Edvard Munch, Madonna (1894-95), part.
 

MISTICA ED ESPRESSIONISMO
Esordire in questa riflessione che intercorre nella mistica medioevale, in special modo in quella al femminile, sulla relazione tra corpo, mondo e linguaggio, e sull’analogo rapporto instauratosi nella corrente artistica dell’espressionismo mediante il richiamo all’adagio dostovskijano «la bellezza salverà il mondo», potrebbe sembrare non molto originale, così come il ricorrere ai suggestivi esempi che sempre questo citazione porta con sé.


MISTICA ED ESPRESSIONISMO

COINCIDENZE, ANALOGIE ED EREDITÀ
TRA MISTICA ED ESPRESSIONISMO NELLA
DIALETTICA TRA ESSERE ED APPARIRE


di ANDREA FIORAVANTI


“Benché questa sia follia, pure c’è del metodo in essa”
William Shakespeare, L’Amleto

“La bellezza salverà il mondo”
Fedor Dostoevskji, L’idiota

Esordire in questa riflessione che intercorre nella mistica medioevale, in special modo in quella al femminile, sulla relazione tra corpo, mondo e linguaggio, e sull’analogo rapporto instauratosi nella corrente artistica dell’espressionismo mediante il richiamo all’adagio dostovskijano «la bellezza salverà il mondo», potrebbe sembrare non molto originale, così come il ricorrere ai suggestivi esempi che sempre questo citazione porta con sé. Eppure, forse, ciò che manca a questa opinione comune è la seria presa di coscienza della profonda importanza che intercorre tra la bellezza ed il mondo, non solo per ciò che concerne i contenuti, ma altresì, la forma espressiva, la possibilità di comunicare, in una parola il linguaggio. Come abbiamo detto molti ripetono questa frase dello scrittore russo Dostoevskji presente in uno dei suoi capolavori L’idiota in cui il protagonista, il principe Myskin si presenta come una creatura spiritualmente superiore. Probabilmente molti ripetono questa frase proprio perché in essa è racchiuso il senso profondo delle riflessioni che si dipanano a partire dalle connessioni tra corpo, linguaggio dell’arte, bellezza, natura, mondo. In questi pochi termini si stabiliscono relazioni e problemi che hanno investito la riflessione del mondo occidentale. Molti ancora oggi riflettono sulla bellezza, gli ultimi in ordine di tempo sono Umberto Eco con Storia della bellezza e Gianfranco Ravasi, Il bello della Bibbia, fino addirittura ad arrivare al Papa che ha citato questa frase nella sua Lettera agli artisti. «La bellezza è qualcosa che ci colpisce per sé. In questo senso ciò che è bello è anche buono. Ed in epoche diverse si è posto uno stretto legame tra ciò che è il Bello e ciò che è il Buono». Così scrive Umberto Eco nel suo Storia della bellezza1. Inoltre, sottolinea il biblista Ravasi, «la stessa Bibbia è convinta che la bellezza ha una sua forza di salvezza anche perché […] in ebraico un unico aggettivo, t?b, indica contemporaneamente il “buono” e il “bello”. […] Per la Bibbia perciò Dio è bello e irradia splendore e fascino»2. Ma la bellezza nel mondo si situa in quella estensione di spazio che investe sia l’essere che l’apparire. Ed il fatto che oggi molti pongano l’attenzione su questo aspetto vuol dire che si vive in un momento in cui questo rapporto è banalizzato e messo seriamente in discussione. Ed allora ci sia permesso spendere qualche rigo per spiegare come la profondità del chiasmo che racchiude le connessioni Bello-Buono, Essere-Apparire sia oggi particolarmente sterile e porti ad uno svilimento della tensione tra i poli che lo costituiscono tale da rendere le connessioni assolutamente superficiali.

