VENEZIA 2005: LA LUCE DEL SENSO
CHE IRROMPE NELL'OSCURITÀ

Riprendiamo, dopo la pausa estiva, il colloquio con i lettori de La Nottola di Minerva in merito al rapporto tra cinema e spiritualità. Come amiamo ribadire, la rubrica non è a carattere sistematico, ma si propone di essere una riflessione che tiene conto delle urgenze degli argomenti a seconda di quelle che Eugenio Montale chiamava occasioni.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


VENEZIA 2005: LA LUCE DEL SENSO
CHE IRROMPE NELL'OSCURITÀ


di ANDREA FIORAVANTI


Ad onor del vero
a noi non è dato sapere,
a noi è dato solo il muto,
approssimato,
intraducibile,
sentire.

Rossana Abis, Istantanee di pensiero,
La riflessione 2005


I Riprendiamo, dopo la pausa estiva, il colloquio con i lettori de La Nottola di Minerva in merito al rapporto tra cinema e spiritualità. Come amiamo ribadire, la rubrica non è a carattere sistematico, ma si propone di essere una riflessione che tiene conto delle urgenze degli argomenti a seconda di quelle che Eugenio Montale chiamava occasioni. Si tratta insomma di un laboratorio di ricerca che riflette sugli aspetti legati al sacro, inteso in senso molto ampio, nella particolare forma d’arte che è il cinema. Un’arte che possiamo collocare in un ambito mistico, ponendosi essa nella zona rarefatta tra il visibile e l’invisibile, tra la discontinuità delle forme riconoscibili e la continuità dell’appena percepibile, tra la vita (la visione?) e la morte (l’occultamento?). L’occasione per questa riflessione nasce dall’ultimo Festival di Venezia, la 62° Mostra Internazionale d’Arte Cinematografica che si è tenuta al Lido dal 1 al 11 settembre. Tentare di riflettere sul rapporto tra cinema e spiritualità a partire da un festival così importante vuol dire in un certo senso tastare il polso di quasi tutto il cinema contemporaneo; un polso che non da un risultato flebile, ma vivo ed intenso. Certo, a tracciare il bilancio di un festival, partendo da questa chiave interpretativa, si corre il rischio di liquidare film in poche battute, di tagliare corto su opere altrimenti interessanti, operazione cui non sfuggiamo. Eppure al di là del nostro interesse precipuo si può dire che le linee di tendenza tematiche e stilistiche di Venezia abbiano portato in evidenza proprio una profonda esigenza interiore e spirituale. Una voglia di riflettere in modo non banale su problemi che ricomprendono e allo stesso tempo superano la mera contingenza, per aprirsi ad orizzonti di senso universali, intensamente limpidi nella loro problematicità. Quest’anno al Lido abbiamo visto film avvicinarsi alla religiosità per la rappresentazione di un tema ad esso vicino come il sacro; per l’estetica della messa in scena che si avvicina allo spirituale; per il racconto dal profondo respiro epico e di forte impegno morale che investono l’etica e la profondità dei protagonisti raccontati; film i cui contenuti sono accompagnati da un’estetica formale che tratta un soggetto vicino al mondo spirituale (rapporto con la trascendenza, la morte, il tragico, lo scorrere del tempo, il libero arbitrio ecc.). Tanti e diversi modi di avvicinarsi ad una riflessione spirituale per il cinema, che noi tenteremo di analizzare. Alcuni di questi film saranno oggetto di singoli numeri della rubrica e se ne farà un’analisi più approfondita, e, poiché, come già detto, questo non è un resoconto né un bilancio del festival molti altri saranno tagliati fuori o semplicemente citati. Ci occuperemo di quei film che ci hanno colpito, che ci hanno arricchito attraverso la visione, e quindi, tranne rari casi la nostra sarà una critica che parte da un atteggiamento positivo verso queste opere. Rifletteremo soprattutto sui film in Concorso, vero termometro del cinema internazionale, e poi anche sulle altre sezioni collaterali, soprattutto su Orizzonti, su Le giornate degli autori ed ancora su alcuni bei film Fuori concorso. Il nostro percorso non può non partire da due film bellissimi; due film diversi per poetica, genere, ritmo e tutto ciò che nel cinema come arte si può dire; eppure proprio a partire da questa diversità i due film si avviano e giungono alle medesime sponde spirituali. I film in questione sono, a nostro parere, i migliori visti a Venezia: si tratta de Lo specchio magico di Manoel De Oliveira e di Mary di Abel Ferrara. I due film si muovono da una prospettiva assolutamente non confessionale, ma che ci parla di problemi religiosi con un vigore ed una serietà ragguardevoli. Entrambi partono Vangeli, sia quelli canonici sia quelli