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  SVILUPPO, PERSONA, BENE COMUNE
Con riferimento ad un determinato territorio, lo sviluppo può tendere, attraverso un processo di crescita economica e culturale, ad una configurazione condivisa di bene comune. Questa si caratterizza per una particolare attenzione alle molteplici dimensioni del vivere, ed alla compatibilità tra l’espansione quantitativa e il rispetto della dignità della persona e della sostenibilità delle dinamiche della crescita.
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Conversazione tenuta presso l’Università Cattolica di Milano il 3 dicembre 2004

SVILUPPO, PERSONA,
BENE COMUNE


di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Perugia


1. Coordinamento per obiettivi condivisi

Sono ben note le attuali difficoltà delle imprese, specie di quelle di piccola e media dimensione, ad operare con successo sui mercati globali, a penetrare su essi, ad accrescere o anche solo a mantenere le quote di mercato conquistate… Per meglio collocare i propri prodotti, esse possono unirsi, costituendo, ad es., un consorzio… oppure possono fare ricorso, singolarmente o in gruppo, ad un centro regionale di servizi… oppure possono agganciarsi ad un organismo consulenziale, privato o pubblico, nazionale o internazionale… Per garantire ai propri occupati la capacità di operare in linea con le esigenze, gli orientamenti e le conoscenze più attuali, le imprese possono organizzare, in modo singolo o associato, corsi di formazione al proprio interno, o appoggiarsi su corsi esterni, con l’aiuto di strutture esterne, a finanziamento privato o pubblico… Per affrontare i costi connessi alla protezione dell’ambiente, e quindi rispondere in modo efficiente ed efficace alle esigenze connesse alla tutela dell’ambiente, un gruppo di imprese può mettere a punto un accordo volontario…
Gli esempi riportati fanno riferimento ad accordi tra imprese, e tra imprese ed altri enti pubblici o privati… ovvero a forme di collaborazione per uno scopo condiviso, rappresentato dalla competitività delle singole unità e del sistema nel suo complesso… si profila in tal modo una configurazione di bene comune, rappresentato da un complesso di condizioni (accordi interni, esterni, azione cooperativa di organismi pubblici o privati…) che assicurano una miglior performance economica, una miglior valorizzazione delle risorse sotto questo profilo, per una più significativa innovazione diffusa, e una migliore qualità della produzione (Grasselli 2003). Su questo punto è importante riportare alcune riflessioni di P.Donati, che definisce il bene comune come “… un bene relazionale in quanto dipende dalle relazioni messe in atto dai soggetti l’uno verso l’altro e può essere fruito solo se essi si orientano di conseguenza” (Donati, p.65).
Come argomenta Rullani, nel contesto della “economia della conoscenza” e nell’attuale forma “comunicativa” del capitalismo, caratterizzato dalle tecnologie ICT, la divisione del lavoro cognitivo avviene mediante reti, ovvero strutture di relazione basate sulla condivisione dei mezzi generatori della relazione, ovvero sistemi organizzati di interazione comunicativa attraverso lo sviluppo di linguaggi e standard appropriati (Rullani). La complessità conoscitiva si risolve in complessità relazionale (Castaldo). Le reti si configurano inoltre come strutture aperte ad investitori successivi. Le prospettive più significative di sviluppo si legano alle reti cd virtuali, aperte ad un numero potenzialmente infinito di relazioni, e multi-territoriali, perché mettono in relazione soggetti appartenenti a contesti diversi, (anche se) spesso fortemente caratterizzati da radici e identità locali . Grazie a queste strutture relazionali, gli operatori possono rispondere in modo flessibile e rapido alla grande varietà e variabilità di situazioni e richieste.
Con riferimento al complesso delle relazioni che si svolgono in un dato territorio, la letteratura più recente parla di capitale sociale territoriale, comprendendovi, oltre alla capacità di networking (reti economiche, reti sociali), la capacità innovativa del sistema regionale (innovazioni di mercato, innovazioni in atto nel settore pubblico, innovazioni da economie esterne), il sistema delle attitudini sociali e culturali (spinta all’efficienza, sindrome di fiducia, tensioni post-materialistiche: attenzione alla qualità della vita, sforzo di auto-realizzazione) e lo sviluppo istituzionale (logica delle scelte pubbliche, politiche di sviluppo locale,…) (Rizzi). Nonostante l’insufficienza delle misurazioni empiriche, le analisi effettuate per le regioni italiane mostrano un’evidente correlazione tra innovatività, networking e prosperità regionale in termini di pil pro-capite (Rizzi).
