Gian Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa.
 

L'ESPERIENZA MISTICA DI TERESA
La conversazione di questa sera vuole essere solo una pausa di “condivisione” di un percorso personale, lungo un “sentiero”, in cui forse trova testimonianza la Verità, che ha visto “incidere” a fondo l’opera di vita di una pensatrice così alta quanto semplice! Un percorso di vita quello di Teresa d’Avila da “sempre” nella Verità e per la Verità, che dà il senso a lei e a ogni creatura:«Grande la nostra impressione quando ci occorreva di leggere che le ricompense e le pene dell’altra vita sarebbero state senza fine».


CONVERSAZIONI IN LIBRERIA

«MUOIO PERCHÉ NON MUOIO»:
L'ESPERIENZA MISTICA
DI CRISTO E DI MARIA
NEL PENSARE DI S. TERESA D'AVILA
(Parte 1)


di RAFFAELE VERTUCCI


Teresa d’Avila: il volto femminile del “pensare”


La conversazione di questa sera vuole essere solo una pausa di “condivisione” di un percorso personale, lungo un “sentiero”, in cui forse trova testimonianza la Verità (nota 1), che ha visto “incidere” a fondo l’opera di vita di una pensatrice così alta quanto semplice! Un percorso di vita quello di Teresa d’Avila da “sempre” nella Verità e per la Verità, che dà il senso a lei e a ogni creatura:«Grande la nostra impressione quando ci occorreva di leggere che le ricompense e le pene dell’altra vita sarebbero state senza fine. Ci fermavamo spesso in questo pensiero e godevamo di ripetere frequentemente: Sempre! Sempre! Sempre! E così piacque al Signore che ne rimanessi tanto impressionata da concepire fin d’allora il più fermo proposito di non abbandonare mai il sentiero della verità» (nota 2). Dunque la Verità è un vivere “in persona”, è uno sperimentare poiché è un“vivere in Lui e di Lui”, che è via, verità e vita! «Mentre scrivo queste cose, mi pare, per vostra grazia e misericordia, di poter dire anch’io come San Paolo, sebbene non con la stessa perfezione: “Non son più io che vivo, ma Voi, mio Dio, che vivete in me”» (nota 3). Quel Lui che innalza l’uomo e che lo fa sentire veramente vivo dunque (nota 4) in quanto tutti si è “cercati in Lui”: «Cominciando a leggere le Confessioni di S. Agostino, mi parve di vedere in esse la mia vita, e mi raccomandai molto a questo santo glorioso. Quando giunsi alla sua conversione e lessi della voce che udì in giardino, ne ebbi una così viva impressione come se l’udissi pur io, e per lungo tempo rimasi a sciogliermi in lacrime con l’anima travagliata da grandissima lotta. Oh la libertà che mi rendeva padrona» (nota 5). Altissima simile espressione, e impressionante se detta da Santa Teresa dopo circa venti anni dalla sua consacrazione a monaca (nota 6): un percorso di vita dunque il suo che solo dopo tanti anni le fa scoprire fino in fondo la grandezza del suo Principio e solo dopo tante “occultamenti” e “accecamenti” (nota 7) le fanno scrivere di essere devota di Sant’Agostino (e della Maria Maddalena), proprio «perché era stato peccatore. I Santi che furono peccatori […]mi consolavano molto, parendomi di trovare in essi un appoggio, nella fiducia che il Signore perdonasse a me, come aveva a loro perdonato» (nota 8). È con le Confessioni che il percorso di Teresa si “illumina”, dunque, poiché “Egli finalmente l’aveva trovata” (nota 9), e “la illumina nella cecità” (nota 10) facendole «chiudere gli occhi a tutte le cose del mondo affinché li tenga ben aperti per comprendere la verità» (nota 11). In quel “batter d’occhio” (nota 12) Teresa infatti scopre che contemplare se stessi significa rimanere ciechi: «[…]Mi parve allora che ciò richiamasse l’immagine di una spugna, quando s’imbeve e s’impregna d’acqua: così la mia anima mi sembrava riempirsi di quella divinità, e in certo modo, godere delle tre Persone che aveva in sé. Udii anche queste parole: “Non cercare di chiudere me in te, ma cerca di chiudere te in me”» (nota 13). Una testimonianza inoltre, quella di Teresa, di una presenza al “femminile” (nota 14) di un “cristianesimo in atto” fondato sul volto materno del divino: la Madonna (nota 15), quella che il Cristo chiama Donna (Gv 19, 26), la Donna dell’“ora” (il grande tema del Vangelo di Giovanni) che anticipa quello della redenzione (Gv 2, 1-10), la Donna che, come nuova