ARTE E SPIRITUALITÀ
IL SENTIMENTO DELL'ATTESA
NELL'ESSERE UMANO
ATTRAVERSO L'ICONOGRAFIA DI MARIA
di PAOLA RESTANI
“Uno sconosciuto è il mio amico, uno che io non conosco. Uno sconosciuto lontano lontano. Per lui il mio cuore è pieno di nostalgia. Perché egli non è presso di me. Perché egli forse non esiste affatto? Chi sei tu che colmi il mio cuore della tua assenza?
Che colmi tutta la terra della tua assenza?”
Par Fabian Lagerkvist, poeta svedese premio Nobel nel 1951
Il sentimento dell’attesa è vivo e presente dentro ogni essere umano, consiste nel desiderio di ricongiungimento con il Padre connaturato alla stessa natura dell’uomo ed alla sua origine legata al fatto di essere stato creato ad immagine e somiglianza di Dio. La condizione dell’attesa dunque è per natura collegata all’essere umano, ma non tutti gli uomini se ne rendono conto e hanno consapevolezza del significato di essa. Il desiderio e l’aspirazione all’incontro con Dio sono insiti nell’uomo ed alimentano la dimensione dell’attesa. L’essere umano creato ad immagine e somiglianza di Dio porta con sé l’anelito al ricongiungimento con il Padre. Questo desiderio è stato soddisfatto una sola volta con la venuta di Cristo, ma ogni uomo per colmare il proprio senso di mancanza di Dio deve effettuare un personale percorso e cogliere il significato della dimensione e del sentimento dell’attesa.
La società odierna ci porta a sfuggire e a negare ogni tipo d’attesa, il tempo che dedichiamo alla riflessione ed al silenzio, condizioni necessarie per accedere alla dimensione dell’attesa e ristabilire il contatto ancestrale con essa, è da considerarsi “tempo perso”. Tutto oggi deve essere ottenuto in fretta e possibilmente senza sforzo, è così nell’amore e nel lavoro, nell’amicizia e nella fede.
In campo psichiatrico, educativo, letterario, oltre che artistico e religioso, numerose sono le voci che invocano una rivalutazione dell’attesa, si parla di “arte dell’attesa”, di “luogo dell’attesa”, di “tempo dell’attesa”. Tutte queste voci hanno in comune l’aver colto il valore che accompagna la capacità di attendere cioè il mettersi in contatto con il proprio sé profondo, il sentire la dimensione intima dell’attesa che si traduce in bisogno e mancanza di Qualcuno. Certo non tutti gli studiosi fanno approdare “l’attesa” al Signore, però non sanno oggettivamente spiegare perché il desiderio dell’attesa sia insito ed iscritto nel profondo della natura umana. Quello che più interessa loro è l’aspetto essenziale connaturato all’attesa cioè la speranza cui è legata la capacità di progettare, la possibilità di aspettarsi qualcosa e/o qualcuno, il desiderio di cogliere il senso della propria esistenza.
La società con la sua frenesia tende a dissolvere l’attesa ed in tal modo mette in crisi anche la speranza, vanificandola e rendendola inutile, legittima invece la disperazione ed il relativismo. La dimensione dell’attesa è priva della componente frenetica propria della nostra società: giornate interminabili, menti e corpi affaticati e stremati per lo più da ansie e preoccupazioni non sempre fondate, caos ovunque, in tutto questo quando trovare tempo per fermarsi ad attendere? Come ridurre l’ansia e lo stress ed accorgerci della serenità che procura vivere la dimensione dell’attesa in Cristo? La profonda tranquillità che avvolge l’animo dell’essere umano è provocata dall’intima certezza che prima o poi l’attesa sarà soddisfatta. Il “desiderio” vigile nell’uomo è un motore vitale nel percorso che lo avvicina a Dio.
“Vegliate perché non sapete né il giorno né l’ora” (Mt 25,13). Tali parole sottolineano la chiamata personale ed universale alla salvezza, essa è dono di Dio che attende risposta dall’uomo, aspetta che questi diriga i suoi passi verso di Lui. Durante l’attesa possono verificarsi degli imprevisti, si può rischiare di distrarsi o di confondere la riflessione con l’inoperosità. Nel Vangelo viene sottolineato l’aspetto operoso che caratterizza l’attesa ed il fatto che Gesù ha lasciato ad ognuno un compito, anzi proprio quest’assegnazione contribuisce ad eliminare l’ansia dell’attesa e ad aumentarne l’aspetto attivo.