Ciò conferma l’opportunità dell’invito continuamente rivolto dai vertici della politica, dell’economia e della finanza, a “fare squadra”. Il successo delle forme attuali di capitalismo nostrano è subordinato alla messa a punto di appropriate forme collaborative, di forme di collaborazione mirate ad una più efficace competizione (non è più il singolo da solo a vincere, ma il singolo con il concorso di altri agenti e della comunità in cui egli opera; in questo senso si parla anche di competizione tra territori, sia per conquistare mercati esteri che per attirare risorse dall’esterno). In proposito, ritengo che potrebbe rilevarsi una difficoltà del sistema attuale (e penso in particolare alla sua versione italiana) dovuta al risalto insufficiente, nonostante le pubbliche ed autorevoli esortazioni, attribuito all’orientamento collaborativo, rispetto al prevalente influsso dell’approccio puramente individuale alla massimizzazione della propria utilità. Il suddetto orientamento collaborativo presuppone il passaggio da un assetto tradizionale di government ad uno di governance, che implica il coinvolgimento nei processi decisionali, al fianco dei tradizionali Attori del settore pubblico, di rappresentanze di associazioni di interessi, di forze sociali e culturali. A ciò si collega l’adozione del metodo della concertazione, per l’assunzione di decisioni operata da una molteplicità di soggetti che possono caratterizzarsi per la presenza di conflitti d’interesse: si pone in corrispondenza il tema della configurazione del sistema regolativo dell’economia, quale risulta dalla combinazione delle diverse forme regolative (dal prezzo alla coazione alla concertazione al principio di reciprocità al dono…) (Cicciotti e Spaziante, Crouch ed altri, Trigilia).
Si noti altresì la rilevanza del principio di sussidiarietà, intesa sia in senso verticale che soprattutto in quello orizzontale nel senso di aiuto (“subsidium”) che dal settore pubblico può venire a beneficio della società “civile”, a favore della libera iniziativa di singoli operatori o di loro associazioni (sia nel campo del welfare che in quello più strettamente economico): è il problema del “chi deve fare che cosa”, che richiama quello indicato delle forme regolative (connesso altresì all’intreccio di motivazioni e incentivazioni registrabile in corrispondenza).


2. Sviluppo e benessere

Abbiamo passato in rapida rassegna una serie di condizioni richieste per migliorare la valorizzazione delle persone, delle risorse in generale, dei territori di riferimento, sotto il profilo economico (ma non solo); per garantire un risultato soddisfacente in termini di benessere inteso come welfare (assicurato dalla disponibilità di un paniere minimo di beni e servizi, prestazioni sociali incluse, per il soddisfacimento dei bisogni ritenuti essenziali).
Si può far riferimento peraltro ad un concetto più ampio di benessere, quale quello di well-being (su cui ha lavorato Dasgupta) : nel well-being di una persona possiamo includere i diritti di cui essa gode ed altri aspetti sociali, quale una misura adeguata di partecipazione alla vita sociale (Signorino). Sulla base degli indicatori proposti da Dasgupta, possono prendersi in considerazione la dimensione economica (consumo privato pro-capite), sanitario-demografica (aspettativa di vita alla nascita), educativa (titolo di studio), quella rappresentativa delle libertà civili, e quella espressiva delle libertà politiche.
Un obiettivo ampio di benessere, che ci ricorda il concetto accennato di well-being, può ritrovarsi in un’appropriata rappresentazione del modello di sviluppo economico-sociale, e degli scopi ad esso attribuiti, che risulti opportunamente articolata, con riferimento alle diverse dimensioni del vivere, e ai principali temi che vi si connettono. Se ci riferiamo al pensiero di J.Delors, che può ritenersi ispiratore dell’azione comunitaria in tema di Patti Territoriali per l’Occupazione,lo sviluppo dovrebbe seguire un nuovo modello, “più rispettoso dell’ambiente, più solidale, più capace di creare occupazione e più orientato verso la qualità della vita”, per un’operante solidarietà contro l’esclusione sociale, alla ricerca di una nuova organizzazione del lavoro e dell’impiego del tempo, impegnato in un ripensamento degli stili di vita, favorevole ad attuare una formazione volta ad insegnare non solo ad apprendere e a fare, ma anche ad essere e a vivere insieme, allo sviluppo del cd “terzo settore”, a realizzare iniziative locali per lo sviluppo e l’occupazione, in connessione con le trasformazioni ed i nuovi bisogni della società locale (Staniscia, pp.19-23).