Eva, è il culmine della creazione e compagna dell’uomo e che è manifestazione massima della bellezza della donna che si diffonde come profumo di nardo in tutto il mondo (Gv 12, 4-5) e segno-vertice dell’autentica femminilità cristiana (nota 16). Dolce e forte, mite e autonoma, la contemplante (Luca 10, 39), ha in sé tutte le migliori virtù: trepidazione, moderazione e prudenza (Luca, 1, 29) e inoltre obbedienza (Luca 1, 38). E l’Incarnazione del Cristo passa per il “consenso” di Maria: in Lei la femminilità è immessa nel cuore stesso della redenzione e vi trova il suo autentico luogo teologico e ontologico: la Madonna che, con il Magnificat (che forse è anche già canto per il dolore del Figlio sulla Croce) (nota 17) esulta per il dono della salvezza ma insieme rifiuta la potenza, la presunzione, l’autosufficienza (è l’umile esaltazione dei poveri di spirito, di piccoli, di coloro che credono), e il “muoio perché non muoio” del titolo di questa conversazione è riconoscimento di tutto questo! “Muoio perché non muoio”: appunto! Che è consapevolezza di ciò che è il mondo: non autosufficiente, non potente e dunque mancante pur essendo stato “graziato” dal Principio. Pertanto “non affannatevi” (Matteo 6, 25-34), come dice per ben sei volte il Cristo nel Discorso della montagna: anzi il suo sguardo si posa con molta poesia sui voli degli uccelli nel cielo, si china sui gigli del campo e sull’erba dei prati, vedendo in essi la mano del Padre che nutre e sostiene le sue creature. Perciò «Non si esalta Signore il mio cuore, non si levano superbi i miei occhi, non cammino verso cose grandi o per me prodigiose. Io invece ho l’anima distesa e tranquilla. Come un bimbo svezzato in braccio a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima Mia» (Salmo 131). Credo che il senso del “muoio perché non muoio” possa ricondursi ad un’immagine del Salmo citato: al picco rupestre dell’orgoglioso che sfida i cieli, la pianura dell’umile (il grido dell’umiltà del “muoio perché non muoio”) ha l’anima distesa. Distesa e fiduciosa è infatti Teresa nelle braccia della Madonna, la “donna” Teresa che pur essendo nobildonna castigliana del 1500 (nota 18) e, come ebbe a dire un Nunzio Apostolico, “una femmina inquieta e vagabonda”, è “profetessa” (nota 19) e come tale “sapiente” (nota 20) e “contemplante”: «La contemplazione indica la costruzione di un “templum”, di un tracciato quadrato diviso da due rette orientate verso i punti cardinali e intersecatesi al centro» (nota 21). Ecco perché alla “via del silenzio”, alla Parola, a Cristo e allo Spirito, «che passa come brezza primaverile che fa fiorire la vita e schiude l’amore e come uragano che solleva le energie addormentate», si associava in Teresa e nella sua vita “l’altro”, la storia, la testimonianza. In ciò consiste il suo essere “santa”, ben “sapendo” che la santità entra nel profano e lo feconda senza sacralizzarlo o snaturarlo! Infatti è la Teresa “testimoniante” che nel 1500 si adopera con energia per far si che le anime possano osservare i consigli evangelici con ogni possibile perfezione: con questo pensiero si applica alla riforma (nota 22) del suo Ordine disseminando ovunque i suoi meravigliosi Carmeli (nota 23) per saziare il suo ardore apostolico, ardore interiore su cui si fonda quello esteriore: i suoi monasteri devono essere belli come lo è il monte Carmelo (nota 24) nel paesaggio arso della Terra d’Israele. Infatti i pendii di questo monte erano un tempo ricoperti di foreste e il verde degli alberi si fondeva ai toni rossastri delle rocce: «Il tuo capo svetta su di te come il Carmelo - recita l’elogio dell’amata nel Cantico dei cantici- e i riccioli della tua chioma sono come porpora». Non ancora contenta, medita di introdurre la Riforma anche tra gli uomini e ci riesce magnificamente mediante San Giovanni della Croce che in Durvelo fonda il primo Convento di Carmelitani Scalzi (1568) il cui obbligo, oltre la Regola comune con le Monache, sarà quello di occuparsi nell’apostolato esteriore. Senza apostolato interno, però, non c’è apostolato esterno, che vuol dire che senza la “cura” di sé e del più profondo “intimo dell’intimo”, non c’è vera testimonianza di Bellezza, Bontà e Verità!


