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Gian
Lorenzo Bernini, Estasi di Santa Teresa. |
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L'ESPERIENZA
MISTICA DI TERESA
Teresa all’età di 38 anni nasce a “nuova” vita: ciò accade in
seguito alla lettura delle Confessioni di S. Agostino, in cui
“mi parve di vedere la mia vita”: «Quando giunsi alla sua
conversione e lessi della voce che egli udì nell’orto, mi
parve che il Signore la facesse anche a me, per quel che ebbe
a sentire il mio cuore, e rimasi per lungo tempo tutta in
lacrime, provando nel mio intimo una grande afflizione e
pena...
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CONVERSAZIONI
IN LIBRERIA
«MUOIO
PERCHÉ NON MUOIO»:
L'ESPERIENZA MISTICA
DI CRISTO E DI MARIA
NEL PENSARE DI S. TERESA D'AVILA
(Parte 2)
di RAFFAELE
VERTUCCI
L’attenzione di Teresa verso Dio: un’esperienza sempre
“viva” e “attuale”
Teresa all’età di 38 anni nasce a “nuova” vita: ciò accade
in seguito alla lettura delle Confessioni di S. Agostino, in
cui “mi parve di vedere la mia vita”:«Quando giunsi alla sua
conversione e lessi della voce che egli udì nell’orto, mi
parve che il Signore la facesse anche a me, per quel che
ebbe a sentire il mio cuore, e rimasi per lungo tempo tutta
in lacrime, provando nel mio intimo una grande afflizione e
pena. Oh mio Dio, quanto soffre un’anima nel perdere la
libertà che la rende padrona di sé e quanti tormenti
patisce! Io ora mi meraviglio di come potessi vivere in
tanta angoscia. Sia lodato Iddio che mi diede vita per farmi
uscire da una morte così funesta»1. Pertanto anche quello di
Teresa è un percorso o meglio un percorrimento di un
sentiero “con le sue croci”2, poiché è la stessa via battuta
dal Cristo, in cui lei non riesce a comprendere ciò che
legge, ciò che vive per anni: poi quando il Signore vuole,
lui che è “Imperatore”, in un attimo si capisce tutto e se
ne rimane stupiti: «Eppure in un istante mi faceva capire
ogni cosa con grande chiarezza, per cui dopo mi sapevo
manifestare così bene»3.
Dopo la lettura delle Confessioni dunque «cominciò a
crescere in me la propensione a stare più a lungo con Dio e
ad allontanarmi dalle occasioni pericolose perché, in questo
modo, subito ritornavo ad amare Sua Maestà»4. Ella si sente
graziata dalla presenza affatto ordinaria di Dio, e ne
gioisce: «Mi pareva già fin troppo buono verso di me, e fu
davvero grande la sua misericordia a mio riguardo, nel
consentire che gli restassi davanti, dopo avermi condotto
alla sua presenza, giacché ben vedevo che se egli non si
fosse adoperato a tal fine, io non vi sarei andata»5.
Finalmente, dopo tanto peregrinare, Dio trova dunque in
Teresa la “disposizione” poiché è natura di Dio essere
Amante del vivente e non padrone poiché Egli è Altro da
tutti e dunque anche Altro da Teresa: Egli è Padre e insieme
Madre(come sottolineeranno i pensatori medievali in
particolare).
In questa maniera dunque, come il Dio Padre-Madre, che è si
“Imperatore” ma che non ama l’incombere solenne di un
imperatore onnipotente che irrompe tempestoso proclamando
una presenza che umilia e impaurisce, Dio si rivela a
Teresa: è un Dio dunque che lei scopre nel suo proprio
respiro, respiro donato nella creazione insieme ad un altro
“spirito”, il respiro della sua stessa vita per cui lo si
può chiamare abba’ , cioè “padre”. Il pensiero corre
all’epifania vissuta dal profeta Elia al Sinai-Horeb
allorché Dio, scartati i segni del fulmine, della tempesta e
del terremoto ricorre al mormorìo dolce di un vento leggero
o come dice l’originale ebraico “a una voce di silenzio
sottile” (1 Re 19,12). È un silenzio parlante quello di Dio
che è “ascoltato” da chi è capace a propria volta di
silenzio, e Teresa lo è, come cercherò di mostrare: tra
Teresa e il Padre si stabilisce un legame intimo e dolce,
che lei in piena libertà decide di “coltivare” e non
infrangere, consapevole che Egli le sarà sempre accanto,
anzi sarà in lei, e con la sua grazia cercherà sempre di
farla fremere d’amore, “avvampando il [suo] cuore”. Allora «
[…] cominciai a dedicarmi di più all’orazione e ad occuparmi
meno di cose che potessero essermi di danno».