apocrifi ed entrambi si affidano ad una narrazione satura di problematica devozione, che propone una visione-riflessione intensissima fino a giungere ad una valutazione sul problema della fede presente nell’uomo. In entrambi poi il personaggio femminile del film incarna questa fede anche attraverso un viaggio non solo spirituale ma fisico sui luoghi santi della cristianità (c’è anche un’inquadratura della via del calvario quasi simile). Inoltre tra loro si realizza un chiasmo interessantissimo che ha a che fare con il bagliore luminoso che penetra nel buio, un richiamo alla luce che fa la comparsa in fondo al tunnel o alla caverna: una luce di senso che irrompe nell’oscurità. Questo chiasmo si realizza nel dialogo finale de Lo specchio magico di De Oliveira, dove costituisce fondamento “del principio dell’incertezza” stesso, in una finale che mette di nuovo in moto una circolarità di significato nella poetica del maestro lusitano, e nell’inizio del film di Abel Ferrara, un inizio in cui una luce prepotente e violenta irrompe nel buio illuminando subito il volto del Cristo. Ed allora partiamo proprio da Mary (Concorso) di Abel Ferrara che ha ricevuto il gran premio della giuria. Schermo scuro. Una rigorosa oscurità funerea domina lo spazio dello schermo e della mente. Rumori di fondo…pietre spostate. L’entrata si apre. Irrompe la luce, il senso, il movimento. La riproduzione del tempo che genererà di nuovo asimmetria nell’ordine dell’oscurità, precarietà nel rigore dello schermo nero. Una voce fuori campo ci avverte: “Perché cercate tra i morti colui che è vivo?”. Il volto del Cristo! La luce ha fatto la sua irruzione violenta nel buio della tomba, nel buio dello schermo. La voce maestosa, appena rimossi i lastroni del sepolcro, ci ha detto che Lui non è tra i morti. Una voce ed una luce: la Voce e la Luce. Abel Ferrara, autore sempre tormentato e mai banale, si supera attraverso un film forse imperfetto, spesso incompleto ma di un’intensità vibrante. Indubbiamente l’ultra decennale venerazione che nutriamo per il regista newyorkese, retaggio di un’adolescenza fatta di “cattivi molto cattivi nondimeno buoni”, di anarchia e cattolicesimo, obnubila il nostro giudizio, vanifica l’imprescindibile obiettività che ci prefiggiamo. L’intreccio parte dalla lavorazione di un film sulla figura di Cristo, This is my Blood, diretto da un regista-attore indipendente e megalomane che scrive, dirige ed interpreta il suo Gesù (Matthew Modine) a suo dire solo perché il film di Mel Gibson ha incassato miliardi. L’attrice che, all’interno del film, nel film ha interpretato Maria Maddalena (una splendida Juliette Binoche) si sente talmente scossa dal ruolo tanto da non riuscire a staccarsene. In quieta e tormentata intraprende un proprio cammino spirituale sui luoghi santi. Si parte, dunque, da una riflessione su Cristo e su Maria Maddalena, figura controversa, la cui mitica personalità è stata a lungo oggetto di dibattito. Ma sgombriamo subito il campo dall’equivoco che può sorgere: non si tratta di un’investigazione tutta new age simile all’imbarazzante romanzo di Dan Brown Il codice da Vinci, e nemmeno dell’esposizione dei risultati delle ricerche filologiche e archeologiche che negli ultimi 30 anni hanno dato vita al vivace dibattito sulla Maddalena. Questi aspetti sono messi in campo e proposti, ma soprattutto dall’altro ramo narrativo della vicenda, quello di un giornalista (l’intenso Forest Whitaker) che cura una trasmissione televisiva di contenuto religioso di gran successo, ma in crisi con se stesso e la sua compagna che aspetta un figlio. Le questioni religiose fanno da sfondo ai personaggi che in realtà tali problematiche incarnano, uno specchio che riflette l’universale nel particolare; un escamotage narrativo che serve al regista per tornare a riflettere su temi che ha già affrontato nelle sue opere. Ferrara firma qui il film della maturità che si realizza proprio attraverso i suoi limiti; per mezzo di uno stile inconfondibile ci propone un’opera che non può essere racchiusa in nessuna definizione, ma che, al contrario, può essere analizzata da molteplici punti di vista senza riuscire con ciò a mostrarne l’intero significato, a ricondurla ad unità interpretativa, segno della ricchezza di senso dell’opera. “Tutti devono dare conto di sé” queste le parole di Abel Ferrara durante la conferenza stampa, sintomo di un’onestà intellettuale che propone dubbi autenticamente interni. Ed il film, infatti, è un inestricabile groviglio, ma esteticamente sublime, groviglio di