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Gian
Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa. |
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L'ESPERIENZA
MISTICA DI TERESA
La conversazione di questa sera vuole essere solo una pausa
di “condivisione” di un percorso personale, lungo un “sentiero”,
in cui forse trova testimonianza la Verità, che ha visto “incidere”
a fondo l’opera di vita di una pensatrice così alta quanto
semplice! Un percorso di vita quello di Teresa d’Avila da
“sempre” nella Verità e per la Verità, che dà il senso a lei
e a ogni creatura:«Grande la nostra impressione quando ci
occorreva di leggere che le ricompense e le pene dell’altra
vita sarebbero state senza fine».
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CONVERSAZIONI
IN LIBRERIA
«MUOIO
PERCHÉ NON MUOIO»:
L'ESPERIENZA MISTICA
DI CRISTO E DI MARIA
NEL PENSARE DI S. TERESA D'AVILA
(Parte 1)
di RAFFAELE
VERTUCCI
Teresa d’Avila: il volto femminile del “pensare”
La conversazione di questa sera vuole essere solo una pausa
di “condivisione” di un percorso personale, lungo un “sentiero”,
in cui forse trova testimonianza la Verità (nota 1), che
ha visto “incidere” a fondo l’opera di vita di una pensatrice
così alta quanto semplice! Un percorso di vita quello di
Teresa d’Avila da “sempre” nella Verità e per la Verità,
che dà il senso a lei e a ogni creatura:«Grande la nostra
impressione quando ci occorreva di leggere che le ricompense
e le pene dell’altra vita sarebbero state senza fine. Ci
fermavamo spesso in questo pensiero e godevamo di ripetere
frequentemente: Sempre! Sempre! Sempre! E così piacque al
Signore che ne rimanessi tanto impressionata da concepire
fin d’allora il più fermo proposito di non abbandonare mai
il sentiero della verità» (nota 2). Dunque la Verità è un
vivere “in persona”, è uno sperimentare poiché è un“vivere
in Lui e di Lui”, che è via, verità e vita! «Mentre scrivo
queste cose, mi pare, per vostra grazia e misericordia,
di poter dire anch’io come San Paolo, sebbene non con la
stessa perfezione: “Non son più io che vivo, ma Voi, mio
Dio, che vivete in me”» (nota 3). Quel Lui che innalza l’uomo
e che lo fa sentire veramente vivo dunque (nota 4) in quanto
tutti si è “cercati in Lui”: «Cominciando a leggere le Confessioni
di S. Agostino, mi parve di vedere in esse la mia vita,
e mi raccomandai molto a questo santo glorioso. Quando giunsi
alla sua conversione e lessi della voce che udì in giardino,
ne ebbi una così viva impressione come se l’udissi pur io,
e per lungo tempo rimasi a sciogliermi in lacrime con l’anima
travagliata da grandissima lotta. Oh la libertà che mi rendeva
padrona» (nota 5). Altissima simile espressione, e impressionante
se detta da Santa Teresa dopo circa venti anni dalla sua
consacrazione a monaca (nota 6): un percorso di vita dunque
il suo che solo dopo tanti anni le fa scoprire fino in fondo
la grandezza del suo Principio e solo dopo tante “occultamenti”
e “accecamenti” (nota 7) le fanno scrivere di essere devota
di Sant’Agostino (e della Maria Maddalena), proprio «perché
era stato peccatore. I Santi che furono peccatori […]mi
consolavano molto, parendomi di trovare in essi un appoggio,
nella fiducia che il Signore perdonasse a me, come aveva
a loro perdonato» (nota 8). È con le Confessioni che il
percorso di Teresa si “illumina”, dunque, poiché “Egli finalmente
l’aveva trovata” (nota 9), e “la illumina nella cecità”
(nota 10) facendole «chiudere gli occhi a tutte le cose
del mondo affinché li tenga ben aperti per comprendere la
verità» (nota 11). In quel “batter d’occhio” (nota 12) Teresa
infatti scopre che contemplare se stessi significa rimanere
ciechi: «[…]Mi parve allora che ciò richiamasse l’immagine
di una spugna, quando s’imbeve e s’impregna d’acqua: così
la mia anima mi sembrava riempirsi di quella divinità, e
in certo modo, godere delle tre Persone che aveva in sé.
