MISTICA
MEDIEVALE
IL
CORPO COME AMORE,
LA RELIQUIA COME FEDE
di ANDREA
FIORAVANTI
In occasione di Templaria Festival, il 17 agosto 2004 presso
la Chiesa di Santa Maria del Borgo a Castignano in provincia
di Ascoli Piceno, l’associazione Cinema Ergo Sum ha organizzato
un convegno dal titolo Mistica medioevale: il corpo come
amore, la reliquia come fede. Ha introdotto e organizzato
gli interventi il coordinatore dell’associazione Andrea
Fioravanti con ospiti d’eccezione come il Prof. Franco Mezzanotte
docente di storia medioevale, che ha offerto una riflessione
sul ruolo della donna ed in particolare delle mistiche nei
secoli XII e XIV; il Prof. Marco Moschini docente di filosofia
medioevale ed ermeneutica teologica ha proposto una riflessione
sul problema del corpo e del linguaggio della mistica medioevale;
don Vincenzo Catani direttore dei musei diocesani e storico
della chiesa truentina ha affrontato il problema della reliquia
come oggetto di fede; la Prof.ssa Paola Restani, docente
di lettere ed esperta di storia dell’arte sacra, ha parlato
infine dell’iconografia divina al femminile proprio a partire
dai secoli XII e XIII. Templaria festival è una rievocazione
storica che si svolge ogni anno a Castignano le notti dal
16 al 19 agosto e fa sprofondare il paese indietro nel tempo,
precisamente negli ultimi secoli del medioevo. Il centro
storico del piccolo borgo piceno ricostruisce queste atmosfere
attraverso mercatini, spettacoli di teatro, cantastorie
e armigeri, saltimbanco e menestrelli, streghe e monaci,
cartomanti e trampolieri che animano le antiche pietre di
vie e piazze castignanesi. Ormai da anni Templaria festival
comprende una serie di appuntamenti che fanno della manifestazione,
oltre che una rievocazione storica, un momento di approfondimento
culturale sulla storia e sulle tradizioni medioevali. Le
“notti da medioevo” danno vita a rassegne cinematografiche,
dibattiti, incontri, convegni, mostre e tutto ciò che aiuti
a capire i “secoli di mezzo”. Questi momenti sono diventati
importanti per i medioevisti o semplicemente per gli appassionati,
che ogni anno si danno appuntamento a Castignano per discutere
o per proporre all’attenzione di tutti nuove chiavi di ricerca
o nuovi dubbi storici. Da molto tempo l’associazione Cinema
Ergo Sum si è ritagliata all’interno di Templaria lo spazio
per eventi culturali: proiezioni cinematografiche, convegni
a carattere storico sui problemi legati agli ultimi secoli
del medioevo, siano essi di carattere prettamente documentaristico,
filosofico o artistico. Inoltre, l’associazione Cinema Ergo
Sum ha impiegato i suoi sforzi e le sue risorse anche in
veste di produttrice, dando la possibilità al dottor Alessandro
Poli ed al dottor Andrea Fioravanti di realizzare un documentario
su una figura che ha attraversato alcuni secoli del periodo
storico affrontato: la mistica. Il documentario, girato
tra Ascoli e Roma, ma soprattutto ambientato in Umbria,
è stato realizzato con la consulenza scientifica di alcuni
docenti dell’Università degli studi di Perugina, ha il titolo
L’estasi e la passione: il corpo tentato, ed è stato proposto
a conclusione degli interventi. Tutto il convegno è stato
incentrato intorno al tema affrontato dal documentario che
l’associazione ha prodotto, e se da un lato i motivi che
hanno spinto gli organizzatori verso l’analisi della donna
legata alla santità e al medioevo sono quelli appena descritti,
dall’altro ci si è occupati di donne perché dopo quindici
anni di Templaria questo argomento non era stato mai affrontato.
