Relazione tenuta al Convegno UCID su “Efficienza economica e
funzione sociale nell’impresa responsabile” il 18 febbraio
2005
PROFILI ANALITICI E RUOLO DELLA PERSONA
NELLA RESPONSABILITÀ SOCIALE D’IMPRESA
di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Perugia
1.Profili analitici in tema di responsabilità sociale
d’impresa
Per avviare il discorso propongo la nota definizione di
responsabilità sociale d’impresa (RSI) contenuta nel Libro
Verde 2001 della Commissione Europea (“Promuovere un quadro
europeo per la responsabilità sociale delle imprese”) di
“integrazione su base volontaria, da parte delle imprese,
delle preoccupazioni sociali ed ecologiche nelle loro
operazioni commerciali e nei rapporti con le parti
interessate”. Pur nella sua apparente semplicità, questa
definizione pone in evidenza la complessità del concetto di
RSI, evolutosi dal riconoscimento della “businessmen social
responsibility” alla consapevolezza dell’esigenza di vere e
proprie “strategie sociali” (Chirieleison 2004). Essa
presuppone, come suggerisce un libro uscito di recente, una
tensione dell’impresa a soddisfare con la propria attività,
al di là degli obblighi di legge, le attese economiche,
sociali e ambientali dei vari portatori di interesse (o
stakeholder) interni ed esterni (Molteni, 4).
Può dirsi anche che la RSI sia una modalità di attuazione
della missione produttiva dell’impresa. Specificamente, col
termine responsabilità può indicarsi “la volontà e/o la
necessità di rispondere a uno o più soggetti che avanzano
richieste ed attese”. Quanto alla qualifica di “sociale”,
essa potrebbe giustificarsi già per il fatto che si tiene
conto delle istanze degli azionisti e dei collaboratori; a
maggior ragione si comprende se vi si includono interventi,
di natura donativa, a favore di esigenze della società
civile (che richiama la cd corporate philanthropy), oltreché
a beneficio di fornitori, clienti, e per neutralizzare
l’impatto sull’ambiente naturale della produzione
dell’impresa (Molteni, 4-15).
Si osservi la complessità dell’analisi della RSI così
intesa: l’orientamento alla RSI può infatti intendersi come
una prospettiva sotto la quale tutta l’attività d’impresa
può essere riconsiderata, nelle sue molteplici direttrici di
svolgimento; ovvero, come un corrispondente modo di essere
di tale attività, che può ripercuotersi su tutto il
ventaglio dei risultati possibili (economici, sociali,
ambientali).
Sono perciò numerosi i profili di analisi da cui la RSI può
essere considerata (e i problemi conseguentemente
individuabili): quello --delle forme che può assumere, e
--dei portatori d’interesse volta a volta coinvolti, --dei
fini che può proporsi, e --dei risultati, positivi o
negativi, che può conseguire, e della loro misurazione --dei
costi che essa implica, e della loro misurazione, --degli
elementi che spingono ad adottarla, --dei fattori da cui
dipendono la possibilità di praticarla (si pensi in
particolare alla dimensione dell’impresa) e la
corrispondente rilevanza dei risultati, in particolare --del
margine di discrezionalità che essa richiede e --dei vincoli
cui comunque è sottoposta, --degli atteggiamenti ed
eventuali pregiudizi nei suoi confronti, --dei processi
aziendali a cui si applica e delle variabili
corrispondentemente prese in esame. Tra le forze che
spingono per adottarla, ricordiamo l’esigenza dell’impresa
di acquisire legittimazione agli occhi della società,
attraverso la valorizzazione delle virtù cosiddette
“civiche”, e di procurarsi una reputazione, proponendo
l’equità come tratto dominante della cultura d’impresa, da
impiegare per compiere opera di persuasione, a proprio
beneficio, nei confronti di tutti coloro che operano
nell’impresa (Zamagni.a).