Nella vita di ogni uomo e nella storia sono presenti attesa e nostalgia di qualcuno, è il bisogno di Dio, anche se non tutti lo ammettono e non tutti ne hanno chiara consapevolezza, si può forse dire che la dimensione dell’attesa caratterizza la natura della creatura umana. Nel tempo la poesia, la letteratura, l’arte sono stati gli unici strumenti in grado di raggiungere l’anima di un uomo e dar voce al desiderio dell’attesa poiché permettono all’umanità di esprimersi nella sua interezza, nella sua complessità e profondità. Poeti ed artisti hanno espresso e comunicato questa natura profonda dell’uomo, questo bisogno di attendere, hanno trasmesso l’apparentemente inspiegabile ansia di tante nostre giornate trascorse come se il cuore aspettasse qualcosa di grande. Ad esempio le parole di Cesare Pavese, scrittore laico, ateo, agnostico: “Qualcuno ci ha mai promesso qualcosa? E allora perché attendiamo?” ( da Il mestiere di vivere, 27 novembre 1945) aiutano a rivelare uno stato d’animo, una ricerca di cui il nostro essere non può fare a meno. “Se questa profonda attesa che fa parte delle fibre del nostro essere, che sentiamo in ogni nostra giornata, non solo, ma in ogni nostro gesto, in ogni attimo, c’è, come c’è nella nostra natura, è proprio perché dentro la nostra carne c’è iscritta una promessa […]. Attendiamo esattamente perché il nostro essere è pieno di una promessa che noi non sappiamo decifrare, a cui non sappiamo dare un volto. È pieno di un desiderio infinito a cui non sappiamo dare un nome. Proprio per questo è come se agitasse tutta la profondità del nostro essere e tutti i nostri gesti, inducendoci ad attendere”1.
La nostra ingenuità e la nostra pochezza legata alla finitudine umana ci portano ad illuderci che l’insoddisfazione che sentiamo dentro di noi possa essere appagata dalla materialità o dall’amore terreno, inevitabile è il fallimento volendo appagare un desiderio infinito con rimedi finiti. Perfino l’amore tra due esseri umani, per quanto possa essere puro e forte, è di natura finita e quindi destinato a non poter appagare il desiderio di infinito. Oggi più che mai l’uomo è inquieto, più si agita per possedere e meno è soddisfatto, cade nella disillusione e nello scetticismo, “ Ci hai fatti per te, Signore, e il nostro cuore è inquieto finché non riposa in te” (Sant’Agostino, Le Confessioni, I, 1.1).
La società dei consumi cavalca questo desiderio di attesa dell’uomo cercando di produrre un’infinita serie di oggetti che illusoriamente sembra spegnere il desiderio di attesa che caratterizza l’essere umano: “La società dei consumi ha scoperto che il desiderio infinito dell’uomo poteva essere fonte di straordinario guadagno. Proprio perché la società dei consumi non è in grado di appagare il desiderio infinito dell’uomo, il suo infinito desiderio di felicità, gli mette davanti un’infinita serie di oggetti e gli dice: - Passa dall’uno all’altro! -, perché così ti distrai, ti narcotizzi, ti anestetizzi e non senti il fuoco di questo divorante desiderio che hai nel cuore” (da La società sotto assedio di Zygmunt Baumann).
Mirabilmente anche nelle liriche di Leopardi viene sottolineato come il piacere infinito non si possa trovare nella realtà e come sia impossibile spegnere il desiderio di attesa che è connaturato all’uomo. Di tale desiderio è testimone un poeta della prima metà del ‘900 Clemente Rebora. La sua produzione artistica e la sua vita documentano la sofferenza e l’impegno di un uomo alla ricerca della verità e la conversione di un’anima che dopo tanto cercare, dopo tanto vivere l’attesa trova Dio. Il mistero della sua esistenza consiste nel fatto che egli sente il senso dell’attesa, ha una percezione di Qualcuno o di Qualcosa e desidera cercarlo. La ricerca presuppone il desiderio e come dice Blaise Pascal: “Non mi cercheresti se non mi avessi già trovato” (Pensieri, sez. VII, n 555).
La poesia forse più celebre di Rebora Dall’immagine tesa manifesta proprio l’acme del senso dell’attesa: “[…] non aspetto nessuno: ma deve venire, verrà se resisto a sbocciare non visto, verrà d’improvviso, quando meno lo avverto […] verrà come ristoro delle mie e sue pene, verrà, forse già viene il suo bisbiglio”. L’uomo moderno preso dalle mode, dalla materialità e dall’orgoglio, annienta con il tempo la capacità di sentire l’attesa, si adatta ad una vita che ha perso il significato della dignità donatole all’atto della creazione.
