Conversazione tenuta presso l’Università Cattolica di Milano
il 3 dicembre 2004
SVILUPPO, PERSONA,
BENE COMUNE
di PIERLUIGI GRASSELLI
Dipartimento di Economia
Università degli Studi di Perugia
1. Coordinamento per obiettivi condivisi
Sono ben note le attuali difficoltà delle imprese, specie di
quelle di piccola e media dimensione, ad operare con
successo sui mercati globali, a penetrare su essi, ad
accrescere o anche solo a mantenere le quote di mercato
conquistate… Per meglio collocare i propri prodotti, esse
possono unirsi, costituendo, ad es., un consorzio… oppure
possono fare ricorso, singolarmente o in gruppo, ad un
centro regionale di servizi… oppure possono agganciarsi ad
un organismo consulenziale, privato o pubblico, nazionale o
internazionale… Per garantire ai propri occupati la capacità
di operare in linea con le esigenze, gli orientamenti e le
conoscenze più attuali, le imprese possono organizzare, in
modo singolo o associato, corsi di formazione al proprio
interno, o appoggiarsi su corsi esterni, con l’aiuto di
strutture esterne, a finanziamento privato o pubblico… Per
affrontare i costi connessi alla protezione dell’ambiente, e
quindi rispondere in modo efficiente ed efficace alle
esigenze connesse alla tutela dell’ambiente, un gruppo di
imprese può mettere a punto un accordo volontario…
Gli esempi riportati fanno riferimento ad accordi tra
imprese, e tra imprese ed altri enti pubblici o privati…
ovvero a forme di collaborazione per uno scopo condiviso,
rappresentato dalla competitività delle singole unità e del
sistema nel suo complesso… si profila in tal modo una
configurazione di bene comune, rappresentato da un complesso
di condizioni (accordi interni, esterni, azione cooperativa
di organismi pubblici o privati…) che assicurano una miglior
performance economica, una miglior valorizzazione delle
risorse sotto questo profilo, per una più significativa
innovazione diffusa, e una migliore qualità della produzione
(Grasselli 2003). Su questo punto è importante riportare
alcune riflessioni di P.Donati, che definisce il bene comune
come “… un bene relazionale in quanto dipende dalle
relazioni messe in atto dai soggetti l’uno verso l’altro e
può essere fruito solo se essi si orientano di conseguenza”
(Donati, p.65).
Come argomenta Rullani, nel contesto della “economia della
conoscenza” e nell’attuale forma “comunicativa” del
capitalismo, caratterizzato dalle tecnologie ICT, la
divisione del lavoro cognitivo avviene mediante reti, ovvero
strutture di relazione basate sulla condivisione dei mezzi
generatori della relazione, ovvero sistemi organizzati di
interazione comunicativa attraverso lo sviluppo di linguaggi
e standard appropriati (Rullani). La complessità conoscitiva
si risolve in complessità relazionale (Castaldo). Le reti si
configurano inoltre come strutture aperte ad investitori
successivi. Le prospettive più significative di sviluppo si
legano alle reti cd virtuali, aperte ad un numero
potenzialmente infinito di relazioni, e multi-territoriali,
perché mettono in relazione soggetti appartenenti a contesti
diversi, (anche se) spesso fortemente caratterizzati da
radici e identità locali . Grazie a queste strutture
relazionali, gli operatori possono rispondere in modo
flessibile e rapido alla grande varietà e variabilità di
situazioni e richieste.
Con riferimento al complesso delle relazioni che si svolgono
in un dato territorio, la letteratura più recente parla di
capitale sociale territoriale, comprendendovi, oltre alla
capacità di networking (reti economiche, reti sociali), la
capacità innovativa del sistema regionale (innovazioni di
mercato, innovazioni in atto nel settore pubblico,
innovazioni da economie esterne), il sistema delle
attitudini sociali e culturali (spinta all’efficienza,
sindrome di fiducia, tensioni post-materialistiche:
attenzione alla qualità della vita, sforzo di
auto-realizzazione) e lo sviluppo istituzionale (logica
delle scelte pubbliche, politiche di sviluppo locale,…)
(Rizzi). Nonostante l’insufficienza delle misurazioni
empiriche, le analisi effettuate per le regioni italiane
mostrano un’evidente correlazione tra innovatività,
networking e prosperità regionale in termini di pil
pro-capite (Rizzi).