spiritualità, amore, soggettività, tradimento, oltre che, come al solito in Ferrara, una riflessione imponente sulla visione, sul cinema e sul mondo che lo circonda. Ferrara da sempre interessato ai dilemmi religiosi, radicalizza il suo discorso nella riflessione-ossessione perché il dolore? Le religioni hanno dovuto ingaggiare una fiera battaglia, quella che ha dato origine a un genere filosofico-teologico, la teodicea, per tentare di rispondere a questa domanda. Ferrara non vuole rispondere, il nostro autore utilizza in modo fecondo il quesito per generarne di altri, per raccontare storie di uomini che fanno i conti con se stessi. Il regista italo-americano da seguito ad un tema che è sempre presente nei suoi film, più o meno nascosto, anche quando racconta storie di cattivi tenenti, di fratelli mafiosi, spie industriali o vampiri tossicomani in anelito di santità: raccontando un mondo di peccatori, Ferrara li (si) vorrebbe redimere. Salvare, riscattare queste figure vuol dire liberarsi. Una liberazione che nei tentativi precedenti spesso rimaneva irrisolta, un’ambiguità che qui in modo limpido, viene portata tutta in evidenza, risulta così manifesta che sembra chiarire la poetica, oltre che l’anelito esistenziale ed i tormenti che si agitano nella coscienza inquieta del regista. L’ambiguità raggiunge qui il vertice del suo percorso. Salvazione e perdizione in un indefinibile equilibrio: è nella figura dell’attrice e del regista che si deve tornare, la luminosa Juliette Binoche, che banalmente potremmo definire colta da una crisi mistica, in realtà fa luce su un sentiero; si dovrebbe tentare di capire più profondamente come lei solcando la via del calvario, pregando nel Santo Sepolcro, getti una luce intensissima sulla figura di Ferrara. Dall’altro lato il regista Mattew Modine (a metà tra Mel Gibson ed Abel Ferrara stesso) presuntuosamente procede nella solitaria e onanistica proiezione del suo film. Ferrara sconsideratamente e narcisisticamente soggetto-oggetto, anche se quest’amore per il suo sé cinematografico lo porta alla catastrofe. In una delirante inquadratura sul volto sfatto e folle (quasi kubrickiano) del regista Mattew Modine, riflesse scorrono le immagini dell’opera proiettata nella sala buia svuotata da una paura impersonale: un attentato di stampo religioso. Ma è nella sofferenza dell’ultima figura di questa trinità che si manifesta il patimento dell’ambiguità: l’imponente giornalista Forest Whitaker. Spossato, sconvolto, distrutto dal dolore l’enorme figura del giornalista si avvicina a passi lenti ad un crocefisso in un’asettica chiesa d’ospedale. Si inginocchia e prega: “Signore, non so più chi sono. Aiutami. Colpisci me. Ma lascia stare loro”. Una redenzione dei peccati su di sé, una remissione dei peccati che prende la forma di una Cristologia. Abbiamo analizzato ovviamente solo uno dei tanti aspetti che la ricchezza del film offre, ci proponiamo di esaurire il discorso anche quello politico sociale-televisivo, che lo comprendono al momento di analizzare individualmente il film. E se la luce in fondo all’apertura del sepolcro caratterizza visivamente l’inizio del film di Ferrara, altrettanto caratterizza il finale del film di De Oliveira. Lo Specchio magico emana un incantamento raro, puntuale capitolo di una produzione ché nella quarta età si è fatta incalzante, nel rinnovato l’incontro con la scrittrice Agustina Bessa-Luis che già più volte si è trovata sulla strada di De Oliveira come fonte d’ispirazione o interlocutrice, a partire da “Francisca” (1981). Qui il regista prende l’avvio dal romanzo L’anima dei ricchi, 2002, secondo libro della trilogia «Il principio dell’incertezza» cui egli stesso aveva già attinto. Un tema articolato su vicende varie e personaggi bizzarri, con la consueta scelta di una recitazione atonale e ieratica, ma fornendo frequenti spunti di carattere umoristico. Ancora una volta De Oliveira si interroga sulle tracce di una vocazione religiosa in una vita comune. Enumera argomenti in una sorta di disputa. Su sfondi sempre eleganti si confrontano una donna molto bella e molto ricca ma soprattutto molto religiosa che dopo vari studi ha preso atto della ricchezza della Madonna (“vero”- confermano gli esperti: “ perché i soldati romani avrebbero dovuto giocarsi a dadi la tunica di Gesù se non fosse stata di stoffa lussuosa?”) e che è inoltre ossessionata dal desiderio che questa le appaia; un giovane dal passato tempestoso che in galera conduceva conversazioni a sfondo spirituale col direttore del carcere a proposito di psicologia criminale