Udii anche queste parole: “Non cercare di chiudere me in
te, ma cerca di chiudere te in me”» (nota 13). Una testimonianza
inoltre, quella di Teresa, di una presenza al “femminile”
(nota 14) di un “cristianesimo in atto” fondato sul volto
materno del divino: la Madonna (nota 15), quella che il
Cristo chiama Donna (Gv 19, 26), la Donna dell’“ora” (il
grande tema del Vangelo di Giovanni) che anticipa quello
della redenzione (Gv 2, 1-10), la Donna che, come nuova
Eva, è il culmine della creazione e compagna dell’uomo e
che è manifestazione massima della bellezza della donna
che si diffonde come profumo di nardo in tutto il mondo
(Gv 12, 4-5) e segno-vertice dell’autentica femminilità
cristiana (nota 16). Dolce e forte, mite e autonoma, la
contemplante (Luca 10, 39), ha in sé tutte le migliori virtù:
trepidazione, moderazione e prudenza (Luca, 1, 29) e inoltre
obbedienza (Luca 1, 38). E l’Incarnazione del Cristo passa
per il “consenso” di Maria: in Lei la femminilità è immessa
nel cuore stesso della redenzione e vi trova il suo autentico
luogo teologico e ontologico: la Madonna che, con il Magnificat
(che forse è anche già canto per il dolore del Figlio sulla
Croce) (nota 17) esulta per il dono della salvezza ma insieme
rifiuta la potenza, la presunzione, l’autosufficienza (è
l’umile esaltazione dei poveri di spirito, di piccoli, di
coloro che credono), e il “muoio perché non muoio” del titolo
di questa conversazione è riconoscimento di tutto questo!
“Muoio perché non muoio”: appunto! Che è consapevolezza
di ciò che è il mondo: non autosufficiente, non potente
e dunque mancante pur essendo stato “graziato” dal Principio.
Pertanto “non affannatevi” (Matteo 6, 25-34), come dice
per ben sei volte il Cristo nel Discorso della montagna:
anzi il suo sguardo si posa con molta poesia sui voli degli
uccelli nel cielo, si china sui gigli del campo e sull’erba
dei prati, vedendo in essi la mano del Padre che nutre e
sostiene le sue creature. Perciò «Non si esalta Signore
il mio cuore, non si levano superbi i miei occhi, non cammino
verso cose grandi o per me prodigiose. Io invece ho l’anima
distesa e tranquilla. Come un bimbo svezzato in braccio
a sua madre, come un bimbo svezzato è in me l’anima Mia»
(Salmo 131). Credo che il senso del “muoio perché non muoio”
possa ricondursi ad un’immagine del Salmo citato: al picco
rupestre dell’orgoglioso che sfida i cieli, la pianura dell’umile
(il grido dell’umiltà del “muoio perché non muoio”) ha l’anima
distesa. Distesa e fiduciosa è infatti Teresa nelle braccia
della Madonna, la “donna” Teresa che pur essendo nobildonna
castigliana del 1500 (nota 18) e, come ebbe a dire un Nunzio
Apostolico, “una femmina inquieta e vagabonda”, è “profetessa”
(nota 19) e come tale “sapiente” (nota 20) e “contemplante”:
«La contemplazione indica la costruzione di un “templum”,
di un tracciato quadrato diviso da due rette orientate verso
i punti cardinali e intersecatesi al centro» (nota 21).
Ecco perché alla “via del silenzio”, alla Parola, a Cristo
e allo Spirito, «che passa come brezza primaverile che fa
fiorire la vita e schiude l’amore e come uragano che solleva
le energie addormentate», si associava in Teresa e nella
sua vita “l’altro”, la storia, la testimonianza. In ciò
consiste il suo essere “santa”, ben “sapendo” che la santità
entra nel profano e lo feconda senza sacralizzarlo o snaturarlo!
Infatti è la Teresa “testimoniante” che nel 1500 si adopera
con energia per far si che le anime possano osservare i
consigli evangelici con ogni possibile perfezione: con questo
pensiero si applica alla riforma (nota 22) del suo Ordine
disseminando ovunque i suoi meravigliosi Carmeli (nota 23)
per saziare il suo ardore apostolico, ardore interiore su
cui si fonda quello esteriore: i suoi monasteri devono essere
belli come lo è il monte Carmelo (nota 24) nel paesaggio
arso della Terra d’Israele. Infatti i pendii di questo monte
erano un tempo ricoperti di foreste e il verde degli alberi
si fondeva ai toni rossastri delle rocce: «Il tuo capo svetta
su di te come il Carmelo - recita l’elogio dell’amata nel
Cantico dei cantici- e i riccioli della tua chioma sono
come porpora». Non ancora contenta, medita di introdurre
la Riforma anche tra gli uomini e ci riesce magnificamente
mediante San Giovanni della Croce che in Durvelo fonda il
primo Convento di Carmelitani Scalzi (1568) il cui obbligo,
oltre la Regola comune con le Monache, sarà quello di occuparsi
nell’apostolato esteriore. Senza apostolato interno, però,
non c’è apostolato esterno, che vuol dire che senza la “cura”
di sé e del più profondo “intimo dell’intimo”, non c’è vera
testimonianza di Bellezza, Bontà e Verità!
