ETICA E BIOTECNOLOGIA
L'EMBRIONE UMANO:
SOGGETTO O OGGETTO?
di
MARIA LOREDANA FURIOSI
Alcune considerazioni bioetiche a margine della legge
sulla procreazione medicalmente assistita (PMA).
La recente approvazione in Parlamento della legge n.40/2004
intitolata “Norme in materia di procreazione assistita” ha
riacceso in Italia il vivace dibattito, peraltro mai sopito,
sulla natura dell’embrione umano. Dibattito che peraltro
spesso è connotato da una carenza di criteri logici e
scientifici a supporto. Se da un lato, una legge, pur
perfettibile, tenta di rispondere alla duplice urgenza di
regolamentare una pratica selvaggia di produzione di
embrioni e di rispondere ad un desiderio legittimo di avere
un figlio da parte di coppie sterili o comunque incapaci di
procreare naturalmente; dall’altro lato, è necessario, per
comprenderla appieno e per porre in equilibrio tutti i
termini della questione, focalizzare l’attenzione
sull’identità di quel “piccolo” soggetto umano, che è
coinvolto alla stessa stregua dei suoi genitori. Ciò è
quanto mai urgente, se si pensa alla volontà di molti, di
reintrodurre il “far-west procreatico” in Italia, proponendo
l’abolizione della neonata legge.
a) Il primo dato inconfutabile, oggettivo e
scientifico, va ribadito, ci viene dato dai numerosi ed
aggiornati trattati di embriologia, secondo i quali l’inizio
della vita umana inizia con il “processo di
fertilizzazione”, identificata come la fusione dei due
gameti maschile e femminile. Tale fusione stimola l’attività
metabolica della nuova cellula o zigote o embrione
unicellulare. E’ una cellula “nuova” (diversa da quella del
padre e della madre biologici), che inizia il suo percorso
vitale come una unità, con una sua individualità specifica,
intrinsecamente orientata ad un determinato sviluppo, cioè
alla nascita di un neonato. Ovvero, ci dicono i
citogenetisti e gli embriologi, a causa di quella che è
definita “legge epigenetica”, scritta nel genoma e che
comincia ad operare dalla fusione dei gameti, ogni embrione
mantiene permanentemente la propria identità, individualità
ed unicità, rimanendo lo stesso identico individuo durante
tutto il processo dello sviluppo. Siamo cioè di fronte ad un
nuovo essere umano, con un DNA che lo rende appartenente, a
pieno titolo, alla famiglia umana. Analizzando il problema
da un’altra prospettiva, si può immaginare di partire
dall’individuo adulto e ripercorrere all’indietro la sua
storia biologica, cercando una soluzione di continuità nel
processo vitale. Noteremo inevitabilmente come tale
soluzione di continuità avviene solo all’atto della
fecondazione. Ad ogni stadio di sviluppo successivo alla
fusione dei gameti, la vita è presente in tutti i suoi
aspetti e le sue caratteristiche fondamentali, così che i
vari stadi spesso suggeriti come punti di confine tra vita e
non-vita personale, ovvero l’impianto nell’ utero, la
formazione del cervello, il battito cardiaco,
l’autocoscienza, la capacità di relazione o ancora la
capacità di sentire dolore/piacere emergono chiaramente come
arbitrari. Questi stadi, in realtà, demarcano esclusivamente
il confine tra fasi diverse dello sviluppo vitale, ma tutti
contenuti all’interno di quest’ultimo, di cui non
rappresentano confine alcuno. Ma ancora oggi, non si fa che
ribadire in modi diversi e da più parti, che l’embrione è
solo “un grumo di cellule”, “ un ricciolo di materia”, “solo
una realtà biologica”. Null’altro. Anche la stessa proposta
di referendum abrogativo della legge sulla PMA, promossa dai
Radicali, rimarca tutto ciò: su quattro quesiti referendari
ammessi dalla Corte Costituzionale (il quinto che prevedeva
l’abrogazione dell’ intera legge sulla procreazione è stato
respinto), ben tre esprimono tale tipo di mentalità
materialista, utilitaristica e sperimentalista, che nei
fatti ricade a danno esclusivo dell’embrione umano. Si
vorrebbe, infatti, che gli artt. 12, 13 e 14 della recente
legge venissero abrogati, per consentire la clonazione a
fini terapeutici, la ricerca clinica sugli embrioni, il loro
congelamento e la loro soppressione; che fosse abolito,
