IL GRANDE SILENZIO
La fotografia sgranata inquadra il profilo di un monaco inginocchiato a pregare, il primo piano sfocato indugia sul suo il capo rasato; il suo volto è concentrato ma limpido, in sottofondo il mormorio delle sue parole ed il vento che sferza l’aria. Delicatamente il primo piano del monaco cede il posto al cielo azzurro cristallino e il rumore del vento si fa più forte mentre l’occhio si disperde nello spazio. Poi compaiono delle parole lo stormire del vento si alza sempre più forte.

 
CINEMA E SPIRITUALITÀ


IL GRANDE SILENZIO


di ANDREA FIORAVANTI


I monaci sono incomparabili maestri di vita interiore, nessuno ne dubita, ma per la maggior parte succede di quei “tratti” come per i vini locali: bisogna berli sul posto. Non sopportano il viaggio […] Fors’anche quel piccolo numero di uomini riuniti, viventi fianco a fianco giorno e notte, creano l’atmosfera favorevole, a propria insaputa… ma in quelle case, che non sono turbate da nessuna eco esterna, il silenzio raggiunge una qualità, una perfezione veramente straordinari: il più piccolo fremito vi è percepito da una sensibilità divenuta squisita… e vi sono silenzi da sala di capitolo che valgono un applauso.

Georges Bernanos Diario di un curato di campagna.

Etienne e Benjamenn siete pronti a seguire la condotta monastica di questo luogo e a farvi condurre da Dio attraverso il silenzio e la gioiosa penitenza al santuario interiore della vostra anima?
Il grande silenzio



INCIPIT

La fotografia sgranata inquadra il profilo di un monaco inginocchiato a pregare, il primo piano sfocato indugia sul suo il capo rasato; il suo volto è concentrato ma limpido, in sottofondo il mormorio delle sue parole ed il vento che sferza l’aria. Delicatamente il primo piano del monaco cede il posto al cielo azzurro cristallino e il rumore del vento si fa più forte mentre l’occhio si disperde nello spazio. Poi compaiono delle parole lo stormire del vento si alza sempre più forte.

Ci fu un vento impetuoso e gagliardo da spaccare i monti e spezzare le rocce davanti al Signore, ma il Signore non era nel vento. Dopo il vento ci fu un terremoto, ma il Signore non era nel terremoto. Dopo il terremoto ci fu un fuoco, ma il Signore non era nel fuoco. Dopo il fuoco ci fu il mormorio di un vento leggero (I Re 19).

La narrazione riprende, senza una storia, seguendo una cadenza cui non si deve opporre resistenza. La pioggia cade sui pannelli di vetro e le campane suonano richiamando alla preghiera diffondendosi nei cortili innevati del convento della Grande Chartreuse. L’inquadratura fissa sull’acqua santiera con le dita che, uno dopo l’altro, si immergono in essa. Un bacile che oscilla sullo stipite di una finestra. Una mela. La stufa della cella. Particolari totalizzanti ci avvolgono e ci riempiono di senso. I frati sono colti di profilo o alle spalle attraverso sguardi rubati da dietro una porta. L’occhio, e con esso l’anima, si abitua al ritmo ed il ritmo ci conduce a poco a poco a far parte di quel mondo. La soggettività dello sguardo si stempera, autenticamente liquefatta in quell’atmosfera, di contemplazione dove ogni creatura, e perfino gli oggetti, diventano significanti grazie al potere di un sentire finalmente placato.
Il tempo poi si dispiega nella pienezza dei Volti che scorrono come istantanee in movimento: visi sereni con occhi profondi cui non pesa sopportare la decadenza del corpo.
Ancora mute parole di una potenza assordante. Ma questa volta ne accettiamo il peso e ci abbandoniamo alla seduzione di ciò che ci invade e ci conduce. Forse stiamo iniziando a capire.

Mi hai sedotto signore ed io mi sono lasciato sedurre (Geremia 20:7)