L’esperienza mistica del Cristo
La cura dell’ “intimo dell’intimo” avviene e prolifica nella
solitudine “beata” cui Teresa “è affezionata” (nota 25)
fin dall’infanzia, spesso a letto a causa di una malattia
inspiegabile che le tornerà più volte lungo il sentiero
della vita e da cui ella trae sempre maggiore forza! La
vita di Teresa sarà sempre “bruciata” dalla “febbre”, in
cui ella vedrà anzi il maggiore sostegno di Dio: Dio infatti
non protegge l’uomo da ogni dolore ma lo sostiene in ogni
dolore. Teresa questo lo “sa” e in tutta la sua opera si
“sente” il grido di sofferenza, un grido che è mosso da
una sperimentazione di allontanamento dal Cristo e insieme
da una “brama” di tornare a Lui e che le fa scrivere che
“todo es nada, solo Dios basta”. Qui forse è tutta l’esperienza
“cristiana” di questa donna: una esperienza di lotta (nota
26) con Dio stesso, lotta aperta con la vita, che a volte
le appare come estremamente lontana dal Cristo, lotta aperta
con il “male” più profondo (che la fa precipitare da una
scala, che l’assale in un combattimento), lotta con sé stessa
(nota 27), una lotta aperta con l’eresia luterana, una lotta
aperta con la stessa sofferenza (la morte della madre (nota
28) all’età di dodici anni, la strana malattia), lotta con
le “tentazioni” umane troppo umane anche da dietro la grata.
Il suo stesso pregare perciò è lotta, da cui si esce come
Giobbe o come il Giacobbe biblico (Genesi 32) non indenni
ma feriti (nota 29). Similmente a quanto accade nella vita:
«Così ogni giorno torno a casa sconfitto. Eppure non mi
resta che pregare e pregare in ogni tempo» (nota 30). O
soffrire, e pregare dunque, o morire, allora: e Teresa fa
sue allora le parole di Meister Eckart che affermava:«Nulla
sa più di fiele del soffrire, nulla sa più di miele dell’aver
sofferto, nulla di fronte agli uomini sfigura il corpo più
della sofferenza (nota 31) ma nulla di fronte a Dio abbellisce
l’anima più dell’aver sofferto». Anzi non vi è opera di
Dio che non sia contrassegnata dalla Croce. Ma perché? Più
volte leggendo la Vita viene da chiedersi: Perché tanto
dolore e tanta sofferenza?, e veramente la domanda possiede
più forza che la risposta non contiene più: Perché più soffro
e più gioirò (nota 32). Un soffrire quello di Teresa fisico
e non solo vissuto fino in fondo, soffrire di cui testimone
è Maria, la “Madre di Dio”: «[…] appena risorto si era mostrato
a nostra Signora perché ne aveva gran bisogno. Il dolore
la teneva così assorta e alienata, che non riusciva a tornare
in sé neppure per godere di quella gioia. E da ciò capii
qualche cosa di quella mia trafittura, benché assai diversa
da quella della Vergine. […] Il Signore stette con lei molto
tempo, essendo ciò necessario per consolarla» (nota 33).
Soffrire di cui è testimone il Cristo, un Dio che soffre
e che muore, che è “kenosi” massima della propria divinità
sulla Croce dove “urla” addirittura l’abbandono del Padre
(Salmo 21) ma da dove, nel dolore più estremo, “abbraccia
il mondo” (nota 34)! “Voglio patire Signore perché patiste
pure voi” (nota 35). Anche la sofferenza di Teresa è fatta
di grida, di sfoghi di suppliche quale è appunto il “muoio
perché non muoio” urlato dalla sua anima ardente, sottoforma
di poesia (nota 36), che non sa più vivere lontana da Dio:
«Io so di una persona che, pur non essendo poeta, improvvisava
strofe molto espressive nelle quali manifestava la sua pena»
(nota 37). Teresa non si sente poetessa ma forse sa che
la poesia è una “grande signora alla quale bisogna pienamente
dedicarsi” (nota 38) perché è uno dei mezzi con cui “lottare”
(nota 39). Ed è una poesia «semplice e povera, che garantisce
al linguaggio una sua trasparenza» (nota 40) proprio perché
tale! Il suo è dunque un pensare “nella sofferenza”, addirittura
“agonizzante”che sperimenta la pena di essere “separata
dal suo bene” (nota 41). Eppure ella è disposta per tutta
la vita a essere moribonda, ben sapendo che è la morte la
vera vita: anzi ella è disposta a essere moribonda (in estasi)
per tutta la vita, poiché è come l’“essere crocifissi” del
Cristo: «Dico solo che l’anima sembra appunto in questo
stato, perché non ha conforto dal cielo in cui ancora non
abita, e non ne vuole dalla terra su cui ormai non si trova
più: è come crocifissa tra la terra e il cielo, e soffre
senza essere soccorsa da alcuno» (nota 42). Qui risiede
l’esperienza mistica del Cristo di Teresa (nota 43), nel