L’esperienza mistica del Cristo

La cura dell’ “intimo dell’intimo” avviene e prolifica nella solitudine “beata” cui Teresa “è affezionata” (nota 25) fin dall’infanzia, spesso a letto a causa di una malattia inspiegabile che le tornerà più volte lungo il sentiero della vita e da cui ella trae sempre maggiore forza! La vita di Teresa sarà sempre “bruciata” dalla “febbre”, in cui ella vedrà anzi il maggiore sostegno di Dio: Dio infatti non protegge l’uomo da ogni dolore ma lo sostiene in ogni dolore. Teresa questo lo “sa” e in tutta la sua opera si “sente” il grido di sofferenza, un grido che è mosso da una sperimentazione di allontanamento dal Cristo e insieme da una “brama” di tornare a Lui e che le fa scrivere che “todo es nada, solo Dios basta”. Qui forse è tutta l’esperienza “cristiana” di questa donna: una esperienza di lotta (nota 26) con Dio stesso, lotta aperta con la vita, che a volte le appare come estremamente lontana dal Cristo, lotta aperta con il “male” più profondo (che la fa precipitare da una scala, che l’assale in un combattimento), lotta con sé stessa (nota 27), una lotta aperta con l’eresia luterana, una lotta aperta con la stessa sofferenza (la morte della madre (nota 28) all’età di dodici anni, la strana malattia), lotta con le “tentazioni” umane troppo umane anche da dietro la grata. Il suo stesso pregare perciò è lotta, da cui si esce come Giobbe o come il Giacobbe biblico (Genesi 32) non indenni ma feriti (nota 29). Similmente a quanto accade nella vita: «Così ogni giorno torno a casa sconfitto. Eppure non mi resta che pregare e pregare in ogni tempo» (nota 30). O soffrire, e pregare dunque, o morire, allora: e Teresa fa sue allora le parole di Meister Eckart che affermava:«Nulla sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver sofferto, nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più della sofferenza (nota 31) ma nulla di fronte a Dio abbellisce l’anima più dell’aver sofferto». Anzi non vi è opera di Dio che non sia contrassegnata dalla Croce. Ma perché? Più volte leggendo la Vita viene da chiedersi: Perché tanto dolore e tanta sofferenza?, e veramente la domanda possiede più forza che la risposta non contiene più: Perché più soffro e più gioirò (nota 32). Un soffrire quello di Teresa fisico e non solo vissuto fino in fondo, soffrire di cui testimone è Maria, la “Madre di Dio”: «[…] appena risorto si era mostrato a nostra Signora perché ne aveva gran bisogno. Il dolore la teneva così assorta e alienata, che non riusciva a tornare in sé neppure per godere di quella gioia. E da ciò capii qualche cosa di quella mia trafittura, benché assai diversa da quella della Vergine. […] Il Signore stette con lei molto tempo, essendo ciò necessario per consolarla» (nota 33). Soffrire di cui è testimone il Cristo, un Dio che soffre e che muore, che è “kenosi” massima della propria divinità sulla Croce dove “urla” addirittura l’abbandono del Padre (Salmo 21) ma da dove, nel dolore più estremo, “abbraccia il mondo” (nota 34)! “Voglio patire Signore perché patiste pure voi” (nota 35). Anche la sofferenza di Teresa è fatta di grida, di sfoghi di suppliche quale è appunto il “muoio perché non muoio” urlato dalla sua anima ardente, sottoforma di poesia (nota 36), che non sa più vivere lontana da Dio: «Io so di una persona che, pur non essendo poeta, improvvisava strofe molto espressive nelle quali manifestava la sua pena» (nota 37). Teresa non si sente poetessa ma forse sa che la poesia è una “grande signora alla quale bisogna pienamente dedicarsi” (nota 38) perché è uno dei mezzi con cui “lottare” (nota 39). Ed è una poesia «semplice e povera, che garantisce al linguaggio una sua trasparenza» (nota 40) proprio perché tale! Il suo è dunque un pensare “nella sofferenza”, addirittura “agonizzante”che sperimenta la pena di essere “separata dal suo bene” (nota 41). Eppure ella è disposta per tutta la vita a essere moribonda, ben sapendo che è la morte la vera vita: anzi ella è disposta a essere moribonda (in estasi) per tutta la vita, poiché è come l’“essere crocifissi” del Cristo: «Dico solo che l’anima sembra appunto in questo stato, perché non ha conforto dal cielo in cui ancora non abita, e non ne vuole dalla terra su cui ormai non si trova più: è come crocifissa tra la terra e il cielo, e soffre senza essere soccorsa da alcuno» (nota 42). Qui risiede l’esperienza mistica del Cristo di Teresa (nota 43), nel viver la sua umanità fino in fondo nell’attesa più prossima del Padre: infatti così come il Cristo vive anche sulla Croce la Speranza, “a te gridarono e furono salvati” (Salmo 21, 4), Teresa attraverso quel grido mostra anche il gaudio che quella pena le dà (nota 44), poiché “più soffro e più gioisco”. Tenere presente di essere in uno stato di limitatezza perenne: solo così si può veramente capire il senso della morte e della vita, allora! Essere moribondi, come si sente Teresa nell’“estasi” (nota 45), significa allora vivere il nulla della vita e tenere presente la vera vita e questo significa riscattarlo già nel solo essere della coscienza che se ne ha. La vita di quaggiù è morte e la morte è vita: e l’essere moribondi ci dà il senso di entrambi (è un altissimo pensare, che come tale è dialettico!). Solo dopo questa esperienza “estatica” si possono scrivere allora cose simili:

«Vivo, eppur non vivo in me,
aspettando sì alta vita,
che mi è morte il non morire» (nota 46)

E ancora:

«Questo carcere divino
dell’amore con cui vivo,
fatto Dio di me prigione,
reso ha libero il mio cuore;
e per me è una tal passione
vedere Dio di me prigione,
che mi è morte il non morire»

È però nella prigione dell’essere uomini, a sua immagine e somiglianza, in una somiglianza che esprime una dipendenza strutturale dell’uomo dal suo Principio, che si scopre il vero valore della Libertà e dunque del Principio stesso! È nella bassura della valle che si scopre il valore dell’altezza, è nell’esperienza della vita, che è sofferenza di per sé stessa, in quanto “lontananza” dal Principio, che si scopre il valore dell’al di là della vita! Questo è un pensare nell’umiltà alimentato da quel “desiderium gratiae” (che è già “status gratiae”), che in Teresa non si esaurirà mai nel corso della vita: «È lunga la strada di questo cammino, dimora penosa, esilio assai duro» (nota 47), ma la pazienza è la maggiore delle virtù per Teresa. Pertanto la vita di Teresa è fondata su un’attesa, l’attesa di Dio come scrive con Simone Weil, altra grande mistica del Novecento, che “è più pesa dell’acciaio”. Ma la sua attesa non è un aspettare, ma un cercare “un già trovato”: è un’attesa frutto di un “posizionarsi”, di uno “stare” che è movimento. «Ci costerebbe caro se potessimo cercare Dio solo dopo essere morti al mondo. Non era morta la Maddalena né la samaritana (bellezza trepida e affascinata, Gv 4, 11-26 che l’amore di Cristo e per lui rende sua prima testimone Gv 4, 28-9) né la Cananea quando lo trovarono (bellezza umile e coraggiosa, Mt 15, 22-28)» (nota 48). Questa è dunque la sua esperienza umana, che è si esilio necessario ma in cui lei è testimone di tutta la sua umanità, come ha fatto il Cristo e di cui “gioia è appunto la Croce” (nota 49).