LA FEMMINILITÀ OGGI: PARADIGMA DELLA IRRISOLTA
QUESTIONE TRA L’ESSERE E L’APPARIRE
Il rapporto che qui viene gettato tra la mistica medioevale e la corrente artistica dell’espressionismo è ben lontano dall’essere compiutamente sviluppato e, purtroppo, anche questo lavoro può essere considerato più alla stregua di un progetto di ricerca, dell’indicazione di un sentiero che il suo vero e proprio esser percorso. Per cui risulterà evidente che non si tratta di un lavoro filologico e comparativo tra i due fenomeni, quanto piuttosto una ricerca delle condizioni di possibilità che questo lavoro avvenga. Tra tutti i limiti che questo percorso può avere non volevamo aggiungere l’omissione del motivo che ci ha spinti a questo tipo di ricerca, il perché ancora oggi sono più che mai attuali discorsi come quello sulla mistica, relegato anche a livello di immaginario collettivo in un periodo molto distante da noi e quello sulla corrente artistica dell’espressionismo che ha abbracciato gli anni Venti e Trenta del secolo appena trascorso e che da tempo sembra superata da nuove tendenze e visioni. In realtà in entrambi casi viene a stabilirsi un fenomeno che dà vita ad un risultato che si rapporta in modo autentico all’ormai scomparsa tensione tra l’essere e l’apparire. Avendo deciso di parlare in particolar modo di mistica al femminile in rapporto ad una corrente artistica, si capisce il perché ci sia in apertura l’ovvio riferimento al bello. Bello che oggi purtroppo fa quasi sempre il paio con l’apparire e non ha la giusta tensione con l’essere né tanto meno si mette in rapporto con il Buono. Oggi la bellezza è solo superficialità ed apparenza. Soprattutto legata al mondo femminile. Mentre riflettevo sulla mistica e contemporaneamente (per altri canali) stavo portando avanti il discorso sull’espressionismo (soprattutto cinematografico) mi sono chiesto come mai ho seguito questa voglia di conoscere le mistiche medioevali e, parallelamente, mi chiedevo il perché del mio interesse per l’espressionismo. Nel frattempo continuavo a riflettere sulla bellezza e sul ruolo contemporaneo della donna in particolare delle ragazze contemporanee e, purtroppo, sulla totale distanza che esse hanno con quella verità e con quelle donne. Pensavo poi, ed io sono un’insegnante delle superiori, che oggi addirittura nelle nostre classi multietniche si può creare un paradosso e cioè possono stare vicine due ragazze, due adolescenti che hanno ambizioni contrarie, magari compagne di banco aspirano rispettivamente ad essere velina o essere velata. La ragazza occidentale vorrebbe essere una velina (termine che indica ormai nell’immaginario collettivo una ragazza appartenente al mondo mediatico virtuale solo con l’unico merito della bellezza imposta con la forza della reificazione della presenza-apparenza) e cioè annullare il suo essere pur di apparire nella sua civiltà virtuale; l’altra, una ragazza presumibilmente appartenente alla cultura araba, aspirerebbe ad essere una velata (intendendo con ciò quelle ragazze che per eredità culturale indossano un velo che copre il loro viso quando non l’intero corpo), vorrebbe cioè smettere di apparire pur di dimostrare di essere con la sua civiltà. Entrambe, la velina e la velata, come donne, pongono il problema urgente di una riconciliazione tra l’essere e l’apparire che il XX secolo ci ha lasciato in eredità nella loro bellezza. Ma in realtà questo problema tra l’essere e l’apparire del corpo nelle donne è la cartina di tornasole tra l’essere e l’apparire3 nella sua universalità. Per pensare la femminilità nell’autenticità tra l’essere e l’apparire si deve partire da sé; e solo recentemente, attraverso le mistiche, ho iniziato a leggere e scoprire un autore medioevale che è anche il primo esempio di questa pratica del partire da sé, un teologo-filosofo del medioevo che aveva una certa intimità con il pensiero delle donne: Meister Eckhart. Eckhart ha scritto che qualunque sia l’argomento terreno o divino di cui si tratta non possiamo pretendere di sapere niente in forza di qualche argomento esteriore che sia personale o oggettivo. Tutto quello che tentiamo di dire indipendentemente da quello che ci muove dentro è peccato mortale di menzogna. Per cominciare a dire qualcosa di vero, o sperare di poterlo dire, ascoltiamo una voce interiore, che è ciò che ci muove a dire e cerchiamo poi di renderne conto con onestà il resto, la verità verrà poi per conseguenza. Ho deciso allora di parlare di nuovo delle mistiche e del loro linguaggio e di riportarle attraverso il parallelo con l’espressionismo proprio per l’esigenza che ho descritto all’inizio. Poi ho capito che la voce che mi spingeva a seguire l’intuizione e realizzare questo rapporto era tentare di riconciliare l’essere e l’apparire del corpo e che questa soluzione si può avere soltanto cominciando a parlare da sé, delle proprie intuizioni e dei propri studi.