viver la sua umanità fino in fondo nell’attesa più prossima
del Padre: infatti così come il Cristo vive anche sulla
Croce la Speranza, “a te gridarono e furono salvati” (Salmo
21, 4), Teresa attraverso quel grido mostra anche il gaudio
che quella pena le dà (nota 44), poiché “più soffro e più
gioisco”. Tenere presente di essere in uno stato di limitatezza
perenne: solo così si può veramente capire il senso della
morte e della vita, allora! Essere moribondi, come si sente
Teresa nell’“estasi” (nota 45), significa allora vivere
il nulla della vita e tenere presente la vera vita e questo
significa riscattarlo già nel solo essere della coscienza
che se ne ha. La vita di quaggiù è morte e la morte è vita:
e l’essere moribondi ci dà il senso di entrambi (è un altissimo
pensare, che come tale è dialettico!). Solo dopo questa
esperienza “estatica” si possono scrivere allora cose simili:
«Vivo,
eppur non vivo in me,
aspettando sì alta vita,
che mi è morte il non morire» (nota 46)
«Questo
carcere divino
dell’amore con cui vivo,
fatto Dio di me prigione,
reso ha libero il mio cuore;
e per me è una tal passione
vedere Dio di me prigione,
che mi è morte il non morire»
È
però nella prigione dell’essere uomini, a sua immagine e somiglianza,
in una somiglianza che esprime una dipendenza strutturale
dell’uomo dal suo Principio, che si scopre il vero valore
della Libertà e dunque del Principio stesso! È nella bassura
della valle che si scopre il valore dell’altezza, è nell’esperienza
della vita, che è sofferenza di per sé stessa, in quanto “lontananza”
dal Principio, che si scopre il valore dell’al di là della
vita! Questo è un pensare nell’umiltà alimentato da quel “desiderium
gratiae” (che è già “status gratiae”), che in Teresa non si
esaurirà mai nel corso della vita: «È lunga la strada di questo
cammino, dimora penosa, esilio assai duro» (nota 47), ma la
pazienza è la maggiore delle virtù per Teresa. Pertanto la
vita di Teresa è fondata su un’attesa, l’attesa di Dio come
scrive con Simone Weil, altra grande mistica del Novecento,
che “è più pesa dell’acciaio”. Ma la sua attesa non è un aspettare,
ma un cercare “un già trovato”: è un’attesa frutto di un “posizionarsi”,
di uno “stare” che è movimento. «Ci costerebbe caro se potessimo
cercare Dio solo dopo essere morti al mondo. Non era morta
la Maddalena né la samaritana (bellezza trepida e affascinata,
Gv 4, 11-26 che l’amore di Cristo e per lui rende sua prima
testimone Gv 4, 28-9) né la Cananea quando lo trovarono (bellezza
umile e coraggiosa, Mt 15, 22-28)» (nota 48). Questa è dunque
la sua esperienza umana, che è si esilio necessario ma in
cui lei è testimone di tutta la sua umanità, come ha fatto
il Cristo e di cui “gioia è appunto la Croce” (nota 49).
Le lacrime oranti
La sofferenza (e la gioia) di Teresa è fatta di grida, ma
come quella del Cristo, anche di lacrime (che sono come “parole”
liquide e che forse dicono di più di “parole” scritte o “orali”):
si pensi a quelle da lei versate di fronte al Cristo sulla
Croce: «Entrando un giorno in oratorio i miei occhi caddero
su una statua […]. Raffigurava nostro Signore coperto di piaghe
che rappresentava quanto Egli aveva sofferto per noi: ebbi
tal dolore al pensiero dell’ingratitudine con cui rispondevo
a quelle piaghe, che mi parve mi si spezzasse il cuore. Mi
gettai ai suoi piedi in un profluvio di lacrime[…]» (nota
50) Sono dunque “lacrime di dolore” (nota 51): bellissimo
il Salmo 56, 9, che Teresa non cita esplicitamente (nota 52)
ma che al suo pensare riconduce:«Il mio errare tu, o Signore,
lo registri, le mie lacrime nell’otre tuo raccogli: non sono
esse nel tuo libro?» (nota 53). Anche il Cristo ha pianto
e piange: e le lacrime dell’uomo che spesso piange di nascosto,
come Teresa e in “silenzio” come il Cristo sul monte degli
Ulivi, e che sembrano cadere nella polvere per dissolversi,
sono raccolte dal Pastore supremo nel suo otre, conservandole
come in uno scrigno, quasi fossero realtà preziose come lo
è l’acqua custodita in quel contenitore. Nell’otre della vita
e nel libro della storia Dio dunque raccoglie e registra tutta
la sofferenza umana! (nota 54) Il Signore dunque «tergerà
ogni lacrima dai loro occhi, non ci sarà più la morte, né
lutto, né lamento, né affanno» (Apocalisse 21,4; Isaia 25,8)
e il Cristo proclamerà allora compiuta la sua beatitudine:
«Beati voi che ora piangete perché riderete.[…] Beati gli
afflitti perché saranno consolati» (Luca 6,21; Matteo 5,4).
