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  IL TEMPO E L'ETERNO
Thomas More non risulta di solito figura familiare agli studenti italiani. Non è escluso che More venga solitamente marginalizzato perché in controtendenza rispetto alla classica tesi burkhardtiana di rottura fra il Medioevo spiritualistico e il Rinascimento paganeggiante, così ancora diffusa nelle aule scolastiche.
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TOMMASO MORO
LA PERSONA NELLA SOCIETÀ PERFETTA


di PAOLA RUSSO
Docente di Lingua e letteratura inglese nei Licei


L'UOMO

Benché uno dei massimi rappresentanti dell'Umanesimo europeo, Thomas More non risulta di solito figura familiare agli studenti italiani, probabilmente per due motivi. Innanzitutto la nostra manualistica scolastica privilegia per ovvi motivi la prospettiva nazionale, in particolar modo laddove v'è una chiara paternità dei fenomeni letterari e artistici, come avviene per il periodo in questione. Non è escluso tuttavia che due colossi come Erasmo Desiderio da Rotterdam e Thomas More vengano solitamente marginalizzati anche perché in controtendenza rispetto alla classica tesi burkhardtiana di rottura fra il Medioevo spiritualistico e il Rinascimento paganeggiante, così ancora diffusa nelle aule di scuola superiore. Vale la pena quindi introdurre il personaggio, o la personalità per stare al titolo dei nostri interventi, seppure per sommi capi, in modo da portarlo qui fra noi e dialogarci un po'. Nasce a Londra nel 1478 da famiglia alto borghese, padre e nonno magistrati, e giovanissimo serve come paggio presso il Cancelliere del Regno, l'Arcivescovo John Morton, di cui una quarantina di anni dopo erediterà il titolo e gli onori. Nel 1492 comincia l'esperienza di Oxford e qui scoprirà ben più che l'America. Oxford infatti rappresenta l'incontro con la cultura umanistica del tempo. Sono due anni di studio intensissimo, di confronto costante con i maestri vivi e morti, di continue aperture di nuovi orizzonti intellettuali da cui è però violentemente separato dal padre John, preoccupatissimo del fatto che il figlio filosofeggi un p o' troppo e rischi di perdere di vista le necessità del vivere quotidiano (borghese). Richiamato quindi a Londra, viene introdotto agli studi giuridici che porta avanti se non con la stessa passione dimostrata per quelli filosofici e letterari, sicuramente con altrettanta determinazione e capacità, fino ad un'altra brusca interruzione di ben quattro anni, questa volta dovuta ad una scelta personale. Decide infatti di ritirarsi nella Certosa di Londra per condividere l'austera e rigorosa vita dettata dalla regola di San Bruno. Ma qualcosa deve averlo convinto di non essere chiamato all vita contemplativa, anche se la contemplazione sarà sempre parte integrante della sua vicenda terrena. E così all'inizio del nuovo secolo lo troviamo fra gli eminenti togati di Londra, nonché al centro degli animati circoli letterari che si stanno diffondendo ormai anche nella capitale. Si sposa con Jane Colt, dalla quale ha quattro figli, e inizia al contempo l'impressionante carriera politica: 1504, eletto alla Camera dei Comuni sotto il regno di Enrico VII; 1510, Enrico VIII lo vuole Vice-sceriffo di Londra; 1518, entra a far parte del Consiglio privato del Re; 1520, eletto Tesoriere dello Scacchiere; 1529, Cancelliere del Regno. Nel 1532 è costretto a dimettersi perché la rottura fra Enrico VIII e il papa Clemente VII sulla questione del divorzio da Caterina d'Aragona era ormai diventata insanabile. Qui comincia l'inesorabile declino. II Re che lo ammirava oltre ogni dire per il suo ingegno politico, le sue proverbiali capacità diplomatiche, la sua dedizione e integrità e, ultimo ma non ultimo, la sua impressionante cultura, si vede tradito dal suo migliore amico in un frangente in cui vorrebbe averlo tutto dalla sua parte. Nonostante Thomas cerchi semplicemente di defilarsi dalla scena politica, rinchiudendosi in un silenzio assoluto e rispettoso della propria e dell'altrui libertà, quel silenzio è troppo assordante per Enrico e per il resto d'Europa e non sarà sufficiente a proteggere l'uomo dall'ira del leone ferito che si scaglierà con tutta la sua cieca violenza contro l'ex pupillo. Il nodo non è ormai più tanto la questione del divorzio, quanto la sottoscrizione dell'Atto di Supremazia che sancisce Enrico VIII capo supremo della Chiesa d'Inghilterra. L'epilogo è analogo a quello di un altro Santo della Chiesa cattolica inglese, l'omonimo Thomas Beckett, che circa quattrocento anni prima fu martirizzato da un altro Enrico sempre nel contesto del conflitto di potere fra Monarchia e Chiesa. Dopo diciotto mesi di terribile detenzione e di indicibili privazioni nella Torre di Londra, il 6 luglio del 1535, e proprio nel giorno della traslazione di Thomas Beckett, Thomas More viene decapitato. Fu beatificato da Papa Leone XIII nel 1886 e canonizzato da Pio XI nel quarto centenario del suo martirio, nel 1935. Il Papa attuale lo ha recentemente proclamato patrono dei politici e dei governanti nell'anno giubilare 2000. Ecce homo.