IL LINGUAGGIO DELLA MISTICA
IN PARTICOLARE DELLA MISTICA AL FEMMINILE

Mistica è parola dai contorni imprecisi; poche altre nel nostro linguaggio sono adoperate in modo così vago, tanto da non significare altro che incomprensibile, indeterminato. Senza entrare nel gorgo linguistico e concettuale del termine, noi l’usiamo nel senso più limitativo che ha nell’ambito delimitato della concezione cattolica, dove designa uno stato di perfezione del credente. In questi termini lo stato mistico di perfezione comporta una relazione tra la persona umana e Dio, un dialogo che si conclude con un faccia a faccia personale, contemplativo e amoroso con Dio. La mistica cristiana prende a modello quel duplice movimento di trasformazione della vecchia idea di Dio di diventare uomo e da parte dell’uomo di diventare Dio. Il modello di trasformazione è Gesù Cristo, in cui per la fede convivono Dio e uomo, in cui cioè i due movimenti si sono perfettamente saldati. Se il termine mistica indica lo stato di perfezione del credente, si raggiunge questo stato di perfezione nella misura in cui ci si avvicina a Gesù e al suo messaggio. A questo esito porta non solo l’itinerario che il mistico compie verso Dio, ma il suo cammino dentro Dio, analogo al cammino che Dio compie dentro l’uomo. C’è una storia di questo fenomeno? E come è possibile descriverlo? C’è in questo senso una storia della mistica? Sicuramente non esiste una storia del processo intimo in cui questo si realizza in un uomo o in una donna, si dà una storia dei modelli agiografici in cui quell’incontro e quel processo si configurano. Il modello dominante e su cui si realizza la perfezione medioevale è quello monastico: la perfezione della vita in Cristo è possibile solo con un ritiro dal mondo e dalla storia, che è variamente concepito e vissuto, ma che implica sempre una distanza e frattura tra il vivere perfetto e il vivere storico. Il perfetto infatti non vive la vita di tutti ed ha i suoi luoghi deputati alla crescita di questa perfezione. Il bisogno di una chiesa che sia nella storia e non fuori di essa, radicalmente segnata da Cristo, è parallelo al bisogno di una immedesimazione Cristo-cristiano che sia storicamente tangibile. È soprattutto con la mistica al femminile che lo stato di perfezione, i nuovi linguaggi, si legano non più al monachesimo quanto piuttosto agli ordini mendicanti. Ma come era in generale la situazione della donna nel medioevo? Si è portati a pensare che nel Medioevo fossero gli uomini i depositari della ricchezza della potenza militare e le donne fossero relegate in secondo piano sia nell’ambito domestico sia nella vita pubblica. Questo è certamente vero, anche se come tutti i pregiudizi sull’età di mezzo, va mitigato da una più approfondita analisi che, pur confermando la situazione della donna, completa il giudizio confermando che furono presenti alcune donne che brillarono nella storia medioevale per la loro forza d’animo e per la loro forza politica. Tra queste spiccano senz’altro Matilde di Canossa, Eleonora d’Aquitania, Caterina da Siena, Giovanna d’Arco e poche altre, a conferma del fatto che rare sono le donne che si lasciano ricordare nella macro storia, quella politica, degli stati, degli eserciti. La realtà delle donne nel Medioevo era una condizione di costante subordinazione, dal controllo paterno a quello del marito, tanto che spesso la scelta religiosa, che fosse il convento o l’eremitaggio, rappresentava l’unico strumento d’accesso a una possibile realizzazione di sé. La situazione della donna non era semplice dal punto di vista sociale, umano ed economico, ma già il monachesimo benedettino aveva creato per la donna l’occasione e l’ambiente idonei per una maturazione sociale (attraverso, ad esempio, il ruolo della badessa). Per questo motivo parlare di donne religiose nel Medioevo vuol dire tracciare una storia della concreta condizione delle donne in una società in cui lo spazio del sacro era l’unico che godeva di una sufficiente autonomia che permettesse loro di giungere alla propria autoconsapevolezza. Certamente, però, non c’era ancora quell’autonomia data da un ruolo da protagonista, ne tanto meno il possesso di un proprio linguaggio religioso, che arriverà più tardi nel secolo XII. La mistica medioevale nasce dunque in un contesto storico di un mondo di potere maschile da cui la donna restava esclusa. È il francescanesimo che crea un’apertura sociale di per sé più vasta di quella monastica benedettina e più adatta alla nuova società comunale nascente e con il nuovo ordine mendicante si crea anche una nuova condizione spirituale che dà spazio all’esprimersi della donna. Così a partire dalla fine del secolo XII sono le donne a costituirsi come le vere eredi di Francesco, da Chiara d’Assisi a Margherita da Cortona, da Chiara di Montefalco ad Angela da Foligno. Proprio in questo senso possiamo dire che in loro, nelle mistiche, la povertà conserva un sapore originario, non si trasforma nel distintivo di un gruppo. L’amore della povertà nelle mistiche non sarà mai ridotto a supporto per la nascente ideologia degli ordini mendicanti. L’emancipazione femminile nel Medioevo sicuramente passa attraverso queste figure, anche se troppo debole rimane il loro impatto sulla società del tempo per avviare un autentico discorso al femminile dentro la Chiesa, come avrebbero voluto fare queste donne. Il mondo egemonico maschile resta dunque nell’inconscio di queste donne. La loro interiorità porta con sé l’eredità culturale della sudditanza al potere maschile, la costante emarginazione dall’universo di dominio dell’uomo. «E’ evidente che il linguaggio dell’amore umano, il linguaggio dell’eros diventa necessario a questa esperienza di trasformazione e immedesimazione […] la dinamica psicologica di ogni mistica è tra amore e nulla, ma il punto di soluzione è la pace del risorto: è una leggerezza del vivere, una giovinezza di spirito che trova modo di manifestarsi anche tra le angosce più buie e i dolori più gravi, nel nulla più nulla, perché abita nel fondo dell’essere e del divenir, e basta un lampo negli occhi a rivelarla. Nessuna tra queste sante esprime forse con maggiore evidenza questo processo […] quanto Angela da Foligno». Ed infatti il modello di santità femminile tra secolo XIII e XVI, che si avvia in Italia con Chiara d’Assisi e si chiude con Maria Maddalena de’ Pazzi, conosce due vertici in Angela da Foligno e in Caterina da Siena4. Ma essendo Cristo l’esempio, il modello, si hanno alcuni problemi di carattere linguistico, Cristo è sia vero Dio che vero uomo, è sia l’Idea che carne ed esistenza umana, allo stesso tempo questo incarnarsi dell’Eterno nel tempo comprende non solo l’ingresso nello spazio e nella storia, ma anche l’assunzione di un linguaggio, che è tempo successivo, simbolo e codice. Ed allora troviamo che il linguaggio delle mistiche mette a dura prova il vocabolario con cui il teologo lavora, abituato più alle sottili e collaudate distinzioni semantiche che, da un lato ai modi di dire elementari, dall’altro al tentativo di far dire alla parola ciò che essa non può; l’estraneo all’universo mistico definisce questo linguaggio un ascolto di se stesso, per la mistica questa proposizione non ha senso perché la mistica tende a parlare le parole del suo interlocutore attraverso luoghi privilegiati della psiche destinati a quell’epifania e visitati in stati di estasi. Questa spinta a dilatare i confini della propria interiorità è motivata dal bisogno di collocare in un luogo adatto l’avvenimento dell’incontro con Dio che non ha riscontro nella comune esperienza immaginativa. Non è un colloquiio tra assenti descritto dall’immaginazione o dalla memoria, è un colloquio in cui la dualità è abolita e ricondotta dalla parola stessa all’enigma dell’alterità e della distanza divina. La sintassi è rotta, densa di metafore assolute, scandita per allusioni troncate, sospensioni estatiche. È un parlare che attinge ai paradossi di un innominabile che deve essere detto e questo rende ogni loro proposizione mirabile ed instabile al tempo stesso. Dio è ineffabile, nominato ed innominabile allo stesso tempo e questo fa sì che il loro linguaggio sia implicato in un corto circuito in cui domina il nulla, dove la loro realtà descritta non ha volto. Un compito di scrittura così irregolare incide anche sull’altro aspetto del loro parlare: si torna agli elementari quotidiani da un lato, dall’altro a figure retoriche come l’ossimoro e la tautologia che dominano il loro discorso. Le mistiche allora desiderano Cristo senza desiderarlo, ma esse stesse non sapendo e non volendo sanno e vogliono. Questo permette di chiamare stabile il moto, feconda l’aridità, silenzioso il parlare, togliere il dare. L’ossimoro non solo osa accostare due termini uguali, ma li ingloba. La tautologia, come suo contrario, permette di distribuire un solo significato su due vocaboli lessicalmente omogenei, ma morfologicamente diversi. Da queste due figure emerge l’impotenza e l’insufficienza della lingua, allo stesso tempo emerge la ragione per cui alla lingua non si può rinunciare. Così la lingua nella sua semplicità quotidiana e nella sua complessità rappresenta per la mistica il simbolo della propria esperienza5. Ma allora ripercorsa brevemente la storia del fenomeno della mistica al femminile e analizzato seppur brevemente il suo linguaggio, qual è il rapporto che lega questo fenomeno ad un altro lontano per tempo, finalità, caratteristiche che è l’espressionismo?