In linea con questa impostazione, negli studi più avanzati di politica territoriale, con particolare riferimento alla pianificazione urbana, si raccomanda l’adozione di piani strategici che agiscano “attraverso la costruzione ampia di un impegno collettivo, che incorpora la molteplicità dei centri decisionali a partire dal basso e la fa convergere su una visione socio-politica della città e del suo territorio proiettata in un futuro anche lontano… realizzabile sulla base di partenariati… di interessi convergenti… del monitoraggio dell’efficacia dell’attuazione…” (Spaziante, p.42).
Secondo alcuni studiosi, il concetto di well being sviluppato da P.Dasgupta può avvicinarsi quello di coesione sociale. Si può ritenere che la coesione sociale di una comunità “…esprima la capacità di tenuta, di cooperazione, di pacifica e produttiva coesistenza fra tutte le componenti della società e quindi faccia riferimento sia alla qualità che alla quantità (intensità) delle relazioni che caratterizzano il gruppo o la comunità…” (Signorino,p.184). La coesione sociale, in cui si riflette la “qualità istituzionale” della società (efficienza delle istituzioni e della governance partecipativa della comunità), può favorire la soluzione di conflitti individuali, generazionali, di classe, costituendo una condizione fondamentale per lo sviluppo locale. Essa opera positivamente sulla capacità degli individui di esprimere le proprie potenzialità, e di porsi in relazione tra loro e con la struttura politica di riferimento, con retroazioni positive sulla stessa efficienza delle istituzioni nel conseguimento degli obiettivi sociali . Le dinamiche culturali e istituzionali favoriscono dunque lo sviluppo della dimensione relazionale, con effetti positivi sull’attuazione dei potenziali. Più specificamente, la coesione sociale può agire significativamente sulla produttività dei fattori e sulla competitività complessiva del sistema produttivo locale. Sulla coesione sociale –per essenza multidimensionale, e secondo alcuni, bene pubblico per eccellenza (ma anche con caratteristiche di bene comune: Donati)- possono quindi farsi poggiare lo sviluppo della società e il buon andamento dell’economia. Il perseguimento del benessere sociale richiede dunque una particolare attenzione alle interdipendenze sistemiche, al perseguimento di una visione complessiva dello sviluppo socio-economico del territorio. Con riferimento agli attori coinvolti consapevolmente nel processo di raggiungimento di tale benessere, può supporsi che essi abbiano incluso tra gli argomenti della loro funzione di utilità obiettivi riguardanti il benessere della collettività in cui operano. Può supporsi in qualche misura che esse condividano delle preferenze di squadra, che in qualche misura esse adottino una “we-rationality” alla Hollis (Bruni).
Questi rilievi suggeriscono l’interesse di ulteriori riflessioni sulle caratteristiche della razionalità funzionale ad uno sviluppo del genere delineato. Si può richiamare il basamento di una razionalità relazionale, quale quello recentemente sottolineato da Stefano Zamagni: con riferimento alle relazioni tra persone, egli ci ricorda che il fondamento ultimo della relazionalità è la realizzazione della persona, ovvero la sua “fioritura”. A questo fine, ciascuno dei soggetti di una relazione ha bisogno del necessario riconoscimento da parte dell’altro (Zamagni.a). Provando a trasporre, con tutte le cautele del caso, tali affermazioni su un piano più ampio, in cui attori collettivi interagiscono tra loro, e sullo sfondo si stagli la realizzazione di una configurazione di Bene Comune da essi individuata per il territorio di appartenenza, potrebbe supporsi che una razionalità relazionale implichi che ciascuna delle varie parti in gioco sia sensibile alla fioritura delle controparti… In ogni caso si coglie il possibile influsso dei processi di messa in valore sulla funzione di utilità e quindi sugli esiti complessivi dello sviluppo; proprio il fuoco sulla persona può consentire di meglio collegare individualità e socialità (Zamagni.b).