L’intensità della vita religiosa, l’intensità del cinema.
Queste sono le sensazioni dettate dall’inizio de Il grande silenzio, film documentario di Philip Groning dedicato alla vita monastica nel suo aspetto di contemplazione e di preghiera. Il grande silenzio ci ha fatto tornare in mente il capolavoro di Georges Bernanos (ed il bellissimo film omonimo che Robert Bresson ne ha tratto nel 1936: splendida, austera trasposizione del romanzo “Un'opera tutta fatta di verità interiore ha potuto per la prima volta passare sullo schermo senza la più piccola concessione”), forse per l’associazione di un cattolicesimo che nel libro come nel documentario vi si mostra sincero, drammatico e lieto insieme, intensamente vissuto, in una parola cristiano. Sono mille le differenze tra il romanzo e il documentario (parla di un prete di campagna anche molto critico verso il monachesimo il primo e di solitari monaci di montagna il secondo, fatto di parole e lunghi monologhi senza immagine il libro e immagini silenziose il film…) eppure entrambi parlano, come troppe poche accade volte di un cristianesimo radicale dal di dentro, dall’animo di chi ha abbracciato la scelta di vita. E in entrambi si scorge forse l’abbandono della lotta intellettiva per un ripiegamento sull’umanità e sulla carità, riconoscendo in esse le uniche vie sicure per ricongiungersi a Dio. Assetati di quel cristianesimo siamo andati a dissetarci leggendo di nuovo quel bellissimo Diario di un curato di campagna da cui è tratto uno degli incipit e proprio da quelle parole si potrebbe partire per l’analisi del film: «I monaci sono incomparabili maestri di vita interiore, nessuno ne dubita, ma per la maggior parte succede di quei “tratti” come per i vini locali: bisogna berli sul posto. Non sopportano il viaggio». Bene il regista Philip Groning non ha fatto percorrere il viaggio ai monaci, alla vita che loro conducono per consegnarli a noi spettatori; piuttosto sono gli spettatori ad esser presi per mano e delicatamente trasportati in quella dimensione apparentemente così distante e sospesa, in realtà così propria dell’uomo che ascolta se stesso e Dio. Groning non ha riprodotto in fiction la vita dei monaci, ma li ha filmati nella loro quotidianità, fatta di piccoli gesti di devozione silenziosa in ogni momento della giornata, nel lavoro come nella preghiera. Groning si era già recato nel 1984 presso i monaci francesi chiedendo loro il permesso di effettuare le riprese per il suo progetto. Allora il permesso di illustrare la vita all'interno del convento gli fu negato, ed i religiosi motivarono la loro decisione dicendo semplicemente che i tempi non erano ancora maturi. Ma un bel giorno a Groning è stata concessa la possibilità di realizzare il suo desiderio, e così ha potuto trascorrere un lungo periodo di sei mesi, tra l'estate del 2002 e l'inverno del 2003, in mezzo ai frati della Grande Chartreuse. Il risultato è il presente film in cui il silenzio è la caratteristica prevalente. Straordinario documento di 162 minuti girato nella Grande Chartreuse, il più antico convento certosino d'Europa, fondato nel 1024 in un luogo remoto delle Alpi francesi. Una di quelle scommesse vinte dal cinema quando diventa qualcosa di speciale, un’esperienza che ci trasporta in una dimensione spazio temporale diversa, eppure così nostra. Paziente, il tedesco Philip Groning ha atteso 19 anni per riprendere in silenzio con una telecamera (120 ore in tutto) il quotidiano, le opere e i giorni della vita monacale. Il regista sceglie di non fare un documentario verità scandagliando ad esempio le motivazioni o le personalità dei monaci che vivono nelle Alpi francesi, ma preferisce mostrare la loro semplicità ed i loro visi luminosi e per nulla stupiti di fronte ad una macchina da presa. Ne viene fuori un oggetto unico e davvero irripetibile (tra le clausole dell'accordo c'è quella per cui nessun altro film potrà essere girato in quei luoghi). Un saggio filosofico per immagini senza intellettualismi; un saggio sulla densità del tempo, un’esperienza inspiegabile, incomparabile e necessaria. Nessuno fino ad ora era riuscito a infiltrarsi con una telecamera nel leggendario monastero della Grande Chartreuse, dove nel 1084 San Bruno di Colonia e i suoi sei compagni fondarono l’ordine dei certosini nell’impervia valle di Chartreuse, che darà il suo nome all’Ordine. Eretto vicino a Grenoble, la Grande Chartreuse ancora oggi è il punto di partenza e di riferimento di tutto l’ordine. Una fortezza dunque, un tempio sacro all’interno del quale viene custodita con pazienza una mentalità ancestrale che pone, senza retorica, nelle