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  LA RICERCA DEL BENE COMUNE:
UNA NECESSITÀ, UNA SFIDA

Una configurazione condivisa di Bene Comune si presenta oggi, nel quadro della nostra società, come condizione essenziale di efficienza e di coesione sociale per un raggruppamento umano insediato in un determinato territorio, provincia, regione o nazione cui apparteniamo
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LA RICERCA DEL BENE COMUNE:
UNA NECESSITÀ, UNA SFIDA


di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia, Università degli Studi di Perugia


Una configurazione condivisa di Bene Comune si presenta oggi, nel quadro della nostra società, come condizione essenziale di efficienza e di coesione sociale per un raggruppamento umano insediato in un determinato territorio (quale può corrispondere alla Provincia, o alla Regione o alla Nazione cui apparteniamo) (Grasselli). Come noto, si parla oggi di competitività riferita a sistemi territoriali, richiesta affinché i prodotti che a questi in qualche modo si riferiscono si affermino, o possano continuare ad affermarsi, sui mercati globali (Ciciotti e Spaziante) . Da soli è sempre più difficile vincere. ‘E più facile se si è inseriti in reti (network) tra Attori coinvolti a vario titolo nella produzione e vendita dei prodotti (Rullani, Bruni). Le reti sono essenziali per raggiungere qualità e innovazione: esse possono essere interne alle imprese, ovvero tra imprese, o tra le imprese e altri enti, privati o pubblici, finanziari, di ricerca… Le reti sono essenziali per il sociale, che è il fulcro dello sviluppo economico: esse possono connettere operatori pubblici e operatori privati, secondo il principio di sussidiarietà, ma anche nel rispetto dei criteri della partecipazione, della responsabilizzazione, dell’autonomia (Fondazione Zancan). Ciò spiega l’importanza dell’accesso alle reti. Il successo dell’individuo dipende dal successo del network, e viceversa… ma, come fa rilevare Jeremy Rifkin, i network richiedono apertura, disponibilità alla fiducia, all’ascolto, alla reciprocità, al compromesso… il successo richiede che tutti gli attori riescano ad aprirsi, e accettino di riconoscere gli interessi degli altri (Castaldo, Rifkin) . La cooperazione cessa di essere un lusso e diventa una necessità primaria di sopravvivenza. Osserviamo che, antropologicamente, il modo d’essere (e di divenire) dell’uomo consono con l’accettazione dell’altro è l’essere persona: la persona, costitutivamente aperta alla relazione, intende la socialità non solo come bisogno, ma come ricchezza, condizione fondamentale per l’arricchimento materiale e soprattutto spirituale (Canonico, Kerber, Mounier, Ricoeur 2202). La dignità della persona, il rispetto di essa sono a fondamento dei diritti universali dell’uomo. Come sottolinea il filosofo personalista Paul Ricoeur, si può concepire l’orientamento etico della persona basato sulla stima di sé, sulla sollecitudine verso l’altro, sul desiderio di vivere con istituzioni giuste (il “tripode etico”) (Ricoeur,1994). ‘E inoltre peculiare della persona non limitarsi all’impiego della sola ragione (intesa come ordinamento logico di concetti, e cardine della nostra civiltà tecno-mercantile) ma fare ricorso all’intelligenza, che non si limita ad analizzare l’agire, ma ne cerca il significato (Pavan, Santi). Per es., è tipico della nostra attuale cultura subordinare tutto all’efficienza. Si punta tutto sulla crescita economica, considerato l’autentico indicatore della salute di un’economia. Ma per che cosa, per chi, a quali costi e per arrivare dove ? (Bauman).

Queste domande ci riportano al problema delle migliori modalità e delle più appropriate finalità della convivenza civile, e in particolare a quell’aspetto centrale che è il welfare, àmbito cruciale in cui si scontrano le esigenze dell’efficienza con quelle della giustizia. Welfare sottoposto ad un declino che sembra inarrestabile, in presenza di imprese che non hanno più bisogno di assumere la manodopera eccedente, e che delocalizzano per sfuggire ai costi dell’assistenza sociale, e di cittadini che approvano la riduzione delle imposte ( e quella conseguente dei sussidi pubblici), magari confidando in un maggior beneficio di polizze assicurative private rispetto a servizi pubblici spesso manifestamente scadenti (Bauman). Sembra difficile trovare una via d’uscita a questa situazione. Come ha osservato Bauman, immaginare la possibilità di un altro modo di vivere non è per niente facile in una società come la nostra. Castoriadis afferma che la crisi del mondo occidentale consiste precisamente nel fatto che esso ha cessato di rimettersi in discussione (radice culturale delle difficoltà attuali). Ha scritto di recente Domenico Rosati che il nodo del welfare non si scioglierà fino a che non si riuscirà ad aprire una discussione radicale sull’impianto dei bilanci pubblici e sulle relative priorità… stabilendo quanto vada finanziato con risorse pubbliche ottenute dal prelievo fiscale e quanto con quote da mettere a carico dei singoli cittadini. Occorre inoltre rivedere l’applicazione della sussidiarietà, verificando se e quanto l’ampliarsi di una rete sussidiaria all’interno dell’impianto di welfare possa agevolare, con una vera innovazione rispetto agli assetti precedenti, un’espansione della partecipazione civica e/o della responsabilizzazione delle persone e dei gruppi, nella garanzia della loro indipendenza.