3. Per una configurazione di Bene Comune

Ci siamo così progressivamente avvicinati al concetto di Bene Comune, che si differenzia dalle accezioni di benessere sin qui considerate. Può essere interessante osservare come la questione venga affrontata nella trattazione sistematica sul Bene Comune, proposta nel recente Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Noteremo quindi le difficoltà incontrate da tale impostazione nelle nostre società, nell’attuale contesto sociale e culturale. ‘E dal convincimento della dignità, unità e uguaglianza di tutte le persone che deriva innanzi tutto il principio del Bene Comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e vasta accezione, per Bene Comune si intende “l’insieme di quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle collettività sia ai singoli membri (persone) di raggiungere la propria perfezione più pienamente e più celermente” (Gaudium et Spes, 26)… Come puntualizza il recente Compendio della Dottrina Sociale della Chiesa, “…Il Bene Comune non consiste nella semplice somma dei beni particolari di ciascun soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo… Il Bene Comune può essere inteso come la dimensione sociale e comunitaria del bene morale… Le esigenze del Bene Comune derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono strettamente connesse al rispetto e alla promozione integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali… Tali esigenze riguardano anzitutto l’impegno per la pace, l’organizzazione dei poteri dello Stato, un solido ordinamento giuridico, la salvaguardia dell’ambiente, la prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo: alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e accesso alla cultura, trasporti, salute, libera circolazione delle informazioni e tutela della libertà religiosa. Non va dimenticato l’apporto che ogni Nazione è in dovere di dare per una vera cooperazione internazionale, in vista del Bene Comune dell’intera umanità, anche per le generazioni future… Il Bene Comune impegna tutti i membri della società: nessuno è esente dal collaborare, a seconda delle proprie capacità, al suo raggiungimento e al suo sviluppo… il Bene Comune esige di essere servito pienamente, non secondo visioni riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono ricavare, ma in base a una logica che tende alla più larga assunzione di responsabilità. Il Bene Comune … è un bene arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio…
La responsabilità di conseguire il Bene Comune compete, oltre che alle singole persone, anche allo Stato, perché il Bene Comune è la ragion d’essere dell’ autorità politica…che deve garantire coesione, unitarietà e organizzazione della società civile di cui è espressione, in modo che il Bene Comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i cittadini… L’uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi non sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno sviluppo (anche se vanno favorite, promosse, sostenute le rispettive capacità…) Da ciò deriva la necessità di istituzioni politiche, la cui finalità è quella di rendere accessibili alle persone i beni necessari – materiali, culturali, morali, spirituali – per condurre una vita veramente umana. Il fine della vita sociale è il Bene Comune storicamente realizzabile…
Per assicurare il Bene Comune, il governo di ogni Paese ha il compito specifico di armonizzare con giustizia i diversi interessi settoriali…. Nello stato democratico, in cui le decisioni sono solitamente assunte a maggioranza dai rappresentanti della volontà popolare, chi ha la responsabilità di governo è tenuto a interpretare il Bene Comune del proprio Paese non solo secondo gli orientamenti della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in posizione di minoranza…(Compendio della DSC, nn.164, 166, 167, 168,169).
Scrive in proposito il Card. Tettamanzi, chiedendosi quale sia il compito dei cattolici per la democrazia: “…Intanto, bisogna ritornare alla politica come strumento principe per la democrazia, per costruire un bene comune che ha ormai dimensione planetaria. Ricordiamoci però che neppure il bene comune può essere imposto. La politica è piuttosto ricerca di un “consenso condiviso”, dove ciascuno può e deve prendere la parola e dove ciascuno può e deve essere ascoltato, con rispetto (Tettamanzi). Come osserva Vittorio Possenti, la natura problematica del bene (cosa sia il bene, vi sono beni superiori ad altri, quale sia il loro posto nella vita,…) implica una ricerca sempre aperta a chiarimenti ed approfondimenti ulteriori (anche se va riconosciuto un accordo alquanto esteso, magari implicito, sull’esistenza di beni/mali maggiori o minori, che è alla base della convivenza sociale…) . Le società attuali tendono a leggere la nozione di bene comune in chiave utilitaristica, intendendolo come puro mezzo per il conseguimento di scopi individuali, sostituendo l’idea di vita buona con quella di benessere, sottostimando la componente morale perché troppo impegnativa, o addirittura espungendola dalla nozione di bene comune, in presenza del pluralismo morale fortemente diffuso. “Le difficoltà che incontra l’idea di Bene Comune sono quasi un corollario della crisi che da tempo investe i concetti di natura umana, fine, perfezione, e da cui il pensiero politico cerca di uscire rinviando nel privato le concezioni del bene e collocando la piazza pubblica sotto la regia di regole eque e procedure imparziali. Causa ed effetto delle difficoltà vertenti sui concetti di Bene Comune e di perfezione si concentrano nell’esplosione delle differenze e nella richiesta di pari tutela civile per ciascuna di esse. Le pretese puntano ad ottenere la più ampia garanzia per tutti gli stili di vita, autogiustificandosi con l’idea che non esista una normalità umana e nemmeno una perfezione umana, ma che ogni stile di vita goda della stessa legittimità di un altro” (Possenti, pp.80-82).
