Luca Signorelli, Cappella di San Brizio, part.
 

LA TEODICEA LEIBNIZIANA
La filosofia della storia ha decretato da anni la nostra inettitudine ad uno sguardo universale sul corso degli eventi ed oggi appare ovvio che non esista un’unica storia collettiva, ecumenica nei suoi limiti spazio/temporali, ma il termine è declinato al plurale e ristretto al privato d’ogni singolo bios. Da un lato l’idea della reductio ad unum dei fatti storici è ormai superata in favore del ruolo positivo ed ineliminabile della contingenza; dall’altro lato assistiamo ad una koinè rapida e diffusa di idee che diventa spesso l’apologia del casuale.


DIO E IL MALE

LA TEODICEA LEIBNIZIANA
TRA VICENDE STORICHE E
SEGUITI ONTOLOGICI ED ETICI


di ALESSANDRO POLI


La filosofia della storia ha decretato da anni la nostra inettitudine ad uno sguardo universale sul corso degli eventi ed oggi appare ovvio che non esista un’unica storia collettiva, ecumenica nei suoi limiti spazio/temporali, ma il termine è declinato al plurale e ristretto al privato d’ogni singolo bios. Da un lato è pur vero che l’idea della reductio ad unum dei fatti storici, o la presunta obbiettività dello storicismo, è ormai superata in favore del ruolo positivo ed ineliminabile della contingenza, valutando in maniera adeguata il valore della finitezza ed il compito dello storico e del filosofo, che arrivano alla soglia dell’evento e dell’alterità senza oggettivarli; dall’altra parte però assistiamo ad una koinè rapida e diffusa di idee ed ad un politeismo dei valori che diventa spesso l’apologia del relativismo e del casuale. I nostri occhi sono inoltre atrofizzati dall’accelerazione storica 1, da un presente che trascorre troppo rapidamente e fa sfumare tra di loro gli eventi come i paesaggi e gli ambienti per un uomo su un treno in corsa, trattenendo poco o nulla del divenire, che sfugge così ad ogni giudizio o pronostico. Questa generica situazione delegittima molte pretese di discernimento storico e la possibilità stessa di discorrere del passato e dell’avvenire; l’immediata conseguenza è stata quella di demandare ad altri ambiti del sapere, quali l’economia, l’ecologia o le scienze naturali e non più alla filosofia o alla religione, l’onere di pensare il futuro e di garantire la sopravvivenza dell’umanità. In ogni caso più che essere giunti al post-storico teorizzato da alcuni negli ultimi decenni abbiamo assistito soprattutto al disormeggio dalla storia, all’abbandono ed accantonamento di un travaglio millenario da gran parte della contemporaneità riponendo in un archivio, in un momento povero di letture delle epoche passate, uno dei perenni temi filosofici: quello del male e dei sottili, sostanziali e circolari rimandi tra aspetti morali, storici ed ontologici ad esso inerenti. Tutte le grandi filosofie hanno fatto i conti con il problema della teodicea, che è tuttora una smisurata questione aperta, “inattuale”, scriverebbe Nietzsche. D’altronde lo spettacolo del mutamento e l’evidenza di tanti mali, o il singolo dolore di ogni ristretta microstoria personale, credo che colpisca ancora “l’uomo che pensa”, come amava definirlo Kant. Il male è continuamente vivo ed il ritorno del dibattito politico-culturale sulla guerra, il mattatoio storico del secolo scorso, l’inizio di questo millennio nel segno della barbarie culturale o l’olocausto stesso, lo confermano: solo limitandoci a quest’ultimo esempio, Auschwitz non è solo il dramma di un popolo o un facile e frequentato topos letterale che lentamente si eclissa, ma è un paradosso della ragione, un problema filosofico direttamente collegato alla presenza del male e della colpa nella storia. Senza poter scomporre ed analizzare in modo esaustivo e definitivo i numerosi presupposti che hanno portato alla non curanza della presenza del male ed all’“abbandono della storia” decretato dal Novecento, alcuni segni possono essere considerati espressioni odierne del lento e progressivo spiazzamento della stagione ontologica moderna, già rintracciabile nel lasso di tempo in cui la teologia della storia cede il passo alla filosofia della storia, secondo i caratteri individuati da Karl Löwith 2. L’allievo di Heidegger nel suo celebre studio fa una genealogia della filosofia della storia ritenendola una secolarizzazione dell’escatologia ebraica: non c’è sbocco e decorso degli eventi senza il presupposto di un garante trascendente e la filosofia della storia fa semplicemente proprio questo schema, sostituendo però all’idea di Provvidenza divina un concetto di provvidenza come volontà dell’uomo. Il passaggio