L’uomo è determinato dunque all’orazione per volere di Dio:
l’orazione che per Teresa è un “fatto di amore”6, e più
ancora «un intimo rapporto di amicizia, un frequente
trattenimento da solo a solo con Colui da cui sappiamo
d’essere amati»7, è una “salda colonna”8 su cui si può
costruire un uomo “forte” ed è insieme “la porta di
ingresso” di Dio nell’uomo. Essere oranti allora è un essere
uomini fino in fondo, nella e per la Verità, poiché pregare
è un semplice ma vero respirare, un difficile ma vero
lottare, un dolce ma vero cantare9 e un faticoso ma vero
“coltivare!” Qui davvero Teresa raccoglie tutta la
tradizione biblica e patristica che ne fa, io oso dire,
davvero una felice sintesi di “cristianesimo in atto”. «Vi
supplico mio Signore di […] poter cantare in eterno le
vostre misericordie» e “mi effondo nelle vostre lodi”10.
Riecheggia a mio avviso qui Sant’Efrem Siro che in
particolare si avvarrà degli Inni o più precisamente di
Madrash per rivolgersi alla Madonna vista sempre negli
ineffabili legami con il Figlio, per cui “è diventata umile
ed alta più che creatura”:
«La Vergine mi invita a cantare
il suo ineffabile mistero,
che tremebondo contemplo.
Figlio di Dio, dammi Tu l’aiuto
Perché, arricchendo la cetra, io dipinga
il bellissimo volto di tua Madre»11
E ancora “altissimo” Sant’Efrem si rivolge a Dio:
«Canterò per tua grazia, o Signore,
inni fioriti alla Vergine Maria,
che Madre per miracolo divenne,
serbando intatto il fiore verginale.
Sia lode a Colui che la prescelse»12.
Giustino Martire, ancora, sembra di “sentire” nella
sopracitata testimonianza di Teresa: «Veneriamo il Creatore
di questo universo e diciamo che Egli non ha bisogno di
sangue e di libagioni e di profumi come ci è stato
insegnato, e lo lodiamo, per quanto possono le nostre forze,
con espressioni di preghiera e rendimento di grazie per
tutto ciò che ne riceviamo. […] Sappiamo essergli grati,
innalzando lodi e inni per essere stati creati e per tutti i
mezzi a procurarci benessere»13.
In questo senso dunque il cristianesimo dei Padri distingue
nettamente la materialità dell’antico culto sacrificale
dalla spiritualità del nuovo sacrificium laudis cristiano.
Il quale è veramente espressione corale della fraternità
confessante e pratica musicale della parola della fede,
solidamente istruita dalla tradizione biblica della
preghiera. E senza dubbio la vocalità della lode è la forma
più adatta ad incorporare, come ci ricorda ampiamente lo
stesso Cusano, la sintesi dell’elemento spirituale e di
quello sensibile, che esprime l’ordine creaturale,
cristologicamente restituito al compimento della felice
relazione tra Dio e la creatura: «Noi cantiamo inni solo a
Dio, il Signore e al suo unico Figlio, come fanno il sole,
la luna,le stelle e tutti i cieli»14, scrive ancora Origene.
E ancora sulla “preghiera”, che è “orazione” come la intende
Teresa, Mechthild von Magdeburg scrive (sembra leggere
parole di Teresa che non si sa se conoscesse questa grande
pensatrice tedesca del 1200):
«La preghiera ha un grande potere,
quando a supplicare è una persona dotata di ogni forza.
Addolcisce un cuore amaro,
rende lieto un cuore mesto,
arricchisce un cuore povero,
rende saggio un cuore stupido,
dà coraggio a un cuore pavido,
rende forte un cuore debole,
dona la vista a un cuore cieco,
rende coerente un’anima fredda.
La preghiera attrae Dio anche nel cuore più piccolo,
ed eleva l’anima affamata alla pienezza di Dio.
