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  TEMPLARIA FESTIVAL 2004
Templaria Festival è una rievocazione storica che si svolge ogni anno a Castignano e fa sprofondare il paese in pieno medioevo. Il centro storico del piccolo borgo piceno ritrova queste atmosfere con spettacoli di teatro, cantastorie e armigeri, saltimbanco e menestrelli, streghe e monaci, cartomanti e trampolieri...

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MISTICA MEDIEVALE

IL CORPO COME AMORE,
LA RELIQUIA COME FEDE


di ANDREA FIORAVANTI


In occasione di Templaria Festival, il 17 agosto 2004 presso la Chiesa di Santa Maria del Borgo a Castignano in provincia di Ascoli Piceno, l’associazione Cinema Ergo Sum ha organizzato un convegno dal titolo Mistica medioevale: il corpo come amore, la reliquia come fede. Ha introdotto e organizzato gli interventi il coordinatore dell’associazione Andrea Fioravanti con ospiti d’eccezione come il Prof. Franco Mezzanotte docente di storia medioevale, che ha offerto una riflessione sul ruolo della donna ed in particolare delle mistiche nei secoli XII e XIV; il Prof. Marco Moschini docente di filosofia medioevale ed ermeneutica teologica ha proposto una riflessione sul problema del corpo e del linguaggio della mistica medioevale; don Vincenzo Catani direttore dei musei diocesani e storico della chiesa truentina ha affrontato il problema della reliquia come oggetto di fede; la Prof.ssa Paola Restani, docente di lettere ed esperta di storia dell’arte sacra, ha parlato infine dell’iconografia divina al femminile proprio a partire dai secoli XII e XIII. Templaria festival è una rievocazione storica che si svolge ogni anno a Castignano le notti dal 16 al 19 agosto e fa sprofondare il paese indietro nel tempo, precisamente negli ultimi secoli del medioevo. Il centro storico del piccolo borgo piceno ricostruisce queste atmosfere attraverso mercatini, spettacoli di teatro, cantastorie e armigeri, saltimbanco e menestrelli, streghe e monaci, cartomanti e trampolieri che animano le antiche pietre di vie e piazze castignanesi. Ormai da anni Templaria festival comprende una serie di appuntamenti che fanno della manifestazione, oltre che una rievocazione storica, un momento di approfondimento culturale sulla storia e sulle tradizioni medioevali. Le “notti da medioevo” danno vita a rassegne cinematografiche, dibattiti, incontri, convegni, mostre e tutto ciò che aiuti a capire i “secoli di mezzo”. Questi momenti sono diventati importanti per i medioevisti o semplicemente per gli appassionati, che ogni anno si danno appuntamento a Castignano per discutere o per proporre all’attenzione di tutti nuove chiavi di ricerca o nuovi dubbi storici. Da molto tempo l’associazione Cinema Ergo Sum si è ritagliata all’interno di Templaria lo spazio per eventi culturali: proiezioni cinematografiche, convegni a carattere storico sui problemi legati agli ultimi secoli del medioevo, siano essi di carattere prettamente documentaristico, filosofico o artistico. Inoltre, l’associazione Cinema Ergo Sum ha impiegato i suoi sforzi e le sue risorse anche in veste di produttrice, dando la possibilità al dottor Alessandro Poli ed al dottor Andrea Fioravanti di realizzare un documentario su una figura che ha attraversato alcuni secoli del periodo storico affrontato: la mistica. Il documentario, girato tra Ascoli e Roma, ma soprattutto ambientato in Umbria, è stato realizzato con la consulenza scientifica di alcuni docenti dell’Università degli studi di Perugina, ha il titolo L’estasi e la passione: il corpo tentato, ed è stato proposto a conclusione degli interventi. Tutto il convegno è stato incentrato intorno al tema affrontato dal documentario che l’associazione ha prodotto, e se da un lato i motivi che hanno spinto gli organizzatori verso l’analisi della donna legata alla santità e al medioevo sono quelli appena descritti, dall’altro ci si è occupati di donne perché dopo quindici anni di Templaria questo argomento non era stato mai affrontato. L’idea della serata, dunque, è nata dal problema del femminile nel cristianesimo cattolico del medioevo. Si tratta di un omaggio alla donna, alla santità della donna, che da un problema teologico profondo, come quello di concepire il Dio