avviene approssimativamente negli anni che separano la teologia di Bossuet dalla prima filosofia della storia, il volterriano Essai sur les moeurs et l'esprit des nations (1756). In questa dibattuta – ma anche accreditata – ipotesi interpretativa Löwith critica sia la fede intesa come salvazione, decretandone il collasso, sia la possibilità filosofica di porre in connessione degli eventi e riferirli ad un senso ultimo, poiché tutto si regge sul presupposto legame della fede che, se reciso, rende illegittima l’indagine storica. I filosofi vi hanno giustamente intravisto la sospensione di qualsiasi giudizio oltre al fallimento ed alla continua sconfitta della filosofia della storia; ciononostante la disputa è ancora in atto poiché Löwith tralascia il dilemma della teodicea, ed evidenzia, ma sottovaluta, che l’idea di “progresso” abbia un’origine cristiana ma una tendenza anticristiana, ove l’uomo si sostituisce a Dio. I negativi prodotti di questa sostituzione fioriscono solo nella filosofia contemporanea in tutti i relativismi odierni, nelle false ipotesi di sviluppo, in endemiche prospettive della società assurte a legge planetaria. Quello che allora si gioca tra Bossuet e Voltaire, passando attraverso il pensiero di Leibniz, è un momento fondamentale nella storia delle idee in cui la ragione teologica diventa puramente e semplicemente umana, recando con sé una differenziazione del concetto di causa e razionalità, svuotato di pretese non universali, ma universalizzabili. La secolarizzazione ha determinato il passaggio dalla “causalità lunga” leibniziana e wolffiana, alla “causalità breve”, com’è stata definita quella di Voltaire. L’illuminista francese scorge nella storia del genere umano soprattutto atomi individuali immersi nel divenire che subiscono l’impasse dell’esperienza, un continuo scacco in cui è disattesa ogni previsione ed annullato qualsiasi valore prognostico della ragione; Candido n’è l’esempio. La “causalità lunga” invece è quella che lega tutto e tutti e più piani tra di loro: non è solo una rosea valutazione delle capacità logico-gnoseologico di un soggetto che non si arresta alla inconsistenza fenomenica, ma è un progressivo innalzamento alla grande catena dell’essere, superamento del piano fisico in vista di quello metafisico e teologico, non ancora ridotto in frantumi dagli scossoni del terremoto di Lisbona. È solo mediante la causalità lunga che può trovare pace l’insoddisfazione e la sofferenza quotidiana di Giobbe, il quale leva il suo grido di dolore proprio dal piano strutturale della storia ma non trova soluzione rimanendo sul livello esperienziale, bensì nel pensiero della teodicea. Il male risorge quindi di continuo tra le macerie dei classici e dei moderni, ma va inscritto in un disegno ed un orizzonte di senso più ampio non meritevole di risposte preconfezionate, noncuranza o sarcasmo alla maniera del Candido. Proprio la filosofia di Leibniz con felicità, rassicurazione e grandiosità, presenta in una “gaia scienza” il retaggio d’Agostino, nel complessivo consiglio del vescovo Bossuet formulato nel Discours sur l’histoire universelle (1681): “Qui veut entendre à fond les choses humaines doit les reprendre de plus haut”. Il filosofo di Lipsia, vis-a-vis con la sua epoca e forte nel suo “riprendere da più lontano” questioni coeve, osserva le colpe del mondo e tuttavia lo dichiara preferibile ad altri, svelando l’arcano del come l’universo – segnato irrimediabilmente dal crisma dell’imperfezione – possa essere il migliore fra i possibili. Quasi al confine schizofrenico tra la decadenza della coscienza europea descritta da Paul Hazard 3e l’ottimistica visione della storia come progresso infinito 4, Leibniz coordina la propria intuizione e definizione del concetto d’Armonia, come spazio trascendentale aperto alla pluralità che non cancella il male, con il paradosso secondo il quale i peccati siano beni e questo sia “il migliore dei mondi possibili”. Le fondamenta della teodicea, così solide da permanere nei secoli ed esser periodicamente riproposte da un Leibniz o un Rosmini 5, furono gettate da Agostino specialmente nel diario filosofico delle Confessioni. In quell’“ora ricercavo l’origine del male, senza esito” 6, Agostino rivisse il tormento di Giobbe ricuperandovi più risposte che nuove domande. Per il Vescovo d’Ippona, il segno della corruzione, o meglio della corruttibilità delle cose, è indice della loro perfezione, specchio del loro opposto poiché solo ciò che è bene può corrompersi. Dunque il male non esiste ma è solo una privazione di bene e quindi, contro