CONSIDERAZIONI
A MARGINE DEL DOCUMENTARIO
L'ESTASI E LA PASSIONE:
IL CORPO TENTATO
di ANDREA
FIORAVANTI
L'idea del documentario è nata dal problema del femminile
nel cristianesimo cattolico. La volontà di porsi su una
linea di approfondimento problematica di questo genere,
che, lungi dal poter essere esaurita con il nostro lavoro,
in realtà si è trasformata in uno stimolo alla ricerca visivo-uditiva
che ci ha fatto muovere, ci ha fatto agire, viaggiare e
filmare. Si tratta di un omaggio alla donna, alla santità
della donna, che da un problema teologico profondo, come
quello di concepire il Dio come Madre, fino all'amore erotico
delle mistiche medioevali verso Cristo, attraversa la figura
affascinante e problematica, fondamentale e delicata della
Vergine Maria come madre di Cristo Gesù.
Se la paternità predicata di Dio genericamente è così
istituzionale ed estesa a tutti i cristiani da non dar
luogo a sviluppi tipici, più spesso il rapporto di filiazione
è dislocato al femminile nella relazione figlio-Dio madre.
Qualità materne sono predicate su un piano oratorio e
devozionale, emotivo e non speculativo, a partire da quella
letteratura spirituale che porta i nomi di Anselmod'Aosta,
Bernardo di Chiaravalle, i quali fanno capo a Sant'Agostino,
il quale aveva già attribuito a Cristo autorità paterna
e materno affetto. Ma è una donna Matilde di Hackeborn
che propone per la prima volta la maternità di Dio come
attributo essenziale della divinità, facendone un dato
teologico, non solo devozionale. Santa Gertrude sviluppa
ulteriormente il concetto in ambito trinitario, appropriando
la maternità alla seconda persona. Alla riluttanza maschile
nell'assegnare a Dio gli attributi femminili che la bibbia
predica della sapienza, fa riscontro la piena adesione
femminile, in quanto esperienza unitiva. Il simbolo della
paternità raffigura l'alterità, in quanto strappa l'individuo
uomo all'inganno di credersi l'origine di se medesimo;
lo fa apparire ai suoi stessi occhi un essere finito.
La maternità al contrario è sibolo di immedesimazione;
fonde il corpo al corpo. Le mistiche dunque propongono
l'idea di un Dio madre.
Presentazione Scrittrici Mistiche italiane, a cura
di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, Marietti, Genova
1988.
Volevamo
conoscere meglio le mistiche che se da un lato si definivano
figlie di un Dio Madre, dall'altro si concepivano come spose
di Cristo. Desideravamo conoscere la loro povertà e il loro
linguaggio.
Mistica
è parola dai contorni imprecisi; poche altre nel nostro
linguaggio sono adoperate in modo così vago, tanto da
non significare altro che incomprensibile, indeterminato.
Senza entrare nel gorgo linguistico e concettuale del
termine, noi l'usiamo nel senso più limitativo che ha
nell'ambito delimitato della concezione cattolica, dove
designa uno stato di perfezione del credente. In questi
termini lo stato mistico di perfezione comporta una relazione
tra la persona umana e il Dio personale, considerato come
il tutto diverso da sé e l'equivalente di sé, in un dialogo
perpetuo d'amore. Dialogo che si conclude con un faccia
a faccia personale contemplativo e amoroso con Dio. L'amore
è il fondamento del rapporto, l'amore è categoria conoscitiva
che in questo senso è pre-scientifica. La conoscenza amorosa
non è né razionale né discorsiva, perché supera la distinzione
di conoscente e conosciuto. Non è teorica, ma sperimentale.
Il presupposto su cui il mistico basa questa trasgressione
è che il Credo, così come le chiese e le teologie, non
copre con il suo linguaggio tutto ciò che può essere detto
di Dio, perché c'è il Dio infinito, essere dell'essere,
che può essere parlato (se non nominato) aldilà di ogni
parlare di teologi, di gerarchie, e di confessioni. Il
linguaggio mistico si rifà a quelle forme che permettono
di parlare delle nostre percezioni ed emozioni nel loro
aspetto vissuto. La differenza sta nel fatto che la relazione
dei sentimenti normali si riferisce a esperienza vissute
sia dal mittente che dal destinatario, mentre comunicare
un'asperienza mistica presuppone di parlare di fatti interiori
che il destinatario non ha vissuto, abbia o non abbia
la fede. Non li ha vissuti perché sono unici, irripetibili,
la loro verifica avviene al di fuori di ogni umana verifica,
nella sola profondità dell'io fatto altro.