come Madre, fino all’amore erotico delle mistiche medioevali verso Cristo, attraverso la figura affascinante e problematica della Vergine Maria come madre di Cristo Gesù. Oltre queste considerazioni ci sono altre motivazioni che hanno mosso in direzione di un’analisi del femminile e del corporeo, da un lato la rinnovata attenzione della Chiesa intorno a queste tematiche testimoniata dalla lettera firmata dal cardinale Ratzinger e ispirata dal Pontefice, in cui si intende portare tutta la Chiesa a mobilitarsi per l’affermazione della donna nella vita non solo familiare, ma anche sociale e politica; dall’altro il mutato interesse ermeneutico nei confronti di uno dei più importanti libri della Bibbia: i capitoli che costituiscono il Cantico dei Cantici. Per ciò che concerne il primo aspetto si deve dire che la lettera del cardinale Ratzinger è certamente un testo che, in un momento delicato come questo di omologazione dei corpi nel campo della rinnegata dipendenza dai condizionamenti biologici, pone il problema importante della corporeità. Lo strappo consumatosi in epoca moderna tra il pensare e il sentire e il conformarsi del soggetto ad una presunta ragione forte, fonte di autonomia dell’uomo, aveva obliato il corpo; inoltre, nell’età della tecnica, la catastrofica perdita di vicinanza nei confronti della natura porta dalla totalità della ragione ai totalitarismi che, nel Novecento, tanti danni hanno portato e su cui sarebbe inutile soffermarsi. E’ il biblista Monsignor Gianfranco Ravasi che coglie i due movimenti e li unifica dicendo «nel meriggio del suo Pontificato Karol Wojtyla intende spostare in avanti la riflessione sulla donna nella chiesa a partire dalla corporeità e dalla sensualità travolgente del Cantico dei Cantici, non più visto come metafora, ma come esempio vero di rapporto amoroso di duplice valenza, modello reale e rimando indissolubile tra Dio e la sua Chiesa». Ribadisce che occorre ricomporre i due significati come i due piani del simbolo, paralleli e mai convergenti, come due aspetti di una realtà che è in se stessa ambivalente. Il Cantico, dunque, non è allegoria, ma simbolo che rimanda a qualcosa di più alto e, come ha affermato poi don Vincenzo, rimanda alla logica dell’incarnazione: il divino è presente nell’umano e da esso inseparabile, perché l’amore stesso tra uomo e donna è insieme sensibile e spirituale, umano e divino. Questo fa sì che nelle interpretazioni del Cantico non si rinunci alla carnalità, ma allo stesso tempo non la si isoli nella sua fisicità per intrecciarla nell’amore, che quando è autentico è di natura trascendente, presenza storica del Dio che indiscutibilmente è amore. Proprio per questo il cantico nel suo essere simbolo (del simbolo quale marca “occulta” del vero, come immagine e traccia, come presenza e realtà occulta ha parlato successivamente il Prof. Moschini) può assumere e riassumere tutto l’amore, da quello della coppia fino all’esperienza della mistica che spesso adotta il linguaggio degli innamorati. Nulla si perde del calore dei corpi, nulla svanisce della tensione dello spirito. La mistica dunque. Mistica è parola dai contorni imprecisi; poche altre nel nostro linguaggio sono adoperate in modo così vago, tanto da non significare altro che incomprensibile, indeterminato. Senza entrare nel gorgo linguistico e concettuale del termine, noi l’usiamo nel senso più limitativo che ha nell’ambito delimitato della concezione cattolica, dove designa uno stato di perfezione del credente. In questi termini lo stato mistico di perfezione comporta una relazione tra la persona umana e Dio, un dialogo che si conclude con un faccia a faccia personale, contemplativo e amoroso con Dio. Queste tematiche, che vanno dunque dalla corporeità alla santità femminile incarnata nel paradigma della mistica, sono state lo spunto per l’organizzazione del convegno e sono state date come tracce agli ospiti per i loro interventi. Il primo intervento, quello del Prof. Mezzanottem, si è incentrato sulla contestualizzazione storica, vale a dire sul ruolo della donna ed in particolare delle mistiche a partire dal XII secolo. Si è portati a pensare che nel Medioevo fossero gli uomini i depositari della ricchezza della potenza militare e le donne