e del male in sé e che ora, grazie a suo fratello, fa da autista e tuttofare per la Signora; un altro ex-galeotto più attempato, detto il Falsario, che pensa non sia poi così difficile esaudire i desideri della Signora di vedere la madonna mediante una piccola messinscena. E poi ci sono un magnifico palazzotto nobiliare, un marito molto vecchio che si occupa solo della musica, un anziano esperto in Sacre Scritture che instilla nella Signora l’idea che la Madonna fosse di famiglia facoltosa, una contadinella assoldata per impersonare la Vergine che invece finisce per fidanzarsi col Falsario. Insomma personaggi che si pongono in quell’orizzonte indefinito, quella terra di nessuno che come in tutti i film del maestro portoghese è a metà strada tra il verosimile ed il simbolico. Tutto ruota tra serietà e leggerezza intorno alla Signora, alla sua devozione per la Madonna e al suo desiderio che questa le appaia. Si tenta di organizzare artificialmente l’apparizione, ma la messa in scena del miracolo non verrà realizzata, un incidente non rappresentato spinge la Signora Alfreda verso il coma profondo. Uscirà dal tunnel dopo aver visto, nel fondo, una luce. Quella luce che è il fondamento del principio dell’incertezza: il principio dell’incertezza coincide col momento in cui veniamo al mondo. Ogni film di Manoel de Oliveira è insieme uno splendore e un enigma, un concentrato di immagini di densità prodigiosa e un inesauribile messaggio cifrato, da non decifrare se non vuole che la ricchezza di senso fugga via. De Oliveira gira e rigira intorno a tre o quattro punti decisivi: l’ossessione religiosa, la procreazione, la differenza di classe, “quella tristezza moderna che chiamiamo benessere”, il destino (la provvidenza?). Ma tutti questi grandi temi, enunciati e confutati ora con pathos quasi insostenibile ora con sorridente, olimpica ironia, non sarebbero nulla se non fossero organizzati in una partitura visiva che ha del miracoloso. Il film è un profondo e commovente affresco della ricerca della fede da parte della classe agiata. Una metafora emozionante della parabola evangelica del ricco che vuole entrare nel Regno dei cieli. Lo Specchio magico è una commedia umana, sarcasticamente e spiritualmente in bilico tra peccato e redenzione, tentazione e castigo, con una riflessione rigeneratrice sulla ricerca ineffabile dell'equilibrio interiore e sulla faticosa consapevolezza nel comprendere il valore della libertà. C’è più intelligenza, più profondità, più conoscenza, in due inquadrature fisse di de Oliveira (e nel loro accordo musicale) che in cento complicati e pretenziosi esercizi di stile. Le sue inquadrature sono composizioni ovvie e semplici e, al tempo stesso, inimmaginabili. Le sue scene, élegantemente, ironicamente, saggiamente realizzate senza fretta, fanno si che, intorno a questo spunto, per chiunque altro esile lungo, il grande vecchio ci parli di smisurate ansie contemporanee per due ore e un quarto di film, Il regista allude nel titolo a quello specchio che riflette sempre il passato e tutto quanto sfugga alla normalità. Il pellegrinaggio finale girato in soggettiva dal punto di vista della Signora malata è un piccolo capolavoro di stile; scorrono come nel film di Ferrara luoghi sacri visti anche qui da una donna che si è aperta alla fede, ed il finale, diventa addirittura commovente con la sua apertura al significato del principio dell’incertezza mediante la corsa del bambino verso la macchina da presa che si conclude con un suo intensissimo primo piano: vera entità, senso di profonda leggerezza. Un film in cui si respira il tema della religione: «Non nasciamo per volontà propria e dunque il creatore è una figura che ci preoccupa - dice il regista in conferenza stampa - sono figlio di genitori cattolici, sono stato educato alla religione cattolica. Il Papa ha avuto un'espressione molto bella quando ha detto che le religioni sono un modo diverso di pregare lo stesso Dio. Io ho la mia fede. Credo in Dio ma non ho la certezza, nessuno ce l'ha e la fede è molto legata all'incertezza». Passando a riflettere sui racconti dal profondo respiro epico e di forte impegno morale che investono l’etica e la profondità dei protagonisti raccontati diciamo subito che risultano convenzionali i film Prof di John Madden e The Constant Gardener di Fernando Mairelles entrambi di produzione inglese. In confronto agli americani Good Night and Good Luck di Gorge Clooney e Cinderella man di Ron Haward rigorosi nel loro descrivere due ricognizioni su un passato sicuramente più eroico del