Ciò conferma l’opportunità dell’invito continuamente rivolto
dai vertici della politica, dell’economia e della finanza, a
“fare squadra”. Il successo delle forme attuali di
capitalismo nostrano è subordinato alla messa a punto di
appropriate forme collaborative, di forme di collaborazione
mirate ad una più efficace competizione (non è più il
singolo da solo a vincere, ma il singolo con il concorso di
altri agenti e della comunità in cui egli opera; in questo
senso si parla anche di competizione tra territori, sia per
conquistare mercati esteri che per attirare risorse
dall’esterno). In proposito, ritengo che potrebbe rilevarsi
una difficoltà del sistema attuale (e penso in particolare
alla sua versione italiana) dovuta al risalto insufficiente,
nonostante le pubbliche ed autorevoli esortazioni,
attribuito all’orientamento collaborativo, rispetto al
prevalente influsso dell’approccio puramente individuale
alla massimizzazione della propria utilità. Il suddetto
orientamento collaborativo presuppone il passaggio da un
assetto tradizionale di government ad uno di governance, che
implica il coinvolgimento nei processi decisionali, al
fianco dei tradizionali Attori del settore pubblico, di
rappresentanze di associazioni di interessi, di forze
sociali e culturali. A ciò si collega l’adozione del metodo
della concertazione, per l’assunzione di decisioni operata
da una molteplicità di soggetti che possono caratterizzarsi
per la presenza di conflitti d’interesse: si pone in
corrispondenza il tema della configurazione del sistema
regolativo dell’economia, quale risulta dalla combinazione
delle diverse forme regolative (dal prezzo alla coazione
alla concertazione al principio di reciprocità al dono…)
(Cicciotti e Spaziante, Crouch ed altri, Trigilia).
Si noti altresì la rilevanza del principio di sussidiarietà,
intesa sia in senso verticale che soprattutto in quello
orizzontale nel senso di aiuto (“subsidium”) che dal settore
pubblico può venire a beneficio della società “civile”, a
favore della libera iniziativa di singoli operatori o di
loro associazioni (sia nel campo del welfare che in quello
più strettamente economico): è il problema del “chi deve
fare che cosa”, che richiama quello indicato delle forme
regolative (connesso altresì all’intreccio di motivazioni e
incentivazioni registrabile in corrispondenza).
2. Sviluppo e benessere
Abbiamo passato in rapida rassegna una serie di condizioni
richieste per migliorare la valorizzazione delle persone,
delle risorse in generale, dei territori di riferimento,
sotto il profilo economico (ma non solo); per garantire un
risultato soddisfacente in termini di benessere inteso come
welfare (assicurato dalla disponibilità di un paniere minimo
di beni e servizi, prestazioni sociali incluse, per il
soddisfacimento dei bisogni ritenuti essenziali).
Si può far riferimento peraltro ad un concetto più ampio di
benessere, quale quello di well-being (su cui ha lavorato
Dasgupta) : nel well-being di una persona possiamo includere
i diritti di cui essa gode ed altri aspetti sociali, quale
una misura adeguata di partecipazione alla vita sociale
(Signorino). Sulla base degli indicatori proposti da
Dasgupta, possono prendersi in considerazione la dimensione
economica (consumo privato pro-capite),
sanitario-demografica (aspettativa di vita alla nascita),
educativa (titolo di studio), quella rappresentativa delle
libertà civili, e quella espressiva delle libertà politiche.
Un obiettivo ampio di benessere, che ci ricorda il concetto
accennato di well-being, può ritrovarsi in un’appropriata
rappresentazione del modello di sviluppo economico-sociale,
e degli scopi ad esso attribuiti, che risulti opportunamente
articolata, con riferimento alle diverse dimensioni del
vivere, e ai principali temi che vi si connettono. Se ci
riferiamo al pensiero di J.Delors, che può ritenersi
ispiratore dell’azione comunitaria in tema di Patti
Territoriali per l’Occupazione,lo sviluppo dovrebbe seguire
un nuovo modello, “più rispettoso dell’ambiente, più
solidale, più capace di creare occupazione e più orientato
verso la qualità della vita”, per un’operante solidarietà
contro l’esclusione sociale, alla ricerca di una nuova
organizzazione del lavoro e dell’impiego del tempo,
impegnato in un ripensamento degli stili di vita, favorevole
ad attuare una formazione volta ad insegnare non solo ad
apprendere e a fare, ma anche ad essere e a vivere insieme,
allo sviluppo del cd “terzo settore”, a realizzare
iniziative locali per lo sviluppo e l’occupazione, in
connessione con le trasformazioni ed i nuovi bisogni della
società locale (Staniscia, pp.19-23).