L’idea della serata, dunque, è nata dal problema del femminile
nel cristianesimo cattolico del medioevo. Si tratta di un
omaggio alla donna, alla santità della donna, che da un
problema teologico profondo, come quello di concepire il
Dio come Madre, fino all’amore erotico delle mistiche medioevali
verso Cristo, attraverso la figura affascinante e problematica
della Vergine Maria come madre di Cristo Gesù. Oltre queste
considerazioni ci sono altre motivazioni che hanno mosso
in direzione di un’analisi del femminile e del corporeo,
da un lato la rinnovata attenzione della Chiesa intorno
a queste tematiche testimoniata dalla lettera firmata dal
cardinale Ratzinger e ispirata dal Pontefice, in cui si
intende portare tutta la Chiesa a mobilitarsi per l’affermazione
della donna nella vita non solo familiare, ma anche sociale
e politica; dall’altro il mutato interesse ermeneutico nei
confronti di uno dei più importanti libri della Bibbia:
i capitoli che costituiscono il Cantico dei Cantici. Per
ciò che concerne il primo aspetto si deve dire che la lettera
del cardinale Ratzinger è certamente un testo che, in un
momento delicato come questo di omologazione dei corpi nel
campo della rinnegata dipendenza dai condizionamenti biologici,
pone il problema importante della corporeità. Lo strappo
consumatosi in epoca moderna tra il pensare e il sentire
e il conformarsi del soggetto ad una presunta ragione forte,
fonte di autonomia dell’uomo, aveva obliato il corpo; inoltre,
nell’età della tecnica, la catastrofica perdita di vicinanza
nei confronti della natura porta dalla totalità della ragione
ai totalitarismi che, nel Novecento, tanti danni hanno portato
e su cui sarebbe inutile soffermarsi. E’ il biblista Monsignor
Gianfranco Ravasi che coglie i due movimenti e li unifica
dicendo «nel meriggio del suo Pontificato Karol Wojtyla
intende spostare in avanti la riflessione sulla donna nella
chiesa a partire dalla corporeità e dalla sensualità travolgente
del Cantico dei Cantici, non più visto come metafora, ma
come esempio vero di rapporto amoroso di duplice valenza,
modello reale e rimando indissolubile tra Dio e la sua Chiesa».
Ribadisce che occorre ricomporre i due significati come
i due piani del simbolo, paralleli e mai convergenti, come
due aspetti di una realtà che è in se stessa ambivalente.
Il Cantico, dunque, non è allegoria, ma simbolo che rimanda
a qualcosa di più alto e, come ha affermato poi don Vincenzo,
rimanda alla logica dell’incarnazione: il divino è presente
nell’umano e da esso inseparabile, perché l’amore stesso
tra uomo e donna è insieme sensibile e spirituale, umano
e divino. Questo fa sì che nelle interpretazioni del Cantico
non si rinunci alla carnalità, ma allo stesso tempo non
la si isoli nella sua fisicità per intrecciarla nell’amore,
che quando è autentico è di natura trascendente, presenza
storica del Dio che indiscutibilmente è amore. Proprio per
questo il cantico nel suo essere simbolo (del simbolo quale
marca “occulta” del vero, come immagine e traccia, come
presenza e realtà occulta ha parlato successivamente il
Prof. Moschini) può assumere e riassumere tutto l’amore,
da quello della coppia fino all’esperienza della mistica
che spesso adotta il linguaggio degli innamorati. Nulla
si perde del calore dei corpi, nulla svanisce della tensione
dello spirito. La mistica dunque. Mistica è parola dai contorni
imprecisi; poche altre nel nostro linguaggio sono adoperate
in modo così vago, tanto da non significare altro che incomprensibile,
indeterminato. Senza entrare nel gorgo linguistico e concettuale
del termine, noi l’usiamo nel senso più limitativo che ha
nell’ambito delimitato della concezione cattolica, dove
designa uno stato di perfezione del credente. In questi
termini lo stato mistico di perfezione comporta una relazione
tra la persona umana e Dio, un dialogo che si conclude con
un faccia a faccia personale, contemplativo e amoroso con
Dio. Queste tematiche, che vanno dunque dalla corporeità
alla santità femminile incarnata nel paradigma della mistica,
sono state lo spunto per l’organizzazione del convegno e
sono state date come tracce agli ospiti per i loro interventi.