inoltre, l’obbligo di creare in vitro non più di tre
embrioni e l’obbligo del trasferimento nell’utero materno
dopo la loro creazione; ed infine, che venisse abrogato
l’articolo 1, in cui si afferma che i diritti dell’embrione
vanno considerati equivalenti a quelli delle persone già
nate. Se il referendum dovesse essere approvato,
significherebbe che laddove la legge si è sforzata di
prevedere, anche se in modo imperfetto e parziale, una
minima protezione del soggetto embrione, essa verrebbe ad
essere cancellata dal voto dei cittadini, (voto peraltro,
spesso dato sulla scia emotiva di terapie futuribili e
sensazionalistiche e di penose vicende umane
strumentalizzate ad hoc). Ogni limite posto a tutela del più
piccolo ed indifeso tra gli esseri umani, nonché ogni sforzo
di riconoscimento di pari dignità tra il feto, il neonato,
il bambino, l’adolescente, l’adulto, il vecchio, verrebbe
purtroppo ad essere reso vano. Si sfiora, oggi, il paradosso
logico e l’incongruenza morale, se si pensa che da una parte
si pretende di lavorare senza vincoli sull’embrione umano,
ma si cerca dall’altra, di limitare il più possibile la
sperimentazione sugli animali, sull’onda di una crescente
sensibilità nei confronti dei loro diritti. Tanto che è
prevista, anche, l’obiezione di coscienza dello
sperimentatore. Si sta delineando una contraddizione, che
smentisce anche il semplice buon senso: gli “animali
non-umani” - come ha affermato giorni fa lo stesso
Presidente del Comitato Nazionale di Bioetica F.D’Agostino,
sembrano oggi più meritevoli di rispetto degli umani. E’
evidente che ponendo dei chiari divieti, la legge sulla PMA
non ha voluto solo tutelare gli interessi della donna e del
padre (di cui spesso non si parla come se fosse un elemento
estraneo alla procreazione) coinvolti, ma ha voluto
proteggere, per quanto è stato possibile, lo stesso
concepito, riconoscendogli dei diritti. Infatti, se gli
embrioni sono esseri umani, non ne possono essere prodotti
in numero tale da rendere necessario conservarli in
congelatore, preludio alla loro successiva soppressione (se
non utilizzati a breve da chi li ha prodotti); non si
possono produrre e poi non utilizzarli in tal modo
provocandone la fine; non si possono distruggere per
ricerche scientifiche di cui si affermano temerariamente
capacità miracolose, (tacendo magari all’opinione pubblica
altre strade terapeutiche, che eviterebbero l’utilizzo degli
embrioni, come ad esempio l’impiego di cellule staminali
adulte prelevabili dal sangue, dal midollo osseo e dal
tessuto nervoso o da feti abortiti spontaneamente, che di
fatto stanno già dando risultati concreti, nella cura di
alcune gravi patologie) sacrificandoli all’altare della
scienza e degli interessi economici ad ogni costo. E’ chiaro
che la natura ontologica dell’embrione umano è il macigno
che gli oppositori della legge tentano di aggirare con il
deplorevole strumento della menzogna scientifica e della
banalizzazione del problema, che sfocia alfine, nella
consueta accusa di ingerenza della Chiesa Cattolica .
b) E’ altrettanto sconcertante, la richiesta di
diagnosi genetica pre-impianto e la conseguente eliminazione
degli embrioni che risultino portatori di malattie genetiche
: linea-guida proibita dalla legge vigente. La cosiddetta
diagnosi pre-impianto consiste, sotto il profilo tecnico,
nel prelievo di una singola cellula dell’embrione allo
stadio di sviluppo di 6-8 cellule e nella sua analisi
genetica. Qualora l’embrione biopsato, fosse alterato, viene
soppresso.Nei casi in cui la tecnica avesse successo e se
l’embrione risulta indenne, impiantarlo nell’utero potrebbe
essere motivo di preoccupazione per il medico e per la
donna, poiché non si può a priori escludere, che abbia
subìto conseguenze dal prelievo di una delle poche cellule
che inizialmente lo compongono. Non a caso, quando viene
effettuata la diagnosi pre-impianto è prescritta anche la
successiva amniocentesi ed il tasso di malformazioni è
paragonabile (se non addirittura superiore) a quello
registrato nel caso che non sia stata effettuata la biopsia.