‘E interessante riportare al riguardo alcune recenti riflessioni di Dominique Schnapper sulla attuale tendenza della politica ad occuparsi delle relazioni quotidiane tra gli uomini, dei problemi specifici, concreti della vita di ogni giorno, piuttosto che della formulazione ed attuazione di un progetto complessivo di vita, basato su valori comuni e sulla volontà di difenderli. Lo Stato trae legittimità dall’azione volta a favorire la produzione delle ricchezze, la loro accettabile distribuzione tra i gruppi sociali, la stabilità della crescita, la solidarietà e la coesione sociale. Ma i molteplici legami sociali concreti che si stabiliscono tra gli agenti del welfare debbono essere mantenuti distinti dal legame sociale generale, trascendente, che mantiene il senso dei valori comuni, di un destino collettivo che si basi su essi, e salvaguarda la volontà di difenderli. Questo legame è essenziale per la sopravvivenza di una società, che non può basarsi solo sul valore di una tolleranza che rischia di diventare indifferenza per tutti i valori.
Le “democrazie provvidenziali” che si sono affermate in Occidente, e in particolare in Europa, si propongono di assicurare l’eguaglianza reale degli individui-cittadini, conferendo priorità a tutto ciò che è “reale”, al conseguimento del benessere degli individui. “Nella dialettica tra i due poli, quello dell’identità (fatto, memoria, emozione condivisa, fusione con il simile) e quello della cittadinanza (storia, appello alla ragione, distacco in rapporto a se stessi, trascendenza e astrazione), il primo tende a diventare preponderante” . La maggior rilevanza del “reale” si accompagna all’indebolimento della trascendenza collettiva, sia religiosa che politica. Perché una società sia in grado di procedere verso la realizzazione di una configurazione condivisa di Bene Comune, occorre la disponibilità di “…uno spazio pubblico, che trascenda la società concreta, le sue diversità storiche e religiose, le sue divisioni e le sue disuguaglianze” (Schnapper, 243-270).
Osserviamo infine che, nell’ottica della dottrina cristiana, il Bene Comune della società non è un fine a sé stante; esso ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini ultimi della persona e al Bene Comune universale dell’intera creazione. Dio è il fine ultimo delle sue creature, e per nessun motivo si può privare il Bene Comune della sua dimensione trascendente, che eccede ma anche dà compimento a quella storica… Come sottolinea il Compendio, il credente pensa che la nostra storia -lo sforzo personale e collettivo di elevare la condizione umana- comincia e culmina in Gesù di Nazareth, che ha raccomandato l’amore tra gli uomini, e che ha dato la Sua Vita per amore degli uomini: e che grazie a Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui, ogni realtà, compresa la società umana, può essere condotta al suo Bene sommo, al suo compimento… Una visione puramente storica e materialistica finirebbe per trasformare il Bene Comune in semplice benessere socio-economico, privo di ogni finalizzazione trascendente ovvero della sua più profonda ragion d’essere…(Compendio della DSC, p.170).


