splendido e intensamente lirico, propone un’estetica della morte e della sofferenza che va letta anche attraverso una dimensione di secondo grado come morte dell’immagine, di un cinema e di un tipo di racconto morale che non esiste più, costruito su lunghi silenzi ed azioni lente. Il racconto si sviluppa attraverso il resoconto di Pietro Aretino che segue da vicino il Capitano de' Medici, e, attraverso una voce fuori campo, illustra il rapporto del giovane condottiero nei confronti della vita e in particolare nel suo rapporto con la morte. Nelle campagne intorno a Mantova un gentiluomo, inviato dal generale Della Rovere duca d'Urbino, porta la notizia al marchese Gonzaga: "Messer Giovanni de' Medici é stato colpito da una botta di falconetto in una gamba". Vengono approntate cure immediate, ma ben presto risulta evidente che non è possibile fermare la lenta agonia di Giovanni: quattro giorni e poi la morte quando é "l'ultimo de novembre 1526". Giovanni ha 28 anni. Mentre si preparano i funerali, a ritroso vengono ripercorsi gli avvenimenti più recenti come la guerra e quelli più lontani come il rapporto con sua moglie. La macchina da guerra si è messa in moto, con una lentezza implacabile. Lo sottolineano le sequenze dedicate alla fusione delle palle dei cannoni e dei falconetti, l'accuratezza e la pazienza dei primi esperimenti sulle armature per testare la devastante potenza delle artiglierie, i rituali del combattimento onorevole, la lentezza grave degli accordi politici tramite missiva, delle alleanze promesse e tradite, degli intrighi di corte. Tutto è macchina lenta e dolorosa alle ragioni della politica. A decidere la sorte della guerra e il destino di Giovanni dalle Bande Nere saranno quattro falconetti, le nuovissime bombarde a palla donate vilmente dal duca Alfonso d’Este al generale germanico, sancendo con la propria morte l’inizio di una nuova era dell’arte della guerra, più disumanizzata ed impersonale rispetto al passato in cui le bocche da fuoco ridurranno sostanzialmente i margini bellici prima affidati alla perizia individuale del guerriero. Dallo scontro in campo aperto le distanze tra gli eserciti cominceranno ad allungarsi sempre più in rapporto al progresso tecnologico delle armi, fino a rendere impossibile agli schieramenti il rispettivo riconoscimento, tendenza tragicamente estremizzata dai conflitti contemporanei. La "politica" ha scalzato Dio come guida delle azioni umane e l'arma da fuoco ha spazzato in un sol colpo tutti i valori portanti del mondo medievale: ora anche l'essere più mediocre, più falso, più debole (il generale alemanno Frundsberg di lì a poco dovrà tornare in patria per motivi di salute), può decidere le sorti di una battaglia, di una guerra, dell'ordine del mondo intero. “Machiavellismo”, diplomazia, accordi segreti, parole al posto di duelli, eroi, azioni, fedeltà. Tutta la novità del Rinascimento, che costituisce l’approdo inevitabile di un pensiero che pensa la guerra come novità assoluta, si esaurisce nella capacità del potere di disciplinare la dispersione del desiderio all’interno di un pensiero che si pensa progressista e razionale in quanto espressione di un ordine necessario, dettato dal registro della realtà e non da quello dell’immaginario. Ma questa riduzione di una simbolica ricca, qual’è quella caratteristica del Medioevo, all’interno di una logica povera, la logica dei segni, rischia di allontanarsi troppo da quella verità che si oppone all’evidenza ingenua del mondo. Il regista si concentra nei particolari di quel lasso di tempo vicino al 1526 che egli ha cristallizzato e su cui ha costruito la sua narrazione attraverso processi di destrutturazione e di ricomposizione non lineare del passato e del futuro narrativo. Le lettere alla moglie e all'amante sono lo spunto narrativo per rivelare il suo passato, rivissuto intensamente durante l'agonia. Olmi ci trasporta indietro nel tempo attraverso i ritmi gravi di una via crucis, che fanno percepire chiaramente l'inarrestabilità dell'azione ed il triste epilogo. La raffinatezza della scrittura della lettera, le parole di Giovanni ripetute con cura e trascritte dall'illustre scrivano, ci fanno intimamente sentire l'abisso che c'è tra il nostro tempo e quell'epoca lontana, all'origine della nostra. E quando non sono le parole delle lettere, sono i lunghi silenzi a parlare e gli atti dei protagonisti si trasformano