presente americano. Due modelli di cinema agli antipodi, ma in grado di richiamare con uguale intensità il popolo americano a quelle necessità stilistiche e morali, capaci ancora di raccontare le persone che, con la loro etica, hanno fondato la spina dorsale dell’America. In entrambi vi è la lezione tutta americana, quel pragmatismo che fa si che i vertici possano, anzi debbano essere criticati dal basso, che le cose possano cambiare anche attraverso la spinta che parte dal popolo, spesso mortificato, sicuramente prostrato, ma che crede con forza nella possibilità di osare, di non aver paura, in una parola di conservare il sogno tutto americano di fare ciò in cui si crede. In Good Night and Good Luck è la deontologia professionale ad essere protagonista; il rispetto per il proprio mestiere e per le regole che lo contraddistinguono reggono l’intera narrazione. La storia è quella del programma condotto dal giornalista televisivo Murrow e della sua decisione di opporsi allo scempio della caccia alle streghe da parte del senatore McCarty, dello scempio che viene fatto dei diritti civili a partire dagli anni Quaranta. La coerenza professionale, e certo anche civile non esita a dimostrarsi né di fronte al potere politico né di fronte alla pigrizia morale che spesso finisce per scegliere il più accomodante silenzio. Davvero un bel film quello di Gorge Clooney, che, dismessi i panni da divo nei toni e nell’aspetto, si accontenta di un piccolo ruolo secondario e si accomoda dietro la macchina da presa, girando un film quasi per intero negli studi della Cbs o nei bar, ritrovo dei giornalisti. Il film, girato in un bianco e nero d’epoca, è costituito da dialoghi dai tempi serrati tipici dei film sul giornalismo televisivo e fa uso di una tecnica classica che alterna a campi contro-campi piani sequenza che pedinano il protagonista. La macchina da presa resta addosso al corpo ed al volto quasi di pietra di Murrow (David Strathairn). Il suo viso sembra impassibile, quasi di pietra, ma attraverso impercettibili movimenti ci regala un’interpretazione da brivido, giustamente premiata con la Coppa Volpi come migliore attore maschile. Il suo sguardo velato di malinconia ci offre la voce della sua coscienza che lo porta a scegliere di essere giornalista fino in fondo, un giornalista televisivo che non sceglie una parte e si scontra con l’altra. Il film non racconta il conflitto tra due prospettive politiche, ma la serietà del dar notizia attraverso la costanza di credere in una professione. E questo è un altro merito di Gorge Clooney, farci rimpiangere il giornalismo degli USA, quello che ha dato lezioni di indagine democratica al mondo. Un giornalismo che non cede alle intimidazioni del potere perché il proprio lavoro è stato svolto con scrupolosità, vagliando le fonti, perché crede nei propri valori. Valori che sono la caratteristica fondamentale anche del protagonista Jim Braddock (Russell Crowe) nel film Cinderella man di Ron Haward in cui un pugile realmente esistito, raggiunta la fama ed il successo, cade in miseria insieme alla sua famiglia e al resto dell’America dopo la crisi del ’29; con tenacia saprà rialzarsi dal tappeto e continuare a lottare. Sono presenti molti dei temi dell’American dream, dalla caduta alla nuova scalata, dall’offerta della seconda possibilità ai valori forti della famiglia e dell’onestà davvero irreprensibili. Tutto questo attraverso un genere, quello pugilistico, che meglio di qualunque altro offre la possibilità di affrontare queste tematiche, e che da sempre è metafora del riscatto (Lassù qualcuno mi ama, Toro scatenato, Rocky, fino ai recenti Ali e Million Dollar Baby). Parlando di personaggi dalla forte valenza spirituale non si può non parlare del Beethoven di Franco Battiato che con il film Musikanten (Orizzonti) è alla sua seconda opera cinematografica, e sta definendo un percorso d’autore che ricalca quello che lo ha visto e lo vede protagonista sulle scene musicali da oltre 30 anni. Dopo Perduto amor, riflessione intimistica ed autobiografica, che attraverso le canzonette leggere rifletteva sulla sua giovinezza, Battiato passa attraverso un’opera complicata a riflettere sulla musica nobile di Beethoven. Dunque, come era successo nel suo percorso musicale, Battiato si diverte ad alternare uno stile basso e popolare ad uno alto e nobile. Ma la sua realizzazione finisce per cadere in un delirio oltre che personalissimo anche autodistruttivo. Certo chi segue Battiato da tempo riesce a scorgere le sue prodi intenzioni dimostrando un coraggio difficilmente