braccia e nello spirito dell’uomo la sua vera forza, il suo fine ultimo. Oggi conta circa 450 monaci e monache che conducono una vita solitaria nel cuore Chiesa, e dispone di 24 monasteri in Europa e in America, in ognuno dei quali si vive la stessa vocazione contemplativa. Come tutti i monaci, i certosini consacrano la loro vita interamente alla preghiera, per lavorare alla propria salvezza e a quella di tutta la Chiesa. Quest'Ordine contemplativo si fonda soprattutto su tre elementi: la solitudine e il silenzio; la vita comunitaria come complemento di quella solitaria; una liturgia propria. La preghiera e il lavoro si succedono secondo un ritmo immutabile, seguendo il corso dell'anno liturgico e delle stagioni. Se i certosini hanno lasciato il mondo, non per questo sono diventati puro spirito. Questo presuppone in noi purezza di cuore e carità: "Beati i puri di cuore perché vedranno Dio." (Mt 5.8). Come detto nel 2002 il regista Philip Groning riceve finalmente la risposta positiva dai certosini e si trasferisce per alcuni mesi da solo nel convento, vivendo con i ritmi e le regole dell'ordine: parlare il meno possibile lavorare, meditare e pregare. Con una videocamera Sony 24P ad alta definizione e un Super8, riesce a fare a meno delle luci che solitamente servono quando si gira in interni (per questo parecchie scene del film sono quasi buie) e gira centoventi ore di materiale in digitale (poi riversato per la sala in 35mm). Un montaggio ipnotico ad anello delle attività di questi uomini votati a Dio: una scelta dalla definitività così assoluta da poter essere compresa solo nel silenzio più totale e assordante. Anche in sala c’è silenzio, quello delle occasioni rare. Possiamo solo sentire i suoni che illustrano l'operosa attività del convento: le forbici che tagliano la lana, la pala che scava nella neve friabile, i passi dei monaci nel chiostro cavernoso, una porta che si apre, le campane che invitano alla preghiera, il canto della messa notturna. Cosa strana a dirsi in un film praticamente senza parole, tra le cose più belle possiamo inserire la traccia sonora realizzata senza nessun commento musicale o voce fuoricampo, solo suoni ambientali della natura e del monastero: i canti dei monaci che ringraziano per tutto ciò che è stato creato, la cerimonia di accoglienza per due nuovi fratelli, le conversazioni permesse solo la domenica. La bellezza di ascoltare il silenzio ci viene restituita in tutta la sua dirompente potenza. Ascoltare il silenzio ci permette in un momento di inquinamento sonoro come il nostro di rispettarci di più. Un rispetto che purtroppo non siamo più abituati a concederci cui solo l’arte o la religione possono ancora accostarci. E attraverso i mezzi del cinema, il Cinema con la maiuscola, Gröning vuole avvicinarci a un mistero e riesce a farlo attraverso il miracolo che solo i grandi maestri evocatori del cinema (Dreyer, Bergman, Rossellini, Pasolini, Bresson, Resnai ) sono riusciti a fare. E così attraverso l'anelito ad una ritrovata semplicità del guardare in silenzio ci abbandoniamo senza paura all'austerità di ambienti essenziali di legno e pietra, all'aspetto infantile e candido dei monaci ripresi a giocare sulla neve, ai dettagli della loro umile, gloriosa routine di lavoro. Un film che tiene a distanza le parole. Anche le didascalie sono rare ma energiche, per far trovare il gusto dell’intensità del verbo: “Chiunque di voi non rinuncia a tutti i suoi beni e non mi segue non sarà mai mio discepolo”. Queste didascalie se da un lato rompono lo scorrere delle immagini dall’altro aumentano il senso e la contemplazione di ciò che ci sta investendo. La didascalia così vigorosa e allo stesso tempo genuina, ci riporta alla semplicità del cinema delle origini quando i film erano muti, ma non per questo non parlavano. Nel film di Gröning la semplicità dell’oggetto da filmare si sposa con il modo semplice di riprenderla: il digitale, l’assenza di luminosità, la fissità sugli oggetti, l’assenza di parole, dimostrano come il cinema non abbia bisogno di nulla, se non della sincerità delle intenzioni. Il ritmo, assieme solenne e lievissimo, scorre tra inquadrature di cellette spoglie, di corridoi, di monaci in preghiera, di verdure che servono per la magra cena, poi il campo totale del refettorio, protetto nella penombra. e quello del coro sui cui banchi i frati si ritrovano ogni giorno e ogni notte. Certo, ci sono montagne e vette nel film, prati e distese di neve, il blu profondo delle notti e la luce sconfinata che la primavera e l'estate fanno esplodere nell'aria. Ma neanche per un attimo abbiamo la sgradevole