Occorre insomma garantire una cornice unitaria, che fissi “i livelli essenziali di assistenza” e le regole fondamentali, in mancanza di che “il welfare non sarà più un fattore di redistribuzione, e, in definitiva, di giustizia sociale, ma solo un meccanismo di garanzia per chi è già tutelato, e nella migliore delle ipotesi, un sistema di sussidiazione residuale per i meno protetti e gli esclusi” (Fondazione Zancan). Ma come tutto ciò è condizionato dal “sistema delle flessibilità” ? se la parte maggiore e migliore delle energie individuali deve essere dispiegata dapprima per cercare un lavoro e poi per mantenerlo, in una perpetua competizione vissuta in condizioni di instabilità, quali risorse residue potranno essere destinate alla “casa comune” ? quali sono gli effetti di questa sollecitazione estrema della responsabilità individuale sul fronte della lotta per la sopravvivenza? La ricostruzione e, per molti aspetti, la creazione ex novo di una coscienza civica dei doveri chiede di rivedere in profondità i modelli individualistici correnti, imperniati sulla ricerca di un appagamento esclusivo (cioè, che esclude), che ciascuno persegue senza tener conto degli altri, nel presupposto che se ogni singolo persegue il massimo, anche il collettivo raggiunga l’ottimo. In tale contesto si comprende come, per affrontare problemi di questa portata, occorra riferirsi ad un quadro complessivo, e pervenire ad una configurazione condivisa di Bene Comune (nel senso della Gaudium et Spes al punto 26 e) nell’accezione di bene relazionale, costruito insieme e da gestire insieme (Donati). Bene Comune che tenga conto dei diritti umani fondamentali, di tutte le principali dimensioni del vivere, per una realizzazione piena ed equilibrata di ogni persona, nel quadro del complesso di relazioni, reti, accordi che attraversano il corpo sociale. Bene Comune che chiede il concorso di tutti, perché né il singolo né il gruppo da soli possono avvicinarsi alla propria perfezione, ed esige che ciascuno abbia a cuore il bene degli altri come il proprio. E che costituisce il fine fondamentale dello Stato (Compendio DSC). Un’ultima annotazione sul rapporto cruciale tra persona e Bene Comune: il Bene Comune, per sua definizione, è il presupposto della realizzazione piena della persona, ma al contempo può costruirsi solo con il contributo di persone, che concepiscono la socialità come ricchezza, come mezzo essenziale di arricchimento materiale e spirituale, e che sono in condizione di trovare un contemperamento tra il perseguimento dell’utilità individuale, da una parte, e del Bene Comune, dall’altra.


Indicazioni bibliografiche

Z.Bauman, Lavoro, consumismo e nuove povertà, Città Aperta Editore, Troina, 2004
L.Bruni (a cura di), Economia di comunione, Città Nuova, Roma,1999
M.F.Canonico, Antropologie filosofiche del nostro tempo a confronto, LAS, Roma, 2001
S.Castaldo, Fiducia e relazioni di mercato, Il Mulino, Bologna, 2002
C.Castoriadis, Le monde de l’insignificance, Seuil, Paris 1996, citato in Z.Bauman, Lavoro, consumismo… cit.
E.Ciciotti e A.Spaziante (a cura di), Economia, istituzioni e territorio, Franco Angeli, Milano, 2000
P.Donati, Pensiero sociale cristiano e società post-moderna, Editrice A.V.E., Roma, 1997
Fondazione Zancan, Vuoti a perdere, Feltrinelli, Milano, 2004
P.Grasselli, Sviluppo, persona, Bene Comune, in P.Grasselli, Riflessioni sul collegamento tra etica ed economia, Morlacchi Editore, Perugia, 2005
W.Kerber, Etica sociale, San Paolo, 2002
Emmanuel Mounier, Il personalismo (a cura di G.Campanini e M.Pesenti), Editrice AV.E., Roma, 2004
A.Pavan, Dire persona nell’età globale dei diritti umani, in A.Pavan (a cura di), Dire persona, Il Mulino, Bologna, 2003

Pontificio Consiglio della Giustizia e della Pace, Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, Libreria Editrice Vaticana, Roma, 2004
P.Ricoeur, Persona, comunità e istituzioni (a cura di A.Danese), Edizioni Cultura della Pace, San Domenico di Fiesole, 1994
P.Ricoeur, La persona, Morcelliana, Brescia, Terza edizione, 2202
J.Rifkin, Il sogno europeo, Mondadori, Milano, 2004
E.Rullani, La fabbrica dell’immateriale, Carocci, Roma, 2004
G.Santi (a cura di), Sant’Agostino – Esistenza e Persona, Città Nuova Editrice, Roma, 2004.

Anno III n.3, maggio/giugno 2005


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