IL RAPPORTO TRA MISTICA E ESPRESSIONISMO:
DISSOLUZIONE DEL SOGGETTO E POVERTÀ

Come scrivevano Marc e Kandinsky ne Il cavaliere azzurro, la rivista dell’espressionismo tedesco, la caratteristica dello spirito dell’arte nuova, ma in generale di tutte le avanguardie artistiche del Novecento, è l’intima struttura mistica dell’immagine del mondo. Ciò si riassume nell’atteggiamento dell’uomo nei confronti della natura, un atteggiamento mistico, un’adesione, un essere nel mondo e nella terrenità; non più un osservare il mondo e tentare di raccontarlo, di riprodurlo secondo le vecchie categorie rappresentativo-figurative. È il suono interiore che deve essere penetrato, la spiritualità interna della forma. Partiamo dall’idea che l’artista, al di là dell’impressione che riceve dal mondo esterno e dalla natura, accumuli continuamente un tesoro di esperienze nel suo mondo interiore. L’arte non solo una questione di elementi formali, ma di un desiderio(= contenuto) interiore che determina prepotentemente la forma. L’epoca della spiritualità che Kandinsky annuncia si manifesta in un mondo dell’origine: oltre l’apparenza, l’apparizione dell’assoluto; oltre l’esistere, l’apparire, il miraggio dell’Essere. Il termine espressionismo viene immediatamente connotato sulla base del confronto con altre correnti come l’impressionismo o il naturalismo. E proprio in questa direzione che si crea la letteratura di una corrente artistica che viene identificata come un trionfo sia pure disordinato e convulso della soggettività. Potrà sembrare paradossale rispetto alle tesi che qui voglio sostenere di una corrente che invece rappresenta la crisi e la contestazione di questa soggettività Nel testo La via eccentrica, Masini analizza il percorso artistico dell’arte espressionista. Questo testo è molto interessante nella misura in cui vengono indagati i profondi rapporti che sussistono tra la mistica, il suo linguaggio e l’arte espressionista. Dai manuali scolastici sappiamo che l’Espressionismo nasce e si sviluppa come il contrario dell’Impressionismo: l’impressione è un moto che dall’esterno va verso l’interno, l’espressione, al contrario è un moto che dall’interno va verso l’esterno. Entrambe queste definizioni hanno come sottointeso che il moto si svolga dall’mondo all’Io e viceversa. Come tutte le definizioni superficiali non può dirsi errata, ma certamente incompleta, soprattutto nella parte che riguarda l’espressionismo, da sempre definito come il moto che dall’Io va verso il mondo in un senso violento, vale a dire distruggendo e dissolvendo le sue categorie. Si tratta comunque di una comoda approssimazione in primo luogo perché l’espressionismo può essere considerato un termine che racchiude una vastità di artisti e scrittori anche molto lontani tra loro. I più grandi scrittori dell’età espressionista non appartennero all’espressionismo vero e proprio. Ad esempio Thomas Mann, Musil, o Kafka, nonostante molta critica lo citi sempre come il più grande esponente6. Per ciò che riguarda la pittura, aspetto centrale dell’”atmosfera” espressionista: «la tenue pennellata impressionistica che per gradi impercettibili sfuma in quell’impalpabile nulla o tutto che è la luminosità atmosferica, si condenza d’improvviso, si cristallizza e si geometrizza, e soprattutto si riempie di carica elettrica, di materia esplosiva; ogni macchia di colore ogni membro del verso è urlo, una sferzata, uno scoppio la realtà intera sembra presa da un folle dinamismo spasmodico»7. Il pittore espressionista, dunque, cerca di liberarsi dalla pittura imitativa, rappresentativa della realtà sensibile sia pur ridotta a impressioni evanescenti. Rimane da chiarire il perché, quale è la causa di questo cambiamento, è forse una nuova e più forte dimostrazione dell’Io, del soggetto che pone la realtà, o forse non si tratta piuttosto di un abbandono delle forze della soggettività, di un lasciarsi andare poveramente tra le cose del mondo e un riacquistare un posto nel mondo piuttosto che di fronte al mondo? Lo strappo consumatosi in epoca moderna tra il pensare e il sentire e il conformarsi del soggetto ad una presunta ragione forte, fonte di autonomia dell’uomo, aveva obliato il corpo; inoltre, nell’età della tecnica, la catastrofica perdita di vicinanza nei confronti della natura, porta dalla totalità della ragione ai totalitarismi che, nel Novecento, tanti danni hanno portato e su cui sarebbe inutile soffermarsi. A partire dalla modernità (Francesco Bacone in testa) l’uomo non è più “stato nel mondo”, ma il mondo è diventato un oggetto che ci sta di fronte, da conoscere e governare; si va così incontro ad una concezione astratta ed arida del mondo che dimentica quanto l’uomo ne faccia parte. Si tratta, dunque, di recuperare la dimensione sapienziale di “assaporamento” della verità nell’ambiente di cui si è parte e si vive, in un mondo di cui si è custodi di bellezze e da cui siamo rimandati all’unica bellezza. E la domanda che nasce allora è questa: esiste ancora veramente il soggetto nella letteratura espressionista? E se esiste, come dobbiamo intenderlo? Cos’è il soggetto nel periodo in cui Freud sulla scorta di Nietzsche propone il pronome impersonale Es alla sua base, come cioè qualcosa che viene avvertito confusamente? Nel capitolo L’espressionismo tra mistica e profanazione, al contrario, Masini individua la linea guida dell’Espressionismo nella polarità tra mistica e profanazione, polarità che è sia tematico-ideologica che stilistico-strutturale. Egli afferma che l’Io espressionista vive una esperienza essenzialmente religiosa un estremismo mistico, la tesi innovativa proposta è che l’espressionismo non è più visto come il frutto artistico dell’Io, «potenza esplosiva che deforma e dissolve le coordinate del mondo oggettivo». La nuova domanda da porsi è piuttosto «se è veramente ancora l’IO