fossero relegate in secondo piano sia nell’ambito domestico sia nella vita pubblica. Questo è certamente vero, anche se come tutti i pregiudizi sull’età di mezzo, va mitigato da una più approfondita analisi che, pur confermando la situazione della donna, completa il giudizio confermando che furono presenti alcune donne che brillarono nella storia medioevale per la loro forza d’animo e per la loro forza politica. Tra queste spiccano senz’altro Matilde di Canossa, Eleonora d’Aquitania, Caterina da Siena, Giovanna d’Arco e poche altre, a conferma del fatto che rare sono le donne che si lasciano ricordare nella macro storia, quella politica, degli stati, degli eserciti. La realtà delle donne nel Medioevo era una condizione di costante subordinazione, dal controllo paterno a quello del marito, tanto che spesso la scelta religiosa, che fosse il convento o l’eremitaggio, rappresentava l’unico strumento d’accesso a una possibile realizzazione di sé. La situazione della donna come ha sottolineato il docente di Perugia non era semplice dal punto di vista sociale, umano ed economico, ma già il monachesimo benedettino aveva creato per la donna l’occasione e l’ambiente idonei per una maturazione sociale (attraverso, ad esempio, il ruolo della badessa). Per questo motivo parlare di donne religiose nel Medioevo vuol dire tracciare una storia della concreta condizione delle donne in una società in cui lo spazio del sacro era l’unico che godeva di una sufficiente autonomia che permettesse loro di giungere alla propria autoconsapevolezza. Certamente, però, non c’era ancora quell’autonomia data da un ruolo da protagonista, ne tanto meno il possesso di un proprio linguaggio religioso, che arriverà più tardi nel secolo XII. È’ il francescanesimo che crea un’apertura sociale di per sé più vasta di quella monastica benedettina e più adatta alla nuova società comunale nascente e con il nuovo ordine mendicante si crea anche una nuova condizione spirituale che dà spazio all’esprimersi della donna. Così a partire dalla fine del secolo XII sono le donne a costituirsi come le vere eredi di Francesco, da Chiara d’Assisi a Margherita da Cortona, da Chiara di Montefalco ad Angela da Foligno. Proprio in questo senso possiamo dire che in loro, nelle mistiche, la povertà conserva un sapore originario, non si trasforma nel distintivo di un gruppo. L’amore della povertà nelle mistiche non sarà mai ridotto a supporto per la nascente ideologia degli ordini mendicanti. Dunque, secondo il professore Mezzanotte l’emancipazione femminile nel Medioevo sicuramente passa attraverso queste figure, anche se troppo debole rimane il loro impatto sulla società del tempo per avviare un autentico discorso al femminile dentro la Chiesa come avrebbero voluto fare queste donne. Il Prof. Marco Moschini docente di filosofia medioevale ha proseguito il discorso del Prof. Franco Mezzanotte precisando i termini di corpo e linguaggio nell’ambito della mistica medioevale e nel loro essere raccolti nel tema più rappresentativo di mondo e presenza dando così spessore teoretico all’esperienza della terrenità come sintesi dell’esperienza mistica. Solo così, ha affermato Meschini, si è capaci di ridisegnare tutta una antropologia ormai compromessa da quella razionalità scientistica che è forte oggi più che mai. Si deve tentare di recuperare l’’esperienza della terrenità perché è esperienza qualificata della riscoperta di sé e del mondo in Dio. A partire dalla modernità (Francesco Bacone in testa) l’uomo non è più “stato nel mondo”, ma il mondo è diventato un oggetto che ci sta di fronte, da conoscere e governare; si va così incontro ad una concezione astratta ed arida del mondo che dimentica quanto l’uomo ne faccia parte. Si tratta, dunque, di recuperare la dimensione sapienziale di “assaporamento” della verità nell’ambiente di cui si è parte e si vive, in un mondo di cui si è custodi di bellezze da cui siamo rimandati all’unica bellezza. Ma quello di Moschini è stato anche un discorso di storia della filosofia, in particolare del pensiero Cristiano e della totale divergenza con quello classico-ellenico, a partire dal concetto di destinazione. La differenza tra il pensiero cristiano e quello greco trova nella destinazione il paradigma