in un fluire continuo di parole, che passano di bocca in bocca, divenendo narrazione, leggenda. Racconti, che per Olmi altro non sono che un pretesto per parlare dei temi a lui cari, ovvero il tramonto della tradizione, la solitudine dell'eroe, l'impossibilità della felicità terrena, frammischiandoli in un gioco di luci ed ombre che sottende ai gesti ed alle personalità dei suoi protagonisti. Vi sono sequenze che ci regalano tutta l’ambiguità del personaggio. Le avanguardie di Giovanni dalle Bande Nere, stremate dal freddo e dalla fatica, entrano in una chiesa abbandonata; scorgono nel disordine un imponente crocifisso in legno, allettante e “proibito”. I soldati lo issano in alto con una corda e amputano con un'ascia le braccia inchiodate del Cristo. Mentre gli uomini lo fanno in pezzi non si può fare a meno di pensare al villaggio che lo aveva commissionato e pagato al grossolano scultore, alla gente umile che, lontano dalle squisitezze della politica e dalla gloria delle battaglie, paga muta i conti della storia. Giovanni, sopraggiunto, inorridito mozza di netto la testa dell'esecutore; gli altri saranno impiccati più tardi. Le "braccia di Dio"_ la Provvidenza _ non guidano più le braccia eroiche dei cavalieri, ligi a un codice morale fondato sulla fede e l'eroismo. Come un capitano che tenta di fermare i marinai che saltano giù dalla nave che affonda, Giovanni, rappresentante di un mondo cavalleresco ormai al tramonto, si ritrova sempre più solo e vicino alla morte che si appressa inesorabile. Giovanni è un guerriero dal riconosciuto valore, temuto dai nemici e desiderato dalle donne, un giovane uomo già divenuto leggenda per la sua indiscussa abilità in combattimento. Ma non è un eroe positivo tout court, senza macchia e senza paura, ma è anzi un uomo smarrito di fronte ad un nemico che è più metaforico che reale, in una sorta di deserto dei Tartari dove le certezze crollano una ad una. Così l'inetto duca di Mantova, prigioniero del suo consigliere e dei doveri di regnante, in pratica un bambino mal cresciuto adatto solo a giocare con il suo cagnolino, si smarrisce di fronte a quel corpo malato che lo implora di essergli amico per sempre (proprio lui, che lo ha tradito!) e lo fissa in silenzio, incapace di comprendere il mistero della morte. Così infine, l'anziano comandante tedesco, che di nascosto compra dagli Estensi i nuovi cannoni, appare egli stesso vittima di un destino che si dipana indifferente alle sorti degli uomini, e, stanco e malato, non gli sarà concessa la gioia di partecipare al sacco di Roma, da lui preannunciato mesi prima con parole di scherno. L’ESTETICA DELLA MORTE: IL VOLTO DI UN GIOVANE E L’APERTURA DELL’INDICIBILE La Storia ha spesso dipinto il giovane Giovanni come uomo crudele e spietato, mentre Olmi propone un’immagine indubbiamente più umana seppur d'uomo rigoroso e spesso crudele. Un ritratto estremamente completo che soprattutto nella prima parte è sulla sua figura storica, che tiene conto sia delle passioni, seppur raramente espresse, sia delle responsabilità nei confronti della sua missione di guerra. Ma è nella seconda parte, nell’agonia che si manifesta l’epifania del sacro, quando Giovanni morendo come personaggio della storia, ri-nasce, attraverso il primo piano, con autentica consapevolezza della propria identità. Nella seconda parte, proprio perché il racconto si fa racconto di un morire, il film prende senso; inizio e fine si incrociano nel primo piano in un percorso significante che porta Olmi, come vedremo, a vertici spirituali altissimi. Al volto viene riconosciuta la capacità espressiva dell’uomo. «Il volto è una lastra nervosa porta organi, che ha sacrificato l’essenziale della propria mobilità globale e che raccoglie o esprime apertamente ogni specie di piccoli movimenti locali che il resto del corpo tiene normalmente nascosti. Un particolare, sia esso un occhio o un volto ci fissa a sua volta, ci guarda… anche se non assomiglia a un volto» . Non a caso dopo il prologo il film inizia con il primo piano di un elmo dietro cui il protagonista nasconde il proprio volto e lo rende anonimo nella guerra e finisce prima dell’epilogo (attraverso una struttura circolare che riprende proprio il prologo) con un analogo primo piano con cui il protagonista mostra il proprio viso scoperto, mentre piange incrociando in controcampo lo sguardo di un bimbo che lo osserva dietro