riscontrabile nel desolato panorama cinematografico nazionale. L’incipit vede il buon Fabrizio Gifuni e la sua compagna (anche nella vita) Sonia Bergamasco interpretare due “geniali” menti televisive alle prese con un programma culturale dal target eco-mistico, che rappresentano secondo l’autore un nulla cosmico quando cercano di svelare gli infiniti misteri dell’universo, in una serie televisiva per il grande pubblico attraverso un calderone dal sapore new age composto da esperti psicologi, filosofi e santoni di ogni specie. Dialoghi folli, con un gusto citazionistico tipico di Battiato, ma qui condotto all’ennesima potenza tanto da risultare a volte fastidioso. Inoltre è la recitazione, effettuata con stile lettura da elenco del telefono, a lasciare disarmati. Certo a Battiato non interessa per niente dare credibilità ai suoi personaggi, almeno quella credibilità alla quale solitamente si è abituati; a suo dire gli importa staccare la recitazione dei suoi attori dagli standard realistici per avvicinarla a quella sacra e contratta che avrebbero avuto gli antichi greci. Tutto ciò all’inizio finisce per comporre un quadro di desolante pochezza socio culturale, e fin qui anche se didascaliche, le intenzioni sono oltre che interessanti anche chiare. Ma Battiato osa, e nel secondo “movimento” oppone a tutto ciò quello che lui definisce il bello artistico per eccellenza: Ludwig Van Beethoven, messo però in scena non negli anni del genio ma in quelli della vecchiaia, della sordità e dell’arteriosclerosi. Il film si trasforma in film di costume dell’Ottocento, e diventa non solo faticoso goderne (e questo probabilmente era nelle “nobili” intenzioni dell’autore) ma risulta quasi del tutto impossibile uscirne indenni; la proiezione a quel punto pretende il sacrificio del buon senso visivo passando sopra una teoria di approssimazioni ed esagerazioni davvero troppo grandi affastellata lungo il percorso della narrazione. Interprete del musicista è il grande Jodorowsky la cui recitazione è la meno colpevole, che ci regala un Beethoven davvero antipatico, ma isolato dal punto di vista filmico e pro-filmico. La pellicola va così ad immergersi in una nube onirico-sacerdotale, mistico-ieratica, che però spesso aumenta più il senso del ridicolo che dello spirituale. Non riuscendo a dare profondità ai temi affrontati, spesso il film offre il fianco ad una comicità involontaria; le speculazioni filosofiche vengono a quel punto sciorinate con una notevole dose di ingenuità ed una sfacciata leziosità da Bignami del sapere. A quel punto fa la sua comparsa anche il vate e musa di Battiato, il filosofo siciliano Manlio Sgalambro, che, nei panni di un nobile senese, ci spiega ciò che stiamo vedendo. È davvero troppo! Certo, siamo d’accordo con ciò che va ripetendo Sgalambro da tempo, in particolare dal suo sodalizio con Battiato, vale a dire che non essendoci più luoghi deputati al pensare (essendo morta l’agorà, l’accademia, ed anche l’istruzione), il filosofo deve cercare spazi alternativi come la musica, il cinema, la pittura e la televisione, per esprimere il proprio meditare; ma a quel punto, ci chiediamo: e gli artisti, spesso meno consapevoli, ma più istintivamente competenti, che fine fanno? Inizieranno a scrivere saggi su Heidegger? Siamo per la contaminazione e non per gli steccati tra le forme della restituzione dell’arte e del sapere, ma non siamo per la colonizzazione di spazi, come quello cinematografico, da parte di intellettuali, spesso dimentichi che il cinema è un’arte a se stante e che la si può usare rispettandola, non violentandola attraverso la propria “forza concettuale”. Per fortuna nel finale compare Antonio Rezza, l’unico capace di strappare in sala un applauso sincero. Scandito da una temporalità diluita e stregante che si libera dalla concatenazione di causa ed effetto girato in bianco e nero Les Amants Réguliers (Concorso) di Philippe Garrel ha davvero strameritato il premio alla regia. Garrel da ultimo esponente della Nouvelle Vague fa i conti con il suo passato grazie a un film meraviglioso. L’opera ci racconta “le speranze infiammate”, “le speranze fucilate”, ed infine “il sonno dei giusti” attraverso le vite incrociate di un gruppo di ragazzi velleitari, idealisti, piccolo borghesi, spesso patetici nelle loro illusioni. Garrel, attraverso ritratti minimi ma incisivi, descrive la selvaggia innocenza di questi giovani artisti e contestatori che li porta, dopo il maggio del 1968, a rinchiudersi nella casa di un amico mecenate, luogo che rende possibile l’utopia. Ci