4. Sviluppo economico-sociale e promozione della persona

Come accennato, il Bene Comune rappresenta le condizioni per lo sviluppo della persona umana. Può essere opportuno ricordare in proposito le caratteristiche della concezione dell’uomo rappresentata dalla persona umana. Sulla base delle rispettive condizioni dello sviluppo della persona, si può successivamente delineare una corrispondenza con le condizioni di una tipologia di sviluppo economico e sociale del tipo indicato in precedenza. Come ci ricorda Walter Kerber , tra gli elementi del concetto di persona, punto di partenza dell’etica sociale, possono ricordarsi
-->unicità e non scambiabilità dell’essenza che può dire ‘io’,
-->autonomia – una persona è consapevole di non essere semplicemente una parte di qualcosa d’altro, di un tutto più grande,
-->soggetto delle proprie azioni …anche se sperimentiamo nella nostra coscienza dei processi ‘impersonali’, da noi non del tutto governabili,
-->libertà – in quanto padrone dei propri atti, l’uomo è la causa di ciò che dipende solo da lui,
-->orientamento alla relazione: l’uomo è per natura un essere sociale, è essenzialmente costituito dall’essere con, dalla comunione con altri… (Kerber)
--> socialità come ricchezza: la vita comunitaria non ha il suo unico fondamento nella possibilità di soddisfare i bisogni e le pulsioni corporee dell’uomo; la vera essenza della socialità umana deve fondarsi in primo luogo nell’elemento spirituale… la vita autenticamente spirituale dell’uomo può svilupparsi solo nello scambio con altri, nel dialogo, nel dare e nel prendere…
-->capacità di contemperare utilità individuale e perseguimento Bene Comune (Zamagni.b)
-->responsabilità – le conseguenze delle nostre azioni sono imputabili a noi, e dobbiamo rispondere di esse,
-->coscienza – esiste in noi un’istanza che ci sollecita ad assumerci questa responsabilità,
-->solitudine – di fronte all’istanza della coscienza nessun altro può rappresentarci,
-->creaturalità – aver avuto origine da qualcuno e dover morire; l’uomo non esiste in virtù di se stesso (Kerber, 39-55)
Ulteriori indicazioni sulle possibili linee di sviluppo della persona ci vengono da un’elaborazione recentemente proposta da Antonio Pavan. Egli tende a dimostrare l’attualità di un approccio personalistico per un’ipotesi interpretativa, nel contesto della globalizzazione, sulla dinamica della vita individuale e associata (Pavan, pp. 468 segg.), che possiamo riferire a un raggruppamento umano presente su un dato territorio… Pavan suppone che “…persona denoti dignità umana… fondamento e titolarità dei diritti umani…”. Quanto alle modalità di costituzione dell’umano, questa si svolge “…lungo le tre coordinate dell’auto-identità, della relazione e della trascendenza…”. Ciò che caratterizza la costruzione dell’essere personale è la sua “apertura” intrinseca: “…persona esprime la condizione dell’uomo secondo la denotazione dell’apertura… nel diritto allo sviluppo è riepilogata l’apertura costitutiva della persona… essere in espansione e in auto-identificazione… cioè in processo di realizzazione dei propri potenziali…” (Pavan, 478, 488-9, 495).
La costituzione dell’umano si realizza attraverso una molteplicità di forme, continuamente cangianti. Con riferimento ad ogni forma dell’umano, “…relativa ad ogni campo organizzato dell’agire e del sapere (scienza, politica, religione, economia…), ad ogni stato dell’esperienza (percezione, affettività, memoria, progettualità…), ad ogni assetto di opinioni, valori, interessi individuali e collettivi… essa è condizione autenticamente umana, in quanto è pre-condizione dell’apertura dell’umano, personale o collettivo…”. Persona dice inoltre “…ricerca continua della sapienza con cui ricomporre (sempre e di nuovo) dimensioni e forme dell’uomo… per rendere giustizia a tutto l’umano…”, contro ogni logica di frammentazione. “L’uomo adempie la propria umanità, cioè genera le forme umane, traendole dai potenziali di cui dispone (a loro volta generati da natura e/o cultura…) …abitatrice di forme, la persona… si adempie come generatrice di forme…”(ibidem, 487- 490-2).