Qui acquista tutto il senso il dolore per Teresa! Dunque Teresa
si “rappresenta Gesù nel suo interno, specialmente in quei
tratti della sua vita in cui lo vedevo più solo, e mi pareva
di trovarmi meglio. Mi sembrava che essendo solo ed afflitto,
mi avrebbe accolta più facilmente, come persona bisognosa
di aiuto” (nota 55). E pensava al sudore e all’afflizione
che vi aveva sofferto! «L’anima si immagini di essere innanzi
a Gesù Cristo, conversi con lui, cerchi di innamorarsi della
sua Umanità, tenendolo sempre presente. Gli chieda aiuto nel
bisogno, pianga con lui nel dolore, si rallegri con Lui nella
gioia, si guardi dal dimenticarlo nella prosperità, e tutto
questo senza andare in cerca di preghiere studiate, ma con
parole semplici, intonate ai suoi desideri e alle sue necessità»
(nota 56) Le sue lacrime di dolore diventano perciò, lacrime
“oranti”, per volere del “Signore del giardino”, che è stato
capace di «trasformare un letamaio così sudicio e maleodorante
in un giardino di fiori tanto belli» (nota 57),: orante è
l’uomo che, per volere di Dio, si riconosce in amicizia “con”
Cristo che è il Figlio del “Signore del giardino” e “primo
giardiniere”. Il giardino deve rimanere bello come il “bel
pastore” (nota 58), che in quanto bello irradia splendore
e che è anche buono: “Contemplatelo e sarete raggianti” (Salmo
34, 6). Dio allora, sradica “le erbe cattive e pianta quelle
buone” e affida all’uomo la “cura” del giardino che è il mondo
“nuovo”: l’uomo a sua volta in qualità di “giardiniere” ha
l’obbligo di procurare, con l’aiuto del Principio, che quelle
piante crescano, le «deve perciò innaffiare affinché non inaridiscano,
e cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per ricreare
il Signore. Allora Egli verrà spesso a riconfortarsi e trovare
le sue delizie fra quei fiori di virtù» (nota 59). Il Cristo
è dunque il primo giardiniere, che per primo “patì” e in cui
Dio si compiace, perché Egli, dal Principio non si è dimenticato
dell’uomo, nemmeno nel dolore più profondo e insieme nella
gioia più profonda (in procinto di salire al Cielo): per questo
il mondo non va disprezzato, e quindi il “Creatore prima dei
rapimenti si deve sempre cercare attraverso le creature” (nota
60). Perciò è Egli con la sua “Umanità sacratissima” a dare
all’uomo dignità oltre che sostegno! L’uomo, così “indiato”,
allora si raccoglie in sé stesso per proiettarsi oltre sé
stesso, come “api prudenti” (nota 61) intente con tutta la
loro perizia a fare il miele: inizia così il vero cammino
dell’uomo, che è un cammino sublime, in cui « [mi] sento invadere
d’improvviso da un sentimento così vivo della divina presenza,
da non poter in alcun modo dubitare essere Dio in me e io
in Lui» (nota 62). È uno stato di “grazia”, che è la Rivelazione
(disvela lo stato originario della chiarità edenica) e che
riporta la persona alla socievolezza originaria e riapre davvero
alla possibilità di un’esperienza totalizzante in cui la persona
accede a un conoscere che coinvolge intelligenza, volontà,
sensibilità e si rivolge a se stessa, agli altri al mondo
col criterio di un amore che è Principio stesso entro cui
si percepisce. socievolezza originaria. Qui è l’ascesi come
apertura alla “mondanità vera”: ne dà prova Teresa socievolissima
e aperta a una comunione universale, tanto che chiamava il
suo Carmelo “piccolo collegio di Cristo” e vi diede una finalità
apostolica! Teresa si trova così immersa nella teologia mistica
o meglio, come lei stessa scrive, nella “mistica teologia”
(nota 63): «Dio sospende l’esercizio dell’intelletto; Dio
lo sospende e non noi[…]: perché se lo facciamo da noi stessi
rimaniamo freddi, incapaci non solo di contemplazione ma anche
di meditazione. Se invece è Dio che lo sospende, gli dà insieme
di che occuparsi e rimanere rapito, facendogli intendere più
verità nello spazio di un Credo che non ne possa intendere
con ogni sua industria nel periodo di molti anni. Ma pretendere
di occupare da noi stessi le potenze dell’anima […]» è sproposito
grande e mancanza di umiltà (Vita, cap 12, 5, p. 125) (nota
64). Siamo di fronte ad un “pio assenso”, a quel “si” pronunciato
da Maria (Luca 1, 38), che è «consapevolezza della pienezza
di un piano di coscienza che supera appunto quello conoscitivo
come la densità del mistero supera ogni umana possibilità
di approccio» (nota 65), pur essendo preceduto da una perplessità,
una domanda e un dialogo. Pertanto è una risposta consapevole
e forte che libera la gioia di una adesione convinta: «per
ogni autentico credente e pensante, l’intera filosofia, si
esaurisce nello sforzo di dare voce adeguata
e persuasiva all’umiltà della fede testimoniata nelle parole
di Maria» (nota 66).