Come già sottolineato l’arte è espressione dell’uomo, rivela che questi è testimone dell’Assoluto in quanto è immagine del Creatore. Alcuni uomini testimoniano Dio accettandolo, altri negandolo o fuggendolo, ma anche in questi ultimi è possibile rintracciare testimonianza del Signore non fosse altro nello sforzo che hanno sostenuto per negarne a se stessi l’esistenza. Lo scrittore Pier Vittorio Tondelli, morto nel 1991, dissemina nella sua discussa produzione numerosi appelli alla religiosità ed alla trascendenza, manifestando una spiccata sensibilità per la dimensione del sacro ed un profondo rispetto per il senso di ricerca dell’Assoluto lunga quanto la vita. “L’avvio dell’opera del giovane scrittore emiliano ha suscitato scandalo sin dall’inizio a causa della censura e del sequestro dell’opera prima, Altri libertini, considerata dalla magistratura -opera luridamente blasfema- che -stimola violentemente i lettori alla depravazione ed al disprezzo della religione- e questo, oltre che per il linguaggio, certamente anche per la tematica autobiografica dell’omosessualità, presente in essa come in molta parte della restante produzione. A noi interessa […] lo specifico dell’esperienza personalissima di Tondelli scrittore, senza cedere alla tentazione dei giudizi in generale […] e […] cogliere i semi di religiosità e di appassionato appello alla trascendenza ed alla dimensione del sacro presenti nell’opera dello scrittore”2.
Egli avverte la “presenza del sacro come qualcosa di tangibile nella realtà, qualcosa su cui il suo sguardo si posa con devozione” (dal romanzo Camere separate) e soprattutto comunica la vibrante situazione dell’attesa fino alla fine della sua vita quando la tensione che vive, circondata dalla finitezza umana che fa risaltare ancor più l’Assoluto, lo fa approdare ad una speranza più intensa di ricongiungimento a Dio.
La Vergine è l’unica creatura, umana, finita, a realizzare l’unione indissolubile con il Divino e questo è mirabilmente evidente nell’iconografia di Maria denominata “Madonna del Parto”3. Tale immagine rappresenta Maria incinta, da sola, in piedi in posizione frontale. Elemento significativo è il libro, di solito chiuso, appoggiato sul ventre. Il libro allude al Verbo Incarnato: simboleggia il Vecchio Testamento e dunque la parola di Dio che, attraverso Maria, si incarna e discende tra gli uomini. Dopo il Concilio di Trento molte Madonne del Parto vennero distrutte o modificate, gli esemplari superstiti sono quasi tutti di scuola toscana, si ricordi ad esempio la famosa Madonna del Parto (1459) di Monterchi (Arezzo) attribuita a Piero della Francesca.
Molto particolare è quella in oggetto, contenuta nella chiesa di S. Pietro in Leonessa (Rieti) attribuita ad un anonimo seicentesco4. La Vergine è raffigurata di tre quarti ed intenta alla lettura di un testo aperto e posto sopra il ventre. Ai piedi della figura è dipinto un cartiglio che avverte: “O passeggero, tu contempli la Vergine Maria che porta in grembo il Verbo e medita il Verbo”5.
Varie e complesse sono le interpretazioni dell’iconografia, una delle più accreditate vuole che la Vergine in gravidanza simboleggi il tabernacolo eucaristico contenente il corpo di Cristo; un’altra vuole che il ventre rigonfio indichi la comunità dei credenti che pur presentandosi debole nella storia come una donna incinta è tuttavia forte poiché in Lei abita Cristo. Molteplici sono i significati attribuiti a tale iconografia della Vergine e tutti evidenziano il principio di unione di divinità ed umanità a cui aspira ogni essere umano con l’attesa. A riprova di questo può essere utile citare un’opera il cui significato si basa appunto su tale principio: una statuetta di Maria incinta in legno policroma (104 x 43 cm) del XV sec. (conservata nella Galleria Parmeggiani di Reggio Emilia) che porta sul ventre un tassello estraibile probabilmente destinato a contenere una piccola statua del Bambin Gesù in modo da far avvicinare i fedeli e rendere tangibile il Cristo.
La donna è ancestralmente legata alla condizione dell’attendere, fa parte della sua natura e caratterizza il genio della femminilità insieme a doti quali la disponibilità e l’accoglienza. Maria realizza il desiderio dell’umanità, della Chiesa intera di unirsi perfettamente in Cristo. La Vergine continua a precedere l’umanità in una sorta di pellegrinaggio interiore ed ad indicare la via rappresentando un costante punto di riferimento nell’interpretazione del significato dell’attesa. Tutti sono compresi nel piano divino della salvezza e Maria è la “donna” madre di colui che è artefice dell’opera salvifica. L’annunciazione rappresenta il momento più importante della fede della Madonna in attesa di Cristo, ma è anche il punto di partenza da cui inizia tutto il suo itinerario verso Dio, tutto il suo cammino di fede costellato da grandi sofferenze culminanti nella crocifissione quando Gesù affida Maria a Giovanni rinnovando la maternità della Vergine che continua ad essere genitrice della chiesa simboleggiata appunto dall’apostolo/figlio.