In linea con questa impostazione, negli studi più avanzati
di politica territoriale, con particolare riferimento alla
pianificazione urbana, si raccomanda l’adozione di piani
strategici che agiscano “attraverso la costruzione ampia di
un impegno collettivo, che incorpora la molteplicità dei
centri decisionali a partire dal basso e la fa convergere su
una visione socio-politica della città e del suo territorio
proiettata in un futuro anche lontano… realizzabile sulla
base di partenariati… di interessi convergenti… del
monitoraggio dell’efficacia dell’attuazione…” (Spaziante, p.42).
Secondo alcuni studiosi, il concetto di well being
sviluppato da P.Dasgupta può avvicinarsi quello di coesione
sociale. Si può ritenere che la coesione sociale di una
comunità “…esprima la capacità di tenuta, di cooperazione,
di pacifica e produttiva coesistenza fra tutte le componenti
della società e quindi faccia riferimento sia alla qualità
che alla quantità (intensità) delle relazioni che
caratterizzano il gruppo o la comunità…” (Signorino,p.184).
La coesione sociale, in cui si riflette la “qualità
istituzionale” della società (efficienza delle istituzioni e
della governance partecipativa della comunità), può favorire
la soluzione di conflitti individuali, generazionali, di
classe, costituendo una condizione fondamentale per lo
sviluppo locale. Essa opera positivamente sulla capacità
degli individui di esprimere le proprie potenzialità, e di
porsi in relazione tra loro e con la struttura politica di
riferimento, con retroazioni positive sulla stessa
efficienza delle istituzioni nel conseguimento degli
obiettivi sociali . Le dinamiche culturali e istituzionali
favoriscono dunque lo sviluppo della dimensione relazionale,
con effetti positivi sull’attuazione dei potenziali. Più
specificamente, la coesione sociale può agire
significativamente sulla produttività dei fattori e sulla
competitività complessiva del sistema produttivo locale.
Sulla coesione sociale –per essenza multidimensionale, e
secondo alcuni, bene pubblico per eccellenza (ma anche con
caratteristiche di bene comune: Donati)- possono quindi
farsi poggiare lo sviluppo della società e il buon andamento
dell’economia. Il perseguimento del benessere sociale
richiede dunque una particolare attenzione alle
interdipendenze sistemiche, al perseguimento di una visione
complessiva dello sviluppo socio-economico del territorio.
Con riferimento agli attori coinvolti consapevolmente nel
processo di raggiungimento di tale benessere, può supporsi
che essi abbiano incluso tra gli argomenti della loro
funzione di utilità obiettivi riguardanti il benessere della
collettività in cui operano. Può supporsi in qualche misura
che esse condividano delle preferenze di squadra, che in
qualche misura esse adottino una “we-rationality” alla
Hollis (Bruni).
Questi rilievi suggeriscono l’interesse di ulteriori
riflessioni sulle caratteristiche della razionalità
funzionale ad uno sviluppo del genere delineato. Si può
richiamare il basamento di una razionalità relazionale,
quale quello recentemente sottolineato da Stefano Zamagni:
con riferimento alle relazioni tra persone, egli ci ricorda
che il fondamento ultimo della relazionalità è la
realizzazione della persona, ovvero la sua “fioritura”. A
questo fine, ciascuno dei soggetti di una relazione ha
bisogno del necessario riconoscimento da parte dell’altro (Zamagni.a).
Provando a trasporre, con tutte le cautele del caso, tali
affermazioni su un piano più ampio, in cui attori collettivi
interagiscono tra loro, e sullo sfondo si stagli la
realizzazione di una configurazione di Bene Comune da essi
individuata per il territorio di appartenenza, potrebbe
supporsi che una razionalità relazionale implichi che
ciascuna delle varie parti in gioco sia sensibile alla
fioritura delle controparti… In ogni caso si coglie il
possibile influsso dei processi di messa in valore sulla
funzione di utilità e quindi sugli esiti complessivi dello
sviluppo; proprio il fuoco sulla persona può consentire di
meglio collegare individualità e socialità (Zamagni.b).