La preghiera lega i due amanti, Dio e l’anima, in un luogo
beato dove parlano d’amore»15.
Il “coltivare” di Teresa, inoltre, testimonia l’essere della
Santa molto legata al libro della Genesi poiché « mi procura
molta gioia considerare la mia anima come un giardino in cui
il Signore passeggiava»16. In questo senso dunque la Vita è
un libro di esperienza (“Dirò quello che ho sperimentato”17)
che è cammino sublime in quanto qualificato dall’essere
oranti, e forse «per chi non ne fa esperienza queste cose di
orazione saranno sempre molto oscure»18. Essere oranti
significa perciò porsi in “attenzione” di Dio, di quel “Dio
del respiro” che è “ascoltato” e “accolto” da Teresa (come
cercherò di mostrare più avanti) e che trovano nel Novecento
una profonda eco nelle seguenti parole di Simone Weil:
«Quando si fa perfettamente attenzione a una musica
perfettamente bella (e lo stesso vale per l’architettura, la
pittura) l’intelligenza non vi trova alcunché da affermare o
negare. Ma tutte le facoltà dell’anima, compresa
l’intelligenza, fanno silenzio e sono sospese all’ascolto…e
l’intelligenza che non vi afferra alcuna verità, vi trova
però nutrimento». E ancora: «Cammino guardandomi intorno e
vedo un tempio: il primo effetto che ha su di me è
fermarmi[…] Davanti al tempio non penso nient’altro che al
tempio: il tempio ferma il mio cuore e la mia mente”19.
Questo arresto di ogni attività, questo silenzio, sono i
segni di uno stato “pieno”: attenzione pura, assoluta, senza
scopi e senza calcoli, teologia mistica la “definirà” Teresa
di Gesù! Ancora Simone Weil così si esprime sull’attenzione:
«L’attenzione consiste nella sospensione del pensiero, nel
lasciarlo disponibile, vuoto e penetrabile all’oggetto, a
mantenere dentro di sé, vicino al pensiero ma a un livello
inferiore e senza contatto con esso, le diverse conoscenze
acquisite che si è costretti a utilizzare[…] Ma soprattutto
la mente deve essere vuota, in attesa, non cercare niente,
ma essere pronta a ricevere nella sua verità nuda, l’oggetto
che sta per penetrarvi». E così Edith Stein20, carmelitana e
dunque vera seguace del “pensare teresiano”, che scrive
«l’attenzione è la capacità di accogliere veramente la
realtà nella sua individualità e nelle sue esigenze». C’è
un’altra vista dunque oltre a quella degli occhi ed è quella
che Teresa vive di fronte al Cristo, e il suo nome è:
attenzione; così si esprime Cristina Campo in una sua poesia
Attenzione e Poesia: «L’attenzione è il solo cammino verso
l’inesprimibile, la sola strada al mistero. I simboli delle
Sacre Scritture che per millenni hanno nutrito e consacrato
la vita si vestono delle forme più concrete di questa terra:
dal Cespuglio Ardente al Pomo della conoscenza. Davanti alla
realtà l’immaginazione indietreggia. L’attenzione invece la
penetra direttamente e come simbolo. La parola svela
istantaneamente a quale grado di attenzione sia nata»
Ci vuole un vuoto d’aria pura, di cielo limpido, che è la
mente sgombra, per vedere la Realtà. Ecco dunque che di
fronte al Cristo (il Bello) si arresta il respiro, si trema
per lo sgomento, ci si ritrova rinnovati: solo che per
accorgersi di questo potere di novità, bisogna aver
sofferto: come accade a Teresa e allo stesso protagonista di
un dramma incompiuto della Weil ancora, Venezia salva. Il
personaggio principale si rivela un giusto. Capo della
congiura che avrebbe dovuto portare alla conquista e
all’asservimento di Venezia ancora nel pieno fulgore della
sua grandezza, decide invece di sacrificarsi per salvarla.
Subirà il destino di un traditore, e condividerà la sorte
delle vittime di questo mondo. Ma avrà veduto ciò cui
restano ciechi i violenti, i vincitori: la bellezza di
Venezia.