la forza che scardina tutte le strutture del reale»8. Quello che nell’espressionismo appare ancora come un prodotto dell’Io violento e tirannico che dissacra e dissolve, lo è solo in apparenza9. Quella forza che scardina che porta alla povertà, che fa scomparire l’intera totalità come siamo abituati a conoscerla non è il frutto di un gesto dissacratorio dell’Io, piuttosto di qualcosa che sta sotto l’Io qualcosa cui l’Io appartiene e tanto più possente dell’Io. «Non a caso nell’Espressionismo il tema dell’originario ricorre frequentemente». E se è vero che alla base di tutte le dualità e dunque anche della polarità espressionista tra mistica e profanazione, tra caos e geometria, c’è un elemento unitario, questo non è tanto la soggettività, la forza distruttrice del soggetto, quanto il tramonto della sua forza. Le cose, la realtà, il mondo, in precedenza erano evanescenti, erano quelle rappresentate dall’anima, con l’espressionismo le cose esistono in sé, e l’uomo ne è una parte. L’uomo è dunque privo delle cose, «l’uomo nudo, o cosmico, o metafisico»10. Se spesso l’espressionismo si presenta come una realtà visionaria che si fonda su una folgorazione, quasi su rapimenti mistici è perché l’espressionista vede senza aver bisogno di guardare, i suoi occhi sono interni, essi vedono l’essenza della realtà perché vedono oltre la realtà stessa. Se non si comprende questa logica, si rischia di non comprendere neppure il significato storico dell’esperienza espressionista. L’antirazionalismo espressionista non era il frutto di una svalutazione razionale della ragione, come principio direttivo della scrittura o dell’arte tutta, avvenuta attraverso la scoperta dei fattori irrazionali del comportamento, non si trattava della manifestazione di un muscolarismo istintuale, piuttosto era la crisi del Soggetto nella sua totalità. La nozione di Soggetto non è altro che una maschera, o come la chiamerà Nietzsche la menzogna più sottile. Questa crisi del soggetto rinvia ad un’atmosfera che non è solo il tardo esito storico di una dissoluzione del concetto metafisico di res cogitans, ma investe tutte le strutture inframondane della soggettività, dell’Io come punto cardine di una supremazia sulle cose, come referente primo ed insostituibile di qualsiasi significante. Dunque sia nella mistica medioevale che nell’espressionismo, vi è la profonda messa in discussione del soggetto. Da qui il discorso parallelo della povertà, che nell’espressionismo è povertà del segno rappresentativo, nelle mistiche è povertà linguistico-esistenziale, ma in entrambi i casi questa povertà risulta essere la loro ricchezza. A supporto di questa tesi si può portare la citazione della novella di Carl Einstein La mala Novella (1921), in cui il dialogo tra Gesù e il borghese sulla povertà, si conclude con l’affermazione di Gesù che dice «Vi preoccupate solo di voi stessi. Tanto più un uomo è ricco tanto più egli non è uomo, ma è cosa. Soltanto l’uomo può essere il senso della terra. E si è uomini nella misura in cui si è poveri». Questa citazione chiarisce il senso del possesso borghese che è fondamento, che è volontà di potenza dell’Io positivista, costruttore (e distruttore) di senso, il quale si rispecchiava nella ideologia, nella tecnica, nell’arte soprattutto nella letteratura come il romanzo di formazione fino alla filosofia della storia come progresso. La Bildung, che è il concetto chiave nel periodo della Klassik e che con Goethe Schiller, Hegel, l’impressionismo, e tutta la cultura e la morale borghese della società capitalistica aveva caratterizzato l’Ottocento, affronta una crisi con gli ultimi pensatori dell’Ottocento (o primi del Novecento) come Dostojeskj, Nietzsche e Van Gogh ognuno dei quali rompe, spezza l’unità della composizione e sembrano quasi voler far scoppiare la cornice letteraria filosofico o pittorica attraverso nuove e più forti emozioni. Successivamente, ed ancora più in opposizione alla Bildung, c’è l’espressionismo, come mistica della povertà o geometrica riproduzione del caos della realtà fenomenica. «la dilatazione ipertrofica dell’IO tradisce lo sgomento dinanzi alla sua perdita e approda ad un esoterismo mistico che, per quanto sottoposto a successivi processi di laicizzazione esprime in maniera più o meno diretta il vuoto creato dalla “morte di Dio” e insieme la necessità di colmarlo; oppure il costituirsi di un nuovo rigoroso principio costruttivo, che sublima il caos della realtà fenomenica nella metafisica geometria di uno spericolato ordine formale o nelle cadenze esoteriche di una nuova trascendenza della forma»11. Nell’espressionismo tedesco vi è una nuova esaltazione del messaggio evangelico e più in particolare della figura di Cristo che esalta la povertà e riaffiora un pensiero della mistica medioevale, in particolare di quella tedesca, fiorente nei secoli XII-XIII, ispirata al rifiuto dei beni materiali e degli onori mondani e al ricupero dell’originaria povertà evangelica. Ma la povertà va intesa, in primo luogo, come una nudità interiore, estranea a qualsiasi possesso di concetto come lo chiamerà Mastro Eckhart. Vorrei citare alcuni versi tratti da un’opera in poesia di Matilde di Magdeburgo beghina cistercense vissuta tra il 1207 e il 1282 citata spesso degli espressionisti. Tu devi amare il nulla Tu devi fuggire il qualcosa E non devi andare da alcuno Ed essere libero da tutte le cose. Ma è in Mastro Eckhart che il tema della povertà si combina con il tema del nulla: un uomo povero è colui che non vuole non sa e non ha, soltanto se egli diventa una sola cosa con Dio, vale a dire se non trova in sé alcuna differenza e può essere determinato solo in via negativa per negazione raggiunge la vera povertà , che è quella divina. Ritorna poi nell’eterno abisso che è poi la nullità stessa. Come nella mistica anche nell’espressionismo si ha