qualsiasi visione manichea ed in sintonia con il neoplatonismo, non vi è alcun contro-principio d’imperfezione opposto od opponibile al Bene. Il male si compone in ogni modo su un triplice piano, metafisico, morale e fisico. Il male metafisico è inerente alle limitazioni dell’essere e conveniente all’ordine del creato: ogni sostanza è perfezione ed il male è la corruzione e consumazione della perfezioni, diminuzione del bene delle nature all’interno di un mondo in cui esistono beni senza male (Dio) ma non mali che non contengano bene 7. Il male morale è frutto dell’uso disordinato della volontà 8, mentre quello fisico è proprio della condizione umana, conseguenza della colpa. Il male è quindi negazione che consente la corruzione dell’esistenza e, in definitiva, l’agire umano ha il suo movente vitale nella pienezza dell’essere benché si collochi al crocevia dell’esse ed il velle, nello scarto la cui valenza, è bene sottolinearlo, non è puramente psicologico e morale, ma ontologica. Nel Sei-Settecento il pensiero di Leibniz ereditò l’ontologia del male agostiniana ma ebbe il grave compito di riformare il solipsismo post-cartesiano, riconducendo l’apparizione del cogito e la coscienza del male ad espressione di una più salda e vasta realtà spirituale che sostituisse all’autointuizione la restaurata trascendenza del pensiero impersonale ed assoluto, alla coscientia la Scientia 9. Contro un concetto di Ragione fin troppo antropocentrico, rinchiuso nella causalità breve di Voltaire, e contro gli avventati censori della provvidenza e della causalità lunga, il filosofo di Lipsia annota che sovente di fronte al male ci si comporta come gli ascoltatori che giudicano pessima un’intera melodia solo dalle prime battute: costoro ignari dell’infinità delle cose, non abbracciano l’intera sinfonia e non riconoscono che “l’intercorrere delle dissonanze particolari rende più squisita la consonanza dell’universo, così come due numeri dispari ne compongono uno pari, e che anzi appartiene all’essenza dell’armonia che una discordante diversità si raccolga stupefacentemene, insperatamente, in unità” 10. In questa sorta di sguardo illimitato e senza tempo, per Leibniz il male ed i peccati derivano dall’armonia universale, ma l’armonia non deriva dalla volontà di Dio, vale a dire dalla natura delle cose, ossia dall’intelletto o idea di Dio 11; l’armonia è l’unità del diverso che nasce dall’insieme di ogni cosa esistente, o eveniente, ed i peccati non provengono dalla volontà ma dall’esistenza stessa di Dio, inteso come totalità dell’essere e razionalità completamente dispiegata: tolti i peccati l’intera serie delle cose diverrebbe del tutto diversa, ovvero, tolta o mutata la serie delle cose, viene tolta di mezzo l’armonia ed alterata anche la ragione ultima delle cose, cioè Dio 12. In questo contesto quindi “la tradizionale rivendicazione che Dio non sia autore dei mali, che egli non abbia voluto ma soltanto permesso i mali, non può significare altro se non che la compensazione tra armonia e dissonanza costituisce l’architettura necessaria del progetto divino e che essa deriva dalla stessa essenza di Dio” 13. Il male è dunque metafisico, è prima ancora della caduta edenica e quindi ineliminabile. Tuttavia i brani leibniziani ricordati sono indice del vicendevole rimando tra tempo ed eternità, della salvazione del presente, dell’attuale manifestazione qui ed ora del male, nell’alveo dell’essere. Il modo in cui l’unità e singolarità dell’anima s’incardinano nella struttura dell’universo e come questo riveli il segno di Dio, rende il soggetto un tutto inseparabile d’individualità e storia, un’onto-teologia del corpo, che va tenuta in debito conto per ripensare quella sospensione dell’uomo, tipica della teologia della storia, tra storia e tempo infinito, tra una condizione che lo vuole contingentemente ostacolato ed il suo pensiero che lo disloca nell’eternità. Anche se la vita è diacronia e l’esperienza del male si dà solo come fenomeno storico sottoposto ad una semantica del divenire, mentre la sincronia e l’illimitatezza delle connessioni va scoperta e costruita, non è questa l’essenza della conoscenza; di grande importanza è sapere che l’orizzonte del presente delimita la nostra conoscenza ma da esso ci possiamo volgere verso ciò che è trascorso o sporgere sul futuro, intravedendo, come monadi cariche del passato e gravide dell’avvenire, i segni di una perfezione crescente ad infinitum, appieno manifesta solo nell’ontologia. Leibniz ci ha resi spettatori di uno scenografico – barocco – gioco di compensazione