3. Per una configurazione di Bene Comune
Ci siamo così progressivamente avvicinati al concetto di
Bene Comune, che si differenzia dalle accezioni di benessere
sin qui considerate. Può essere interessante osservare come
la questione venga affrontata nella trattazione sistematica
sul Bene Comune, proposta nel recente Compendio della
Dottrina Sociale della Chiesa Cattolica. Noteremo quindi le
difficoltà incontrate da tale impostazione nelle nostre
società, nell’attuale contesto sociale e culturale. ‘E dal
convincimento della dignità, unità e uguaglianza di tutte le
persone che deriva innanzi tutto il principio del Bene
Comune, al quale ogni aspetto della vita sociale deve
riferirsi per trovare pienezza di senso. Secondo una prima e
vasta accezione, per Bene Comune si intende “l’insieme di
quelle condizioni della vita sociale che permettono sia alle
collettività sia ai singoli membri (persone) di raggiungere
la propria perfezione più pienamente e più celermente” (Gaudium
et Spes, 26)… Come puntualizza il recente Compendio della
Dottrina Sociale della Chiesa, “…Il Bene Comune non consiste
nella semplice somma dei beni particolari di ciascun
soggetto del corpo sociale. Essendo di tutti e di ciascuno è
e rimane comune, perché indivisibile e perché soltanto
insieme è possibile raggiungerlo, accrescerlo e custodirlo…
Il Bene Comune può essere inteso come la dimensione sociale
e comunitaria del bene morale… Le esigenze del Bene Comune
derivano dalle condizioni sociali di ogni epoca e sono
strettamente connesse al rispetto e alla promozione
integrale della persona e dei suoi diritti fondamentali…
Tali esigenze riguardano anzitutto l’impegno per la pace,
l’organizzazione dei poteri dello Stato, un solido
ordinamento giuridico, la salvaguardia dell’ambiente, la
prestazione di quei servizi essenziali delle persone, alcuni
dei quali sono al tempo stesso diritti dell’uomo:
alimentazione, abitazione, lavoro, educazione e accesso alla
cultura, trasporti, salute, libera circolazione delle
informazioni e tutela della libertà religiosa. Non va
dimenticato l’apporto che ogni Nazione è in dovere di dare
per una vera cooperazione internazionale, in vista del Bene
Comune dell’intera umanità, anche per le generazioni future…
Il Bene Comune impegna tutti i membri della società: nessuno
è esente dal collaborare, a seconda delle proprie capacità,
al suo raggiungimento e al suo sviluppo… il Bene Comune
esige di essere servito pienamente, non secondo visioni
riduttive subordinate ai vantaggi di parte che se ne possono
ricavare, ma in base a una logica che tende alla più larga
assunzione di responsabilità. Il Bene Comune … è un bene
arduo da raggiungere, perché richiede la capacità e la
ricerca costante del bene altrui come se fosse proprio…
La responsabilità di conseguire il Bene Comune compete,
oltre che alle singole persone, anche allo Stato, perché il
Bene Comune è la ragion d’essere dell’ autorità politica…che
deve garantire coesione, unitarietà e organizzazione della
società civile di cui è espressione, in modo che il Bene
Comune possa essere conseguito con il contributo di tutti i
cittadini… L’uomo singolo, la famiglia, i corpi intermedi
non sono in grado di pervenire da se stessi al loro pieno
sviluppo (anche se vanno favorite, promosse, sostenute le
rispettive capacità…) Da ciò deriva la necessità di
istituzioni politiche, la cui finalità è quella di rendere
accessibili alle persone i beni necessari – materiali,
culturali, morali, spirituali – per condurre una vita
veramente umana. Il fine della vita sociale è il Bene Comune
storicamente realizzabile…
Per assicurare il Bene Comune, il governo di ogni Paese ha
il compito specifico di armonizzare con giustizia i diversi
interessi settoriali…. Nello stato democratico, in cui le
decisioni sono solitamente assunte a maggioranza dai
rappresentanti della volontà popolare, chi ha la
responsabilità di governo è tenuto a interpretare il Bene
Comune del proprio Paese non solo secondo gli orientamenti
della maggioranza, ma nella prospettiva del bene effettivo
di tutti i membri della comunità civile, compresi quelli in
posizione di minoranza…(Compendio della DSC, nn.164, 166,
167, 168,169).