L’iconografia della “Madonna del Parto” ispira e suggerisce la ricerca e l’incontro con Cristo per mezzo di colei che ha creduto. Grazie alla fede di Maria si può aprire dentro di noi quello spazio interiore nel quale il Padre può colmarci. “Maria, accanto a suo Figlio, è l’icona più perfetta della libertà e della liberazione dell’umanità e del cosmo. È a lei che la Chiesa, di cui ella è madre e modello, deve guardare per comprendere il senso della propria missione nella sua pienezza”6. Il mistero della maternità divina di Maria “ ha superato tutti gli spazi di quell’infinita distanza, che separa il creatore dalla creatura! Se in se stesso rimane ineffabile e imprescrutabile, ancor più ineffabile e imprescrutabile è nella realtà dell’incarnazione del Verbo, che si è fatto uomo mediante la Vergine di Nazaret”7.
La speranza pone l’uomo nella condizione dell’attesa, essa, come già accennato, non significa inerzia o disimpegno poiché Dio è già venuto e ha redento il mondo. Il sentire l’attesa suggerisce all’uomo di accettare la responsabilità legata al suo essere, alla sua libertà e creazione: “La coscienza orante è in attesa che quanto attende non può venirle da se stessa ma deve venirle da Dio. Dunque, non si caratterizza soltanto dall’attendere, ma, nell’attesa, dal riconoscere il dono che è Dio stesso e quanto viene da Dio”8.
Recuperare il significato di vivere la dimensione dell’attesa aiuta a ricordare che Dio è presente nella nostra vita. L’attesa non va spenta o soffocata poiché facendoci sentire l’assenza di qualcuno ce ne segnala l’esistenza e rappresenta un antidoto fondamentale contro quello che Papa Benedetto XVI ha definito uno dei mali peggiori della nostra società cioè il secolarismo: presentare il mondo come se Dio non esistesse. I significati dell’attesa e della speranza possono apparire distanti ed imprescrutabili, ma è necessario per l’uomo inseguirli, magari attraverso grandi opere d’arte o testi di prosa e poesia, perché si tratta di strutture portanti della condizione umana e della vita interiore di ognuno.
NOTE
1 Conversazione La dimensione dell’attesa nell’essere umano all’interno della rubrica mensile Nel mondo, ma non del mondo tenuta da A. SOCCI ai microfoni di Radio Maria il 17/12/2005.
2 A. SPADARO, La religiosità dell’attesa nell’opera di Pier Vittorio Tondelli in “La Civiltà Cattolica”, IV 30-43, quaderno 3487, 1995.
3 Il prototipo dell’immagine della Madonna del Parto risale ad epoca paleocristiana e rappresenta la Vergine orante con il Cristo Bambino dinanzi al petto (Roma, arcosolio del Cimitero Maggiore). Nel 431 dopo il Concilio di Efeso lo schema di cui sopra divenne l’emblema iconografico della dottrina ufficiale ortodossa e da esso discenderà l’espediente simbolico dell’effige del Bambino applicata al corpo della Vergine: Madonna Platytera (Vergine orante con Bambino racchiuso in un disco). Nel mondo bizantino tale iconografia influenza una variante della Madonna della Misericordia che al soggetto della Madonna che accoglie i fedeli sotto il suo manto, unisce il motivo della mandorla contente Gesù Bambino. Questa immagine si diffonde in Spagna nel VIII sec. ed in Italia tra la fine del XIV e l’inizio del XV sec. specialmente nelle Marche e nei territori come Venezia che avevano mantenuto rapporti commerciali con l’oriente. Alla fine del XIV sec. in Toscana ritroviamo lo stesso soggetto con la differenza che l’espediente della mandorla viene sostituito con il motivo naturalistico della cinta alta ricurva sopra il ventre sporgente di Maria. (Sintesi dell’articolo La Madonna nell’attesa del parto di Abramo Morandi contenuto in Immagini, www.gerenzanoforum.it, 2004).
4 F. CIANCARELLI - A.M. DE VENERE - C. PORTACCIO, Viaggio nel Montepiano reatino. Guida turistica a cura della V Comunità Montana, Rieti 1998, p. 35. Nell’articolo di A. Morandi (op. cit.) il dipinto viene datato al 1610 ed attribuito al pittore Alessandro Turchi.
5 F. CIANCARELLI - A.M. DE VENERE - C. PORTACCIO, Viaggio nel Montepiano reatino. Guida turistica a cura della V Comunità Montana, Rieti 1998, p. 35.
6 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), 37.
7 GIOVANNI PAOLO II, Lett. enc. Redemptoris Mater (25 marzo 1987), 51.
8 M. NEDONCELLE, Bipolarità del cristiano, Roma 1971, p. 181.
Anno
IV n.3/4, maggio/agosto 2006
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2004