e d’alternanza di chiaroscuri, ove la luce si distingue attraverso i lati notturni ed il buio, reale motore che rende ancora più ricco e colorato un immenso affresco 14. Nel suo pensiero l’hannoverese prima ha ribadito le posizioni anti manichee di Agostino negando la presenza di “mali assoluti” nel mondo, senza ridurre ad apparenza fenomenica le imperfezioni locali e le “dissonanze” dell’armonia delle cose; successivamente sulla base della tradizione platonica e neo-platonica, ha operato una riconduzione del bene e male ad una comune origine ideale, ad un sistema che ha una unica Causa, in cui i contrasti e le contrarietà sono funzionali all’essenza stessa del Fondamento: il male è il fertilizzante del bene e le storie prive di un unico fondamento sono solo “arena sine calce” 15. Il tentativo leibniziano – oggi tralasciato da molti – di far convivere Gerusalemme ed Atene, apre al trionfo della teodicea dal punto di vista etico ed al pratico impegno d’emancipazione e liberazione del soggetto che non toglie mai l’opacità e l’alone del male da cui tutto parte, ma scopre che proprio attraverso l’assaggio mondano del dolore e della colpa passa la strutturazione dell’individuo o, come detto da Leibniz, “l’edizione monadica”. Il male si definisce allora mediante l’incompiutezza del processo di emendazione dell’uomo che non si adegua al fine profondo che lo anima ed alla totalità dell’armonia e dell’essere, ch’è invece “simile, in ciò, a un unico, sterminato oceano nel quale ogni minimo mutamento si propaga a tutto il resto” 16. Per determinate prospettive Leibniz può apparire un disincantato reazionario che ha sempre la verità alle sue spalle, nelle inaccessibili stanze divine, invece la sua teoria della soggettività ed il valore etico e pragmatico della teodicea si spazializzano e temporalizzano, ed anche sul terreno del tempo entra il principio del meglio e del Bene. Ci riferiamo allora ad un tempo storico costantemente candidato a dover guidare il mondo, sottoposto ad una legge ed un dover essere della razionalità, come svolgersi che presuppone il miglioramento e la variazione. Il tempo non è un contenitore vuoto alla maniera di Newton, né soltanto simile alla visione gioachimita un succedersi delle epoche che va direttamente verso l’escaton della definitiva età dello Spirito 17. La fede eroica in un impegno pratico della ragione e la leibniziana illiceità di ceder alla disperazione, fanno pensare più che altro ad un’idea bergsoniana del tempo, al “farsi” del tempo, libero in ogni attimo decisionale in cui tutto si avviluppa in continuo divenire, dove tutto non è stabilito ab eterno e le vicende umane non sono un semplice destino, o intoccabile romanzo divino: il tempo è uno spazio decisionale che inchioda l’uomo alle proprie responsabilità e scelte poiché se i primi da cui proviene il male siamo noi, allo stesso modo vi può provenire il bene e l’infinito allargamento dei confini della Civitas Dei. Se quindi l’Armonia è essenzialmente una visione aprioristica in cui la somma finale delle variazioni non cambia pur lasciando spazio alla libertà dell’agire ed al pluralismo, l’erudizione storica e la teodicea formano un ellisse, si avvicinano e quasi si toccano, come nella volta michelangiolesca della Cappella Sistina 18: in quella intercapedine tra Dio e l’uomo si situano la filosofia di Leibniz, i nostri atti, il valore della storia, il senso del male, lo sforzo ermeneutico che ogni giorno intraprendiamo per passare dal dato al significato.  La storia non è mai cristallina o giusta, ma per lo più negativa; ciò rivela che il problema della storia è il problema del male 19ed in quest’orizzonte il progresso è affidato alla praxis del soggetto (monade), al quale spetta il compito di allargare la propria zona di luce di contro al male in cui si trova immerso. La libertà ed il male entrano nel mondo per mezzo di noi, noi siamo la porta aperta attraverso cui entra il male, eterni Adamo ed Eva, ma con una continua capacità di ribaltamento e possibilità di riscatto.

NOTE
1 Cfr. R. Koselleck, Futuro passato. Per una semantica dei tempi storici (1979), Marietti, Genova 1986.
2 K. Löwith, Significato e fine della storia. I presupposti teologici della filosofia della storia (1949), Edizioni di Comunità, Milano 1972.
3 P. Hazard, La crisi della coscienza europea, a cura di P. Serini, Einaudi, Torino 1983.
4 Per dei riferimenti generali sul tema, una ricca e profonda introduzione ed apparato bibliografico, rimando a G.W. Leibniz, Saggi di teodicea, a cura di V. Mathieu, Edizioni San Paolo, Milano 1994.
