CATTOLICI IN POLITICA
ELEZIONI REGIONALI 2005:
INIZIA LA FASE POST-IDEOLOGICA?
di
RICCARDO LIGUORI
Il risultato delle elezioni regionali 2005 - che ha visto
l’affermazione della lista “Uniti nell’Ulivo” - apre una
fase “post-ideologica” della politica italiana ed umbra o è
solo apparenza? Il partito unico riformista di Romano Prodi
è molto vicino dal concretizzarsi: una forte spinta è giunta
proprio dal risultato delle regionali che rilancia questo
progetto (vedi articolo del
precedente numero). Rispetto alle elezioni europee di
dieci mesi fa la lista “Uniti nell’Ulivo” nella sola Umbria
guadagna il 9,5%, passando dal 35,9% al 45,4%, anche se
sfugge alla gran parte dei commentatori politici il fatto
che alle regionali 2000 i partiti che oggi la compongono
raggiunsero complessivamente il 45,7%. Un segnale ci fa
sostenere che ancora non siamo arrivati al superamento delle
ideologie; basti pensare ai partiti ideologici per
eccellenza, Rifondazione comunista e i Comunisti italiani,
che in Umbria, sommando i loro voti, hanno ottenuto il 14,5%
contro l’11,1% del 2000 e il 14,4% del 2004. Anche le
formazioni politiche di chiara ispirazione cristiana, l’Udc
e l’Udeur-Popolari raccolgono complessivamente il 6% e
incrementano i consensi più dell’1% rispetto al 2004 e al
2000. La riflessione non si vuole ridurre all’analisi di
cifre poco più da prefisso telefonico. Una cosa è certa,
queste elezioni con “ricaduta” nazionale sono state vinte da
Prodi (a volte la “caparbietà” premia!). Indubbiamente
coloro che pensavano - come chi scrive - che la lista “Uniti
nell’Ulivo” in tutta l’Italia non sarebbe andata così oltre
il risultato deludente delle europee 2004, si sono
sbagliati. Innanzitutto, hanno sottovalutato l’effetto
candidati locali, che hanno portato migliaia di voti
“personali”, in quanto le elezioni dei Consigli regionali
restano ancora più vicine e sentite dalla gente rispetto a
quelle del “lontano” Parlamento europeo. Non solo, c’è stato
l’effetto del “malgoverno” nazionale, che ha penalizzato il
centro destra al punto di accelerarne la crisi e buona parte
del successo degli “Uniti nell’Ulivo” è dovuto ai delusi di
Forza Italia.
Dai risultati delle regionali si possono fare almeno due
considerazioni sul fronte dell’orientamento del voto
catolico: 1) ha prevalso la posizione dei cattolici che
vogliono non un proprio partito, ma far parte di una
aggregazione (La Margherita) o di una federazione (“Uniti
nell’Ulivo”) per incidere nelle scelte dei programmi e di
governo, mettendo in pratica, attraverso i propri
rappresentanti eletti, i valori espressi dalla Dottrina
sociale della Chiesa; 2) è minoritaria la posizione dei
cattolici che vogliono far parte dell’uno o dell’altro
schieramento conservando la propria identità valoriale
attraverso un partito dai chiari e ben definiti connotati
democratico-cristiani. Comunque non sono pochi coloro che si
“ostinano” - come chi scrive - a portare avanti questa
posizione, anche se oggi è minoritaria ed è destinata per un
periodo di tempo non breve a restare nel mondo politico
cattolico quella di un “partito” d’opinione. L’attuale fase
politica italiana ed umbra ha bisogno che ci siano queste
due posizioni, soprattutto la seconda, perché qualora
dovesse venir meno la prima, per i cattolici ci sarà sempre
un punto di riferimento attivo e propositivo, pronto ad
accogliere e a non disperdere il fondamentale bagaglio
valoriale e culturale del cattolicesimo liberaldemocratico,
che ancora oggi contribuisce a fare dell’Italia un Paese
sviluppato, attento alle istanze sociali, economiche e
culturali dei cittadini. Il fallimento del partito unico
riformista, come quello che intende realizzare Prodi, o di
una federazione di partiti, come è oggi “Uniti nell’Ulivo”,
va messo in conto. Soprattutto il partito unico può entrare
in crisi, essendo un contenitore di differenti culture
politiche - sotto certi aspetti anche in contrasto tra loro
-. Culture che si sono mescolate per poi finire nel
diluirsi, o addirittura, nella peggiore delle ipotesi, una
di esse potrà prevalere sulle altre.
Riflettendo sui risultati elettorali regionali, in Umbria e
in altre regioni la componente moderata e cattolica degli
“Uniti nell’Ulivo”, per intenderci la Margherita, risulta
determinante per la stabilità della maggioranza consiliare.