sensazione di vedere un film che fa leva sulla suggestiva bellezza dei paesaggi per ammaliarci; non si tratta di quei fastidiosi film-documentari che diventano cartolina al servizio della bellezza dei luoghi: ogni regista ha un modo proprio di guardare i luoghi. Può inquadrarli con gli occhi vuoti del turista di passaggio o disporli come un fondale dietro l’azione dei personaggi. Può servirli o servirsene, può scoprirli o nasconderli. Sullo schermo si vede si li ha scelti con amore o per caso. L’ambientazione bella al cinema non dovrebbe esistere, non ci si commuove perché si vede un paesaggio insolito inquadrato da un’angolazione ardita; i paesaggi al cinema devono essere razionati perché il film poi ne diventano schiavo. Ci sono luoghi di cui la macchina da presa si innamora subito, bisogna vedere se l’amore è ricambiato. I paesaggi che circondano la Grande Chartreuse non sono un’immagine da cartolina, ma, innanzi tutto, sono un sentimento; il regista non indugia mai suoi luoghi per commuovere, ma li coglie con gli occhi di chi li vive, ne fa tutt’uno con i loro stati d’animo ed affida ai luoghi prima ancora che alle parole il compito di svelare questi stati d’animo; gli scorci, i cortili, i paesaggi sono vissuti con la stessa intensa partecipazione dello sguardo che scruta nell’intimità quotidiana dei monaci. Una quotidianità fatta di gesti ripetuti, scanditi nei pasti, nei momenti di vita in comune, negli svaghi - rari, come la gita sulla neve - ma soprattutto nella riflessione, nella preghiera, nel dialogo con il cuore, nella propria coscienza. In definitiva con Dio. Inutile sottolineare che questo approccio radicale genera una sequenza ininterrotta di immagini dotate di una suggestività e di un fascino simili a un sortilegio: quadri di ieratica fissità, squarci ambientali letteralmente prodigiosi, primi piani dei monaci dalla frontalità quasi bizantina, il pulviscolo luminoso sospeso nell’immobilità di un interno. Il silenzio, interrotto solo dalla danza delle fiamme di un focolare. Lo studio, su antichissimi volumi, ma anche i lavori umili, in cucina, nell'orto, nei giardinetti di fronte ad ogni cella. Un aereo che passa, lontanissimo, nel più alto dei cieli. La neve che cade alla luce incerta dell’alba, così incerta che potrebbe essere polvere, pulviscolo cosmico, la polvere del tempo. E poi: un corpo piagato dalla vecchiaia, ventre cadente, pelle grinzosa su cui un monaco più giovane stende lieve un unguento. Un mucchietto di bottoni in primo piano, un tesoro da re in quel mondo dove tutto si ricicla. L’infinita miseria-ricchezza di ogni oggetto, di ogni essere, e la sua luminosa grandezza. La mortificazione della carne, l’ascesi, la negazione è insieme l’esaltazione del mondo, che di colpo sembra ritrovare pienezza e consistenza, forse addirittura un senso prima invisibile. Ci si perde nei giochi caldi delle luci e delle ombre che si proiettano dalle finestre, dalle porte, dai colonnati percorsi in silenzio dai frati. E ancora si indugia sui loro volti, senza che su di essi si intraveda stupore e tanto meno sconcerto. Non li sentiamo quasi mai parlare, se non per cantare e l'unico ad avere la parola è un anziano monaco non vedente che mette a parte il regista di alcune sue riflessioni molto brevi come: "Non bisogna avere paura della morte. Più ci si avvicina a Dio, più si è felici". Tutti momenti in cui il cinema sublima in pura visione trascendentale, sciogliendo ogni laccio contingente: il cinema diventa direttamente e immediatamente visione mistica, estasi ricca di pathos. Innegabile malia di immagini potenti e incorrotte, filmate con indiscutibile talento visivo, quasi rubate ad un luogo impervio, silenziosamente arroccato sulle Alpi. Questo film, dalla narrazione descrittiva talvolta apocalittica a volte volutamente semplice, è lieto di colpire quanto agli occhi di Dio appaia scetticismo, indifferentismo dilettantesco di fronte al mondo, dinanzi al bene e al male, patteggiamento opportunistico con l’errore, tentativo di servire i due padroni che il Vangelo nega potersi servire. E così lo slancio meditativo come gli elementi realistici del film è la proiezione su di essi di quel soprannaturale. Tutto ciò si trasforma in immagini ovviamente senza trama, ma attraverso la vita dei personaggi, quei monaci silenziosi che hanno accettato nella propria vita la presenza costante del divino, diventa abbandono a Dio stesso data per allusione indiretta attraverso coloro che quotidianamente la sentono. Questi uomini che hanno accettato la chiamata da Dio sanno perfettamente che questa è una chiamata alla quale se non ci si dà per intero