CREDENTI E NON CREDENTI: QUALI
I PRINCIPI «NON NEGOZIABILI»?
di GIULIO LIZZI
«Not negotiable»: la locuzione usata dal Papa nel suo discorso in inglese rivolto ai partecipanti al recente convegno di Roma del Partito popolare europeo, è parsa di chiarezza adamantina. Benedetto XVI ha ribadito in più occasioni che in Europa, nei paesi a più antica tradizione cristiana, parlare di principi fondamentali vuol dire parlare del futuro delle nazioni. Nel ricercare soluzioni a problemi di stretta attualità come la crescita e lo sviluppo dell'integrazione, la definizione di una politica di vicinato e il dibattito sul modello sociale, la politica non potrà fare a meno di considerare le radici storiche del continente, segnate inevitabilmente da quel patrimonio cristiano che ha così profondamente contribuito a forgiare l'identità europea. Dunque, gli interventi delle chiese e delle comunità ecclesiali nel dibattito pubblico, per esprimere riserve o richiamare principi, non sono da leggersi come una forma di intolleranza o di interferenza, poiché volti esclusivamente a illuminare le coscienze rendendole capaci di agire liberamente e in modo responsabile. Il senso di questi interventi nell'arena pubblica è la protezione e la promozione della dignità della persona. Il punto è che le nostre società europee non possono più vivere di rendita su quei principi che, pur essendo iscritti nella stessa natura umana, e dunque universalmente umani prima ancora che cristiani, necessitano di essere difesi di fronte alle molte insidie di chi vorrebbe contraddirli o indebolirli. Ecco, allora, quanto "non è negoziabile": non è negoziabile la protezione della vita in tutti i suoi stadi; non è negoziabile il riconoscimento e la promozione della struttura naturale della famiglia, come unione di un uomo e di una donna fondata sul matrimonio; non è negoziabile la protezione del diritto dei genitori a educare i propri figli. Si tratta di valori che hanno strutturato profondamente la nostra cultura e che è indispensabile tener saldi se si vuole ritrovare la sua vocazione planetaria e rideclinare al futuro un umanesimo fondato sulla persona e il suo diritto alla vita. Ignorare tutto questo, talvolta in nome di una laicità male intesa che punta all'omologazione, all'appiattimento delle identità, persino dell'esperienza religiosa ridotta a evento privato senza lacuna implicazione pubblica e comunitaria, porta a conseguenze che sono, purtroppo, già in larga parte visibili: individualismo, frammentazione sociale, mercantilismo, libertà senza responsabilità, arbitrio assunto come regola legislativa che non prevede alcuna "pietra di inciampo". Un'Europa che invecchia non solo anagraficamente, ma anche in una sorta di amnesia culturale che la rende debole di fronte alle prove di forza imposte della globalizzazione. Come negare che la democrazia fondata sulla persona e i suoi diritti sia nata nell'alveo della cultura cristiana? Come non condividere e accogliere l'appello a non ridurre la democrazia a solo processo formale o mero castello di regole, che finisce per negare le libertà delle formazione sociali, della famiglia? Si tratta di assumere, da laici, questo patrimonio che non ambisce a imporre alcuna fede o religione di Stato, ma semplicemente a prendere atto di una vicenda storica, culturale, sociale imponente. Un monito paterno, affinché non accada quello che già visto nel secolo scorso: lo smarrimento della idea di persona e l'uso della religione, negata o proposta come elemento identitario assoluto e posseduto solo da alcuni. Il messaggio di Benedetto XVI appare ancora una volta semplice e al contempo capace di indicare un progetto rivolto non ai cattolici ma all’uomo europeo, mettendo a disposizione la sapienza e la competenza di umanità di una Chiesa bimillenaria. Una competenza con la quale, fuggendo da polemiche strumentali, forse vale la pena di confrontarsi.
Anno IV n.1/2, gennaio/aprile 2006