[continua]
NOTE
1
Cfr. S. Teresa di Gesù, Opere. Vita di Santa Teresa di
Gesù (scritta da lei stessa), Postulazione generale O.C.D,
8 edizione, Roma, 1985, Si citerà questa opera indicando
Vita insieme al capitolo e il relativo paragrafo.
Anche le altre opere citate faranno riferimento
a questa edizione e saranno citate solo con il loro titolo,
e realtivi capitoli e paragrafi.
2
Vita 1, 4.
3
Vita, 6, 9.
4
Vita, 12, 5. Vero capolavoro di Santa Teresa, la Vita
è il libro della Presenza di Dio in lei e della presenza
di lei in Dio: si tratta di una confessione, da cui forse
si snoda tutta l’opera di questa pensatrice. Basti pensare
infatti che Castello interiore o Mansioni è la riproposizione
della sua Vita che era stata sequestrato dall’Inquisizione.
Preceduta da tre relazioni precedenti (una andata perduta,
la seconda confluita nella terza) Teresa la invia nel
1565 a Padre Garcia de Toledo che gliela aveva ordinata
(questi era il suo confessore dopo che in seguito alla
prima relazione era stata intesa come mossa dal demonio:
la stessa Teresa aveva chiesto una perizia a sé medesima
non sapendo se le sue grazie provenivano da Dio o dal
maligno!). La Vita viene denunziata all’Inquisizione dalla
principessa d’Eboli come libro pieno di visioni, rivelazioni
e dottrine pericolose: ma il tribunale non lo giudica
negativamente, anzi lo approva scrivendo che “contiene
una dottrina sicura, vera e di grande vantaggio”. Il libro
però non fu mai restituito: uscì dall’Inquisizione nel
1587, e poi Filippo II lo volle nella sua Biblioteca dell’Escorial.
5
Vita 9,8
6
La “illuminazione” più profonda risale all’età di 38 anni:
ricordo che ella era entrata a 21 anni nel monastero dell’Incarnazione
di Avila ed era stata consacrata un anno dopo.
7
Vita 9, 8.
8
Vita 9, 7.
9
Vita 9,8.
10
Vita 7, 2.
11
Vita 20, 29.
12
Vita, 14, 5.
13
Relazioni spirituali, 18.
14
Cfr Cammino di perfezione, cap. 1.
15
Ricordo che ella da sempre si è affidata alla Madonna
e precisamente fin dalla morte della madre avvenuta quando
aveva solo dodici anni: «Appena ne compresi la gran perdita,
mi portai afflitta ai piedi di una statua della Madonna
e la supplicai con molte lacrime a volermi fare da madre.[…]
Ella infine mi fece sua» (Vita, 1, 7).
16
Si rimanda a T. Moretti-Costanzi, La donna angelicata
e il senso della femminilità nel Cristianesimo. La terrenicità
edenica del Cristianesimo e la contaminazione spiritualistica
( a cura di E. Ghini), Armando, Roma, 2000. Si sottolinea
qui la bellissima e penetrante introduzione della curatrice
Emanuela Ghini carmelitana scalza nel monastero “Santa
Teresa” di Savona e per circa un decennio scolara del
Moretti-Costanzi.
17
Mi piace qui rimandare alla Natività del Pinturicchio
conservata a Spello (PG) in cui sul capo del Cristo bambino
nel presepe compare già la Croce.
18
Teresa ancora bambina sentì tutto il fascino dei “libri
di cavalleria” che la madre amava leggere; tuttavia
furono “la causa di ogni mio male” perché «innamoratami
di quelle letture cominciai a raffreddarmi nei miei buoni
propositi e a mancare in molte cose» e «cominciai a vestirmi
con ricercatezza e a desiderare di comparire» (Vita 2,
1)
19
Il termine è qui da intendersi
non come una colei che annuncia o prevede il futuro
ma come una donna che vive profondamente il presente riconoscendone
i tratti testimoniali di una presenza eterna e che dunque,
come scrive Dante, riconosce un andare “all’etterno dal
tempo”.