I gradi dell’orazione
Ritornando all’orazione Teresa, una volta determinata come
“giardino” e “aiuola”21 dal volere di Dio, deve svolgere la
sua attività di “giardiniere” provvedendo a che le delizie
seminate in esso dal “Signore del giardino” crescano (anche
con l’aiuto di Dio) e quindi deve provvedere ad innaffiarle
per cercare che producano fiori di deliziosa fragranza per
“ricreare” e “confortare” Iddio. Sentirsi “giardinieri”
equivale io dico a vedere il Cristo “giardiniere”, così come
lo vede Maddalena: il che significa riappropriarsi del
proprio vissuto inteso come un ritorno a “sentirsi” immagine
di Dio, in quanto “uomini pneumatici”22.
Pertanto Teresa ci indica le varie modalità con cui si può
innaffiare il giardino tenendo ben presente in particolare
il modo diverso di procurarsi l’acqua23: « o con l’attingere
acqua da un pozzo, il che comporta per noi una gran fatica;/
o con una noria e tubi, tirandola fuori mediante una ruota
(io l’ho girata alcune volte), il che è di minor fatica del
primo e fa estrarre più acqua;/ oppure derivandola da un
fiume o da un ruscello: con questo sistema si irriga molto
meglio, perché la terra resta più impregnata d’acqua, non
occorre innaffiarla tanto spesso e il giardiniere ha molto
meno da faticare;/ oppure a causa di un’abbondante pioggia,
in cui è il Signore ad innaffiarla senza alcuna nostra
fatica, sistema senza confronto migliore di tutti quelli di
cui ho parlato»24. Simili esempi di attingimento d’acqua
servono a Teresa per illustrare i “quattro gradi di
orazione” attraverso i quali il Signore per sua bontà ha
fatto passare la sua anima. Coloro che cominciano a fare
orazione sono coloro che attingono l’acqua dal pozzo con
grande stento poiché si affaticano a raccogliere i sensi25.
È necessario che si abituino a non curarsi minimamente di
vedere o udire nulla, a stare in solitudine, come san
Gerolamo nel deserto, e devono cercare di “meditare” sulla
vita di Cristo e “in questa meditazione l’intelletto finisce
per stancarsi”. Si, perché simile orazione è soprattutto
“intellettuale”, legata cioè ad una ragione di tipo
calcolante ed essa lavora con fatica fino a quando viene
“sospesa” da Dio stesso: a quel punto essa viene potenziata
poiché si riconosce incapace di fronte al suo Principio!
Al secondo attingimento di acqua, mediante il meccanismo di
una ruota e di tubature, con cui il giardiniere può trarre
più acqua con meno fatica, e può riposarsi senza bisogno di
stare in continuo lavoro, fa riferimento l’orazione di
“quiete”, che è il secondo grado. Si tratta di una forma di
raccoglimento più intenso, di silenziosa “attenzione” alla
presenza del Signore nell’anima, unicamente per ascoltare la
sua divina parola, in cui l’“intelletto” (inteso come sopra
detto) lavora con calma e soavità, la memoria e
l’immaginazione che sono “potenze spirituali” si raccolgono
in sé insieme a tutta l’anima che «raggiunge uno stato
soprannaturale a cui in nessun modo potrebbe arrivare con le
sue forze»26. Agisce soltanto la volontà (mentre le altre
potenze sono raccolte in sé stesse anche se non si
addormentano) che «senza sapere come, resta prigioniera,
ossia acconsente ad essere incarcerata da Dio, come chi sa
bene di essere prigioniero di chi ama. Oh, Gesù e Signor
mio, come è potente il vostro amore! Esso tiene il nostro
così avvinto a sé, da non lasciargli libertà di amare in
quel momento nient’altro che voi»27. Pertanto è solo la
volontà che si unisce a Dio! Anzi essa pur essendo aiutata
dalle atre potenze spirituali a diventare capace di godere
di un bene così grande, le deve temere poiché queste a volte
«sono come certe colombe che non si accontentano del cibo
che ricevono senza fatica dal padrone della colombaia e
vanno a cercarselo altrove, ma lo trovano così cattivo che
poi tornano indietro»28. Queste facoltà infatti vanno e
vengono sperando che la volontà dia loro qualcosa di ciò che
gode: e se il Signore vuole gettare loro un po’ di cibo si
fermano, altrimenti tornano a cercarlo. E se vogliono
rappresentare alla volontà ciò che sta godendo le fanno un
danno poiché l’unione con Dio viene meno. La volontà
pertanto benché non sia del tutto immersa in Dio, gode con
tranquillità e pace della Verità che contempla, e l’anima
addirittura non osa muoversi, né vorrebbe respirare perché
ha paura di perdere quel bene. Teresa dà un’immagine ben
precisa a simile “stadio” identificandolo con la “Maria” del
Vangelo di Luca “sempre seduta ai suoi [del Cristo] piedi” e
che gli mostra il suo amore lavandogli e asciugandoglieli
con i suoi capelli29 restando dunque immersa in un “santo
ozio”30: ella infatti, come l’anima in questo stadio, gode
del “semplice contemplare” il Cristo, perciò non vorrebbe
mai muoversi né agitarsi!