la distruzione dell’IO: paradossalmente è proprio quella che sembra autoposizione dell’Io che tradisce lo sgomento dinanzi all’affermazione. E questo è successo anche a tanta critica negativa che ha accusato le mistiche di essere donne con una potenza esplosiva al centro il loro Io, (con tutta l’analisi, questa si patologica, delle loro patologie come egocentrismo, anoressia, bulimia) senza capire che nell’espressionismo così come nelle mistiche la forma esteriore di una autoaffermazione disperata altro non è che la spia di una mancanza, di una deficienza incolmabile: la consapevolezza estrema di dipendere da altro. E se potessimo studiare più approfonditamente le forme di linguaggio della mistica e confrontarle con i linguaggi artistici dell’espressionismo, vedremmo che il parallelo andrebbe avanti: nell’arte espressionista l’Io non vuole possedersi, perché il possesso è corruzione e degradazione, è peccaminoso, sviante e distruttivo. E come mostrare tutto ciò per artisti come Kandinsky, Munch, Murnau, Fritz Langh? Come sono le cose prima del loro mostrarsi del loro essere capite e possedute? S’incontra qui, alla radice il discorso mistico avviato dall’Espressionismo, quel modo particolare di intendere la mistica come l’elementare. La mistica espressionista dell’elementare si riconduce precisamente a quel modo di essere delle cose prima di esistere davanti a me, per me. Le cose prima di apparire a me sono, infatti, elementari, la loro anteriorità le configura in questo modo e non in altro. Sta qui il cuore dell’esperienza mistica di Mastro Eckchart che attraversa il quieto silenzio della divinità, anche lui percorre la regione dell’elementare. Così il linguaggio della mistica e dell’espressionismo si sottrae a tutte le prospettive grammaticali e a tutte le catture veritative dimostrative. L’artista espressionista come la mistica sa che non è egli a parlare o riprodurre il mondo, percepisce l’inesprimibile di questa situazione. Il suo linguaggio è quello del dissolvimento del soggetto e, dunque,manifesta una crisi che investe in primo luogo il rapporto con le cose e la parola che fa da tramite a questo rapporto. Non si descrive la realtà, o non la si rappresenta, attraverso una pittura figurativa poiché la realtà è incomprensibile. La struttura espressionista è caratterizzata da laconiche stridenti durezze, violente contrazioni semantiche e distorsioni sintattiche che danno l’idea di un rapporto fisico non più intellettuale con il mondo. Al mistico e con lui all’artista espressionista, il nulla non fa paura perché il non-senso coincide con la realizzazione del senso, il senso dell’indicibile. Il non senso diventa così il principio di quella che può apparire una follia sistematica di un’annullamento permanente in altro da sé. Scriveva Kafka «sono torturato dal desiderio di sapere come sono le cose prima che si mostrino: quasi fosse concepibile una condizione di innocenza originaria in cui si contempla il mondo prima che venga conosciuto. Sappiamo come è andata a finire: le mistiche con la forza della fede ed il passaggio per la sofferenza hanno superato lo scoglio del rappresentabile. Gli espressionisti rimanendo ovviamente sul piano artistico hanno rivendicato la possibilità dell’astrazione come tale nella rappresentazione. Anzi negli espressionisti la via che conduce all’elementare è appunto l’astrazione: da qui i due poli dell’espressionismo che si attraggono come due magneti: l’astrattismo e l’elementarità delle semplici figure geometriche. L’astrazione dell’espressionismo, per concludere, non è la negazione della mistica, ma la sua via secolarizzata di uno spirituale che intende bruciare in sé le scorie ardenti della rappresentazione12. La via all’elementare è l’astrazione che conduce all’elemento proprio perché l’intelletto non offusca l’immergersi istintuale nel mondo. Per cui anche la forma geometrica non è aspirazione alla regolarità geometrica, alla rispondenza di norme precise, che la farebbe apparire come prodotto di ragionamento o di calcolo, dunque non soggettività geometrizzante, né caos istintuale, ma il ritorno all’elementare come appartenenza al mondo delle forme e dei colori puri. Quanto più è spaventoso questo mondo, proprio come oggi, tanto più è astratta l’arte, mentre un mondo felice produce soltanto un’arte immanente»13 Secondo Masini alla base della crisi del soggetto, alla radice dell’astrazione e della elementarità del segno e della forma, sta la crisi del possesso e il distacco del prodotto del proprio lavoro che diventa reificato. Già nel testo Dialettica dell’avanguardia, relativo ad un’interpretazione delle avanguardie storiche alla luce della dialettica del possesso, vi è la lettura del fenomeno dell’espressionismo come riflesso della dialettica del capitale e la simultanea affermazione tecnologica scientifica dell’Io come ratio e come svuotamento o vanificazione della soggettività in un mondo di cose divenuto estraneo. Nell’Espressionismo Io e Mondo, interno ed esterno si trovano di nuovo uniti, l’interiorità di un soggetto inesistente, il flusso dell’inconscio, il rivolgimento del profondo, sommerge le cose. L’arte, come dice Masini, diventa elementare «l’espressionismo è la rivoluzione per l’elementare»14 . «E’ nell’elementare, infatti, che si purifica la cattiva coscienza del possesso e si restituisce non tanto al singolo, quanto all’uomo rigenerato in una sorta di comunità mistica della gioia, un mondo intatto e redento. Il tentativo di quegli espressionisti come Leonhard Frank, Werfel, Toller, Rubiner, Becher, Schickele che sulle rovine del soggetto e di un mondo ormai giunto al suo tramonto innalzavano l’uomo nudo, l’uomo nuovo, doveva fatalmente risolversi in una astratta proiezione messianica di irrisolvibili contraddizioni reali che venivano così illusoriamente pacificate o trascese»15.