L'UMANISTA

Non possiamo però immaginare Thomas More come un'icona solitaria di santità. Sarebbe forse il tradimento più assoluto nei confronti di una persona che ha concepito l'esistenza terrena (e non solo quella) come dialogo costante con il mondo e l'umanità. E questa sera più che parlarvi di questo colosso dell'Umanesimo europeo, ho l'ambizione di farvi dialogare con lui, immaginando che sia qui in mezzo a noi ed abbia a risponderci e magari a porci domande sull'uomo, sul mondo, sull'eternità, portando con sé i suoi compagni di sempre, Platone, Cicerone, Seneca, San Paolo, Sant'Agostino, San Tommaso e, fra i contemporanei, Marsilio Ficino, l'amatissimo Pico della Mirandola, i conterranei protagonisti del New Learning Colet, Grocyn, Lyly e naturalmente l'amico più caro, Erasmo. Sarebbe errato figurarci questi nomi sotto forma di altrettanti libri. More non leggeva questi autori, semplicemente ci dialogava e non per puro divertimento o esercizio accademico, bensì come se fossero diventati i suoi interlocutori nel cammino della vita quotidiana, cui sottoporre dubbi, interrogativi e scelte esistenziali. Questo è ciò che fa di lui un umanista, uno studioso vale a dire che studia per la vita (e durante tutta la vita) dell'uomo, cercando costantemente un'applicazione nell'hic et nunc di quelle idee universali che i suoi amici testé citati gli suggerivano. Se mai ci fu persona che seppe mediare tra il tempo e l'eterno, questi fu di certo Thomas More, che pagò con la vita la perfetta integrazione della dimensione ideale e valoriale con le necessità della mondanità e delle politica, senza mai cedere a fallaci adattamenti compromissori che avrebbero completamente tradito le premesse delle sue speculazioni filosofiche. Ed è forse questo uno dei problemi più scottanti della scuola di oggi e in modo particolare degli studi classici: qual è la ricaduta di questo incontro con i giganti del pensiero, cosa ci portiamo a casa di loro, come ci aiutano a vivere meglio perché meglio comprendiamo la realtà esterna grazie alle loro parole? Molto spesso non c'è nemmeno incontro, la scuola non fa per noi quello che fece Oxford per More, ci limitiamo ad una conoscenza per interposta persona, l'insegnante o addirittura il manuale e il dialogo neppure si apre, lettera morta, anziché parola viva. Cosa si dicevano allora queste persone? L'incontro con Platone, presentatogli dagli entusiasti neoplatonici dell'Accademia fiorentina a cominciare da Ficino, che avevano a loro volta contagiato i maestri oxoniensi, lo abbaglierà. E' la Repubblica naturalmente destinata a porsi come matrice di pensiero ininterrotto. Da Platone More mutua l'idea che filosofia e politica costituiscono un binomio inscindibile. Tuttavia, al di là di qualche somiglianza fra la Politeia e L'Utopia di More, il vero lascito platoniano è quello che convinse ad un certo punto l'umanista inglese a mettersi al servizio del suo sovrano e del suo popolo, quando sarebbe certo stato più comodo e sicuro rimanersene in disparte immerso nelle sue speculazioni. Anche perché la posizione del More politico, nonostante la sua vertiginosa e rapidissima carriera, non sarà certo tutelata quanto quella dei filosofi platonici. In secondo luogo, come già detto, da Platone More acquisisce innanzitutto il gusto del dialogo, del confronto, soprattutto con i discepoli, i figli, le nuove generazioni per le quali nutrirà sempre la massima attenzione e cura, sapendo che rappresentano il futuro. Ma non si poteva parlare con Platone senza che immediatamente comparisse al suo fianco