Come è ben noto, una letteratura sempre più nutrita, e la
stampa specializzata, concordano nel sostenere che “…la CSR
fa bene alle imprese. Essere socialmente responsabili,
infatti, -->migliora il clima aziendale e aumenta la
motivazione dei collaboratori, -->aumenta le capacità
d’impresa di attrarre e mantenere personale più qualificato,
-->contribuisce a differenziare il marchio e dunque a
rafforzarlo nei confronti di mercati sempre più affollati,
-->riduce i rischi di iniziative di boicottaggio, interne ed
esterne, -->accresce la reputazione complessiva
dell’impresa, -->migliora la relazione con le istituzioni
finanziarie, nel senso di un più facile accesso alle fonti
di finanziamento in virtù di una riduzione generale del
profilo di rischio” (Progetto CSR, Il Sole 24 ore, 10/12/04,
pag.9).
Da ciò si deduce l’importanza dei fattori immateriali, dei
cosiddetti intangibles. Tra i benefici, se si rinuncia
all’ipotesi di una quantificazione dell’effetto economico
diretto di un intervento di RSI, può indirizzarsi l’analisi
verso le variabili “intangibili” interposte tra RSI e
risultati economici. Con la locuzione “risorse intangibili”
possono intendersi “…beni di natura immateriale, di cui
l’azienda detiene il possesso diretto o le potenzialità di
accesso, e che costituiscono fonti di valore, in quanto in
grado di contribuire in futuro alla generazione di flussi di
reddito e , nel caso delle imprese quotate, all’incremento
dei valori di borsa”. Secondo una possibile classificazione,
possono includersi tra tali risorse il capitale
organizzativo (a sua volta comprensivo di profilo
strategico, corporate governance e processi o procedure
impiegate nell’impresa), il capitale umano (quantità-livello
di competenze e capacità dei collaboratori, e livello di
motivazione/coinvolgimento) e il capitale relazionale (rete
di relazioni e collaborazioni a vario titolo intrattenute
dall’impresa) (Molteni, pp. 69-82).
Il complesso dei beni intangibili influisce in misura
determinante sui risultati economici dell’impresa, secondo
la connessione “RSI-intangibles-performance economiche” .
Anche ammesso di aver individuato le variabili che hanno
tratto beneficio dagli interventi di RSI, si incontrano
difficoltà di rilievo nel tentativo di misurare tali
benefici, seguendo la connessione suddetta (ad es.,
relativamente al collegamento RSI-intangibles, si consideri
l’impatto sulla reputazione, misurato dalla variazione della
reputazione nel periodo in esame, al netto delle variazioni
indotte da fattori estranei all’intervento di RSI).
L’esercizio della RSI così intesa implica che il management
disponga di spazi di discrezionalità nello svolgimento della
propria attività. Vincoli molteplici possono diversamente
condizionare, da un lato, gli esponenti dei vertici
aziendali, dall’altro il management di livello intermedio (Magatti
e Monaci, pp.34 segg.). La forza di questi vincoli è
variabile, e propone il discorso già accennato sulle
determinanti dell’effettiva, concreta configurazione della
RSI. Se ad es. consideriamo l’economia dell’Umbria, in
particolare in alcuni comparti attualmente attraversati da
marcate difficoltà di sopravvivenza, possiamo ritenere che
questi vincoli assumano una consistenza molto rilevante ?
2.Sulla connessione tra prospettiva aziendale e profilo
etico
Passo alla questione fondamentale circa la separabilità tra
i due profili, aziendale ed etico. Nell’ambito della sfera
delle decisioni e dei comportamenti riferibili alla RSI,
possiamo supporre una distinzione tra prospettiva aziendale
e profilo etico, ed un’eventuale priorità della prima
rispetto al secondo ? Ma è pensabile una distinzione tra i
due piani, oppure il profilo etico (es. rispetto dei diritti
umani fondamentali) è indissolubilmente connesso a quella
che abbiamo chiamato prospettiva aziendale ? ‘E possibile
pervenire ad una decisione che non sia responsabile ?.
Consideriamo le caratteristiche di un’economia qual è la
nostra, detta “della conoscenza”, protesa all’attuazione di
un’innovazione continua, che presuppone il coinvolgimento e
la valorizzazione di tutto il personale dell’impresa, che
poggia sempre più sull’inserimento fruttuoso di questa in
una rete spesso complessa di relazioni con altre imprese e
con Enti privati e pubblici (a fini di produzione,
distribuzione, ricerca e finanza). Assumiamo inoltre un
orizzonte di medio-lungo termine, in cui manifesti appieno i
suoi effetti la reputazione acquisita dall’impresa medesima.