Il primo intervento, quello del Prof. Mezzanottem, si è
incentrato sulla contestualizzazione storica, vale a dire
sul ruolo della donna ed in particolare delle mistiche a
partire dal XII secolo. Si è portati a pensare che nel Medioevo
fossero gli uomini i depositari della ricchezza della potenza
militare e le donne fossero relegate in secondo piano sia
nell’ambito domestico sia nella vita pubblica. Questo è
certamente vero, anche se come tutti i pregiudizi sull’età
di mezzo, va mitigato da una più approfondita analisi che,
pur confermando la situazione della donna, completa il giudizio
confermando che furono presenti alcune donne che brillarono
nella storia medioevale per la loro forza d’animo e per
la loro forza politica. Tra queste spiccano senz’altro Matilde
di Canossa, Eleonora d’Aquitania, Caterina da Siena, Giovanna
d’Arco e poche altre, a conferma del fatto che rare sono
le donne che si lasciano ricordare nella macro storia, quella
politica, degli stati, degli eserciti. La realtà delle donne
nel Medioevo era una condizione di costante subordinazione,
dal controllo paterno a quello del marito, tanto che spesso
la scelta religiosa, che fosse il convento o l’eremitaggio,
rappresentava l’unico strumento d’accesso a una possibile
realizzazione di sé. La situazione della donna come ha sottolineato
il docente di Perugia non era semplice dal punto di vista
sociale, umano ed economico, ma già il monachesimo benedettino
aveva creato per la donna l’occasione e l’ambiente idonei
per una maturazione sociale (attraverso, ad esempio, il
ruolo della badessa). Per questo motivo parlare di donne
religiose nel Medioevo vuol dire tracciare una storia della
concreta condizione delle donne in una società in cui lo
spazio del sacro era l’unico che godeva di una sufficiente
autonomia che permettesse loro di giungere alla propria
autoconsapevolezza. Certamente, però, non c’era ancora quell’autonomia
data da un ruolo da protagonista, ne tanto meno il possesso
di un proprio linguaggio religioso, che arriverà più tardi
nel secolo XII. È’ il francescanesimo che crea un’apertura
sociale di per sé più vasta di quella monastica benedettina
e più adatta alla nuova società comunale nascente e con
il nuovo ordine mendicante si crea anche una nuova condizione
spirituale che dà spazio all’esprimersi della donna. Così
a partire dalla fine del secolo XII sono le donne a costituirsi
come le vere eredi di Francesco, da Chiara d’Assisi a Margherita
da Cortona, da Chiara di Montefalco ad Angela da Foligno.
Proprio in questo senso possiamo dire che in loro, nelle
mistiche, la povertà conserva un sapore originario, non
si trasforma nel distintivo di un gruppo. L’amore della
povertà nelle mistiche non sarà mai ridotto a supporto per
la nascente ideologia degli ordini mendicanti. Dunque, secondo
il professore Mezzanotte l’emancipazione femminile nel Medioevo
sicuramente passa attraverso queste figure, anche se troppo
debole rimane il loro impatto sulla società del tempo per
avviare un autentico discorso al femminile dentro la Chiesa
come avrebbero voluto fare queste donne. Il Prof. Marco
Moschini docente di filosofia medioevale ha proseguito il
discorso del Prof. Franco Mezzanotte precisando i termini
di corpo e linguaggio nell’ambito della mistica medioevale
e nel loro essere raccolti nel tema più rappresentativo
di mondo e presenza dando così spessore teoretico all’esperienza
della terrenità come sintesi dell’esperienza mistica. Solo
così, ha affermato Meschini, si è capaci di ridisegnare
tutta una antropologia ormai compromessa da quella razionalità
scientistica che è forte oggi più che mai. Si deve tentare
di recuperare l’’esperienza della terrenità perché è esperienza
qualificata della riscoperta di sé e del mondo in Dio. A
partire dalla modernità (Francesco Bacone in testa) l’uomo
non è più “stato nel mondo”, ma il mondo è diventato un
oggetto che ci sta di fronte, da conoscere e governare;
si va così incontro ad una concezione astratta ed arida
del mondo che dimentica quanto l’uomo ne faccia parte. Si
tratta, dunque, di recuperare la dimensione sapienziale
di “assaporamento” della verità nell’ambiente di cui si
è parte e si vive, in un mondo di cui si è custodi di bellezze
da cui siamo rimandati all’unica bellezza. Ma quello di
Moschini è stato anche un discorso di storia della filosofia,
in particolare del pensiero Cristiano e della totale divergenza
con quello classico-ellenico, a partire dal concetto di
destinazione. La differenza tra il pensiero cristiano e
quello greco trova nella destinazione il paradigma esplicativo.