CONCLUSIONE
Nel finale di questa lunga ricognizione volevo impossessarsi delle parole di Michele Falaschi che nel numero scorso della Nottola si chiede perché parlare di una materia che appare così lontana e di nessuna utilità rispetto a quelle che sono le occupazioni e le esigenze della nostra vita quotidiana? Domanda, questa, che può essere tradotta immediatamente in un’altra ancora più chiara ed esplicita: non è fuori luogo e antiquato, oggi come sempre, trattare di mistica? La questione, com’è ormai chiaro, verte attorno il concetto di “attualità” se è vero, come poc’anzi dicevo, che parlare oggi di mistica in una società secolarizzata e laica sembra almeno anacronistico. L’attualità della mistica è l’attualità di un sapere inerente un modo d’essere inattaccabile dal fluire del tempo e consapevole della Presenza di ciò che eternamente permane. Ragion per cui quando si sente l’esigenza di confrontarsi con tali pensatori è perché si manifesta il bisogno di trovare conferme ad un’intima crescita, dove a crescere è la persona che acquistando di Realtà si apre, ad un tempo, al dialogo con coloro che sono riconosciuti conformi alla propria esperienza. Mi andava di concludere questo, che più che essere un lavoro di ricerca è la ricerca di un possibile lavoro parallelo su queste due manifestazioni, un’intuizione che varrebbe la pena approfondire con rigore davvero scientifico, in base proprio attualità della mistica e dell’espressionismo con il richiamo a due personalità del primo e secondo universo preso in considerazione: Teresa D’Avila e Franz Kafka. La prima che sappiamo aver rappresentato una pietra angolare nel linguaggio della mistica, era anche una donna consapevole della sua situazione di “appartenenza”, e al suo confessore che registrava le sue visioni, diceva con profonda umiltà che il suo nome non doveva comparire in fondo ai resoconti dei rapimenti estatici in quanto non era lei a parlare. Il secondo sul letto di morte, riferito ai suoi scritti, confidava, all’amico di sempre Max Brod: bruciate tutto...