In questa prospettiva, una buona performance economica
sembra debba associarsi ad un orientamento alla RSI. Sembra
che il buon governo dell’impresa non possa non
caratterizzarsi per una responsabilità sociale
“autenticamente vissuta”. E che quindi, nelle condizioni
indicate, l’esercizio della RSI non possa non risultare
incluso nella strategia dell’impresa, costituendone altresì
un elemento di vantaggio competitivo. Potrebbe perciò
affermarsi che il problema si sposti in realtà sul piano
delle modalità e dell’intensità dell’esercizio della
responsabilità sociale ? In questa prospettiva, acquista una
collocazione di rilievo la ricerca di soluzioni innovative
idonee a conciliare efficienza e aspettative dei portatori
d’interesse, e perciò tali da costituire fattori di
potenziamento della competitività dell’impresa. A tale
livello, che si colloca nel contesto delle “strategie
sociali” adottabili dalle imprese (Chirieleison, pp.91 segg.),
Molteni attribuisce la qualifica di “creatività
socio-competitiva”. Sulle condizioni di sviluppo delle
sintesi socio-competitive, si osserva come esso presupponga
un contesto aziendale caratterizzato da “…una cultura che ha
nell’attenzione alle attese di tutti i portatori di
interesse uno dei suoi cardini” (Molteni, pp.9, 15,18 segg.).
Va ricordato inoltre che la sostenibilità dello stesso
sviluppo dell’intera economia si fonda sull’attività di
imprese sostenibili in quanto socialmente responsabili
(Vercelli, p.14)).
Dunque, in un orizzonte siffatto l’impresa non considera
esclusivamente i risultati economici, ma tiene conto anche
di quelli sociali e ambientali, peraltro strettamente
intrecciati ai primi. È un ampliamento degli orizzonti che
si accompagna al superamento di una tendenza strettamente
autoreferenziale riscontrabile anche nell’attività
economica. Che invita a tener conto della realtà
dell’impresa nella sua interezza e sotto una pluralità di
angoli visuali; superandosi così la tendenza culturale
tipica della nostra civiltà tecno-mercantile ad un doppio
riduzionismo: per il concentrarsi dell’attenzione su singoli
aspetti della realtà indagata, a scapito dell’unità di
questa, e privilegiando uno specifico punto di vista, a
scapito della pluralità di ottiche assumibili
dall’osservatore.
Gli aspetti indicati si ritrovano nella raffigurazione
dell’impresa compiuta nel Compendio della Dottrina sociale
della Chiesa, al n.338 (L’impresa e i suoi fini) :
“l’impresa deve caratterizzarsi per la capacità di servire
il bene comune della società mediante la produzione di beni
e servizi utili, in una logica di efficienza e di
soddisfacimento degl’interessi dei diversi soggetti
implicati… oltre a tale funzione tipicamente economica,
l’impresa svolge anche una funzione sociale, creando
un’opportunità di incontro, di collaborazione, di
valorizzazione delle capacità delle persone coinvolte…
nell’impresa pertanto la dimensione economica è condizione
per il raggiungimento di obiettivi non solo economici, ma
anche sociali e morali, da perseguire congiuntamente...”
L’impresa può così collocarsi in un certo senso tra la
dimensione personale e la configurazione condivisa di bene
comune, che viene a delinearsi come obiettivo finale anche
per l’impresa, pur se sotto il vincolo dell’economicità, per
poter perdurare con successo nel tempo. Ed è sul fondamento
dell’etica del bene comune che il discorso sulla RSI
–suggerisce Zamagni-potrebbe trovare un assetto più
soddisfacente di quelli finora sperimentati (Zamagni.a, p.15).
In particolare, il riferimento alla persona ci porta sul
versante antropologico dell’attività economica e d’impresa,
che possiamo ritenere, come è stato fortemente sottolineato
anche a Bologna, nel corso dell’ultima Settimana Sociale dei
cattolici, alla radice dei temi attuali più dibattuti
dell’economia e della politica.
Proprio su tale profilo, nel corso dell’incontro Lionistico
svoltosi in questa sede il 21 gennaio u.s., ho cercato di
mostrare le implicazioni di alcuni orientamenti alla RSI
(con specifico riferimento ai rapporti con il personale) in
chiave di sottostante concezione dell’uomo, mettendo in
evidenza la corrispondente individuazione di alcune
caratteristiche che il più recente pensiero filosofico
conferma tipiche e basilari della concezione personalista (Pavan).