20
Mi piace tantissimo l’espressione di Filone d’Alessandria
dove la «sapiente è la [donna] da crinale capace di testimoniare
i valori ultimi della fede inserendoli come fermento nei
valori “penultimi” della storia».
21
Sono splendide parole di un mistico contemporaneo, Giovanni
Vannucci nato a Pistoia nel 1913, e morto nel 1984, dell’Ordine
dei Serviti e intimo amico di David Maria Turoldo, fondatore
di un eremo nascosto nel Chianti (alle Stinche precisamente).
Credo che in lui e nelle sue parole, che Teresa vive,
si compia la parabola del vero mistico che è nel mondo
anche se non è del mondo:«Uno dei luoghi comuni più stolti
e funesti è che la preghiera sia alienazione, fuga “mundi”,
“abdicazione delle proprie responsabilità”…Chi parla così
è gente che non sa nulla di cose spirituali: che se c’è
un uomo da temere, se c’è un autentico rivoluzionario,
se c’è un uomo pericoloso, questi è l’uomo di autentica
fede e di vissuta preghiera». D. M..Turoldo, Pregare,
mondatori, Milano, 2004. Per il mistico G. Vannucci cfr,
M. Orlandi, Giovanni Vannucci, Romena, Pratovecchio (Arezzo),
2004.
22
La riforma del Carmelo consiste nell’obbligo alla clausura,
alla preghiera e alla mortificazione. All’ufficiatura
del coro le monache faranno seguire due ore di meditazione
giornaliera. Ai digiuni ecclesiastici, inoltre, si aggiunge
l’astinenza perpetua dalle carni, più una lunga quaresima
da metà settembre a Pasqua. Capri emissari di delitti
non commessi, esse dovranno consumare la vita in olocausto
di gratissimo odore per i fratelli traviati attuando così
quella forma di apostolato che è forma essenzialissima
e indispensabile senza la quale l’apostolato esteriore
è di nessuna efficacia! Il primo monastero nasce ad Avila
il 24 agosto nel 1562 e ne seguiranno via via altri
sedici disseminati in vari punti della Spagna.
23
Alla Signora del Monte Carmelo, nel 1537, Teresa si era
consacrata dopo che nel 1536 aveva indossato il saio monacale
delle Carmelitane dell’Incarnazione di Avila.
24
La parola “karmel” significa in ebraico “giardino”, o
“vigneto” e ad essa sarà legato tutto il “pensare” teresiano.
25
Vita 6, 4
26
Lotta che è essa stessa sofferenza dello svolgerla e del
viverla.
27
Vita 7, 17 e 8, 2. La sua lotta interiore è veramente
forte nel momento in cui deve decidere se farsi monaca
o no, se deve abbandonare la famiglia dunque e a quale
ordine consacrarsi.
28
Così scrive Teresa della madre tanto amata: «Bellissima,
mite, grande intelligenza, coronò la sua vita con una
morte veramente cristiana» Vita 1, 1.
29
VI Mansione, 11, 2.
30
D.M. Turoldo, Pregare, Mondadori, Milano, 2004.
31
Si rimanda al momento di uscita dall’”estasi” di Teresa
con “le mani slogate e indolenzite”. Cfr. Favori celesti, 15.
32
Vita 4, 2.
33
Favori celesti 15,
in Relazioni spirituali. Le Reazioni spirituali sono il
compimento della Vita , poiché raccolgono tutti gli appunti
scritti da Teresa negli ultimi diciassette anni della
sua vita, cioè dal 1565, data della fine della Vita, al
suo “dies natalis” 4 ottobre del 1582. Esse raccolgono
“ i favori” di cui Dio la grazia “per lei e per gli altri”
e nella edizione ufficiale delle sue opere sono divise
in due categorie: le Relazioni propriamente dette inviate
da Teresa ai suoi confessori
e il racconto più saltuario delle grazie che il
Signore le faceva e che sono appunto i Favori celesti.
34
Mi piace fare qui riferimento al Cristo della Crocifissione
del Tintoretto presso l’Accademia di San Rocco a Venezia, che sembra , come è, “abbracciare” la Madonna ai suoi piedi e il
mondo tutto dalla Croce.
35
Vita 11, 12.
36
Nel corso della sua vita Teresa ha scritto molte poesie
di cui solo trentuno però sono sottoposte a revisione
critica e dunque a leui attribuibili:le poesie sono dunque
i testi di lei meno studiati in quanto manca una revisione
critica per stabilirne la reale paternità. Noi qui ci
rifacciamo all’edizione critica delle Opere e al relativo
ordine delle poesie fissato da padre Silverio di S. Teresa.