le sbarre di un’inferriata. Il primo piano è il volto. È soprattutto lo sguardo severo e attento che meglio racconta l'essenza umana di Giovanni, interpretato da un giovanissimo attore Bulgaro, Hristo Jivkov, che sostiene ottimamente il ruolo. Pensieroso, ma mai malinconico, affronta magistralmente il suo saluto alla morte con l'umiltà d'un uomo e la grandezza d'un coraggioso combattente. Il nostro giovane capitano di ventura fronteggia con forza e decisione, ma anche con umiltà e rassegnazione, il suo ultimo e invincibile nemico: la morte. E lo fa attraverso la fierezza dello sguardo, la dignità del viso colto dai primissimi piani i quali diventano un’astrazione del volto dalle sue coordinate spazio-temporali e lo elevano a stato di Entità. Il primo piano non è un semplice ingrandimento che strappa il suo oggetto all’insieme di cui farebbe parte; appena vediamo un primo piano, un volto, vediamo “il sentimento-cosa”, l’Entità manifestantesi. In questo caso è la sofferenza e il suo superamento, la dignità con cui viene affrontato il dolore che porta alla morte e apre il paradosso di dire l’inesprimibile, l’essere parte di un progetto divino. Il regista lo sa e non ci risparmia nulla di questa via crucis: dall'agghiacciante operazione alla gamba cui è sottoposto Giovanni, all'utilizzo di arnesi che, alla nostra sensibilità, sembrano più adatti alla falegnameria piuttosto che alla chirurgia (e forse sarà possibile istituire ora un parallelo tra il Cristo mutilo e il povero capitano). Il delirio, che la mancanza di anestesia provoca nello sfortunato paziente, gli permette di incontrare di nuovo le persone amate, rivivere gli errori, fare i conti con le faccende mai chiuse, i debiti non rimessi e il dolore morale che accompagna quello fisico, è un pedaggio necessario al cammino verso l'altro mondo. Il volto non è più una lettura affettiva né tanto meno emotiva della rappresentazione, quanto piuttosto il tentativo di conferire uno statuto allo sforzo paradossale di dire ciò che non si può dire. Sono stati fatti i nomi di Rossellini e Bresson, eppure, nell'osservare certe inquadrature de Il mestiere delle armi tra i nomi che emergono con più forza dalla nostra memoria cinefila vi è senza dubbio quello di Andrej Tarkovskij in particolare del Tarkovskij de Andrej Rublev che condivide con la prima parte de Il mestiere delle armi la sconvolgente fascinazione visiva di certe atmosfere desolanti e fumose. Ampi spazi che si aprono su terre desolate, cupe, devastate da conflitti perpetui, immagini in grado di cogliere vividamente la cornice storica nella sua essenza primaria, spazi che sono segni di un tempo, di un momento della storia all'interno del quale si muovono le vicende private (ma non solo) della vita dei protagonisti. Il secondo nome che viene in mente per l’altra metà del film è quello del Bergman di Sussurri e Grida. Il film parla della consunzione e morte di un corpo; un film sulla morte (tre donne che aspettano la quarta morire) che diventa un film sull’anima, ma non sulla psicologia, parola che davvero non esaurisce mai l’universo artistico di Bergman e il suo lavoro di scavo sui personaggi, quanto sul primo piano dettato dal dolore fisico, perché l’anima si trasforma sempre in qualcosa di concreto, di corporeo, di carnale. Alla riuscita del film contribuiscono sicuramente la bellissima fotografia di Fabio Olmi, che fa tesoro dei luminismi del Savoldo, di certi ritratti del Lotto, dei preziosismi materici nei ritratti del giovane Tiziano, e la meticolosa cura scenografica e dei costumi. Ma quello che piu' colpisce e' il controllo della regia. Nulla e' lasciato al caso e appartiene a un progetto che riesce ad essere comunicativo attraverso la perfetta coordinazione degli strumenti cinematografici. Una regia attentissima alla costruzione e ripartizione degli spazi all'interno di ogni singola inquadratura. Ciò che davvero sconvolge sono i volti degli attori (per lo più poco noti), vere e proprie incarnazioni di un'estetica ritrattistica cinquecentesca, volti che sembrano provenire da un'altra epoca, che abbagliano nella loro raggelante, evanescente fisicità, stemperata e assorbita dentro cromatismi fiamminghi, cupi. Intelligente il parallelo tra le fantasie febbricitanti e gli affreschi della stanza dove Giovanni è ricoverato, dove le bizzarrie del manierismo fanno da controcanto al sonno della ragione del malato