5 Cfr. G. Drago, Leibniz e Rosmini: due “Teodicee”, in “Rivista rosminiana”, 1993, pp.275-280.
6 Sant’Agostino, Confessioni, VII, 7, 11.
7 Idem, VII, 13, 19.
8 “Ricercando poi l’essenza della malvagità, trovai che non è una sostanza, ma la perversione della volontà, la quale si distoglie dalla sostanza suprema, cioè da te, Dio, per volgersi alle cose più basse, e, ributtando le sue interiora (Eccli. 10, 10), si gonfia esternamente. Idem, VII, 16, 22.
9 Cfr. A. Corsano, G.W. Leibniz, Libreria Scientifica Editrice, Napoli 1952.
10 G.W. Leibniz, Confessio Philosophi e altri scritti, a cura di F. Piro, Cronopio, Napoli 2003 2, pp.65-66.
11 “Così come si deve non alla volontà, bensì all’esistenza di Dio, che tre per tre faccia nove, allo stesso modo va anche imputato a quest’ultima che ci sia la stessa proporzione tra tre e nove e tra quattro e dodici. Infatti ogni rapporto, proporzione, analogia, proporzionalità non nasce dalla volontà di Dio, bensì dalla natura di Dio ovvero (ciò che è lo stesso) dall’Idea delle cose”. Idem, p.25
12 “Se qualcuno si dispiacesse di non essere nato da una regina e che non sia invece il re ad essere figlio di sua madre, si dispiacerebbe di non essere un altro uomo, si indignerebbe di un nulla. Tutto infatti andrebbe esattamente allo stesso modo di ora e quello che adesso è principe non sognerebbe mai di essere stato figlio di contadini. Proprio in questo modo ho talvolta parato il colpo di coloro che si dispiacciono perché Dio, dopo la caduta, non ha immediatamente eliminato dal mondo Adamo ed Eva, affinché non trasmettessero la loro macchia ai loro discendenti, e non li ha magari sostituiti con esemplari migliori”. Idem, p.68
13 F. Piro, Nel laboratorio della teodicea leibniziana, in G.W. Leibniz, Confessio Philosophi e altri scritti, op. cit., pp.128-129.
14 “In Leibniz tutta la possibilità del progresso si fonda nella concezione barocca che egli ha della dannazione: è sulla schiena dei dannati che appare il migliore dei mondi possibili, perché i dannati hanno rinunciato per conto loro al progresso, liberando così infinite quantità di progressività. Da questo punto di vista, la Confessio Philosophi è un testo meraviglioso, di cui Belaval ha fornito una traduzione molto bella. In questo libro c’è una canzone di Belzebù che è senza dubbio il più bel testo sul male. Oggi a entrare in crisi e a crollare non è più la ragione teologica, ma la ragione umana, quella dei Lumi. Per cui, nei nostri tentativi per salvarne qualcosa o per ricostruirla, assistiamo a un neobarocco che ci rende forse più vicini a Leibniz che a Voltaire”. G. Deleuze, Su Leibniz, in “Aut aut”, 1993, n.254-255, p.130.
15 G.W. Leibniz, Pacidius Philalethi, in L. Couturat, Opuscules et fragments inédits de Leibniz, Math, X, pp. 594-627. È interessante notare che i nomi dei due interlocutori, Pacidius e Philalethes, sono delle traslitterazioni: Pacidius significa “colui che trova pace in Dio” ed è la traduzione del tedesco Gottfried, Gott=Dio e Friede=pace, primo nome di Leibniz; Philalethes equivale ad “amante della verità” ed è un nome composto dai due vocaboli greci Philos=amante e alethés=verità.
16 R. Celada Ballanti, La storia universale tra eterno ritorno e “progressus infinitus”, in G.W. Leibniz, Storia universale ed escatologia. Il frammento sull’Apokatástasis (1715), Il melangolo, Genova 2001, p.68.
17 Per brevità sull’immenso tema rimando solo al sintetico ed esplicativo Gioacchino da Fiore, Agli Ebrei, a cura di M. Iritano, Rubbettino Editore, Catanzaro 1998.
18 R. Celada Ballanti, Teodicea della storia e storiografia erudita in Leibniz, intervento alla Scuola d’Alta Formazione di Acqui Terme Chi è il soggetto della storia? Quale avvenire per l’uomo? (Acqui Terme, 13-15 ottobre 2004).
19 Cfr. AA.VV., I filosofi ed il male, in “Humanitas”, n.3, maggio-giugno 2002.

Anno II n.6, novembre/dicembre 2004


© copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia 2004