Le lacrime oranti

La sofferenza (e la gioia) di Teresa è fatta di grida, ma come quella del Cristo, anche di lacrime (che sono come “parole” liquide e che forse dicono di più di “parole” scritte o “orali”): si pensi a quelle da lei versate di fronte al Cristo sulla Croce: «Entrando un giorno in oratorio i miei occhi caddero su una statua […]. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe che rappresentava quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo a quelle piaghe, che mi parve mi si spezzasse il cuore. Mi gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime[…]» (nota 50) Sono dunque “lacrime di dolore” (nota 51): bellissimo il Salmo 56, 9, che Teresa non cita esplicitamente (nota 52) ma che al suo pensare riconduce:«Il mio errare tu, o Signore, lo registri, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli: non sono esse nel tuo libro?» (nota 53). Anche il Cristo ha pianto e piange: e le lacrime dell’uomo che spesso piange di nascosto, come Teresa e in “silenzio” come il Cristo sul monte degli Ulivi, e che sembrano cadere nella polvere per dissolversi, sono raccolte dal Pastore supremo nel suo otre, conservandole come in uno scrigno, quasi fossero realtà preziose come lo è l’acqua custodita in quel contenitore. Nell’otre della vita e nel libro della storia Dio dunque raccoglie e registra tutta la sofferenza umana! (nota 54) Il Signore dunque «tergerà ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né lutto, né lamento, né affanno» (Apocalisse 21,4; Isaia 25,8) e il Cristo proclamerà allora compiuta la sua beatitudine: «Beati voi che ora piangete perché riderete.[…] Beati gli afflitti perché saranno consolati» (Luca 6,21; Matteo 5,4). Qui acquista tutto il senso il dolore per Teresa! Dunque Teresa si “rappresenta Gesù nel suo interno, specialmente in quei tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo, e mi pareva di trovarmi meglio. Mi sembrava che essendo solo ed afflitto, mi avrebbe accolta più facilmente, come persona bisognosa di aiuto” (nota 55). E pensava al sudore e all’afflizione che vi aveva sofferto! «L’anima si immagini di essere innanzi a Gesù Cristo, conversi con lui, cerchi di innamorarsi della sua Umanità, tenendolo sempre presente. Gli chieda aiuto nel bisogno, pianga con lui nel dolore, si rallegri con Lui nella gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità, e tutto questo senza andare in cerca di preghiere studiate, ma con parole semplici, intonate ai suoi desideri e alle sue necessità» (nota 56) Le sue lacrime di dolore diventano perciò, lacrime “oranti”, per volere del “Signore del giardino”, che è stato capace di «trasformare un letamaio così sudicio e maleodorante in un giardino di fiori tanto belli» (nota 57),: orante è l’uomo che, per volere di Dio, si riconosce in amicizia “con” Cristo che è il Figlio del “Signore del giardino” e “primo giardiniere”. Il giardino deve rimanere bello come il “bel pastore” (nota 58), che in quanto bello irradia splendore e che è anche buono: “Contemplatelo e sarete raggianti” (Salmo 34, 6). Dio allora, sradica “le erbe cattive e pianta quelle buone” e affida all’uomo la “cura” del giardino che è il mondo “nuovo”: l’uomo a sua volta in qualità di “giardiniere” ha l’obbligo di procurare, con l’aiuto del Principio, che quelle piante crescano, le «deve perciò innaffiare affinché non inaridiscano, e cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per ricreare il Signore. Allora Egli verrà spesso a riconfortarsi e trovare le sue delizie fra quei fiori di virtù» (nota 59). Il Cristo è dunque il primo giardiniere, che per primo “patì” e in cui Dio si compiace, perché Egli, dal Principio non si è dimenticato dell’uomo, nemmeno nel dolore più profondo e insieme nella gioia più profonda (in procinto di salire al Cielo): per questo il mondo non va disprezzato, e quindi il “Creatore prima dei rapimenti si deve sempre cercare attraverso le creature” (nota 60). Perciò è Egli con la sua “Umanità sacratissima” a dare all’uomo dignità oltre che sostegno! L’uomo, così “indiato”, allora si raccoglie in sé stesso per proiettarsi oltre sé stesso, come “api prudenti” (nota 61) intente con tutta la loro perizia a fare il miele: inizia così il vero cammino dell’uomo, che è un cammino sublime, in cui « [mi] sento invadere d’improvviso da un sentimento così vivo della divina presenza, da non poter in alcun modo dubitare essere Dio in me e io in Lui» (nota 62). È uno stato di “grazia”, che è la Rivelazione (disvela lo stato originario della chiarità edenica) e che riporta la persona alla socievolezza originaria e riapre davvero alla possibilità di un’esperienza totalizzante in cui la persona accede a un conoscere che coinvolge intelligenza, volontà, sensibilità e si rivolge a se stessa, agli altri al mondo col criterio di un amore che è Principio stesso entro cui si percepisce. socievolezza originaria. Qui è l’ascesi come apertura alla “mondanità vera”: ne dà prova Teresa socievolissima e aperta a una comunione universale, tanto che chiamava il suo Carmelo “piccolo collegio di Cristo” e vi diede una finalità apostolica! Teresa si trova così immersa nella teologia mistica o meglio, come lei stessa scrive, nella “mistica teologia” (nota 63): «Dio sospende l’esercizio dell’intelletto; Dio lo sospende e non noi[…]: perché se lo facciamo da noi stessi rimaniamo freddi, incapaci non solo di contemplazione ma anche di meditazione. Se invece è Dio che lo sospende, gli dà insieme di che occuparsi e rimanere rapito, facendogli intendere più verità nello spazio di un Credo che non ne possa intendere con ogni sua industria nel periodo di molti anni. Ma pretendere di occupare da noi stessi le potenze dell’anima […]» è sproposito grande e mancanza di umiltà (Vita, cap 12, 5, p. 125) (nota 64). Siamo di fronte ad un “pio assenso”, a quel “si” pronunciato da Maria (Luca 1, 38), che è «consapevolezza della pienezza di un piano di coscienza che supera appunto quello conoscitivo come la densità del mistero supera ogni umana possibilità di approccio» (nota 65), pur essendo preceduto da una perplessità, una domanda e un dialogo. Pertanto è una risposta consapevole e forte che libera la gioia di una adesione convinta: «per ogni autentico credente e pensante, l’intera filosofia, si esaurisce nello sforzo di dare voce adeguata e persuasiva all’umiltà della fede testimoniata nelle parole di Maria» (nota 66).