e l'agonia è scandita temporalmente dalla luce delle albe e dei tramonti, riflessa su quelle strane figure bidimensionali. Alla fine, le uniche armi ad essere veramente imbracciate sono i primi piani, gli sguardi in macchina che aggrediscono il nemico, la bellezza compositiva dei grandi spazi aperti che lo affascinano e disorientano, i dettagli insistiti su armi di ferro, ferite infette che sfiniscono e poi finiscono l'occhio dello spettatore. Forse l'Arma a cui Olmi si riferisce è davvero il cinema... Olmi disegna un solenne e struggente poema visuale non solo sulle fine di un modo di intendere la guerra, sul tramonto di un’ epoca con i suoi codici, ma anche sulla fine di un uomo, di un soldato che proprio nella morte trova la sua identità. «Insomma il mestiere delle armi è una sorta di requiem non tanto sulla guerra (e su un certo modo di intenderla e di combatterla), quanto sull’inevitabile precarietà di ogni esistenza». Il film risulta così ad una analisi approfondita sospeso tra una fisica della vita e un’ ontologia della morte. La prima è esposta attraverso il terreno comune della guerra e della sessualità come l’espressione di una follia senza oggetto, capace di allucinare quei bisogni primari dettati dalla vigoria, dalla salute, dalla bellezza, dalla giovinezza, in grado far sentire vivi; la seconda, l’ontologia della morte, attraverso l’estetica della sofferenza. Olmi non si limita a rendere implicita la guerra o la sessualità, e ciò non tanto per quello che ci mostra dell’una o dell’altra, siano esse le battaglie, le sottigliezze seduttorie della moglie del Gonzaga o le fuggevoli sequenze di un amplesso. Nel delirio dell’agonia attraverso le immagini delle pareti egli ha visioni carnali del proprio recente passato. Bagnato dai sudori delle febbri il corpo che aveva dato e ricevuto passione dimostra la corrutibilità della carne e la vicinanza della vicenda erotica e guerresca che si specchiano sempre con la morte. Giovanni vorrebbe imporre la propria identità di guerriero giovane con tutta la forza che ruolo e natura gli consentono, ma quando incontra sulla propria strada la morte, non più come semplice possibilità, ma in tutta la sua necessità, si produce in lui un cambiamento rapido e risoluto che non possiamo non considerare come un’attitudine da tempo maturata. Il capitano che ordinava assalti, dava battaglia disponendo delle vite altrui come se fosse suo diritto, l’uomo che aveva donne e passioni, si mette a disposizione del dolore e della morte con estrema prontezza. Egli deve accettare il mondo che si allontana nel delirio e noi, attraverso la sua metamorfosi, scopriamo la imperscrutabile dipendenza da altro. Giovanni si consegna come chi sa di appartenere a ciò che gli sta avvenendo. Appartenere vuol dire non soltanto far parte di qualcosa, ma anche essere legittima proprietà di qualcuno, essere parte sottoposta, lembo di un velo di orizzonte più grande. La volgare arroganza della storia, prospettiva orizzontale del vissuto, lascia il posto ad una lacerazione verticale. La sensazione di onnipotenza della giovinezza si trasforma, attraverso la sofferenza, in umile risposta alla chiamata della morte, mai come in questo caso apertura ad un senso ulteriore imperscrutabile. L’umiltà di Giovanni di riconoscersi docile fibra dell’universo, la capacità di accogliere l’annichilamento fisico con la dignità di chi accetta il proprio percorso, non va però confusa con un banale fatalismo. Non c’è passività in quest’accettazione, in questo “amor fati”, al contrario è la consapevolezza dettata dall’esercizio interiore, dalla profondità spirituale. Il mestiere delle armi sembra memorabile per l'intelligente e amara riflessione sulla valenza distruttiva della rappresentazione e, per estensione, dell'opera d'arte che non può essere se non nella morte. Il film celebra la transitorietà dell’esistere e insieme la morte dell’immagine e al contrario la fiducia nel cinema come epifania dell’indicibile. Le cose sono là banali: guerre, armi, ferite spesso brutte e putrescenti. È il cinema che le rivela. Il mestiere delle armi rappresenta il paradosso della transitorietà di ogni rappresentazione sia essa vitale che artistica e insieme della indispensabile rivelazione del sacro attraverso la morte (dunque, attraverso il cinema).

Anno II n.5, settembre/ottobre 2004


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