Scrive in proposito il Card. Tettamanzi, chiedendosi quale
sia il compito dei cattolici per la democrazia: “…Intanto,
bisogna ritornare alla politica come strumento principe per
la democrazia, per costruire un bene comune che ha ormai
dimensione planetaria. Ricordiamoci però che neppure il bene
comune può essere imposto. La politica è piuttosto ricerca
di un “consenso condiviso”, dove ciascuno può e deve
prendere la parola e dove ciascuno può e deve essere
ascoltato, con rispetto (Tettamanzi). Come osserva Vittorio
Possenti, la natura problematica del bene (cosa sia il bene,
vi sono beni superiori ad altri, quale sia il loro posto
nella vita,…) implica una ricerca sempre aperta a
chiarimenti ed approfondimenti ulteriori (anche se va
riconosciuto un accordo alquanto esteso, magari implicito,
sull’esistenza di beni/mali maggiori o minori, che è alla
base della convivenza sociale…) . Le società attuali tendono
a leggere la nozione di bene comune in chiave
utilitaristica, intendendolo come puro mezzo per il
conseguimento di scopi individuali, sostituendo l’idea di
vita buona con quella di benessere, sottostimando la
componente morale perché troppo impegnativa, o addirittura
espungendola dalla nozione di bene comune, in presenza del
pluralismo morale fortemente diffuso. “Le difficoltà che
incontra l’idea di Bene Comune sono quasi un corollario
della crisi che da tempo investe i concetti di natura umana,
fine, perfezione, e da cui il pensiero politico cerca di
uscire rinviando nel privato le concezioni del bene e
collocando la piazza pubblica sotto la regia di regole eque
e procedure imparziali. Causa ed effetto delle difficoltà
vertenti sui concetti di Bene Comune e di perfezione si
concentrano nell’esplosione delle differenze e nella
richiesta di pari tutela civile per ciascuna di esse. Le
pretese puntano ad ottenere la più ampia garanzia per tutti
gli stili di vita, autogiustificandosi con l’idea che non
esista una normalità umana e nemmeno una perfezione umana,
ma che ogni stile di vita goda della stessa legittimità di
un altro” (Possenti, pp.80-82).
‘E interessante riportare al riguardo alcune recenti
riflessioni di Dominique Schnapper sulla attuale tendenza
della politica ad occuparsi delle relazioni quotidiane tra
gli uomini, dei problemi specifici, concreti della vita di
ogni giorno, piuttosto che della formulazione ed attuazione
di un progetto complessivo di vita, basato su valori comuni
e sulla volontà di difenderli. Lo Stato trae legittimità
dall’azione volta a favorire la produzione delle ricchezze,
la loro accettabile distribuzione tra i gruppi sociali, la
stabilità della crescita, la solidarietà e la coesione
sociale. Ma i molteplici legami sociali concreti che si
stabiliscono tra gli agenti del welfare debbono essere
mantenuti distinti dal legame sociale generale,
trascendente, che mantiene il senso dei valori comuni, di un
destino collettivo che si basi su essi, e salvaguarda la
volontà di difenderli. Questo legame è essenziale per la
sopravvivenza di una società, che non può basarsi solo sul
valore di una tolleranza che rischia di diventare
indifferenza per tutti i valori.
Le “democrazie provvidenziali” che si sono affermate in
Occidente, e in particolare in Europa, si propongono di
assicurare l’eguaglianza reale degli individui-cittadini,
conferendo priorità a tutto ciò che è “reale”, al
conseguimento del benessere degli individui. “Nella
dialettica tra i due poli, quello dell’identità (fatto,
memoria, emozione condivisa, fusione con il simile) e quello
della cittadinanza (storia, appello alla ragione, distacco
in rapporto a se stessi, trascendenza e astrazione), il
primo tende a diventare preponderante” . La maggior
rilevanza del “reale” si accompagna all’indebolimento della
trascendenza collettiva, sia religiosa che politica. Perché
una società sia in grado di procedere verso la realizzazione
di una configurazione condivisa di Bene Comune, occorre la
disponibilità di “…uno spazio pubblico, che trascenda la
società concreta, le sue diversità storiche e religiose, le
sue divisioni e le sue disuguaglianze” (Schnapper, 243-270).
Osserviamo infine che, nell’ottica della dottrina cristiana,
il Bene Comune della società non è un fine a sé stante; esso
ha valore solo in riferimento al raggiungimento dei fini
ultimi della persona e al Bene Comune universale dell’intera
creazione. Dio è il fine ultimo delle sue creature, e per
nessun motivo si può privare il Bene Comune della sua
dimensione trascendente, che eccede ma anche dà compimento a
quella storica… Come sottolinea il Compendio, il credente
pensa che la nostra storia -lo sforzo personale e collettivo
di elevare la condizione umana- comincia e culmina in Gesù
di Nazareth, che ha raccomandato l’amore tra gli uomini, e
che ha dato la Sua Vita per amore degli uomini: e che grazie
a Lui, per mezzo di Lui e in vista di Lui, ogni realtà,
compresa la società umana, può essere condotta al suo Bene
sommo, al suo compimento… Una visione puramente storica e
materialistica finirebbe per trasformare il Bene Comune in
semplice benessere socio-economico, privo di ogni
finalizzazione trascendente ovvero della sua più profonda
ragion d’essere…(Compendio della DSC, p.170).