3.Per una lettura personalista della RSI
Come noto, il “cuore” del Progetto CSR , messo a punto dal
Ministero del Lavoro e delle Politiche Sociali, è costituito
dallo strumento del Social Statement, cioè da uno schema di
lettura costruito per valutare e monitorare l’impegno e le
attività realizzate, in modo volontario, in tema di RSI (in
inglese, CSR :Corporate Social Responsibility) o
responsabilità sociale delle imprese. In tal modo, si
ritiene di accrescere la consapevolezza dei vantaggi legati
all’adozione di pratiche di CSR, e di aumentare l’efficacia
dei comportamenti socialmente responsabili.
Il Social Statement è stato ottenuto tenendo conto dei
principali standard e iniziative nazionali, europei ed
internazionali, cercando di considerare tutti gli aspetti di
un comportamento CSR sul piano delle relazioni intrattenute
dalle organizzazioni con i principali stakeholder. Nel
Social Statement sono incluse otto categorie di stakeholder:
1) risorse umane, 2) soci/azionisti/comunità finanziaria, 3)
clienti, 4) fornitori, 5) partner finanziari, 6) Stato, Enti
locali e P.A., 7) comunità, 8) ambiente.
La parte centrale del Social Statement è costituita da un
set di indicatori: esso è suddiviso in indicatori comuni
(venti indicatori che coprono le otto categorie di
stakeholder) utilizzabili da tutte le imprese, e in
indicatori addizionali, applicabili alle imprese con più di
50 dipendenti ad integrazione degli indicatori comuni.
Quanto alle imprese quotate, esse devono utilizzare,
indipendentemente dalla dimensione, il set di indicatori
completo (circa un centinaio di performance indicator).
Attualmente, come già indicato, un numero crescente di
aziende sta adottando comportamenti socialmente responsabili
in quanto essi producono un aumento complessivo della
competitività. Nell’ottica di uno sviluppo duraturo per
l’impresa, come conferma un numero crescente di esperti e di
studiosi, la CSR equivale ad un investimento che,
appropriatamente integrato nella strategia aziendale,
concorre alla creazione di valore, migliorando la
performance dell’impresa, abbassando il profilo di rischio e
producendo un vantaggio competitivo per l’impresa.
Consideriamo ora i più importanti comportamenti inclusi –e
perciò oggetto di un qualche tentativo di misura- nei
principali indicatori del set ricordato.
Il primo e più importante blocco riguarda le risorse umane:
politiche di assunzione, avanzamento, fidelizzazione del
dipendente, l’applicazione del criterio della pari
opportunità, l’attenzione verso i disabili, le direttive in
tema di interventi formativi dell’azienda (sviluppo delle
professionalità individuali e crescita dell’azienda),
livelli retributivi applicati, rispetto dei diritti di
associazione, livello dell’interazione azienda/sindacati,
comunicazione interna, sicurezza e salute sul luogo di
lavoro, iniziative per potenziare la soddisfazione del
personale…(premio recente: Technogym azienda ideale tra le
10 al top in Europa: codice di condotta e impegno sociale,
Il Sole 24 ore, 12/01/05)
Quali orientamenti di fondo corrispondono ad una dinamica
positiva di questi indicatori ? Sottolineo in primo luogo la
necessità che la dirigenza sia disponibile, in senso ampio,
ad un’apertura sui processi di realizzazione dei
collaboratori d’impresa … ciò può accompagnarsi
all’individuazione di forme nuove (che si tratti di forme
organizzative, gestionali, degli assetti di governo o di
governance, di pacchetti strategici…) Apertura ed
innovazione, dunque, per assicurare nel più alto grado
possibile la realizzazione dell’umano, la sua espansione. Ma
questa espansione è condizionata da una tensione: --verso il
rispetto della dignità (della nobiltà) dell’uomo --verso il
rispetto della sostenibilità delle dinamiche personali, di
gruppo e d'impresa --verso la messa in valore di ciò che
nell’umanità è ritenuto comune o universale (tutto questo
richiedendo, nelle condizioni migliori, un confronto tra i
vari operatori, la ricerca di una valutazione condivisa, il
necessario spazio alla diversità delle opinioni…) Si profila
dunque lo sforzo continuo di tener conto di tutte le
principali dimensioni dell’umano, contro il rischio sempre
incombente di una visione e di un’azione parziale.