37
Sembra che l’abbia composta uscendo dall’estasi dolcissima
avuta in Salamanca
dopo aver udito il canto Questi occhi miei ti vedano il
martedì di Pasqua del 1571 (cfr. Castello interiore, Mans.
VI, cap. 11 e Favori celesti, 15) in cui «al solo udire
una parola su prolungarsi della vita, quella pena l’assalì
con tanta violenza da trarla completamente dai sensi».
38
K. Woytila, Le poesie giovanili. Cracovia, primavera-estate
1939, Studium, Roma 2004.
39
Cfr. K. Woytila, op. cit., in particolare il seguente
salmo:E quando Davide giunse alla sua terra madre: «Lotto
con il canto, o madre. Sempre mi abbatte questa bufera…».
40
Cfr. il grande mistico contemporaneo Divo Barsotti fondatore
della Comunità dei Figli di Dio a Settignano in provincia
di Firenze con il suo testo: Con parola umana.
41
Castello interiore, VI Mansione, 11, 5.
42
Vita 20, 11.
43
È per questo che per esternare al “Diletto” in tutti i
modi possibili l’intensa fiamma che l’arde Teresa arriva
a scrivere che c’è un punto in cui le parole non bastano,
ci vogliono le opere; ma poi non bastano nemmeno le opere,
ci vuole qualcosa di più intimo, ci vuole del sangue per
meglio assomigliarsi al Diletto che con il sangue ha sposato
l’umanità: sangue delle vene o sangue del cuore, dolore
e sofferenza! Senza il sangue non si dà redenzione e non
si può aiutare il Diletto nel propagare nelle anime i
benefici della redenzione.
44
Cfr. Vita 16, 3.
45
Per quanto riguarda l’“estasi” e i quattro “modi di orazione”
rimando alla II parte del mio contributo.
46
Teresa canta la morte mistica dunque riprendendo pensieri
paolini da lei intensamente vissuti. Infatti il titolo,
Aspirazioni di vita eterna (e in particolare un verso:
“vivo infatti del Signore”) fa riferimento alla Lettera
ai Galati 2,20, ed è stata composta forse nel 1572 (1571).
È l’anno in cui anche San Giovanni della Croce stende
una poesia ispirata alla stessa lirica e intercalata dallo
stesso ritornello: «Muero porque no muero».
47
Lamenti dell’esilio, Poesia 7.
48
Scrive così infatti nel Vejamen in risposta al padre Giovanni
della Croce.
49
Alla Croce, Poesia 18.
50
Vita 9, 1.
51
Vita 9, 8.
52
Il Salterio è uno dei testi cardine per il pensare di
Teresa insieme all’Imitatio Christi, alle Lettere di San Gerolamo (“le danno la forza per diventare
monaca”), il Terzo abbecedario di Francesco de Osuna (“nel
quale si trattava dell’orazione di raccoglimento…quel
libro mi giovò assai, e risolvetti di fare il possibile
per seguire il metodo che mi indicava”Vita, 4,7), oltre
alle Confessioni di S. Agostino.
53
È paradossale il fatto che in senso stretto nei Vangeli
Gesù non rida mai - anche se la gioia è tutt’altro che
assente - ma che certamente pianga. Gesù piange dal monte
degli Ulivi sul destino imminente di Gerusalemme votata
alla distruzione romana del 70 (“vedendo la città pianse
su di essa” Luca 19,41).
54
Sul significato delle lacrime nella Bibbia si rimanda
a C. Chalier, Trattato delle lacrime, Queriniana, Brescia,
2004. Cfr inoltre il bellissimo testo letterario-artistico-musicale:
J.L. Charvet, L’eloquenza delle lacrime, Medusa, Milano,
2001.
55
Vita 9, 3.
56
Vita, 12, 2.
57
Vita 10, 9.
58
Si rimanda al Vangelo di Giovanni 10, 11.
59
Vita 11, 6.
60
Vita 22, 8.
61
Vita 15, 6.
62
Vita 10, 1.
63
Vita 10, 1.
64
Mi fa impressione ciò che dice Bossuet: «Santa Teresa
vale in mistica quanto Sam Tommaso in dommatica».
65
T. Moretti-Costanzi, La Donna angelicata e il senso della
femminilità nel Cristianesimo, a cura di E. Ghini, Armando,
Roma, 2000, p. 24.
66
E. Mirri, Parole di commiato da Teodorico Moretti-Costanzi,
in AA.VV., Teodorico Moretti-Costanzi: un mistico cristiano
nella filosofia contemporanea, a cura di L. Boscherini,
Cortona, Calosci, 1995, pp. 13-16.
Anno
II n.6, novembre/dicembre 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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