Ciò dunque che l’anima non deve fare in questo grado è
cercare con la ragione calcolante molte parole per rendere
grazie di simili beni: non è necessario poiché con il
Signore ci si intende solo con il semplice muoversi delle
labbra (senza dunque che emanino suono): quale grande
esperienza mistica stiamo illustrando! E come Teresa
l’autore di questo saggio è portato a chiedersi: “ma sono in
grado di esprimere con parole scritte tutto ciò?”. Ciò che
mi preme sottolineare è, in ogni caso, che quanto sopra
illustrato riguardo a simile stato da Teresa riferito è uno
stato vissuto: “non sono io che formo concetti e li esprimo”
scrive la santa!31 Perciò la sua dottrina è dottrina
celeste, così come recita l’Oremus del dies natalis di
Teresa: “Ita coelestis eius doctrinae tabulo nutriamur”.
L’uomo, in questo grado, perciò inizia a conoscere le prime
delizie del cielo e succede allora che egli perda l’avidità
delle cose terrene perché si vede chiaramente che quaggiù
non si può avere neanche per un attimo quella gioia, «né ci
sono ricchezze, potenze, onori, piaceri che bastino a darci
un solo istante di questa gioia, essendo un godimento vero
che ci soddisfa pienamente»32. E il Signore, che “vuole che
l’anima si riconosca ignorante come è veramente innanzi a
Lui”, così volendo dà Luce a tutte le potenze dell’uomo, il
quale ripone in Lui ogni suo pensiero e ogni suo desiderio.
Molti rimangono in questo grado, “e quelle che passano oltre
sono così poche che mi vergogno a dirlo”: così poche però
non in senso assoluto, precisa Teresa, ma almeno di quelle
che lei stessa ha potuto constatare.
Il terzo grado di orazione, che è l’orazione di
“raccoglimento”, corrisponde alla terza acqua con cui “si
irriga questo giardino” cioè l’acqua corrente di fiume o di
fonte33. “Ciò costa minor fatica, benché dà un po’ da fare
immettere l’acqua nei canali”34: il giardino assume le
caratteristiche di un “vero ambiente” poiché i “fiori
cominciano a sbocciare e ad esalare il loro profumo”. Siamo
nel grado cui “mi par tutto un sogno” e in cui le potenze
spirituali (intelletto, memoria, immaginazione) sono “in
sonno”, e cioè esse pur non perdendosi del tutto non
capiscono in che modo operino. Si tratta di “una celeste
follia” nella quale si “impara la vera sapienza”: «Non so
quali termini usare per dire e spiegare questo; l’anima non
sa in tale stato cosa fare, se parlare o tacere, se ridere o
piangere: è un glorioso delirio, una celeste follia, da cui
si desume la vera sapienza, ed è per l’anima un modo di
godere deliziosissimo»35. E ancora lasciamo parlare
Teresa:«[…] l’acqua della grazia arriva alla gola, tanto che
l’anima non può né sa come andare avanti né tornare
indietro: vorrebbe godere dell’eccelsa gloria. È come uno
con la candela in mano36, cui manda poco per morire della
morte tanto desiderata. In quell’agonia sta godendo con la
maggiore gioia esprimibile: mi sembra che non sia altro se
non un morire quasi completamente a tutte le cose del mondo
e stare già godendo di Dio»37.