Questo, per il momento, è l’unico “fattore” di consolazione,
che può dare speranza ad un convinto cattolico
liberaldemocratico popolare. Si è raggiunto un obiettivo
importante, almeno si spera: il completamento del processo
di “discontinuità” politico-amministrativa nella “rossa”
Umbria, avviato nel 1995 con l’ingresso per la prima volta
nella Giunta regionale di un esponente del Ppi. Non
comprendiamo se è la stessa “discontinuità” intesa da
Gianpiero Bocci, coordinatore regionale della Margherita
umbra, in un suo recente articolo pubblicato da Il
Messaggero: «Il pieno raggiungimento di questo obiettivo ha
prodotto, come ci confermano le urne, anche un diffuso
sentimento di certezza. Questo risultato, insomma, dopo
alcune stagioni di stagnazione della politica, ci dice che
“Uniti nell’Ulivo” è riuscito a scomporre un profilo spesso
incline alla conservazione. E’, insomma, la novità che
diventa cambiamento. Un cambiamento che, spinto anche dal
dato elettorale, diventa finalmente discontinuità». Intanto,
lo “speaker” in Consiglio regionale degli “Uniti nell’Ulivo,
che interverrà quando ci sono “argomenti cruciali”, sarà
Fabrizio Bracco, segretario regionale umbro dei Democratici
di sinistra.
Può essere colto come un segnale che va nella direzione
della “discontinuità” il fatto che tra i primi atti della
riconfermata presidente della Regione dell’Umbria, Maria
Rita Lorenzetti, ci sarà quello di proporre al nuovo
Consiglio regionale di modificare lo Statuto, inserendo
anche un esplicito riferimento alle radici cristiane
dell’Umbria, che trova la massima espressione nelle due
gigantesche figure, universalmente riconosciute, di
Benedetto da Norcia e di Francesco di Assisi. Un atto tanto
auspicato ed atteso dalla gran parte degli umbri e non solo
cattolici.
Ma non limitiamoci alla forma dello Statuto e andiamo alla
sua sostanza! E’ il caso di soffermarsi su quanto detto al
recente convegno regionale delle Caritas dall’arcivescovo
Giuseppe Chiaretti, presidente della Conferenza episcopale
umbra. Riflettendo su come fronteggiare le “nuove povertà”,
che non riguardano il reddito ma forme di dipendenza come
quelle dall’alcol, dalla droga, dal gioco, dal computer,
dallo shopping..., il presule perugino ha detto - in sintesi
- che «la Caritas deve essere il “pungolo”, la “coscienza
critica” in questa società sempre più individualista, dove
spesso l’uomo viene messo al secondo posto... . La Caritas
non può sostituirsi o entrare in competizione con le
istituzioni civili, ma nel momento in cui ci si dimentica
della solidarietà e della sussidiarietà occorre che qualcuno
intervenga... I cattolici sul piano politico hanno “fuso”,
sono dispersi in gruppetti, ma dove si trovano, se sono
coerenti con i valori che dicono di rappresentare, devono
mettere in pratica (nei programmi) gli insegnamenti del
Vangelo, ben tradotti nella Dottrina sociale, ad iniziare
dal sostegno alla famiglia, perché con la sua distruzione in
atto è tutta la società che diventa più povera».
Non sarà facile, come non lo è stato in passato, per i
cattolici e liberaldemocratici umbri del centro sinistra
trovare una “mediazione” con la sinistra radicale (Prc e
Pdci), che anch’essa unita è determinante per la stabilità
della stessa maggioranza, quando tra le prime dichiarazioni
post-elettorali dei suoi massimi rappresentanti, si coglie
l’assoluta contrarietà alla legge 40/2004 della fecondazione
medicalmente assistita, sottoposta a referendum il 12 e il
13 giugno. Ma ci sono altri temi che stanno a cuore alla
stessa sinistra radicale, per i quali non intende fare
“concessioni”: dalla tutela delle coppie di fatto equiparate
alle famiglie fondate sul matrimonio civile o religioso che
sia, al non sostegno della scuola privata, alla volontà in
campo sanitario di ridurre convenzioni e finanziamenti ai
soggetti privati. Per fortuna che ci sono anche temi che
vedono sulla stessa barricata i cattolici e i neo comunisti,
come quelli delle politiche sociali a favore dei ceti meno
abbienti, dei giovani in difficoltà in cerca di lavoro,
dell’integrazione di cittadini immigrati.
Questo conferma che le ideologie non sono affatto
tramontate, anzi si rafforzano quando il neo presidente
della Regione Puglia, Nichi Vendola, sostiene che la sua
azione politica vincente si rifà alle “scuole di pensiero”
di due noti esponenti politici italiani di origine pugliese
della seconda metà del XX secolo: il sindacalista comunista
Giuseppe Di Vittorio e il già missino, poi aderente ad
Alleanza nazionale, Giuseppe Tatarella. Vendola non si
contraddice affatto e il suo vasto elettorato gli ha creduto
perché è un uomo di fatto legato alle ideologie, che nemmeno
il futuro partito unico di Prodi potrà contenerle o,
addirittura, abbatterle. Se così fosse finirebbe perfino la
più nobile delle ideologie: la Politica!
Anno
III n.2, marzo/aprile 2005
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copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004