IL NUOVO PONTIFICATO
LINEAMENTI DELLA RIFLESSIONE
TEOLOGICA DI JOSEPH RATZINGER,
PAPA BENEDETTO XVI
di Mons. GUALTIERO SIGISMONDI
Vicario Generale dell'Archidiocesi di Perugia-Città
della Pieve
Sebbene non sia facile presentare i lineamenti della
riflessione teologica di Benedetto XVI, tuttavia nei
discorsi pronunciati all’inizio del suo Pontificato egli ha
compiuto un’ampia rassegna del suo vasto repertorio
bibliografico, estraendo nova et vetera, alla stessa stregua
dello scriba di evangelica memoria, il quale “è simile a un
padrone di casa che estrae dal suo tesoro cose nuove e cose
antiche” (Mt. 13,52).
Nella riflessione teologica di Papa Ratzinger, che
all’indomani della sua elezione a Vescovo di Roma ha tenuto
a precisare che il Concilio Vaticano II costituisce la
“bussola del futuro”, si nota la combinazione di un grande
rigore e di una grande chiarezza. La capacità di sintesi -
scultoreamente testimoniata dalle sue opere più
significative: Introduzione al cristianesimo (1968), Il
nuovo popolo di Dio (1969), Dogma e predicazione (1973) - è
impreziosita, da una parte, dal radicamento nella tradizione
patristica - “inesauribile fonte di sapere scientifico, ma
anche di devozione e di ispirazione” - e, dall’altra, dalla
capacità di elaborare, nella luce della fede, i molteplici
interrogativi che si affacciano nei vari ambiti del sapere e
nelle grandi scelte di vita. “La fede, infatti, non è
qualcosa che si aggiunge al fardello della vita, ma è la
perla preziosa che parla alla ragione, che l’aiuta ad essere
se stessa”. A margine di questo discorso Benedetto XVI
lamenta che “la crisi moderna della fede ha il proprio
centro e il proprio punto di partenza nella crisi della
liturgia” la quale, a motivo di certe interpretazioni
ritualistiche, non lascia trasparire il mistero del “Dio di
Gesù Cristo”.
Che Gesù Cristo sia “la misura della Chiesa e del vero
umanesimo”, Papa Ratzinger lo sottolinea con forza,
osservando che attraverso Gesù Cristo “l’uomo trova spazio
in Dio”. Gesù Cristo è, in effetti, il Salvatore di tutto
l’uomo, del suo spirito e del suo corpo, del suo destino
spirituale ed eterno e della sua vita temporale e terrestre.
Secondo Benedetto XVI, quanto più l’uomo si avvicina a
Cristo, il quale è sempre “a portata di voce”, verità e
carità si fondono. “In lui la verità coincide con l’amore”;
del resto, se è vero che la carità senza verità sarebbe
cieca, è altrettanto vero che la verità senza carità sarebbe
“come un cembalo che tintinna”. L’incontro tra verità e
carità rende adulti nella fede, liberi dalla “dittatura del
relativismo” che, non riconoscendo nulla come definitivo, ha
la pretesa di adottare le capacità tecniche come unità di
misura dell’agire. “Lo squilibrio tra possibilità tecniche
ed energia morale - avverte Papa Ratzinger - non autorizza
alcuno a ritenere che ciò che si sa fare si possa anche
fare. Un saper fare separato dal poter fare è contrario alla
libertà umana, che è il valore supremo in assoluto”.
L’uomo, trovando vera luce solamente nel mistero del Verbo
incarnato, non è il prodotto casuale e senza senso
dell’evoluzione; pertanto, “ogni essere umano non può mai
venire ridotto a un mezzo, ma è sempre un fine”. Ciascuno, a
giudizio di Benedetto XVI, “è il frutto di un pensiero di
Dio; ciascun uomo è voluto, ciascuno è amato, ciascuno è
necessario”. Non vi è niente di più bello che essere
raggiunti, sorpresi dal vangelo, da Cristo, “l’amico più
intimo e insieme l’educatore di ogni autentica amicizia”.
Non vi è niente di più bello che conoscere lui e comunicare
agli altri l’amicizia con lui. “Chi fa entrare Cristo nella
propria vita non perde assolutamente nulla di ciò che rende
la vita libera, bella e grande”. Nel contemplare il volto di
Cristo, e in Cristo il volto del Padre, “la Vergine Maria
precede, sostiene e accompagna la Chiesa”. “L’amore e la
devozione per la Madre del Signore - assicura Papa Ratzinger
- sono un’eredità preziosa e una grandissima risorsa anche
in vista dell’evangelizzazione”.
“L’obbedienza a Cristo si concretizza nell’obbedienza
ecclesiale”. Difatti, la fede cristiana non è qualcosa di
puramente spirituale e interiore e la stessa relazione con
Cristo non è soltanto soggettiva e privata; “è invece una
relazione del tutto concreta ed ecclesiale, ha un rapporto
costitutivo con il corpo di Cristo, nella sua duplice e
inseparabile dimensione di Eucaristia e di Chiesa”. “La
Chiesa è viva - sottolinea Benedetto XVI - perché Cristo è
vivo, perché Cristo è risorto. La Chiesa è viva, è giovane:
essa porta in sé il futuro del mondo”. Chiamata a ravvivare
in se stessa la consapevolezza di essere un popolo
messianico e crismale, che proviene da tutti i popoli della
terra, la Chiesa si configura come communio sanctorum, cioè
come “comunità santa e santificante”, che ha il compito di
testimoniare al mondo che “il peccato e la morte hanno un
limite temporale e ontologico, imposto dalla Redenzione”.
