IL TRAMONTO DEL GIORNALISMO DELLE
IDEE: UN DECLINO IRREVOCABILE?

Come fare perché qualcosa di oggettivamente importante possa provocare indignazione, disturbare e magari mettere in moto un meccanismo che porti alla ricerca della verità? Sarebbe tutto il contrario della indifferenza, sarebbe l’esercizio di una memoria che si alimenta di informazione, di notizie, di analisi, di ricerca tenace dei retroscena.

 
LA DOMANDA DI ATTUALITÀ


IL TRAMONTO DEL GIORNALISMO DELLE IDEE: UN DECLINO IRREVOCABILE?


di GIULIO LIZZI


Che la stampa europea sia ormai da tempo condannata ad una umiliante rincorsa ai temi e ai linguaggi televisivi è cosa nota. La certificazione di questa condizione di declino si è avuta leggendo le cronache degli attentati terroristici dell’11 settembre 2001 negli Stati Uniti. Il tragico evento reiterato in milioni di teleschermi, che avrebbe dovuto sancire l’ingresso nella storia “vissuta in diretta” e la definitiva consacrazione dei media d’informazione come strumenti di rappresentazione e di esegesi del reale, sembra in realtà aggravare – come ha spiegato lo storico Franco Cardini – la nostra impotenza di fronte al tragico paradosso sintetizzato nella parola inglese nowhere. Dinanzi al now-here, l’hic et nunc dei latini, nel quale siamo chiamati a prendere posizione su quanto accade attorno a noi, si erge lo spettro del no-where: trovarsi a vivere in un dato momento storico, con tutte le limitazioni e le distorsioni di informazione e di giudizio che ciò comporta, può equivalere a trovarsi in nessun luogo, non riuscire a comprendere e dunque cadere in balia dell’informazione-spettacolo [1]. Un grande circuito rumoroso ha scomposto e scompaginato i giornali tradizionali, quelli abituati alle analisi, al ragionamento, alla lettura riflessiva dei fatti. L’informazione appare oggi trascinata verso il declino da una comunicazione ridotta a tecnica o a insieme di tecniche, a esercizio formale o a strategia di marketing. Se comunicare – come affermava Levinas – è «rendere il mondo comune», cioè favorire la convivenza democratica e il dialogo, oggi assistiamo al tradimento della comunicazione e del suo autentico significato. Quali sono le conseguenze di questo tradimento per l’informazione? Trionfo del “tempo reale”, culto dell’emozione e della trasparenza («tutto può essere detto e mostrato»), accumulo di conoscenza inutile. Delle tre funzioni classiche delegate ai media dalla società, e cioè informare, istruire, distrarre, quest’ultima sembra rivelarsi vincente. Mai come oggi si è avuta l’impressione di non essere informati a sufficienza, di essere all’oscuro di un’informazione saliente: la sovrabbondanza di notizie genera un fragore in cui è sempre più difficile distinguere i suoni che contano, le voci importanti, le richieste di aiuto. La società dello spettacolo, come è noto, rifugge la noia: ma il problema è che con la noia si gettano via anche il tempo della riflessione e l’attitudine al rigore. Ne consegue l’aggravarsi della nostra incapacità di leggere il tradimento dell’informazione nelle piccole falsificazioni o distorsioni che quasi insensibilmente modificano la nostra percezione della realtà. I giornalisti sono tra i pochi in grado di smontare la macchina dell’informazione così come è impostata oggi. E’ necessario riequilibrare l’informazione, perché non è vero che i lettori-spettatori siano soddisfatti del servizio offerto dalla macchina dei media. Quanto è accaduto dopo l’11 settembre nei giornali, nelle televisioni e in Internet spinge al riequilibrio: il pubblico chiede di capire di più, i giornalisti devono fare uno sforzo per capire, prima, per poi spiegare. Informare non vuol dire forse scegliere, dar ordine a ciò che si presenta come magmatico e caotico, applicare criteri di rilevanza e di proporzione? Perché il giornalismo delle idee, così come il giornalismo delle grandi inchieste, è considerato oggi un genere di lusso, inadatto ai ritmi frenetici del lettore odierno? Si potrebbe rispondere che ciò accade in nome del divertimento: ma di divertimento si può anche morire, come dimostra il lento declino della stampa quotidiana in Italia. Il fatto tragico – come spiega il sociologo Pietro Pisarra – è che lo spettacolo dispensato dai media d’informazione copre un vuoto, nasconde i pericoli dell’atomizzazione sociale e si sostituisce a poco a poco al lavoro delle agenzie di socializzazione e di partecipazione proprie di una società democratica (le associazioni, i sindacati, i partiti, ecc.) [2]. Come fare perché qualcosa di oggettivamente importante possa provocare indignazione, disturbare e magari mettere in moto un meccanismo che porti alla ricerca della verità? Sarebbe tutto il contrario della indifferenza, sarebbe l’esercizio di una memoria che si alimenta di informazione, di notizie, di analisi, di ricerca tenace dei retroscena, di colloqui con le fonti e gli attori che producono parole e immagini che devono stare a cuore di tutti, perché riguardano la vita di tutti. Il sistema, a cui la memoria si riferisce, è quello complesso dei media d’informazione. Ma esso, per offrire alimento alla memoria, deve fare lo sforzo di raccontare la complessità del reale. Un primo passo in questa direzione potrebbe essere quello di spostare l’attenzione dallo stra-ordinario, proposto dalla gran parte dei media d’informazione, all’infra-ordinario, a ciò che spesso merita solo uno sguardo distratto, alle cose e agli eventi della vita quotidiana. La sfida dell’informazione è forse tutta qui, in una gerarchia di valori da ritrovare, in un linguaggio da risanare.


NOTE
1.
Cardini F., Nowhere: now-here, no-where, in Cardini F. (a cura di), La paura e l’arroganza, Editori Laterza, Bari 2002.
2. Pisarra P., I labirinti dell’informazione, in AA.VV., Informazione, manipolazione e potere, San Paolo, Cuneo 1998.

Anno III n.2, marzo/aprile 2005
 


© copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia 2004