[continua]


NOTE

1 Cfr. S. Teresa di Gesù, Opere. Vita di Santa Teresa di Gesù (scritta da lei stessa), Postulazione generale O.C.D, 8 edizione, Roma, 1985, Si citerà questa opera indicando Vita insieme al capitolo e il relativo paragrafo.  Anche le altre opere citate faranno riferimento a questa edizione e saranno citate solo con il loro titolo, e realtivi capitoli e paragrafi.
2 Vita  1, 4.
3 Vita, 6, 9.
4 Vita, 12, 5. Vero capolavoro di Santa Teresa, la Vita è il libro della Presenza di Dio in lei e della presenza di lei in Dio: si tratta di una confessione, da cui forse si snoda tutta l’opera di questa pensatrice. Basti pensare infatti che Castello interiore o Mansioni è la riproposizione della sua Vita che era stata sequestrato dall’Inquisizione. Preceduta da tre relazioni precedenti (una andata perduta, la seconda confluita nella terza) Teresa la invia nel 1565 a Padre Garcia de Toledo che gliela aveva ordinata (questi era il suo confessore dopo che in seguito alla prima relazione era stata intesa come mossa dal demonio: la stessa Teresa aveva chiesto una perizia a sé medesima non sapendo se le sue grazie provenivano da Dio o dal maligno!). La Vita viene denunziata all’Inquisizione dalla principessa d’Eboli come libro pieno di visioni, rivelazioni e dottrine pericolose: ma il tribunale non lo giudica negativamente, anzi lo approva scrivendo che “contiene una dottrina sicura, vera e di grande vantaggio”. Il libro però non fu mai restituito: uscì dall’Inquisizione nel 1587, e poi Filippo II lo volle nella sua Biblioteca dell’Escorial.
5 Vita 9,8
6 La “illuminazione” più profonda risale all’età di 38 anni: ricordo che ella era entrata a 21 anni nel monastero dell’Incarnazione di Avila ed era stata consacrata un anno dopo.
7 Vita 9, 8.
8 Vita 9, 7.
9 Vita 9,8.
10 Vita 7, 2.
11 Vita 20, 29.
12 Vita, 14, 5.
13 Relazioni spirituali, 18.
14 Cfr Cammino di perfezione, cap. 1.
15 Ricordo che ella da sempre si è affidata alla Madonna e precisamente fin dalla morte della madre avvenuta quando aveva solo dodici anni: «Appena ne compresi la gran perdita, mi portai afflitta ai piedi di una statua della Madonna e la supplicai con molte lacrime a volermi fare da madre.[…] Ella infine mi fece sua» (Vita, 1, 7).
16 Si rimanda a T. Moretti-Costanzi, La donna angelicata e il senso della femminilità nel Cristianesimo. La terrenicità edenica del Cristianesimo e la contaminazione spiritualistica ( a cura di E. Ghini), Armando, Roma, 2000. Si sottolinea qui la bellissima e penetrante introduzione della curatrice Emanuela Ghini carmelitana scalza nel monastero “Santa Teresa” di Savona e per circa un decennio scolara del Moretti-Costanzi.
17 Mi piace qui rimandare alla Natività del Pinturicchio conservata a Spello (PG) in cui sul capo del Cristo bambino nel presepe compare già la Croce.
18 Teresa ancora bambina sentì tutto il fascino dei “libri  di cavalleria” che la madre amava leggere; tuttavia furono “la causa di ogni mio male” perché «innamoratami di quelle letture cominciai a raffreddarmi nei miei buoni propositi e a mancare in molte cose» e «cominciai a vestirmi con ricercatezza e a desiderare di comparire» (Vita 2, 1)
19  Il termine è qui da intendersi  non come una colei che annuncia o prevede il futuro ma come una donna che vive profondamente il presente riconoscendone i tratti testimoniali di una presenza eterna e che dunque, come scrive Dante, riconosce un andare “all’etterno dal tempo”.
20  Mi piace tantissimo l’espressione di Filone d’Alessandria dove la «sapiente è la [donna] da crinale capace di testimoniare i valori ultimi della fede inserendoli come fermento nei valori “penultimi” della storia».