Nell’ Eneide, e in tutto il mondo misterico preplatonico,
il fato governa tutte le cose a prescindere dall’uomo e,
proprio a causa del fato, l’uomo non è persona, non è interprete
principale del tempo, anzi proprio il tempo diventa la colpa
che deve subire per la non appartenenza alla divinità. La
portata rivoluzionaria del pensiero cristiano è il concetto
di persona, il modo di porsi in maniera libera, la possibilità
da parte dell’uomo di sentirsi protagonista della storia
nel mondo. Con il Cristianesimo l’attimo libera il concetto
di Cronos, la Rivelazione, con la croce salvifica, dà valore
all’uomo. Non si è gettati nel mondo alla mercè del Fato,
Dio ci ha fatto a sua immagine e somiglianza dunque l’uomo,
in quanto creato, è un progetto di Dio. E difatti il professor
Moschini ha ricordato come il Genesi sia una delle pagine
scritturistiche guida del pensiero medievale per cogliere
la realtà del mondo e del corpo. Da questo libro ne discendono
alcune indicazioni teoretiche e teologiche splendide dei
molti commentari medievali che prevedono Dio non come astratta
possibilità, ma presenza vera, inoltre nella concretezza
del mondo (Adamà) c’è posto per tutti e con tutti, c’è posto
anche per l’uomo (Adamo), perché il mondo comporta specificità,
individualità (“dare nome alle bestie e le piante oltre
che all’uomo”) e non c’è posto per la solitudine, ma per
lo stare insieme: è mondo della socievolezza (“non è bene
che l’uomo sia solo”) ed inoltre è mondo della distinzione
(“maschio e femmina li creò”) ed infine il mondo è assolutamente
positivo (“e vide che era cosa buona”). Il professor Moschini
si è avviato al termine del suo intervento accennando brevemente
alla sintesi che ha permesso il recupero del naturalismo
ellenico per una trasformazione spiritualistica, attraverso
Clemente Alessandrino e soprattutto Agostino, di cui ha
ricordato appunto l’umanità e la sua appartenenza al mondo
così come appare dalle confessioni, la sua terrenità che
in fondo è spiritualità. Terrenità, ha concluso Moschini,
che oggi deve essere assolutamente recuperata se non vogliamo
che lo scientismo, come volontà di sapere e volontà di dominio,
continui ad esercitare indisturbato la sua autorità. Se
gli interventi del Professor Mezzanotte e del Professor
Moschini hanno ricostruito il contesto storico-politico
e filosofico-teologico del periodo preso in esame, gli interventi
successivi di Don Vincenzo Catani e della Professoressa
Paola Restani hanno incentrato la loro attenzione sui resti,
sulle tracce di quel periodo, vale a dire la reliquia come
prolungamento di un corpo che ha incontrato Dio e che continua
a vivere dopo la morte e le opere artistiche, in particolare
gli affreschi sul tema della divinità al femminile che il
tempo ha risparmiato. Entrambe queste cose, le reliquie
dei martiri o delle mistiche e le opere d’arte sono fonti
di tradizione, si tratta della trasmissione di tracce allo
scopo di conservare la memoria del passato e lasciare un
ricordo, una testimonianza sia essa di una presenza vera
come il corpo o di un gioco plastico tra visibilità e invisibilità
che supera l’occultamento dello sguardo sulla divinità in
un affresco. La “reliquia” , ha ricordato don Vincenzo nella
sua relazione dal bel titolo Quel corpo che ha fatto l’amore
con Dio, nasce durante l’era dei grandi “testimoni” (màrtis,
martire, rivelatore del Cristo, che a sua volta è “immagine”
del Padre). Si desidera conservare il ricordo, per fini
catechistici, nella linea del “memoriale” dei fatti della
Pasqua di morte-risurrezione (da Cristo al cristiano). Si
tratta, quindi, della rilettura di una vittoria possibile,
di una assimilazione totale al Cristo sacrificato, ma anche
glorificato. Il termine “reliquiae”, indica i resti di un
defunto, un frammento di una persona o di qualcosa che fu
a contatto diretto con tale persona. Accanto alla voce tradizionale
“reliquiae”, si incontra “corpus”, che si riferisce tanto
al corpo nella sua interezza, quanto a particelle dello
stesso. Nella particella del corpo si vede la pienezza della
“virus” del santo stesso: “In exiguo sanctorum pulvere magna
virus”, canta in un carme Paolino da Nola. La reliquia affonda
le sue radici teologiche nel mistero della Incarnazione.