non si da nulla di sé. Ed allora capiamo che le domande radicali: Cosa significa per noi essere nel mondo? Che senso ha l'esistenza? In altre parole le domande che sorgono all'interno del monastero non riguardano tanto la scelta di vita così estrema dei monaci, ma la nostra vita e le nostre scelte. «La fiducia dei monaci che ogni cosa è governata da Dio - spiega il regista - è rimasta con me. Ho imparato da loro l'ottimismo e la capacità di riconoscere tutto ciò che di meraviglioso la vita ti offre. Nella nostra società siamo governati dalla paura di non avere successo, ricchezza, bellezza. Dopo l'esperienza nel monastero credo di essermi liberato da questa ossessione. E ora ho anche più bisogno di trascorrere del tempo in solitudine». Il grande silenzio non si rivolge solo ai credenti, ma a chiunque senta il «miracolo del tempo». E a noi viene da aggiungere: a chiunque avverta lo scandalo del suo scorrere, e non accetti di lasciarsi perdere nel fluire circolare e infinito del presente. «Non è un film, è un'esperienza. Dopo i primi due minuti sentirete se riuscirete a viverla fino in fondo. Se sarà così abbandonatevi alle immagini, (altrimenti vi consiglio di uscire)» è l'avvertenza di Phiip Groning per Il grande silenzio, film che non genera sconcerto, né tanto meno noia. Il grande silenzio è un film ipnotico, un antidoto alle false priorità del nostro tempo. Un film in cui dall’apparente monotonia della quotidianità emerge una sola, semplice certezza: serenità. «Il successo è sorprendente, ma non troppo. In un momento come questo, nel nostro vivere assediati dal rumore e stretti in un rapporto frenetico con il tempo, non è un caso che siano andati bene film sul tema della spiritualità in genere legata a religioni orientali. Perché non sperimentare il bisogno di ricerca nella religione cattolica, assai più vicina a noi, alla nostra cultura, alle nostre radici», dice ancora il regista. «Non sono rimasto molto sorpreso dal grande successo del pubblico perché le persone hanno un grande bisogno di spiritualità - prosegue Groning - trovo assurdo che gli occidentali vadano a cercare lontano quello che possono avere dalla propria cultura. Io sono stato educato in una famiglia molto cattolica negli anni Sessanta e come tutti quelli della mia generazione ho avuto con la religione un rapporto molto conflittuale. Attraverso questa esperienza in Monastero ho conosciuto un nuovo modo di vedere la religione, completamente diversa da quella basata su peccato e senso di colpa che mi era stata insegnata. Per i monaci con cui ho vissuto quest'idea è completamente superata a vantaggio di una percezione profonda della grazia». Il film si deve alla sua tenacia. La prima richiesta al priore della certosa risale a 18 anni fa. «Ora è troppo presto, fra qualche anno forse» fu la risposta. Dopo 13 anni lo chiamarono dal monastero: «Se è ancora interessato». Nato a Dusseldorf nel'59, Groning - che sul tema del tempo, anzi filosofia e tempo, insisterà con il film che prepara su Heidegger - ha ricevuto un'educazione cattolica, «ma da bambino negli anni Sessanta essere cattolico significava complesso di colpa, paura del peccato. Sono stato con i certosini per sei mesi, ho condiviso i loro silenzi, i ritmi naturali e quieti del loro quotidiano. I piccoli lavori necessari nella cucina o nell'orto, i canti e le preghiere. La mia visione della religione è cambiata, non si parla di colpa e di peccati ma si esalta l'aspetto più luminoso, la percezione della grazia. Vivere con persone che non hanno paura, neanche della morte, mi ha arricchito di una libertà interiore sorprendente, di una strana felicità, come se non fosse possibile una vita fallita». I monaci hanno riso «anche vedendo il film soprattutto alle piccole trasgressioni alle regole, per esempio quando uno di loro mangia in giardino e non in cucina o parla con il gatto», dice il regista. Secondo lui «nel silenzio anche le cose, le più banali, una sedia o un tavolo, un bicchiere diventano presenza tangibile, importante. Questo ho cercato di rendere con il film. Non dico di essere stato "sedotto dal Signore", ma trovare il tempo per vivere con se stessi in una solitudine che allontana la realtà esterna — nel monastero solo il priore legge i giornali e conosce le cose del mondo — è un'esperienza che consiglio. Anche ai laici, anche ai seguaci di altre dottrine, la vita monastica del resto esiste da sempre in qualunque cultura. Penso che un'esperienza del genere possa trasformare un ateo in qualcuno che crede in qualcosa».

Anno IV n.3/4, maggio/agosto 2006


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