Sant'Agostino, il santo filosofo che pone definitivamente More di fronte alla necessità di realizzare una mediazione fra la città celeste, Gerusalemme, e quella terrena Babilonia. Se Platone gli suggerisce un modello ideale di comportamento politico, Sant'Agostino gli fa intendere la necessità di sporcarsi le mani con le imperfezioni (gli orrori, possiamo ben dire) di Babilonia per ridisegnare quest'ultima quanto più ad immagine della Civitas Dei, senza tentare fughe utopistiche in un mondo che non esiste se non nella mente del filosofo. Dovremo riflettere stasera sulla differenza fra l'aggettivo utopistico o utopico e l'aggettivo "utopiense" o utopiano. L'Utopia di Moro non è mai utopistica od utopica, mi si perdoni il gioco di parole, ma, come suggerisce una grande studiosa francese del Santo, ci fornisce punti di riferimento "utopiensi", vale a dire concreti modelli di confronto che devono servire da stimolo per la gestione dei problemi della città terrena. Sant'Agostino gli fornisce inoltre la certezza che la presenza di Dio è in interiore homine, che l'unica garanzia dell'esistenza divina è la retta coscienza, che non c'è trascendenza se non si scava dentro se stessi, guidati da quell'intellectus fidei che così saldamente unisce fede e ragione, perché Dio si trova sempre e soltanto al termine di un percorso di conoscenza razionale. Negli ultimi, penosi mesi trascorsi prigioniero nella Torre di Londra, man mano che la certezza (e la paura) del martirio aumentava, More fece questa esperienza assoluta della presenza di Dio dentro di sé ed ebbe il conforto di tutte quelle parole in particolare delle Confessioni del Vescovo d'Ippona che, seppure deprivato del conforto dei libri, risuonavano dentro la sua mente e sulle sue labbra. Ma Sant'Agostino lo sorresse anche prima, quando si trovò a dover confutare gli errori del Luteranesimo, intuendone le secche del servo arbitrio. San Tommaso del resto non si eclissa, ma fa la sua comparsa assieme a Cicerone e Seneca per insistere sul concetto di razionalità naturale della persona, così evidente nell'esperienza degli Utopiani. La speculazione sull'essenziale ragionevolezza della legge naturale, insita nella coscienza di ogni uomo, che era già di stampo stoico ed epicureo, si sposa quindi con il momento teologico di origine cristiana, non solo nel senso del trascendentalismo neoplatonico inaugurato da Sant'Agostino, ma anche nel senso dell'esaltazione assoluta del percorso razionale di cui l'Aquinate fu il massimo esponente. Tanti dei grandi abbagli morali della contemporaneità sono dovuti al fatto che troppo spesso ci si dimentica di questa legge naturale, del rispetto assoluto dovuto alla persona in quanto tale, depositaria di ragione, che è il fondamento della libertà, e di coscienza, che è il fondamento della responsabilità della scelta fra bene e male. In termini di rivendicazione della dignità dell'uomo, infine, ecco apparirci il più amato dei suoi pensatori, Pico della Mirandola, di cui More scriverà un'intensa biografia in latino, meritevole di aver portato a termine l'opera di saldatura tra il pensiero antico e quello contemporaneo all'autore, nella certezza tutta ficiniana che l'età dell'oro non appartiene ad un mondo perduto, ma è qui ed ora in questa fantastica era di riscoperta delle grandi voci della sapienza umana. Pico ed Erasmo gli comunicano la nuova sensibilità umanistica, così avversa alle disquisizioni logicoteologiche fini a se stesse e così pronta invece a riflettere sul senso ultimo della vicenda umana all luce della redenzione cristiana.