21 Sono splendide parole di un mistico contemporaneo, Giovanni Vannucci nato a Pistoia nel 1913, e morto nel 1984, dell’Ordine dei Serviti e intimo amico di David Maria Turoldo, fondatore di un eremo nascosto nel Chianti (alle Stinche precisamente). Credo che in lui e nelle sue parole, che Teresa vive, si compia la parabola del vero mistico che è nel mondo anche se non è del mondo:«Uno dei luoghi comuni più stolti e funesti è che la preghiera sia alienazione, fuga “mundi”, “abdicazione delle proprie responsabilità”…Chi parla così è gente che non sa nulla di cose spirituali: che se c’è un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario, se c’è un uomo pericoloso, questi è l’uomo di autentica fede e di vissuta preghiera». D. M..Turoldo, Pregare, mondatori, Milano, 2004. Per il mistico G. Vannucci cfr, M. Orlandi, Giovanni Vannucci, Romena, Pratovecchio (Arezzo), 2004.
22 La riforma del Carmelo consiste nell’obbligo alla clausura, alla preghiera e alla mortificazione. All’ufficiatura del coro  le monache faranno seguire due ore di meditazione giornaliera. Ai digiuni ecclesiastici, inoltre, si aggiunge l’astinenza perpetua dalle carni, più una lunga quaresima da metà settembre a Pasqua. Capri emissari di delitti non commessi, esse dovranno consumare la vita in olocausto di gratissimo odore per i fratelli traviati attuando così quella forma di apostolato che è forma essenzialissima e indispensabile senza la quale l’apostolato esteriore è di nessuna efficacia! Il primo monastero nasce ad Avila  il 24 agosto nel 1562 e ne seguiranno via via altri sedici disseminati in vari punti della Spagna.
23 Alla Signora del Monte Carmelo, nel 1537, Teresa si era consacrata dopo che nel 1536 aveva indossato il saio monacale delle Carmelitane dell’Incarnazione di Avila.
24 La parola “karmel” significa in ebraico “giardino”, o “vigneto” e ad essa sarà legato tutto il “pensare” teresiano.
25 Vita 6, 4
26 Lotta che è essa stessa sofferenza dello svolgerla e del viverla.
27 Vita 7, 17 e 8, 2. La sua lotta interiore è veramente forte nel momento in cui deve decidere se farsi monaca o no, se deve abbandonare la famiglia dunque e a quale ordine consacrarsi.
28 Così scrive Teresa della madre tanto amata: «Bellissima, mite, grande intelligenza, coronò la sua vita con una morte veramente cristiana» Vita 1, 1.
29 VI Mansione, 11, 2.
30 D.M. Turoldo, Pregare, Mondadori, Milano, 2004.
31 Si rimanda al momento di uscita dall’”estasi” di Teresa con “le mani slogate e indolenzite”. Cfr.  Favori celesti, 15.
32 Vita  4, 2.
33 Favori celesti  15, in Relazioni spirituali. Le Reazioni spirituali sono il compimento della Vita , poiché raccolgono tutti gli appunti scritti da Teresa negli ultimi diciassette anni della sua vita, cioè dal 1565, data della fine della Vita, al suo “dies natalis” 4 ottobre del 1582. Esse raccolgono “ i favori” di cui Dio la grazia “per lei e per gli altri” e nella edizione ufficiale delle sue opere sono divise in due categorie: le Relazioni propriamente dette inviate da Teresa ai suoi confessori  e il racconto più saltuario delle grazie che il Signore le faceva e che sono appunto i Favori celesti.
34 Mi piace fare qui riferimento al Cristo della Crocifissione del Tintoretto presso l’Accademia di San Rocco a Venezia,  che sembra , come è,  “abbracciare” la Madonna ai suoi piedi e il mondo tutto dalla Croce.
35 Vita 11, 12.
36 Nel corso della sua vita Teresa ha scritto molte poesie di cui solo trentuno però sono sottoposte a revisione critica e dunque a leui attribuibili:le poesie sono dunque i testi di lei meno studiati in quanto manca una revisione critica per stabilirne la reale paternità. Noi qui ci rifacciamo all’edizione critica delle Opere e al relativo ordine delle poesie fissato da padre Silverio di S. Teresa.