Il corpo ha assunto per il cristianesimo dignità ed importanza
da quando Dio se ne è servito in Gesù di Nazaret. “Il Verbo
si è fatto carne” (Gv 1,14): il Misterioso si rende comprensibile,
l’Eterno si autolimita nel tempo, l’Onnipotente si fa fragilità,
il Trascendente sposa la vicinanza e la comunione. E il
tutto attraverso un corpo, un ammasso di cellule limitate
e destinate alla consumazione. Il corpo si divinizza e diventa
la “gloria” del Dio vivente, il tramite essenziale (superando
la platonica superiorità dell’anima superiore al corpo)
per il rapporto totale con Lui. L’uomo e Dio fanno l’amore
totale, anima e corpo. Così è iniziata l’ESTASI (dal greco
“ek-stasis”, da verbo “ìstemi” = uscire fuori da sè, stare
fuori): Dio per primo è uscito fuori dalla sua trascendenza
per toccarmi con la materialità di un corpo, di uno sguardo
di Cristo, di una sua carezza, di una lancinante lacrima
e sangue. E l’uomo? La sua estasi consiste nel prendere
tutto se stesso e nel tuffarsi nella realtà comunionale
del Mistero. Trascina tutto se stesso in questo amore di
donazione, fino all’ultimo muscolo e all’ultima cellula,
con tutto il battito del suo cuore di carne, con tutte le
sue emozioni di uomo e di donna. La reliquia, ha concluso
il direttore dei musei diocesani, restituisce la “memoria”
di un’esperienza amorosa concreta attuata in un determinato
tempo, con questo determinato corpo. Non si venera la materia,
ma la testimonianza di un amore, proprio come l’icona pittorica,
che mi offre l’occasione per contemplare il volto misterioso
di Dio e gustare la sua presenza attraverso l¹immagine non
fine a se stessa, ma come “un lembo del suo mantello”. E
proprio dall’icona pittorica inizia l’ultimo intervento.
A partire dall’affresco dell’Abbazia di S. Pietro in Perugia,
uno dei pochi in tutto il mondo che rappresenta Dio Uno
e Trino al femminile, la professoressa Restani recupera
l’esempio dello spirito che anima la rara ed insolita iconografia
divina al femminile. Da sempre rappresentare Dio al femminile
è stato il compito più audace, addirittura Bonifacio VIII
fece un decreto che vietava di rappresentare Dio Uno e Trino
figuriamoci poi Dio con sembianze femminili. Si può facilmente
immaginare lo scalpore provocato dall’affresco in questione,
databile agli inizi del 1300 ed attribuito alla scuola di
Giotto. L’affresco raffigura la SS. Trinità con tratti femminili,
soggetto che nel tempo si farà sempre più raro fino all’ultimo
divieto emanato nel 1745 da Benedetto XIV di rappresentare
tale sublime mistero. Nel 1614 venne eretto un muro per
coprire l’opera e soltanto nel 1979, grazie ad una intuizione
del monaco Don Pietro Inama, si procedette ad abbattere
il muro e venne riportato alla luce l’affresco. L’iconografia
divina al femminile trova la sua ragione d’essere, ha spiegato
la professoressa, nel fatto che la rappresentazione della
SS. Trinità con sembianze femminili rimanda al profondo
significato di Dio inteso come madre, Dio legato alla creazione
e quindi inscindibile dal ruolo della donna incarnato mirabilmente
dalla Madonna, madre di Cristo e fulcro, quindi, dell’evento
della salvazione dell’intera umanità. La donna come la chiama
S. Paolo nella lettera ai Galati (4,4) ha il ruolo fondamentale
nell’evento centrale salvifico: tale evento si realizza
in lei e per mezzo di lei. La dignità della donna consiste
nell’elevazione soprannaturale all’unione con Dio in Cristo
Gesù, la donna rappresenta l’archetipo di tutto il genere
umano: rappresenta l’umanità che appartiene a tutti gli
esseri umani, sia uomini che donne, d’altra parte però la
nascita di Cristo mette in rilievo una forma di unione con
Dio che può appartenere solo alla donna: l’unione tra madre
e figlio. Anche la via mistica ci porta al Dio inteso come
madre. La maternità è simbolo dell’immedesimazione, fonde
il corpo con il corpo, per la donna dare a Dio il nome di
madre significa realizzare una unione di natura vietata
all’uomo. La forza morale e spirituale della donna, di cui
le mistiche sono un mirabile esempio, si uniscono con la
consapevolezza che Dio affida alla donna in un modo speciale
l’uomo, cioè l’essere umano, in virtù proprio della sua