L'UTOPIA

Allora stasera vorrei farvi dialogare con Thomas More, che tra l'altro come abbiamo detto è un Santo, e abbiamo perciò la certezza che possa ascoltarci e risponderci per davvero! Il tema assegnato è quello del rapporto fra persona e società in una società immaginata come perfetta e al tempo stessa perfettibile, quella dell'isola di Utopia, il trattatello scritto nel 1516 nelle more di una missione diplomatica nelle Fiandre. Sebbene immerso nelle difficili trattative con l'Ambasciatore spagnolo, il nostro umanista gode di due anni di relativa libertà dagli intensissimi impegni professionali e politici che lo avevano sempre attanagliato in patria e può dedicarsi agli otia letterari richiamando a sé tutti i personaggi già citati ed immaginando di favoleggiare con loro su questo luogo/non luogo di cui ci parla un immaginario viaggiatore dal nome giudaico-greco, Raffaele Itlodeo. Il libro si compone di due parti specularmente opposte: la prima (scritta per seconda) stabilisce un dialogo fra More, l'amico Peter Gilles e l'immaginario viaggiatore Itlodeo sui mali che affliggono la società inglese contemporanea, fotografata con precisione ironica e talvolta spietata; la seconda (composta per prima nelle Fiandre) consiste nel racconto che Itlodeo fa della vita in Utopia, l'isola oceanica da lui scoperta nel contesto delle esplorazioni del secolo. Lo scopo di questa giustapposizione è quello di un gioco di rovesciamento. Il desolante cahier de doléances di tutto ciò che non funziona in una società reale acquisisce uno spessore al contempo più paradossale e meno disperante se messo a confronto con modi d'essere, modelli culturali diremmo con una terminologia moderna, diversi. Utopia non c'è, e non vuole esserci come società concreta, è lì soltanto per demistificare i paradossi e le ipocrisie dell'Inghilterra, ma anche per aprire squarci di possibilità. Torna alla mente l'Encomium Moriae di Erasmo, tra l'altro dedicato proprio a More, che usa esattamente la stessa tecnica del rovesciamento per mettere alla berlina le oscurità della teologia contemporanea così talvolta erratica rispetto ai ragionamenti minimi del buon senso. In altre parole, se la matassa s'è ingarbugliata, occorre prendere le distanze e riprovare a costruire i percorsi della razionalità altrove, artificialmente, laboratorialmente per così dire, per rendersi conto di dove il meccanismo della cosa pubblica ha cominciato ad incepparsi. Se volete, si tratta di un utilissimo esercizio di decentramento o dépaysment che il dialogo onesto con una realtà altra consente, non però finalizzato alla fuga, né tanto meno alla creazione ex novo della società, bensì alla comprensione dei limiti e dei punti di perfettibilità di essa. In questo More si distanzia dalla Politeia platonica che invece, per quanto altrettanto utopica e incompresa dai tiranni in carne ed ossa, aveva però l'ambizione di proporsi come modello realizzabile. Lungi dall'essere un'operazione di esterofilia (altrove tutto è sempre meglio), Utopia è il luogo della mente in cui si tenta di ricomporre un puzzle impazzito andando alla radice delle cose e speculando sul loro diritto naturale all'esistenza. Anche da Sant'Agostino allora More prende temporaneamente le distanze. Se è vero che l'Inghilterra, ma diciamo pure l'Europa, agli albori del XVI secolo assomiglia molto a Babilonia, Utopia non è Gerusalemme, la città celeste, ma un luogo astratto intermedio in cui il filosofo politico fissa i fondamentali, i minimi elementi costitutivi del consorzio umano, in assenza dei quali nemmeno si può parlare di società. Utopia diventa allora un punto di partenza buono per qualsiasi forma di comunità in qualsiasi parte della terra, un archetipo o idealtipo di comunità e in questo senso More si dimostra di una modernità sconvolgente. Pur avendo dentro di sé chiarissime, in quanto umanista, le radici culturali del sapere occidentale, non v'è in lui alcuna pretesa di superiorità, anche perché si rende conto realisticamente dei grandi limiti della politica europea, ed è disposto ad azzerare gran parte del cammino della civiltà greco-giudaico-cristiana per "ricominciare daccapo" e scoprire che cosa è davvero inalienabile per la dignità dell'uomo. E passiamo a presentare l'Utopiense o Utopiano al quale vorrei che poneste le vostre domande, tenendo bene a mente però chi vi trovate davanti. Molti hanno dibattuto sulla portata simbolica di questa figura. E' un uomo pre-adamitico, un essere felice e totalmente incolpevole che vive in un'età edenica o aurea precedente la caduta? Lo possiamo escludere per il fatto che More è un umanista e, lungi dal rimpiangere un mondo perduto, crede sia nella felix culpa sia d'essere protagonista, con Ficino e Pico, d'essere protagonista di un momento storico eccezionale, la nuova età dell'oro. E' piuttosto il massimo dell'espressione umana secondo natura, simile ai grandi classici del Limbo dantesco, Omero, Virgilio e gli altri? Questa seconda ipotesi sembra più convincente: né buon selvaggio, né selvaggio, né uomo perfetto, l'Utopiense è quest'uomo elementare, ma non primitivo, essenziale, ma non rozzo, educato, ma ulteriormente educabile, razionale, ma non razionalistico, che nella sua onesta posizione può illuminarvi su ciò che onesto non è nel nostro mondo. Diamo quindi inizio a questa intervista impossibile.

Anno II n.3, maggio/giugno 2004


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