Il processo di espansione ed auto-identificazione avviene in riferimento a “…tre figure della cultura entro cui si va sviluppando un senso comune sull’uomo: -->la dignità… figura fondamentale… assunta nelle carte internazionali dei diritti come valore fondativo universale… che si collega alle strutture elementari del rispetto e della cura… -->la sostenibilità (di una data situazione, atto…) corrispondente ad una gerarchia di valori sostenibile in quanto più appropriata a dare all’atto la misura più umana possibile… -->la universalità, in quanto messa in valore di ciò che nell’umanità è comune o universale… soprattutto l’essere uomo simpliciter, nel modo personale… (per cui la persona si configura) come diritto umano sussistente… destinataria del diritto in quanto ne è la fonte. Per sviluppare un approccio personalistico ai processi della globalizzazione, Pavan sottopone ad analisi il “modello di sviluppo di riferimento”, cioè il modello occidentale, chiedendosi se esso “…sia calibrato sulla persona e sulla dignità umana… per assolvere ad una funzione universale ed essere così ad altezza di diritti umani…”. Al riguardo, egli propone una critica di quattro dimensioni fondamentali del modello suddetto, rispettivamente relative alla razionalità tecno-scientifica, alla ragione economica, al fronte della cultura e a quello della politica (ibidem, 500-22).
Sul versante della cultura, che ci interessa in modo particolare, Pavan ricorda il “vecchio tema dell’esigenza di conciliare le “due culture”: quella tradizionale umanistico-filosofica e quella nuova produttivistico-tecnologica…. nella consapevolezza dell’essere culturale unitario dell’uomo… (e fa rilevare come)…il divenire cultura di una qualsivoglia materia (…tradizione di mestiere e know-how, sistema di valori e regole sociali…) dipende dalla sua incorporazione nel processo del coltivarsi dell’uomo e nel divenire, dunque, fattore di apertura dell’umano verso la sua autorealizzazione…”. Le dimensioni lungo cui ha luogo oggi questo coltivarsi sono “…quella dell’educazione che riguarda la maturazione individuale attraverso la messa in valore dei potenziali e quella della formazione, che riguarda l’addestramento ad una funzione sociale… (ponendosi l’esigenza di una) integrazione sempre più consapevole tra educativo e formativo…”. Secondo Pavan, questo coltivarsi non va inteso come “portare alla perfezione (della normalità di funzionamento) la propria forma che si dà come già identificata e definita… ma al modo di un fondo di potenziali da mettere attivamente in valore in direzione di un ordine che non si dà più come già fatto ma da fare…” Si tratta in effetti di attuare “…il diritto-sintesi allo sviluppo che condensa la sostanza dell’intero corpo dei diritti umani: il diritto all’apertura verso il proprio adempimento che pertiene all’uomo in quanto uomo… diritto allo sviluppo che mette in tensione creatrice le due dimensioni (dell’uomo come abitatore e come produttore di forme…)…”(ibidem, pp.536-8, 543).
Tra i caratteri fondanti della cultura del modello di sviluppo tecno-mercantile di riferimento presi in esame da Pavan, ricordiamo il “tecnologismo”: “…esso si risolve nella messa in valore di quella dimensione, o potenziale reale della costituzione umana, che è la ragione: facoltà di analizzare e ordinare concetti secondo coerenza formale, di costruire dispositivi esplicativi solidi e completi… bisogno di ordine e coerenza, connesso all’uomo abitatore di forme…”.
Ma la razionalità umana, sottolinea Pavan, è anche “…intelligenza, bisogno di senso che ha a che vedere con l’uomo come produttore di forme , come essere aperto… (mentre oggi si assiste all’) appiattimento delle ragioni dell’intelligenza su quelle della ragione… con formazione di un pensiero per tecnicalità che si risolve in semplice perfezionamento o progresso della performatività di un certo ordine o sistema di concetti…”. Un’altra riflessione riguarda le due componenti che concorrono a costituire il modo di pensare attuale: “…-l’aspetto che nella cosa è analizzato e -il punto di vista dell’ottica o della scienza da cui si guarda…(occorre infatti porre attenzione ad un pericolo di doppio riduzionismo, tenendo presente che) l’aspetto analizzato non si dà separatamente dalla cosa stessa nell’unità del suo essere… né il punto di vista adottato si dà mai separatamente dall’unità vitale dell’uomo che guarda…”. Mentre “…il ben fondato della razionalità di questo modello di sviluppo ha a che vedere con la sua dimensione ragione… il suo limite (si evidenzia nei) conti che non fa con la dimensione intelligenza… …il pensare per tecnicalità si associa così ad una diminutio della nostra razionalità… la sua autopoiesi tendenziale è la madre di tutte le autoreferenzialità in cui si dibatte oggi la vita: dei sistemi delle conoscenze, dello stock di strumenti di cui ci siamo attrezzati, delle corporazioni degli “addetti ai lavori”, delle istituzioni… …l’attuale domanda di senso è … una domanda di intelligenza o… di ricomposizione delle ragioni della ragione e delle ragioni dell’intelligenza…” . Pavan sottolinea la “…particolare gravità (di questa) diminutio di razionalità: siamo entrati in un regime spirituale generale di perdita di scopi e quindi anche dell’uso strumentale della ragione… sembra in crisi la volontà stessa di razionalità… siamo forse allo stato di frenesia “insostenibile” della razionalità della ragione puramente ragionante del modello di sviluppo… (mentre)…la vita sembra pretendere la ricomposizione di ragione e intelligenza… sembra pretendere l’umanità della ragione… con un processo di ricomposizione nella persona… ossia nel soggetto della sostenibilità…”(ibidem, pp.549-554).