Inoltre, in un certo numero di casi, l’embrione muore prima
del trasferimento in utero anche se sano, e quando arriva
allo stadio di blastula, la sua struttura somatica è ridotta
del 20%, diminuendo in tal modo, le sue possibilità di
impiantarsi e di svilupparsi fino al parto. Altra
considerazione da fare, è che la diagnosi pre-impianto non
dà risultati certi, cosicché in una percentuale che varia
tra il 5% ed il 10% dei casi, si distruggono embrioni sani
erroneamente ritenuti malati. E’ noto, anche, che per
aumentare le probabilità, già modeste, di gravidanza
regolare, non basta inserire nell’utero un embrione, ma è
opportuno farlo con più embrioni: l’attuale legge ha
stabilito che non siano più di tre. Questo, non soltanto
perché si evitasse un produzione di embrioni soprannumerari,
ma anche perché la donna-madre fosse rispettata sempre di
più nei suoi cicli naturali, senza ricorrere a continue
iperstimolazioni ovariche selvaggie, dannose e che producono
ovociti meno capaci di essere fecondati. E’ inoltre ovvio,
che la diagnosi pre-impianto dovrebbe essere effettuata poi
per ciascun embrione, data la loro diversità, e che per lo
stesso motivo si deve sopprimere qualsiasi embrione
geneticamente alterato. E’ una selezione eugenetica vera e
propria, di hitleriana memoria, stavolta non più su bambini,
adulti ed handicappati, ma su feti malformati, comunque
inutili, privi di dignità, non certo meritevoli di tutela e
rispetto. Posti ancora di fronte all’essenza ontologica
dell’embrione, la si vuole mistificare, alterare in nome di
esigenze sperimentalistiche faustiane, pretendendo perfino
di sfruttare questi esseri umani innocenti e silenziosi,
sacrificandone la vita, anche quando si trovino congelati ed
in soprannumero nelle biobanche, magari adducendo la
giustificazione pretestuosa ed aberrante che “comunque
sarebbero destinati a morire!”. E’ come se si giustificasse
l’accanimento e la tortura su un condannato a morte, poiché
in ogni caso prossimo alla fine!
c) Dopo l’approvazione della legge n.40/2004 qualcuno
ha giustamente richiamato il collegamento con la legge
sull’aborto, vigente in Italia dal 1978. Fermo restando, che
il tema dell’aborto vada riaffrontato sul piano etico, anche
perché negli anni si sono verificate delle violazioni
sostanziali ed delle impostazioni della legge 194/78 a dir
poco ambigue e distorte (basti pensare alla sua affermazione
all’articolo 1 di tutelare la vita umana fin dall’inizio, e
di cui però, ne permette la soppressione negli articoli
successivi; ed ancora, alla sua affermazione all’articolo 4
di poter permettere alla donna autonomamente di abortire
sulla base di un’aleatoria valutazione di ipotetica e futura
minaccia per la salute psichica o fisica della stessa); mi
preme focalizzare l’attenzione sul contrasto evidente tra la
legge sull’aborto e quella sulla PMA. L’aborto legale è
stato giustificato anzitutto, con motivazioni che non
possono essere applicabili al caso dell’embrione generato in
provetta. All’epoca del dibattito sull’aborto si diceva:
occorre contrastare l’aborto clandestino; il divieto penale
si è dimostrato inefficace; bisogna creare le condizioni
affinché vi sia un contatto tra la donna ed il medico, al
fine, non soltanto di evitare l’aborto praticato da persone
inesperte e l’autoaborto, ma anche di limitare le
interruzioni di gravidanza; ed ancora: vi sono dei casi,
come la violenza carnale e la malattia grave della madre,
nei quali non può essere perseguibile l’aborto… E’chiaro che
nessuna delle suddette motivazioni è utilizzabile per
giustificare la distruzione di embrioni umani in provetta. A
ben guardare l’uccisione di un embrione umano, come avviene
quando lo si seleziona prima dell’impianto o lo si sottopone
a sperimentazione distruttiva o lo si elimina, (perché è
diventato inutile), è più sconvolgente dello stesso aborto
volontario. La cosificazione dell’uomo quando una intera
equipe di persone ne progetta, con accordo preliminare, la
produzione per destinarne almeno una parte alla distruzione
è totale e molto più evidente che non nel caso in cui la
donna disperata e sola decide di abortire. Quest’ultima si
trova di fronte ad un figlio che non voleva, mentre certe
metodiche di fecondazione artificiale generano la vita per
poterla in certa misura sopprimere o comunque accettando
preventivamente l’idea di poterla sopprimere. La donna
incinta si sente in una situazione di insuperabile
necessità, mentre nella procreazione artificiale è
possibile, fin dal momento della fecondazione, imporre
regole per evitare la generazione soprannumeraria, la
selezione ed il congelamento, e dunque, l’eliminazione
premeditata e diretta. Viene ad essere costruita, in questo
caso, artificialmente ed artificiosamente la “necessità”.