4. Sviluppo economico-sociale e promozione della persona
Come accennato, il Bene Comune rappresenta le condizioni per
lo sviluppo della persona umana. Può essere opportuno
ricordare in proposito le caratteristiche della concezione
dell’uomo rappresentata dalla persona umana. Sulla base
delle rispettive condizioni dello sviluppo della persona, si
può successivamente delineare una corrispondenza con le
condizioni di una tipologia di sviluppo economico e sociale
del tipo indicato in precedenza. Come ci ricorda Walter
Kerber , tra gli elementi del concetto di persona, punto di
partenza dell’etica sociale, possono ricordarsi
-->unicità e non scambiabilità dell’essenza che può dire ‘io’,
-->autonomia – una persona è consapevole di non essere
semplicemente una parte di qualcosa d’altro, di un tutto più
grande,
-->soggetto delle proprie azioni …anche se sperimentiamo
nella nostra coscienza dei processi ‘impersonali’, da noi
non del tutto governabili,
-->libertà – in quanto padrone dei propri atti, l’uomo è la
causa di ciò che dipende solo da lui,
-->orientamento alla relazione: l’uomo è per natura un
essere sociale, è essenzialmente costituito dall’essere con,
dalla comunione con altri… (Kerber)
--> socialità come ricchezza: la vita comunitaria non ha il
suo unico fondamento nella possibilità di soddisfare i
bisogni e le pulsioni corporee dell’uomo; la vera essenza
della socialità umana deve fondarsi in primo luogo
nell’elemento spirituale… la vita autenticamente spirituale
dell’uomo può svilupparsi solo nello scambio con altri, nel
dialogo, nel dare e nel prendere…
-->capacità di contemperare utilità individuale e
perseguimento Bene Comune (Zamagni.b)
-->responsabilità – le conseguenze delle nostre azioni sono
imputabili a noi, e dobbiamo rispondere di esse,
-->coscienza – esiste in noi un’istanza che ci sollecita ad
assumerci questa responsabilità,
-->solitudine – di fronte all’istanza della coscienza nessun
altro può rappresentarci,
-->creaturalità – aver avuto origine da qualcuno e dover
morire; l’uomo non esiste in virtù di se stesso (Kerber,
39-55)
Ulteriori indicazioni sulle possibili linee di sviluppo
della persona ci vengono da un’elaborazione recentemente
proposta da Antonio Pavan. Egli tende a dimostrare
l’attualità di un approccio personalistico per un’ipotesi
interpretativa, nel contesto della globalizzazione, sulla
dinamica della vita individuale e associata (Pavan, pp. 468
segg.), che possiamo riferire a un raggruppamento umano
presente su un dato territorio… Pavan suppone che “…persona
denoti dignità umana… fondamento e titolarità dei diritti
umani…”. Quanto alle modalità di costituzione dell’umano,
questa si svolge “…lungo le tre coordinate
dell’auto-identità, della relazione e della trascendenza…”.
Ciò che caratterizza la costruzione dell’essere personale è
la sua “apertura” intrinseca: “…persona esprime la
condizione dell’uomo secondo la denotazione dell’apertura…
nel diritto allo sviluppo è riepilogata l’apertura
costitutiva della persona… essere in espansione e in
auto-identificazione… cioè in processo di realizzazione dei
propri potenziali…” (Pavan, 478, 488-9, 495).
La costituzione dell’umano si realizza attraverso una
molteplicità di forme, continuamente cangianti. Con
riferimento ad ogni forma dell’umano, “…relativa ad ogni
campo organizzato dell’agire e del sapere (scienza,
politica, religione, economia…), ad ogni stato
dell’esperienza (percezione, affettività, memoria,
progettualità…), ad ogni assetto di opinioni, valori,
interessi individuali e collettivi… essa è condizione
autenticamente umana, in quanto è pre-condizione
dell’apertura dell’umano, personale o collettivo…”. Persona
dice inoltre “…ricerca continua della sapienza con cui
ricomporre (sempre e di nuovo) dimensioni e forme dell’uomo…
per rendere giustizia a tutto l’umano…”, contro ogni logica
di frammentazione. “L’uomo adempie la propria umanità, cioè
genera le forme umane, traendole dai potenziali di cui
dispone (a loro volta generati da natura e/o cultura…)
…abitatrice di forme, la persona… si adempie come
generatrice di forme…”(ibidem, 487- 490-2).