Presentazione Scrittrici Mistiche italiane, a cura
di Giovanni Pozzi e Claudio Leonardi, Marietti, Genova
1988.
Ci proponevamo di collocare le mistiche nell'esatta
situazione storica, nel contesto dell'epoca. Qual'era la
ricezione della comunità di queste strane donne visionarie
che davano in un certo senso "scandalo", precedentemente
ricche poi in miseria che parlavano e si amavano con cristo?
Scrive Chiara d'Assisi ad Agnese di Praga "il suo amore
vi farà casta, le sue carezze più pure, il possesso di lui
vi confermerà vergine[…] ormai stretta nell'amplesso con
colui che ha ornato il vostro petto di pietre preziose;
alle vostre orecchie ha fissato perle di inestimabile valore…"
È commovente, inoltre, che Margherita chiami il Cristo Verace
amante, o anche appassionatamente dolcissimo amor mio. Sapevamo
insomma che c'erano degli argomenti spigolosi perché difficili
da comprendere non perché scandalosi in sé, spesso questi
argomenti sono stati come velati dall'intenzione agiografica.
Ad esempio cos'è quello che comunemente viene definito come
una sorta di rapporto estatico erotico delle mistiche con
il redentore?
Nell'intero
ventaglio della relazione con cui le mistiche si relazionano
al divino in particolar modo a Cristo è quello di sposo
e sposa. I termini sinonimi di marito e moglie non compaiono
perché delle nozze si privilegia l'aspetto erotico e non
quello contrattuale. E Gesù è poligamo senza ombra di protesta
con le altre, di volta in volta spose esclusive e dilette
sopra tutte le altre. Con il lirismo e la sensibilità che
le contraddistinguono attraverso lo strumento della visione
queste donne entravano in rapporto diretto ed individuale
con la Divinità e con le anime e rivolte unite a Dio condividevano
quell'ideale di amore che le vedeva "spose di Cristo". Donne
colte e appartenenti a famiglie benestanti e aristocratiche,
che hanno sentito una "chiamata interiore" spingerle a prendere
il velo o ad unirsi a una delle comunità di beghine che
proliferavano tra il XII e il XIV sec, estendendosi dalle
fiandre al nord della Francia al Belgio e alla Germania.
Il beghinaggio consentiva loro di condurre una vita di preghiera
e di ascetismo, in assoluta povertà e umiltà, senza essere
costrette a pronunciare i voti di castità e ubbidienza e
seguire le rigide regole dei chiostri. L'arditezza di certe
immagini e di alcuni concetti spesso indussero i contemporanei
a giudicare eretiche le beghine Fragili solo in apparenza,
le nostre mistiche medioevali rivelano grande forza interiore,
determinazione e d ambizione quando, nell'arco dei secoli,
denunciano con ardenti invettive la corruzione del clero
ed auspicano il ritorno ai principi di carità cristiana
e un arricchimento intellettuale all'interno della chiesa.
Le autrici dei brani hanno affidato la traduzione delle
proprie esperienza mistiche ad una prosa ed a una poesia
semplici ed efficaci, avvalendosi del latino, la lingua
dei dotti, come delle rispettive , lingue volgari, che hanno
conferito vigore ed immediatezza a quei concetti spirituali
che le contemplative volevano trasmettere a uomini comuni,
impossibilitati a godere del loro stesso privilegio.
Mistiche cristiane del medioevo, a cura di Raffaella
Tonacchera Edizioni Redm Como 1996.
Le
interviste sarebbero state basate su questi nodi problematici,
e ognuno dei nostri interlocutori sarebbe stato intervistato
sulle sue competenze specifiche. A questo proposito va aggiunto
che ad un lavoro di ricerca dal punto di vista storico,
faceva il paio un lavoro organizzativo, basato innanzi tutto
sulla eventuale disponibilità del nostro interlocutore,
che prevedeva ogni volta il chiarimento del nostro lavoro
di ricerca, le delucidazioni sulla commissione del documentario,
e sulla serietà d'intenti, poi, sondata la sua disponibilità,
si passava all'organizzazione pratica dell'incontro, che
anticipava le riprese vere e proprie, si consegnavano le
domande anticipatamente, si raccomandava una certa snellezza
e chiarezza nella risposta e ci si dava appuntamento al
luogo prestabilito per l'intervista. Una volta giunti sul
luogo dell'appuntamento, si predisponeva tutto per l'intervista,
luci, microfoni, telecamere e, scelte le prospettive migliori,
si partiva con la registrazione. 1. A padre Salmann, un
intervista sui problemi teologici generali del femminile
in Dio, sulle mistiche, sulle loro povertà, e sui loro rapimenti
estatici erotici, e il linguaggio del corpo. 2. A Frascarelli,
intervista sul contesto storico sociale in cui le mistiche
si inseriscono. E sul fenomeno del misticismo in generale.