Osservo come una riflessione sulle politiche per il
personale ci mostri come al suo cuore l’attività d’impresa
sia attraversata dall’esigenza ineludibile dell’efficienza
ma altresì dal richiamo imperioso della giustizia, e come in
particolare la stessa efficienza sia dipendente dalla
soddisfazione della giustizia. Il che ci richiama l’influsso
determinante, già ricordato e su cui torneremo più avanti,
di molti fattori cosiddetti “intangibili” (e difficilmente
misurabili) sulla produttività d’impresa.
Ma come sappiamo la considerazione del personale è ben lungi
dall’esaurire il quadro degli stakeholder, e dei connessi
orientamenti di responsabilità sociale. Si pensi ai soci
azionisti e al problema della partecipazione di questi
-minoranze incluse- al governo dell’impresa. Si pensi ai
clienti, ed alle iniziative di Customer satisfaction (con lo
scopo di soddisfare le loro aspettative, risolvere
insoddisfazioni e prevenirle). Si pensi ai fornitori, ed
alle politiche di ricerca e selezione di questi, volte a
responsabilizzarli sulle tematiche sociali, ambientali e di
sicurezza. Si pensi alla Pubblica Amministrazione, nelle sue
varie articolazioni, e all’adesione ad accordi su specifiche
iniziative aventi valenza economica (sviluppo del
territorio), ambientale o sociale. Si pensi alla Comunità –o
alle Comunità- nel cui ambito l’azienda svolge la sua opera,
e all’impegno di questa nel sociale (con riferimento, ad es.,
alla solidarietà, alla cultura, alla scuola, al ricupero
ambientale) attraverso donazioni ed altre liberalità.
Tutti questi ulteriori versanti ci mostrano come apertura,
innovazione e multidimensionalità per l’espansione
dell’umano si risolvano in un ispessimento del tessuto
relazionale, in una moltiplicazione e in un rafforzamento
delle relazioni tra gli operatori. Sono per lo più relazioni
con una ispirazione collaborativa di fondo, anche se spesso
attraversate da conflitti tra le diverse categorie di
portatori di interessi, che possono richiedere un’opera di
mediazione anche molto ardua da parte della dirigenza
dell’impresa (Chirieleison,pp.76-78).
E ci mostrano altresì l’importanza del ruolo
dell’intelligenza rispetto a quello della ragione, per
conseguire una dimensione più compiuta di razionalità. In
cui la ragione, carattere fondante dell’attuale modello
prevalente di sviluppo è la facoltà di costruire, analizzare
e ordinare concetti secondo coerenza formale, mentre
l’intelligenza è ricerca di senso: e quindi, nell’impresa,
si cerchi compiutamente il senso dell’azione di questa nella
soddisfazione, a vario titolo, dei suoi numerosi stakeholder
.
E ci suggeriscono l’esigenza di superare, in questa
direzione di marcia dell’impresa, il doppio riduzionismo,
già ricordato, tipico del modo di pensare attuale.
Se ora ricapitoliamo queste brevi riflessioni, e
consideriamo assieme quegli orientamenti che abbiamo
associato alle manifestazioni tipiche della responsabilità
sociale d’impresa, e cioè apertura, innovazione,
relazionalità, crescita nel segno della dignità e della
sostenibilità, attenzione alla multidimensionalità, e alla
compresenza di ragione e intelligenza, troviamo i tratti che
sono rinvenibili nella concezione di persona, come questa si
è venuta via via configurando nel tempo, in particolare
durante la complessa elaborazione compiuta nel ventesimo
secolo e tuttora in corso di attenta rivisitazione.
Se ricordiamo l’influsso sulla performance d’impresa di
numerosi elementi di tipo intangibile, tra cui “il valore
della conoscenza e la capacità di innovare, il consenso e la
fiducia delle diverse categorie di stakeholder, la
reputazione, la disponibilità a contribuire al benessere
della comunità” (Progetto CSR-SC, Il Sole 24 ore, 10/12/04,
p.9), e notiamo il collegamento con la questione del sistema
regolativo dell’attività economica (d’impresa), possiamo
rilevare il ruolo ulteriore di un approccio personalistico.