Il processo di espansione ed auto-identificazione avviene in
riferimento a “…tre figure della cultura entro cui si va
sviluppando un senso comune sull’uomo: -->la dignità… figura
fondamentale… assunta nelle carte internazionali dei diritti
come valore fondativo universale… che si collega alle
strutture elementari del rispetto e della cura… -->la
sostenibilità (di una data situazione, atto…) corrispondente
ad una gerarchia di valori sostenibile in quanto più
appropriata a dare all’atto la misura più umana possibile…
-->la universalità, in quanto messa in valore di ciò che
nell’umanità è comune o universale… soprattutto l’essere
uomo simpliciter, nel modo personale… (per cui la persona si
configura) come diritto umano sussistente… destinataria del
diritto in quanto ne è la fonte. Per sviluppare un approccio
personalistico ai processi della globalizzazione, Pavan
sottopone ad analisi il “modello di sviluppo di
riferimento”, cioè il modello occidentale, chiedendosi se
esso “…sia calibrato sulla persona e sulla dignità umana…
per assolvere ad una funzione universale ed essere così ad
altezza di diritti umani…”. Al riguardo, egli propone una
critica di quattro dimensioni fondamentali del modello
suddetto, rispettivamente relative alla razionalità
tecno-scientifica, alla ragione economica, al fronte della
cultura e a quello della politica (ibidem, 500-22).
Sul versante della cultura, che ci interessa in modo
particolare, Pavan ricorda il “vecchio tema dell’esigenza di
conciliare le “due culture”: quella tradizionale
umanistico-filosofica e quella nuova
produttivistico-tecnologica…. nella consapevolezza
dell’essere culturale unitario dell’uomo… (e fa rilevare
come)…il divenire cultura di una qualsivoglia materia
(…tradizione di mestiere e know-how, sistema di valori e
regole sociali…) dipende dalla sua incorporazione nel
processo del coltivarsi dell’uomo e nel divenire, dunque,
fattore di apertura dell’umano verso la sua
autorealizzazione…”. Le dimensioni lungo cui ha luogo oggi
questo coltivarsi sono “…quella dell’educazione che riguarda
la maturazione individuale attraverso la messa in valore dei
potenziali e quella della formazione, che riguarda
l’addestramento ad una funzione sociale… (ponendosi
l’esigenza di una) integrazione sempre più consapevole tra
educativo e formativo…”. Secondo Pavan, questo coltivarsi
non va inteso come “portare alla perfezione (della normalità
di funzionamento) la propria forma che si dà come già
identificata e definita… ma al modo di un fondo di
potenziali da mettere attivamente in valore in direzione di
un ordine che non si dà più come già fatto ma da fare…” Si
tratta in effetti di attuare “…il diritto-sintesi allo
sviluppo che condensa la sostanza dell’intero corpo dei
diritti umani: il diritto all’apertura verso il proprio
adempimento che pertiene all’uomo in quanto uomo… diritto
allo sviluppo che mette in tensione creatrice le due
dimensioni (dell’uomo come abitatore e come produttore di
forme…)…”(ibidem, pp.536-8, 543).
Tra i caratteri fondanti della cultura del modello di
sviluppo tecno-mercantile di riferimento presi in esame da
Pavan, ricordiamo il “tecnologismo”: “…esso si risolve nella
messa in valore di quella dimensione, o potenziale reale
della costituzione umana, che è la ragione: facoltà di
analizzare e ordinare concetti secondo coerenza formale, di
costruire dispositivi esplicativi solidi e completi… bisogno
di ordine e coerenza, connesso all’uomo abitatore di
forme…”.
Ma la razionalità umana, sottolinea Pavan, è anche
“…intelligenza, bisogno di senso che ha a che vedere con
l’uomo come produttore di forme , come essere aperto…
(mentre oggi si assiste all’) appiattimento delle ragioni
dell’intelligenza su quelle della ragione… con formazione di
un pensiero per tecnicalità che si risolve in semplice
perfezionamento o progresso della performatività di un certo
ordine o sistema di concetti…”. Un’altra riflessione
riguarda le due componenti che concorrono a costituire il
modo di pensare attuale: “…-l’aspetto che nella cosa è
analizzato e -il punto di vista dell’ottica o della scienza
da cui si guarda…(occorre infatti porre attenzione ad un
pericolo di doppio riduzionismo, tenendo presente che)
l’aspetto analizzato non si dà separatamente dalla cosa
stessa nell’unità del suo essere… né il punto di vista
adottato si dà mai separatamente dall’unità vitale dell’uomo
che guarda…”. Mentre “…il ben fondato della razionalità di
questo modello di sviluppo ha a che vedere con la sua
dimensione ragione… il suo limite (si evidenzia nei) conti
che non fa con la dimensione intelligenza… …il pensare per
tecnicalità si associa così ad una diminutio della nostra
razionalità… la sua autopoiesi tendenziale è la madre di
tutte le autoreferenzialità in cui si dibatte oggi la vita:
dei sistemi delle conoscenze, dello stock di strumenti di
cui ci siamo attrezzati, delle corporazioni degli “addetti
ai lavori”, delle istituzioni… …l’attuale domanda di senso è
… una domanda di intelligenza o… di ricomposizione delle
ragioni della ragione e delle ragioni dell’intelligenza…” .