NOTE
1 U. Eco, Storia della bellezza, Bompiani, Milano 2004.
2 G. Ravasi, Il bello della Bibbia, San Paolo Edizioni, Cinisello Balsamo2004.
3 In generale il problema viene da un mancato rapporto tra uomo e donna. L’oscurarsi della differenza e della dualità dei sessi è purtroppo una tendenza recente del pensiero umano. Compiutamente sviluppata nel Novecento, all’inizio in ambito elitario filosofico che nell’esistenzialismo degli anni Trenta, questa differenza ci ha abituato a vedere l’essere umano come neutrale rispetto alla sessualità uomo donna. Una neutralità che è poi diventata luogo comune ed è stata divulgata e massificata da un femminismo banale che, proprio partendo dalla critica a quella sessualità che in realtà secondo loro ed a ragione era incentrata sull’uomo, aveva tutti i caratteri della maschilità. Ma per correggere una cosa sbagliata il femminismo ha fatto peggio, ed è il caso di dire che la cura è stata peggio del male: il femminismo radicale degli anni sessanta dimenticando completamente i condizionamenti biologici, ha lottato per un emancipazionismo coatto e per una parità sterile. Dimenticando completamente che l’uguale dignità tra le persone si realizza come complementarità fisica, psicologica ed ontologica dando luogo ad un’armonica conflittualità della relazione. Questo è l’autentico pensiero della differenza sessuale: il conflitto relazionale come il femminismo cattolico lo aveva definito.
4 C. Leonardi, La santità delle donne, in Scrittrici mistiche italiane, a cura di G. Pozzi e C. Leonardi, Marietti, Genova 1988, p. 51.
5 Cfr. G. Pozzi, L’alfabeto delle sante, in Scrittrici mistiche italiane, a cura di G. Pozzi e C. Leonardi, Marietti, Genova 1988, p. 25-40.
6 «L’espressionismo fu in primo luogo uno stile d’arte e uno stile di vita, una tecnica cioè e un programma, cui in fondo soltanto poeti minori aderirono pienamente. Gli espressionisti “veri” e “puri” sono in complesso figure di terzo o quarto ordine, spesso studiate dalla critica[…]» L. Mittner, L’espressinismo, trad. it. P. Chiarini, Laterza, Bari 1987, p. 16.
7 L. Mittner, L’espressinismo, op. cit., p. 22.
8 F. Masini, La via eccentrica, Marietti, Casale Monferrato 1986, p 50.
9 Con un riferimento a Nietzsche Masini afferma che la nostra idea della coscienza altro non è che un più o meno fantastico commento di un testo non saputo forse impossibile a sapersi, ma percepito».
10 L. Mittner, L’espressinismo, trad. it. P. Chiarini, Laterza, Bari 1987, p. 24-25.
11 L. Mittner, L’espressinismo, op. cit. p. XV.
12 Ciò che può essere paragonato alle metafore del linguaggio della mistica negli espressionisti è certamente l’uso del colore che tra l’altro rimanda alla mistica Ildegarda di Bilden che parlava di colore. I colori nell’espressionismo, come le metafore nel linguaggio della mistica, non hanno un valore lirico, non rimandano agli oggetti o ai sentimenti suscitati da quei soggetti, ma diventano valori a se stanti, creando una nuova realtà che non accetta le leggi del linguaggio corrente nella mistica e dei colori naturali negli espressionisti.
13 P. Klee, Diari 1898-1918, trad. It. A. Foelkel, Milano 1960, p.316.
14 Ferruccio Masini, Gli schiavi di efeso, Editori Riuniti, Milano 1981, p. 65. 15 Ibid. p.70.

Anno II n.6, novembre/dicembre 2004


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