Nel ribadire che la Chiesa è una comunità varia e
molteplice, articolata e compatta, Papa Ratzinger avverte
che “la Cattedra e lo Spirito sono realtà intimamente unite,
così come lo sono il carisma e il ministero ordinato”. Senza
lo Spirito santo “la Chiesa si ridurrebbe a
un’organizzazione umana, appesantita dalle sue stesse
strutture”; e tuttavia “nei piani di Dio lo Spirito si serve
abitualmente delle mediazioni umane per agire nella storia”.
La missione dello Spirito è di introdurre la Chiesa, di
generazione in generazione, nella grandezza del mistero di
Cristo. “Lo Spirito - osserva Benedetto XVI - non pone nulla
di nuovo e di diverso accanto a Cristo, media l’incontro con
lui; non conduce in altri luoghi, ma introduce sempre più
dentro la luce di Cristo”. Qui sta l’anima, l’energia della
Chiesa, che trova nell’Eucaristia la possibilità di vivere
in pienezza il proprio rapporto con Cristo risorto, il quale
ha bisogno di testimoni che lo hanno incontrato, di uomini
che lo hanno conosciuto intimamente.
Se i ministri ordinati, a giudizio di Papa Ratzinger, hanno
il compito di “farsi eco e portatori della Parola e dei
Sacramenti”, risvegliando in ogni uomo “l’intenzione di
credere con la Chiesa” - i parroci, portando il peso della
vita quotidiana della Chiesa, sono realmente “la forza
fondamentale dell’evangelizzazione”! -, i religiosi sono
chiamati a “farsi testimoni della trasfigurante presenza di
Dio nel mondo”, mentre i fedeli laici sono provocati ad
immergersi “nel grande spazio della costruzione del Regno di
Dio che si espande nel mondo, attraverso una fede illuminata
e vissuta”. Questa sinfonia di testimonianze è dotata di una
struttura ben definita: ai successori degli Apostoli, e cioè
ai vescovi, spetta la pubblica responsabilità di far sì che
la rete di queste testimonianze permanga nel tempo. “In
questa rete di testimoni, al Successore di Pietro compete
uno speciale compito: essere la guida nella professione di
fede in Cristo”.
Il legame indissolubile tra romanum e petrinum - nota
Benedetto XVI - implica e richiede “la partecipazione della
Chiesa di Roma alla sollecitudine universale del suo
Vescovo”, che siede sulla Cathedra Petri, simbolo della
potestas docendi. La potestà di insegnare, che è parte
essenziale del mandato di “legare e sciogliere” affidato a
Pietro ed ai suoi successori, comporta un impegno a servizio
dell’obbedienza della fede. “Il ministero del Papa è
garanzia dell’obbedienza verso Cristo e verso la sua Parola.
Egli non è un sovrano assoluto che deve proclamare le
proprie idee, bensì vincolare costantemente se stesso e la
Chiesa all’obbedienza verso la parola di Dio, di fronte a
tutti i tentativi di adattamento e di annacquamento, come di
fronte ad ogni opportunismo”. Il Papa è legato alla grande
comunità della fede di tutti i tempi, alle interpretazioni
vincolanti cresciute lungo il cammino pellegrinante della
Chiesa. “Il suo potere non sta al di sopra, ma è al servizio
della parola di Dio, e su di lui incombe la responsabilità
di far sì che questa Parola continui a rimanere presente
nella sua grandezza e a risuonare nella sua purezza”. Nella
Chiesa la Sacra Scrittura, la cui comprensione cresce sotto
l’ispirazione dello Spirito santo, e il ministero
dell’interpretazione autentica, conferito agli Apostoli,
appartengono l’una all’altro in modo indissolubile.
È a partire da questo presupposto che si fonda la rigorosa
concezione del dialogo ecumenico, proposta da Papa Ratzinger,
il quale avverte che “l’ecumenismo non può ricercare
obiettivi di corto respiro, basati sul minimo consenso
possibile”. “Il cammino irreversibile, intrapreso dal
Concilio, verso la piena comunione voluta da Gesù per i suoi
discepoli comporta, in una docilità concreta verso ciò che
lo Spirito dice alle Chiese, coraggio, dolcezza, fermezza e
speranza”. Nel dirsi convinto che occorre interrogarsi sui
condizionamenti storici che hanno determinato la divisione
dei cristiani, Benedetto XVI ritiene che gli sforzi di unità
e di promozione del dialogo ecumenico ed interreligioso
costituiscano, peraltro, un valido contributo tanto
all’edificazione della pace, “dono prezioso da invocare,
tutelare e costruire giorno dopo giorno”, quanto allo
sviluppo della cooperazione tra i popoli, che impegna la
Chiesa, con “lealtà, discrezione e cordialità”, a non
domandare alcun privilegio per se stessa, “ma unicamente le
condizioni legittime di libertà e d’azione alla sua
missione”.
Anno
III n.4, luglio/agosto 2005
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2004