3. Alla Casagrande sul problema storico della femminilità,
se potevano essere considerate delle avanguardie femministe,
sulla loro povertà, e sui loro confessori. 4. A Mezzanotte
in generale sul medioevo cristiano, sugli ordini mendicanti
e sulla nuova società, e su come poteva reagire la comunità
di fronte a queste donne straziate che in un certo senso
davano spettacolo. 5. A Vertucci su alcuni significati dei
luoghi santi, sul corpo, sul Dio come Madre sulla meditazione,
e sul problema del linguaggio. Se queste erano le tematiche
che intendevamo affrontare nel nostro percorso di ricerca,
e dunque preparare le interviste in questa direzione, c'erano
altresì tre aspetti fondamentali del nostro procedere, che
hanno a che fare con l'immagine, con la realizzazione filmica
del documentario:
- L'indagine
sui luoghi, vale a dire ripercorrere e filmare tutti quei
posti quegli spazi nell'Umbria, e più in generale del centro
Italia (come Roma, Ascoli, Montepulciano, Cortona), in che
sono stati testimoni di percorsi, di vissuti che avessero
a che fare con le nostre tematiche.
-
Inoltre la donna nella sua materialità e fisicità, volti
e corpi femminili trovati lungo il percorso, che forse non
a caso percorrevano il nostro stesso sentiero, anche loro
chissà alla ricerca di un sentire nell'anima e nel corpo.
- Da
ultimo la scommessa visiva forse più ardua, proporre, attraverso
un effetto disturbato come un fastidio della memoria, l'inserimento
in alcune fasi delicate del documentario di un momento di
fiction che restituisse la possibile visibilità ad un corpo
femminile nella sua essenza naturale: filmare una donna
che sentiva il richiamo del divino all'interno della natura.
Scommessa come detto ardua e, a posteriori, forse si può
dire persa, perché sospesa a mezza via tra l'osare e il
non osare dell'immagine, tra la radicalità della scelta
(l'idea di mostrare una donna, una mistica, forse, nella
sua nudità) e il dubitare, la timidezza della ripresa. Non
che manchino di fascino le sequenze, ma forse in alcuni
momenti si inseriscono male nel continuum narrativo del
progetto.
Queste,
dunque, erano le linee di ricerca teoriche del documentario
(tra forma visibile-filmabile e contenuto tematico) Sulla
base di queste tematiche il progetto aveva una sua struttura
rigida, risultava molto scritto (aveva una sua sceneggiatura
con le interviste da fare e le riprese da realizzare), inoltre
erano già chiare già prima di filmare quali sarebbero state
le sue parti (un prologo che ponesse il problema della donna
come mistica; una prima parte dedicata al contesto dell'epoca
agli ordini mendicanti e alla povertà; una seconda parte basata
sul problema del linguaggio di queste donne e sui loro luoghi
santi; una terza parte che indagasse il loro rapporto estatico-erotico-linguistico
con Cristo; un epilogo sulla Chiesa come madre e sulla Vergine
Maria) Strada facendo, però, ci siamo accorti che il vero
problema del lavoro andava trasformandosi: il tema del documentario
non risultava più essere un il tentativo di una documentazione
esaustiva sulla relazione femminile e divino o il problema
del rapporto estatico erotico delle mistiche; il tema effettivo
del progetto riguardava a questo punto il come restituire
attraverso l'immagine le parole, le atmosfere, le sensazioni,
in una parola coma fosse possibile farsi domande su questo
argomento per ciò che riguarda il mezzo filmico. È ovvio dunque
che a quel punto la problematica fondamentale del documentario
prevedesse (non potendolo più escludere) il meta-documentario
vale a dire la restituzione dei dubbi, delle incertezze, dei
successi degli insuccessi di certe missioni (purtroppo è rimasta
fuori la sequenza della nostra delusione di fronte ad un affresco
che volevamo filmare ma che era in fase di restauro), la fatica
del nostro viaggiare e intervistare, e il fuori set delle
conversazioni, l'atmosfera di cordiale disponibilità offerta
dagli intervistati. Insomma restituire il dubbio sul perché
il documentario, se avesse senso fare un lavoro di tipo documentaristico
su un argomento di questo genere.
Anno
II n.4, luglio/agosto 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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