regala l’illusione che la bellezza davvero possa salvare il mondo. Ma l’equilibrio è fragile e basta poco per mandarlo in frantumi. Garrel risponde ai “sognatori” di Bertolucci riprendendosi il figlio Louis Garrel interprete anche del film The Dreamers, opera con cui condivide oltre al figlio solo la scelta del corpo e dell’esperienza come sentire e chiave di lettura narrativa. Per il resto l’autore francese fa di necessità virtù, e risponde al main stream di Bertolucci con un’essenzialità rarefatta, e proprio perché si tiene a distanza, in realtà, penetra dentro l’autentica esperienza dell’utopia del ’68 e vola molto più alto della pur romantica nostalgia dei sognatori. Un susseguirsi di piani lunghi scrutati da una macchina da presa distante e rigida sul posto d’osservazione, intervallati da lenti movimenti di panoramica orizzontali. Un realismo astratto, velatamente sognante, come nella struggente sequenza del ballo in cui la voce di Nico ci trascina all’interno del cuore della poesia. La differenza con il film di Bertolucci, è tutta nell’approccio ai corpi giovani, vera materia dei due film: The dreamers decora una malinconia del tempo andato mediante una tenera nostalgia, ne Les Amants Régulier, invece, Garrel esaurisce la fiamma della giovinezza con spontaneità, senza compiacenza, vi è il rimpianto della freschezza attraverso l’essenza delle cose; volti, corpi, foulard, gonne che sono li nello spazio della memoria. Infine trattiamo Sympathy for Lady Vegance di Park Chan-wook che realizza con questo film l’ultima pala del trittico della vendetta attraverso un’opera che è l’apice della purificazione. Una giovane donna (la strepitosa attrice coreana Lee Young-ae), dopo aver ingiustamente trascorso in carcere tredici anni della sua vita, ha un solo tremendo obiettivo, placare la sua sete di vendetta e nello stesso tempo ritrovare la figlia che le è stata tolta. L’assassino è un serial killer che sceglie le sue vittime tra bambini innocenti. Attraverso la negazione della sua umanità, della sua femminilità e del suo essere madre, la protagonista intraprende il suo percorso fatto di lucida follia. Un melodramma al tempo stesso più sanguigno e più rigoroso dei precedenti, un rigore dettato dalla scelta del soggetto che compie la vendetta; una donna, anzi una mamma. Il sangue versato nella vendetta diventa lento rito di purificazione, individuale prima e collettivo poi, attraverso una messa in scena alternata da lentezza e rapidità che la porta a consumare la sua atroce vendetta con puntuale pazienza in un vortice di esasperata, violenta riproduzione metafilmica. Una messa in scena della messa in scena del rituale, che rispetto ai due episodi precedenti diventa corale: alla vendetta e al dolore della protagonista si sommano le tragiche esistenze delle sue ex compagne di cella e, soprattutto, dei parenti dei piccoli bambini. Vittime innocenti massacrate senza pietà, anime innocenti filmate dal loro assassino mentre vengono massacrate. Da li poi risultano spiazzanti, nella loro violenza, le immagini della visione dei filmati degli omicidi dei piccoli da parte dei parenti, visione che fa maturare in loro il desiderio di vendetta che viene pianificato e realizzato come una funzione liturgica profana. Viene in mente il Renè Girard de La vittima e la folla, ma soprattutto de La violenza e il sacro opera in cui l’autore riflette sulla dinamica del desiderio e della violenza che considera cause sempre presenti dei riti e dei sacrifici delle religioni primitive. Anche nel film di Park Chan-wook il ciclo della violenza trova il suo epilogo sotto la protezione minacciosa del sacro inteso come proiezione della ferocia. La violenza si accende per "desiderio mimetico" (ed infatti vi sono continue mimesis, dalle recite della protagonista ai filmati dei bambini uccisi, dai Falsh back dell vita in cella alla messa in scena del rito sacrificale cui il regista non ci risparmia alcun passaggio); tutti desiderano vendicare ciò che hanno subito. Il sacro, come dice Girard, assume grande valore di coesione è "il sentimento che la collettività ispira ai suoi membri, ma proiettato fuori dalle coscienze che lo provano, e oggettivato". Ed una volta realizzata la vendetta il vincolo del silenzio viene stretto proprio a partire dal castigo compiuto in modo collettivo. Una parabola morale, un percorso che attraversa tutte le fasi che conducono dal peccato al riscatto, dall’inutile vendetta alla ricerca della rinnovata purezza di una rinascita spirituale. In quest’ultimo capitolo il regista getta