Alla luce di questi ultimi rilievi, possono riconsiderarsi i tratti del modello di sviluppo sinteticamente accennati in precedenza. In definitiva, siamo in presenza di un approccio ai temi dello sviluppo che si occupa delle modalità di realizzazione dei potenziali endogeni del territorio, con eventuali opportune integrazioni dall’esterno e all’esterno, della attuazione e dell’adattamento dell’identità del territorio medesimo, con un’attenzione particolare alla creazione di forme innovative nei vari campi della vita associata, e alla loro “apertura” rispetto ai percorsi possibili di autorealizzazione ; alla promozione prioritaria della dimensione relazionale, alle relazioni tra le dinamiche attuative delle varie dimensioni del vivere, al grado di integrazione tra esse, ai caratteri e all’impatto della cultura prevalente, ai criteri e agli esiti dei processi di attribuzione di valore, ai ruoli rispettivi di ragione e intelligenza.
La dimensione relazionale, e la corrispondente dinamica dell’assetto culturale, può determinare progressi ulteriori nell’apertura dei singoli e del sistema locale, e nello sviluppo dell’innovazione e di forme innovative. Assumono un ruolo decisivo le politiche volte a potenziare l’acquisizione di conoscenze e i processi di apprendimento, sostenendo l’inserimento dell’economia locale nelle reti più appropriate.
Lo sviluppo locale si cala dunque in un processo di crescita culturale in senso ampio, con un ruolo centrale svolto dai processi di apprendimento individuali e collettivi. Tra gli oggetti della conoscenza campeggiano gli scenari evolutivi possibili ed augurabili, la posizione del sistema locale nel contesto nazionale e internazionale, i potenziali territoriali di sviluppo ed occupazione, i vantaggi perseguibili attraverso progetti specifici, spesso di natura integrata.
In linea con una concezione personalistica, lo sviluppo umano si distingue per la sua connotazione generale di apertura a beneficio dei processi di autorealizzazione, anche se promuovendo al contempo e la dimensione relazionale e l’orientamento alla trascendenza. Lo sviluppo umano si caratterizza inoltre per un’attenzione alla multidimensionalità dello sviluppo. Come osserva Becattini, “lo sviluppo locale… non è mera crescita proporzionale delle varie parti di un certo raggruppamento insediato, sua riproduzione semplicemente “allargata”, ma evoluzione e redistribuzione delle sue parti secondo quello, fra i diversi sentieri evolutivi possibili, di fatto realizzato… Di norma la crescita disuguale delle parti si accompagna a modificazioni “qualitative”, difficilmente quantificabili, delle relative interconnessioni.” (Becattini, p.17) In una prospettiva personalistica, tra l’espansione delle varie dimensioni deve permanere comunque una relazione compatibile con la dignità della persona e distinta da un grado di sostenibilità, cercando di contrastare l’affermarsi di stati di frenesia nell’àmbito di singole dimensioni . Questi rilievi confermano il ruolo fondamentale dei processi di formazione dei giudizi di valore, sopra ricordato, e delle determinanti che vi operano, a livello sia individuale che collettivo.


Riferimenti bibliografici

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C.Crouch, P.Le Galès, C.Trigilia, H.Voelzkow, I sistemi di produzione locale in Europa, Il Mulino, 2004

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Anno III n.1, gennaio/febbraio 2005


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