d) Un ultimo ordine di idee, senza pretesa di
esaustività, mi sembra necessario. Il dibattito referendario
sulla PMA non fa che dirci che si tratta di una legge
proibizionista, contro la scienza, contro la donna, contro i
malati, a favore del turismo procreatico. Mai tante menzogne
e tanti slogan si sono dovuti confutare e che spesso
finiscono per convincere la gente semplice, che non ha tempo
e mezzi per approfondire la materia. L e bugie radicali
possono e devono essere l’occasione per una riflessione,
profondamente umana e civile. Ed il punto di partenza è
proprio l’uomo: tale dal concepimento alla morte naturale,
portatore di una dignità così alta da non avere misura, da
non poter essere “gradualizzabile”, e perciò fondatrice del
principio di euguaglianza. E’ l’argomento della modernità,
dello Stato pienamente civile e democratico, che ha affidato
al riconoscimento dei diritti umani la sua speranza di
libertà, di giustizia e di pace. Ma il problema è l’uomo
odierno che non sa più vedere l’essenza della stessa realtà,
della sua stessa natura, né della realtà che lo circonda. E’
necessaria una risposta alta, coerente, che può passare
anche attraverso leggi come la PMA. Legge che va difesa, per
quanto insufficiente (ma insufficiente in direzione
esattamente opposta a quella dei radicali, insufficiente
perché di più e meglio andrebbe difesa la dignità umana ed,
in particolare, la dignità di procreare), poiché è comunque
un importante passo avanti nella concreta applicazione dei
diritti umani e del principio di euguaglianza. Legge che si
ispira ad un principio assolutamente laico, come ci ricorda
N.Bobbio, quello della difesa della vita umana e dei diritti
umani, e che le stesse Convenzioni Internazionali e la
Dichiarazioni Universali vogliono affermare e confermare.
Domando: una legge che cerca di tutelare il benessere del
figlio può dirsi “proibizionista”? Le norme che vietano il
lavoro minorile, o il lavoro delle donne negli ultimi tempi
della gravidanza, o il divieto della morte, possono forse,
dirsi proibizioniste? Ed ancora. Una legge che vieta di
distruggere l’embrione e che dunque impegna la comunità
scientifica a riprendere ed approfondire la ricerca sulle
cause della sterilità che è stata del tutto abbandonata dopo
la diffusione della Fivet e che la PMA esplicitamente
stimola e finanzia (art.2); a sviluppare la tecnica del
congelamento degli ovociti, la cui distruzione non comporta
problemi etici, in sostituzione del congelamento degli
embrioni; a cercare metodi alternativi all’iperovulazione
della donna, può dirsi, tale legge, erronea? E chiaro che
l’anima della legge è il valore “uomo”. Legge che intende
tutelare e promuovere, nel maggior grado possibile oggi, il
bambino non nato ed anche la donna-madre, legge che l’Italia
offre come punto di riferimento agli altri paesi.
Anno
III n.1, gennaio/febbraio 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004