la maschera sulla vendetta: il dolce bianco del finale sulla strada innevata che prima ha visto l’irrefrenabile ferocia della madre, fa il paio con il monito “più candore” rivolto dalla piccola bambina alla madre ritrovata e a tutti noi in un bellissimo e poetico primo piano. Nell’ultima pala del trittico sulla vendetta, il regista coreano permea la sua pittura cinematografico-poetica di una fiducia nel perdono che emerge dalla tenerezza ritrovata. Gabrielle (Concorso) di Patrice Chéreau in cui si racconta la compassata freddezza di una coppia borghese degli anni 10, chiusa tra obblighi sociali, apparenze, silenzi. Finche la donna non decide di andarsene e ricominciare. Ma non tutto è come appare. Questo film estremamente rigoroso, controllato, in cui ogni piccola emozione è passato al setaccio soffre proprio di un’eccessiva glacialità, impersonata in modo sublime dalla splendida Isabelle Hupper, che visto l’imbarazzante premio dato dalla giuria del festival alla Giovanna Mezzogiorno come migliore attrice ha dovuto rimediare inventandosi letteralmente un premio per la Hupper al fine di evitare una figuraccia internazionale, all’attrice francese è stato assegnato un premio ad hoc che ha lasciato tutti un po’ perplessi. Parlando di coppie e d’amore, questo tema così visitato dal cinema, questo legame spirituale che unisce due anime, si deve dire che mai come quest’anno Venezia è stata così avara di storie d’amore ben realizzate. Oltre a quella legata all’utopismo degli amanti regolari del magnifico film di Garrel, la vera storia d’amore, ce la offre per paradosso, proprio un film che vero non lo è per costituzione, vale a dire la storia d’amore del romanzo vittoriano che attraverso l’anima gotico-fantastica del suo autore si sviluppa in The Corpse Bride (fuori concorso) di Tim Burton, tra i pochi capolavori visti a Venezia. Tradotto in italiano La sposa cadavere questo è un film animato (non si tratta di un cartoon ma di un film girato con la tecnica della stop motion, artigianale ed antidigitale per eccellenza), i cui colori descrivono la storia d’amore attraverso un Musical fantasmagorico, sensuale e tenerissimo, che ribalta il rapporto tra vivi e morti, affidando a questi ultimi colori vivaci e passioni esuberanti attraverso una sincerità di cuore dettata dal rimpianto della vita passata e descrivendo invece i primi attraverso pallore e freddezza. Una bellissima e romantica storia d’amore a differenza delle altre, più o meno divertenti più o meno drammatiche, forse verosimili ma quasi tutte discutibili, in cui mettiamo anche il vincitore del concorso Venezia 2005 Brokeback Mountain di Ang Lee. Una prolungata storia d’amore tra due giovani Cowboy fatta di ritrosie, incontri, abbandoni e riprese lungo tutta una vita. Si tratta di un racconto lineare, affatto sovversivo nei canoni estetici e/o morali, quanto piuttosto noioso melodramma del corpo e del cuore che analizza l’altra faccia dell’amicizia virile del vecchio west, ma che davvero non si capisca come abbia potuto trionfare. A questo film vanno aggiunti i film italiani in concorso messi in ordine di minore avversione estetica: La seconda notte di Nozze del maestro Pupi Avati, La bestia nel cuore della Cristina Comencini ed il davvero atroce I giorni dell’abbandono di Roberto Faenza, film quest’ultimo pretestuoso cui preferiamo come al solito le divertenti e senza pretese storie d’amore americane. Film scanzonati come il viaggio di formazione del protagonista di Elisabethtown (fuori concorso) di Cameron Crow, con la coppia di attori giovani del momento Orlando Bloom e Kirsten Dunst; film che non si prendono sul serio come il musicarello Romance & Cigarettes di John Turturro (Concorso) in cui capita che, in una divertente storia di corna, all’improvviso tutti si mettano a cantare e ballare, con un cast davvero stellare da James Gandolfini a Susan Sarandon, da Kate Winslet al Cristofer Walken. Ed ancora il movimentato ed esuberante Casanova (fuori concorso) di Lasse Hallstrom, ennesima variazione sul mito del nobiluomo Veneziano, grande amatore al quale è stata anche dedicata una retrospettiva nel festival in cui si sono potuti riscoprire capolavori restaurati come Le avventure di Giacomo Casanova di Steno e il Casanova di Fellini o Casanova settanta di Monicelli o Infanzia vocazione e prime esperienze di Giacomo Casanova di Luigi Comencini, insieme a molti altri titoli.
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Anno III n.5/6, settembre/dicembre 2005


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