Pavan sottolinea la “…particolare gravità (di questa)
diminutio di razionalità: siamo entrati in un regime
spirituale generale di perdita di scopi e quindi anche
dell’uso strumentale della ragione… sembra in crisi la
volontà stessa di razionalità… siamo forse allo stato di
frenesia “insostenibile” della razionalità della ragione
puramente ragionante del modello di sviluppo… (mentre)…la
vita sembra pretendere la ricomposizione di ragione e
intelligenza… sembra pretendere l’umanità della ragione… con
un processo di ricomposizione nella persona… ossia nel
soggetto della sostenibilità…”(ibidem, pp.549-554).
Alla luce di questi ultimi rilievi, possono riconsiderarsi i
tratti del modello di sviluppo sinteticamente accennati in
precedenza. In definitiva, siamo in presenza di un approccio
ai temi dello sviluppo che si occupa delle modalità di
realizzazione dei potenziali endogeni del territorio, con
eventuali opportune integrazioni dall’esterno e all’esterno,
della attuazione e dell’adattamento dell’identità del
territorio medesimo, con un’attenzione particolare alla
creazione di forme innovative nei vari campi della vita
associata, e alla loro “apertura” rispetto ai percorsi
possibili di autorealizzazione ; alla promozione prioritaria
della dimensione relazionale, alle relazioni tra le
dinamiche attuative delle varie dimensioni del vivere, al
grado di integrazione tra esse, ai caratteri e all’impatto
della cultura prevalente, ai criteri e agli esiti dei
processi di attribuzione di valore, ai ruoli rispettivi di
ragione e intelligenza.
La dimensione relazionale, e la corrispondente dinamica
dell’assetto culturale, può determinare progressi ulteriori
nell’apertura dei singoli e del sistema locale, e nello
sviluppo dell’innovazione e di forme innovative. Assumono un
ruolo decisivo le politiche volte a potenziare
l’acquisizione di conoscenze e i processi di apprendimento,
sostenendo l’inserimento dell’economia locale nelle reti più
appropriate.
Lo sviluppo locale si cala dunque in un processo di crescita
culturale in senso ampio, con un ruolo centrale svolto dai
processi di apprendimento individuali e collettivi. Tra gli
oggetti della conoscenza campeggiano gli scenari evolutivi
possibili ed augurabili, la posizione del sistema locale nel
contesto nazionale e internazionale, i potenziali
territoriali di sviluppo ed occupazione, i vantaggi
perseguibili attraverso progetti specifici, spesso di natura
integrata.
In linea con una concezione personalistica, lo sviluppo
umano si distingue per la sua connotazione generale di
apertura a beneficio dei processi di autorealizzazione,
anche se promuovendo al contempo e la dimensione relazionale
e l’orientamento alla trascendenza. Lo sviluppo umano si
caratterizza inoltre per un’attenzione alla
multidimensionalità dello sviluppo. Come osserva Becattini,
“lo sviluppo locale… non è mera crescita proporzionale delle
varie parti di un certo raggruppamento insediato, sua
riproduzione semplicemente “allargata”, ma evoluzione e
redistribuzione delle sue parti secondo quello, fra i
diversi sentieri evolutivi possibili, di fatto realizzato…
Di norma la crescita disuguale delle parti si accompagna a
modificazioni “qualitative”, difficilmente quantificabili,
delle relative interconnessioni.” (Becattini, p.17) In una
prospettiva personalistica, tra l’espansione delle varie
dimensioni deve permanere comunque una relazione compatibile
con la dignità della persona e distinta da un grado di
sostenibilità, cercando di contrastare l’affermarsi di stati
di frenesia nell’àmbito di singole dimensioni . Questi
rilievi confermano il ruolo fondamentale dei processi di
formazione dei giudizi di valore, sopra ricordato, e delle
determinanti che vi operano, a livello sia individuale che
collettivo.
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Anno
III n.1, gennaio/febbraio 2005
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