Per comprendere i comportamenti socialmente responsabili
ricordati in precedenza, non ci aiuta il ricorso al
principio dell’equivalenza dello scambio, o del contratto,
quanto piuttosto il principio di reciprocità, per cui si dà,
come ben afferma Zamagni, in vista di un ricambio non ben
precisato, che verrà in un tempo futuro non chiaramente
definito, secondo un rapporto non necessariamente di stretta
equivalenza, rapporto influenzato da sentimenti di stima e
benevolenza (Zamagni.b, pp.97 segg). Insomma, un aspettativa
di reciprocità che, come ci ha ricordato Paul Ricoeur in
occasione del recente Convegno romano su Emmanuel Mounier,
può contraddistinguere un approccio personalistico al tema
dello scambio sociale (E ora torna la persona, Avvenire,
12/01/05, p.26).
Quindi, all’origine dei comportamenti responsabili
d’impresa, che per definizione trascendono le norme cogenti
cui questa è sottoposta, possiamo supporre persone: creature
cioè dotate del necessario grado di autonomia, di libertà,
di responsabilità, propense ad intendere la socialità non
solo come bisogno per soddisfare le molteplici esigenze
dell’uomo, ma anche come ricchezza, presupposto per lo
sviluppo integrale dell’uomo (Kerber, pp.39 segg.). Persone
che possono per tutto ciò aspirare al contemperamento di
utilità individuale e perseguimento del Bene Comune (Zamagni.c,
p.263). E quindi ad assicurare quella continua e intensa
innovazione diffusa, in tutte le espressioni della vita
associata, che è richiesta con tanta forza per assicurare
alle nostre società un futuro di efficienza e di giustizia.
4.Considerazioni finali
I rilievi compiuti suggeriscono come l’adozione di
orientamenti alla RSI, le forme e l’intensità da essi
assunte dipendano dall’esperienza, dalla lungimiranza e
dagli orientamenti valoriali della dirigenza. Tali
orientamenti possono essere inseriti stabilmente nella
strategie dell’impresa, con consapevolezza della
molteplicità delle loro implicazioni, nella ricerca di
contemperamento delle esigenze dei diversi stakeholder, e
possono sprigionare al meglio i loro effetti, ammesso anche
“un adeguato sviluppo delle responsabilità partecipative di
tutti quelli che operano nell’impresa, nell’assunzione di
una prospettiva di interesse collettivo e di solidarietà che
trascende l’impresa stessa e si apre alla comunità”
(Caselli, p.14).
Comunque, nelle attuali condizioni ed esigenze del nostro
capitalismo, in un’economia basata sulla conoscenza, può
ritenersi fondatamente, oggettivamente, che un orientamento
alla RSI possa costituire una componente importante del
successo duraturo di un’impresa.
Occorre riconoscere che l’esercizio della RSI così intesa
implica in concreto per la direzione dell’impresa spazi di
discrezionalità, e il superamento di vincoli molteplici. Se
ad es., come sopra accennato, consideriamo l’economia
dell’Umbria, in particolare in alcuni comparti attualmente
attraversati da marcate difficoltà, possiamo ritenere che
dei vincoli condizionino seriamente la possibilità di
esercitare la RSI ? E analogamente, se riflettiamo alla
prevalenza schiacciante di micro-imprese, possiamo chiederci
quali limitazioni possano derivarne ad un esercizio
consapevole e significativo della RSI, per il quale potrebbe
assumere rilevanza il livello associativo. Così come
potrebbe cercarsi di valutare l’effettivo impatto della
normativa regionale umbra sull’istituzione dell’Albo delle
imprese certificare SA8000 (L.R.20/2002). Ciò conferma
l’ampiezza del campo di osservazione e ricerca che si apre
alla riflessione sulla responsabilità sociale d’impresa, e
la grande rilevanza che questa potrà assumere nel
contribuire ad uno sviluppo della nostra economia, coerente
con i requisiti dell’efficienza e attento alle esigenza
della giustizia e della promozione integrale della persona.
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III n.1, gennaio/febbraio 2005
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004