esplicativo. Nell’ Eneide, e in tutto il mondo misterico preplatonico, il fato governa tutte le cose a prescindere dall’uomo e, proprio a causa del fato, l’uomo non è persona, non è interprete principale del tempo, anzi proprio il tempo diventa la colpa che deve subire per la non appartenenza alla divinità. La portata rivoluzionaria del pensiero cristiano è il concetto di persona, il modo di porsi in maniera libera, la possibilità da parte dell’uomo di sentirsi protagonista della storia nel mondo. Con il Cristianesimo l’attimo libera il concetto di Cronos, la Rivelazione, con la croce salvifica, dà valore all’uomo. Non si è gettati nel mondo alla mercè del Fato, Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza dunque l’uomo, in quanto creato, è un progetto di Dio. E difatti il professor Moschini ha ricordato come il Genesi sia una delle pagine scritturistiche guida del pensiero medievale per cogliere la realtà del mondo e del corpo. Da questo libro ne discendono alcune indicazioni teoretiche e teologiche splendide dei molti commentari medievali che prevedono Dio non come astratta possibilità, ma presenza vera, inoltre nella concretezza del mondo (Adamà) c’è posto per tutti e con tutti, c’è posto anche per l’uomo (Adamo), perché il mondo comporta specificità, individualità (“dare nome alle bestie e le piante oltre che all’uomo”) e non c’è posto per la solitudine, ma per lo stare insieme: è mondo della socievolezza (“non è bene che l’uomo sia solo”) ed inoltre è mondo della distinzione (“maschio e femmina li creò”) ed infine il mondo è assolutamente positivo (“e vide che era cosa buona”). Il professor Moschini si è avviato al termine del suo intervento accennando brevemente alla sintesi che ha permesso il recupero del naturalismo ellenico per una trasformazione spiritualistica, attraverso Clemente Alessandrino e soprattutto Agostino, di cui ha ricordato appunto l’umanità e la sua appartenenza al mondo così come appare dalle confessioni, la sua terrenità che in fondo è spiritualità. Terrenità, ha concluso Moschini, che oggi deve essere assolutamente recuperata se non vogliamo che lo scientismo, come volontà di sapere e volontà di dominio, continui ad esercitare indisturbato la sua autorità. Se gli interventi del Professor Mezzanotte e del Professor Moschini hanno ricostruito il contesto storico-politico e filosofico-teologico del periodo preso in esame, gli interventi successivi di Don Vincenzo Catani e della Professoressa Paola Restani hanno incentrato la loro attenzione sui resti, sulle tracce di quel periodo, vale a dire la reliquia come prolungamento di un corpo che ha incontrato Dio e che continua a vivere dopo la morte e le opere artistiche, in particolare gli affreschi sul tema della divinità al femminile che il tempo ha risparmiato. Entrambe queste cose, le reliquie dei martiri o delle mistiche e le opere d’arte sono fonti di tradizione, si tratta della trasmissione di tracce allo scopo di conservare la memoria del passato e lasciare un ricordo, una testimonianza sia essa di una presenza vera come il corpo o di un gioco plastico tra visibilità e invisibilità che supera l’occultamento dello sguardo sulla divinità in un affresco. La “reliquia” , ha ricordato don Vincenzo nella sua relazione dal bel titolo Quel corpo che ha fatto l’amore con Dio, nasce durante l’era dei grandi “testimoni” (màrtis, martire, rivelatore del Cristo, che a sua volta è “immagine” del Padre). Si desidera conservare il ricordo, per fini catechistici, nella linea del “memoriale” dei fatti della Pasqua di morte-risurrezione (da Cristo al cristiano). Si tratta, quindi, della rilettura di una vittoria possibile, di una assimilazione totale al Cristo sacrificato, ma anche glorificato. Il termine “reliquiae”, indica i resti di un defunto, un frammento di una persona o di qualcosa che fu a contatto diretto con tale persona. Accanto alla voce tradizionale “reliquiae”, si incontra “corpus”, che si riferisce tanto al corpo nella sua interezza, quanto a particelle dello stesso. Nella particella del corpo si vede la pienezza della “virus” del santo stesso: “In exiguo sanctorum pulvere magna virus”, canta in un carme Paolino da Nola. La reliquia affonda le sue radici teologiche nel mistero