37 Sembra che l’abbia composta uscendo dall’estasi dolcissima avuta in  Salamanca dopo aver udito il canto Questi occhi miei ti vedano il martedì di Pasqua del 1571 (cfr. Castello interiore, Mans. VI, cap. 11 e Favori celesti, 15) in cui «al solo udire una parola su prolungarsi della vita, quella pena l’assalì con tanta violenza da trarla completamente dai sensi».
38 K. Woytila, Le poesie giovanili. Cracovia, primavera-estate 1939, Studium, Roma 2004.
39 Cfr. K. Woytila, op. cit., in particolare il seguente salmo:E quando Davide giunse alla sua terra madre: «Lotto con il canto, o madre. Sempre mi abbatte questa bufera…».
40 Cfr. il grande mistico contemporaneo Divo Barsotti fondatore della Comunità dei Figli di Dio a Settignano in provincia di Firenze con il suo testo: Con parola umana.
41 Castello interiore, VI Mansione, 11, 5.
42 Vita 20, 11.
43 È per questo che per esternare al “Diletto” in tutti i modi possibili l’intensa fiamma che l’arde Teresa arriva a scrivere che c’è un punto in cui le parole non bastano, ci vogliono le opere; ma poi non bastano nemmeno le opere, ci vuole qualcosa di più intimo, ci vuole del sangue per meglio assomigliarsi al Diletto che con il sangue ha sposato l’umanità: sangue delle vene o sangue del cuore, dolore e sofferenza! Senza il sangue non si dà redenzione e non si può aiutare il Diletto nel propagare nelle anime i benefici della redenzione.
44 Cfr. Vita 16, 3.
45 Per quanto riguarda l’“estasi” e i quattro “modi di orazione” rimando alla II parte del mio contributo.
46 Teresa canta la morte mistica dunque riprendendo pensieri paolini da lei intensamente vissuti. Infatti il titolo, Aspirazioni di vita eterna (e in particolare un verso: “vivo infatti del Signore”) fa riferimento alla Lettera ai Galati 2,20, ed è stata composta forse nel 1572 (1571). È l’anno in cui anche San Giovanni della Croce stende una poesia ispirata alla stessa lirica e intercalata dallo stesso ritornello: «Muero porque no muero».
47 Lamenti dell’esilio, Poesia 7.
48 Scrive così infatti nel Vejamen in risposta al padre Giovanni della Croce.
49 Alla Croce, Poesia 18.
50 Vita 9, 1.
51 Vita 9, 8.
52 Il Salterio è uno dei testi cardine per il pensare di Teresa insieme all’Imitatio Christi, alle Lettere  di San Gerolamo (“le danno la forza per diventare monaca”), il Terzo abbecedario di Francesco de Osuna (“nel quale si trattava dell’orazione di raccoglimento…quel libro mi giovò assai, e risolvetti di fare il possibile per seguire il metodo che mi indicava”Vita, 4,7), oltre alle Confessioni di S. Agostino.
53 È paradossale il fatto che in senso stretto nei Vangeli Gesù non rida mai - anche se la gioia è tutt’altro che assente - ma che certamente pianga. Gesù piange dal monte degli Ulivi sul destino imminente di Gerusalemme votata alla distruzione romana del 70 (“vedendo la città pianse su di essa” Luca  19,41).
54 Sul significato delle lacrime nella Bibbia si rimanda a C. Chalier, Trattato delle lacrime, Queriniana, Brescia, 2004. Cfr inoltre il bellissimo testo letterario-artistico-musicale: J.L. Charvet, L’eloquenza delle lacrime, Medusa, Milano, 2001.
55 Vita 9, 3.
56 Vita, 12, 2.
57 Vita 10, 9.
58 Si rimanda al Vangelo di Giovanni 10, 11.
59 Vita 11, 6.
60 Vita  22, 8.
61 Vita 15, 6.
62 Vita 10, 1.
63 Vita 10, 1.
64 Mi fa impressione ciò che dice Bossuet: «Santa Teresa vale in mistica quanto Sam Tommaso in dommatica».
65 T. Moretti-Costanzi, La Donna angelicata e il senso della femminilità nel Cristianesimo, a cura di E. Ghini, Armando, Roma, 2000, p. 24.
66 E. Mirri, Parole di commiato da Teodorico Moretti-Costanzi, in AA.VV., Teodorico Moretti-Costanzi: un mistico cristiano nella filosofia contemporanea, a cura di L. Boscherini, Cortona, Calosci, 1995, pp. 13-16.

Anno II n.6, novembre/dicembre 2004


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