femminilità. In questo modo la donna perfetta diventa un
insostituibile sostegno e una fonte di forza spirituale
per gli altri che percepiscono le grandi energie del suo
spirito. La Donna mistica designa uno stato di perfezione
della credente, lo stato mistico di perfezione comporta
una relazione tra la donna e Dio considerato come il tutto
diverso da sé e l’equivalente di sé in un perpetuo dialogo
d’amore. L’ultimo spunto di riflessione proposto dalla professoressa
in questa sua introduzione all’iconografia divina al femminile
è stato il recupero della valenza della rappresentazione
figurativa che certo non può far conoscere Dio che è infinito,
ma può stimolare, accendere, infiammare il desiderio della
conoscenza di Dio. La rappresentazione manifesta il visibile
dell’invisibile e al tempo stesso è fonte di comunicazione
che esprime contemporaneamente la presenza e l’assenza di
Dio. Al termine della relazione della professoressa Restani
dopo una piccola cerimonia che ha visto la consegna agli
ospiti di una moneta ricordo e del vino Castignanese imbottigliato
proprio col nome Templaria c’è stata la proiezione del documentario
L’estasi e la passione: il corpo tentato, di cui sulla Nottola
abbiamo già scritto. La visione è stata preceduta da una
breve introduzione del professor Moschini, che ha ricordato
come le tematiche particolari del rapporto della mistica
con il Cristo e con il proprio corpo siano riuscite a trasformarsi
in immagini che hanno esposto attraverso i volti e i corpi
delle donne contemporanee, gli atteggiamenti delle mistiche.
Le parole di esperti che hanno raccontato i luoghi, gli
atteggiamenti e la ricezione della comunità di queste strane
donne visionarie che davano in un certo senso “scandalo”,
precedentemente ricche poi in miseria, che parlavano e si
amavano con Cristo L’indagine sui luoghi, vale a dire ripercorrere
e filmare tutti quei posti quegli spazi nell’Umbria, e,
più in generale del centro Italia (come Assisi, Perugia,
Roma, Ascoli, Montepulciano, Cortona), in che sono stati
testimoni di percorsi, di vissuti che avessero a che fare
con le nostre tematiche, hanno accompagnato le immagini
della donna nella sua materialità e fisicità, volti e corpi
femminili trovati lungo il percorso, anche loro chissà alla
ricerca di un sentire nell’anima e nel corpo, cose queste
che, secondo il professor Meschini, il documentario è riuscito
a dare. Si possono a questo punto trarre le conclusioni
del convegno, che sono senz’altro positive da un punto di
vista organizzativo da un punto di vista del successo sia
di pubblico che di risultati speculativi proposti. Ed una
riflessione su tutte salta agli occhi. Si deve tornare a
pensare il cristianesimo come una spiritualità, una fede
a partire dalla materialità, dalla carnalità. Si è parlato
di spirituale a partire dal corpo, niente di più vicino
allo scandalo virtuoso, alla smentita assoluta della logica
postmoderna che il papa attraverso la sofferenza del suo
corpo sta dimostrando. In un mondo leggero come quello contemporaneo
dell’apparenza, il pontefice propone un impegno pesante,
portare avanti con fedele puntualità il suo ministero, esponendo
allo sguardo degli altri, delle telecamere come delle folle,
lo sfacelo di un corpo tremante e ansimante. Si tratta di
una negazione totale dell’ideologia contemporanea che nasconde
malattia e morte, rendendoli il tabù più forte del mondo
secolarizzato, impaludato nelle sabbie mobili del vuoto
dell’apparire. Una sorta di neomaterialismo edonistico e
relativistico, di cui il corpo sofferente del papa rappresenta
una contestazione vivente, in cui la sofferenza e il dolore
vengono vissuti come una testimonianza portentosa della
finitudine del corpo e dell’infinità dell’amore, sino alla
mortificazione del corpo e alla morte affinchè il servizio
alla Chiesa e a Dio sia completo anzi ulteriore. Vedere
il papa pregare vuol dire ritrovare quell’intensità quasi
dolorosa della dedizione alla fede che cerca la divinità
a partire dalla durezza della materia. E questo è un po’
il discorso che può essere fatto al margine di un convegno
su la reliquia come fede, il corpo come amore.
Anno
II n.5, settembre/ottobre 2004