della Incarnazione. Il corpo ha assunto per il cristianesimo dignità ed importanza da quando Dio se ne è servito in Gesù di Nazaret. “Il Verbo si è fatto carne” (Gv 1,14): il Misterioso si rende comprensibile, l’Eterno si autolimita nel tempo, l’Onnipotente si fa fragilità, il Trascendente sposa la vicinanza e la comunione. E il tutto attraverso un corpo, un ammasso di cellule limitate e destinate alla consumazione. Il corpo si divinizza e diventa la “gloria” del Dio vivente, il tramite essenziale (superando la platonica superiorità dell’anima superiore al corpo) per il rapporto totale con Lui. L’uomo e Dio fanno l’amore totale, anima e corpo. Così è iniziata l’ESTASI (dal greco “ek-stasis”, da verbo “ìstemi” = uscire fuori da sè, stare fuori): Dio per primo è uscito fuori dalla sua trascendenza per toccarmi con la materialità di un corpo, di uno sguardo di Cristo, di una sua carezza, di una lancinante lacrima e sangue. E l’uomo? La sua estasi consiste nel prendere tutto se stesso e nel tuffarsi nella realtà comunionale del Mistero. Trascina tutto se stesso in questo amore di donazione, fino all’ultimo muscolo e all’ultima cellula, con tutto il battito del suo cuore di carne, con tutte le sue emozioni di uomo e di donna. La reliquia, ha concluso il direttore dei musei diocesani, restituisce la “memoria” di un’esperienza amorosa concreta attuata in un determinato tempo, con questo determinato corpo. Non si venera la materia, ma la testimonianza di un amore, proprio come l’icona pittorica, che mi offre l’occasione per contemplare il volto misterioso di Dio e gustare la sua presenza attraverso l¹immagine non fine a se stessa, ma come “un lembo del suo mantello”. E proprio dall’icona pittorica inizia l’ultimo intervento. A partire dall’affresco dell’Abbazia di S. Pietro in Perugia, uno dei pochi in tutto il mondo che rappresenta Dio Uno e Trino al femminile, la professoressa Restani recupera l’esempio dello spirito che anima la rara ed insolita iconografia divina al femminile. Da sempre rappresentare Dio al femminile è stato il compito più audace, addirittura Bonifacio VIII fece un decreto che vietava di rappresentare Dio Uno e Trino figuriamoci poi Dio con sembianze femminili. Si può facilmente immaginare lo scalpore provocato dall’affresco in questione, databile agli inizi del 1300 ed attribuito alla scuola di Giotto. L’affresco raffigura la SS. Trinità con tratti femminili, soggetto che nel tempo si farà sempre più raro fino all’ultimo divieto emanato nel 1745 da Benedetto XIV di rappresentare tale sublime mistero. Nel 1614 venne eretto un muro per coprire l’opera e soltanto nel 1979, grazie ad una intuizione del monaco Don Pietro Inama, si procedette ad abbattere il muro e venne riportato alla luce l’affresco. L’iconografia divina al femminile trova la sua ragione d’essere, ha spiegato la professoressa, nel fatto che la rappresentazione della SS. Trinità con sembianze femminili rimanda al profondo significato di Dio inteso come madre, Dio legato alla creazione e quindi inscindibile dal ruolo della donna incarnato mirabilmente dalla Madonna, madre di Cristo e fulcro, quindi, dell’evento della salvazione dell’intera umanità. La donna come la chiama S. Paolo nella lettera ai Galati (4,4) ha il ruolo fondamentale nell’evento centrale salvifico: tale evento si realizza in lei e per mezzo di lei. La dignità della donna consiste nell’elevazione soprannaturale all’unione con Dio in Cristo Gesù, la donna rappresenta l’archetipo di tutto il genere umano: rappresenta l’umanità che appartiene a tutti gli esseri umani, sia uomini che donne, d’altra parte però la nascita di Cristo mette in rilievo una forma di unione con Dio che può appartenere solo alla donna: l’unione tra madre e figlio. Anche la via mistica ci porta al Dio inteso come madre. La maternità è simbolo dell’immedesimazione, fonde il corpo con il corpo, per la donna dare a Dio il nome di madre significa realizzare una unione di natura vietata all’uomo. La forza morale e spirituale della donna, di cui le mistiche sono un mirabile esempio, si uniscono con la consapevolezza che Dio affida alla donna in un modo speciale l’uomo, cioè l’essere umano, in virtù proprio della sua femminilità. In questo modo la donna perfetta diventa un insostituibile sostegno e una fonte di forza spirituale per gli altri che percepiscono le grandi energie del suo spirito. La Donna mistica designa uno stato di perfezione della credente, lo stato mistico di perfezione comporta una relazione tra la donna e Dio considerato come il tutto diverso da sé e l’equivalente di sé in un perpetuo dialogo d’amore. L’ultimo spunto di riflessione proposto dalla professoressa in questa sua introduzione all’iconografia divina al femminile è stato il recupero della valenza della rappresentazione figurativa che certo non può far conoscere Dio che è infinito, ma può stimolare, accendere, infiammare il desiderio della conoscenza di Dio. La rappresentazione manifesta il visibile dell’invisibile e al tempo stesso è fonte di comunicazione che esprime contemporaneamente la presenza e l’assenza di Dio. Al termine della relazione della professoressa Restani dopo una piccola cerimonia che ha visto la consegna agli ospiti di una moneta ricordo e del vino Castignanese imbottigliato proprio col nome Templaria c’è stata la proiezione del documentario L’estasi e la passione: il corpo tentato, di cui sulla Nottola abbiamo già scritto. La visione è stata preceduta da una breve introduzione del professor Moschini, che ha ricordato come le tematiche particolari del rapporto della mistica con il Cristo e con il proprio corpo siano riuscite a trasformarsi in immagini che hanno esposto attraverso i volti e i corpi delle donne contemporanee, gli atteggiamenti delle mistiche. Le parole di esperti che hanno raccontato i luoghi, gli atteggiamenti e la ricezione della comunità di queste strane donne visionarie che davano in un certo senso “scandalo”, precedentemente ricche poi in miseria, che parlavano e si amavano con Cristo L’indagine sui luoghi, vale a dire ripercorrere e filmare tutti quei posti quegli spazi nell’Umbria, e, più in generale del centro Italia (come Assisi, Perugia, Roma, Ascoli, Montepulciano, Cortona), in che sono stati testimoni di percorsi, di vissuti che avessero a che fare con le nostre tematiche, hanno accompagnato le immagini della donna nella sua materialità e fisicità, volti e corpi femminili trovati lungo il percorso, anche loro chissà alla ricerca di un sentire nell’anima e nel corpo, cose queste che, secondo il professor Meschini, il documentario è riuscito a dare. Si possono a questo punto trarre le conclusioni del convegno, che sono senz’altro positive da un punto di vista organizzativo da un punto di vista del successo sia di pubblico che di risultati speculativi proposti. Ed una riflessione su tutte salta agli occhi. Si deve tornare a pensare il cristianesimo come una spiritualità, una fede a partire dalla materialità, dalla carnalità. Si è parlato di spirituale a partire dal corpo, niente di più vicino allo scandalo virtuoso, alla smentita assoluta della logica postmoderna che il papa attraverso la sofferenza del suo corpo sta dimostrando. In un mondo leggero come quello contemporaneo dell’apparenza, il pontefice propone un impegno pesante, portare avanti con fedele puntualità il suo ministero, esponendo allo sguardo degli altri, delle telecamere come delle folle, lo sfacelo di un corpo tremante e ansimante. Si tratta di una negazione totale dell’ideologia contemporanea che nasconde malattia e morte, rendendoli il tabù più forte del mondo secolarizzato, impaludato nelle sabbie mobili del vuoto dell’apparire. Una sorta di neomaterialismo edonistico e relativistico, di cui il corpo sofferente del papa rappresenta una contestazione vivente, in cui la sofferenza e il dolore vengono vissuti come una testimonianza portentosa della finitudine del corpo e dell’infinità dell’amore, sino alla mortificazione del corpo e alla morte affinchè il servizio alla Chiesa e a Dio sia completo anzi ulteriore. Vedere il papa pregare vuol dire ritrovare quell’intensità quasi dolorosa della dedizione alla fede che cerca la divinità a partire dalla durezza della materia. E questo è un po’ il discorso che può essere fatto al margine di un convegno su la reliquia come fede, il corpo come amore
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Anno II n.5, settembre/ottobre 2004


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