Anche per questo grado Teresa si serve di un’immagine
evangelica che ne illustra in maniera esemplare la qualità:
«In questa orazione l’anima può fare da Maria e anche da
Marta (così che fa quasi insieme vita attiva e
contemplativa), attendere a opera di carità, a faccende
convenienti al suo stato, a leggere, benché l’intelletto e
la memoria non siano del tutto padroni di sé e ben capiscano
che la parte migliore dell’anima è all’altro estremo»38. In
questo stato dunque anche il corpo, attraverso un’unione
oltre che “orante” anche “operante”, e dunque attraverso
quasi una conformità di intelletto e desiderio, partecipa
del gaudio derivante:« È lo stesso caso di una persona
sazia, che non ha bisogno di mangiare e sente lo stomaco
soddisfatto, in modo che non sarebbe disposta a mangiare
qualunque cibo; peraltro non così sazia che, se li vede
buoni, tralasci di mangiarli volentieri. Essa non è
soddisfatta dei piaceri del mondo, né allora li vorrebbe,
perché ha in sé chi la soddisfa; ha gioie più grandi da Dio,
desidera soddisfare i suoi desideri, godere di più, stare
con lui: questo è ciò che vuole»39. E simile godimento
seppure ancora “desiderante”, e dunque incompleto,
continuerà anche nell’ultimo grado: che è l’unione mistica e
ancora più “in alto” l’estasi!
La teologia mistica o orazione di “unione mistica”
«Mentre nel fare orazione cercavo di mettermi ai piedi di
Gesù Cristo nel modo che ho detto, e talvolta nello stesso
atto di leggere, mi sentivo invadere d’improvviso da un
sentimento così vivo della divina presenza, da non poter in
alcun modo dubitare essere Dio in me e io in Lui»40. Simile
“sentimento” Teresa lo “definisce” teologia mistica che non
è una “visione”. Infatti le visioni consistono nella
soprannaturale percezione di oggetti che l’uomo con le sue
forze naturali non può percepire. Sono di tre specie:
corporali, immaginarie, intellettuali a seconda che
l’oggetto veduto è percepito dai sensi corporei,
dall’immaginazione o puramente dall’intelletto. Dice la
Santa che in nessuno di questi tre modi le avviene di vedere
ciò che racconta. Si tratta invece di una “contemplazione
infusa” così definita da P. Aureliano del SS. Sacramento, O.
C. D:«Un’intuizione semplice di una verità soprannaturale
causata da Dio mediante il lume dei doni dello Spirito Santo
o un altro lume superiore e con l’aiuto di una straordinaria
grazia attuale». La visione infatti riguarda un oggetto
particolare, in essa può non importare la grazia ed è
concessa per un vantaggio altrui, mentre la contemplazione è
più universale, è informata dall’amore ed è concessa in via
generale per un vantaggio proprio. Pertanto «tale stato
tiene l’anima sospesa in modo tale che essa sembra tutta
fuori di sé : la volontà ama, la memoria mi pare sia quasi
smarrita, l’intelletto non ragiona (no discorre), a mio
giudizio, ma non si perde; però è inoperoso, standosene come
stupito per le molte cose che intende, perché Dio vuole che
capisca come da solo non possa intendere nulla di ciò che
sua Maestà gli presenta»41. In questo senso Teresa non si
sente una donna di intelletto, né di memoria: «Non avendo io
istruzione né formazione da dotti o da qualsiasi altra
persona[…] Se Dio mi avesse dato più capacità e memoria,
almeno con la memoria potrei giovarmi di ciò che ho udito o
letto, ma è pochissima quella di cui dispongo»42. E ancora:
«In cose celesti e concetti elevati la mia intelligenza era
così grossolana che mai e poi mai potei concepirli fino a
quando il Signore non me ne fece venire a conoscenza in
altro modo»43. Come non si sente una donna di
immaginazione:« Ero così poco capace a raffigurarmi cose con
l’intelletto che, se non si trattava di cose che vedo
realmente, non mi giovavo affatto della mia immaginazione
come accade invece ad altre persone che possono crearsi
immagini su cui raccogliersi. Io potevo pensare a Cristo
solo come uomo, ma anche così non potei mai figuramelo nella
mia anima, per quanto leggessi della sua bellezza e ne
contemplassi l’immagine, se non come chi è cieco o sta al
buio, il quale, anche se parla con una persona, e sa di
trovarsi con lei, perché ha la certezza della sua presenza,
voglio dire lo capisce e lo crede, tuttavia non lo vede».
Sembra di rileggere quelle splendide parole dello
Pseudo-Dionigi l’Areopagita: «Preghiamo per trovarci anche
noi in questa tenebra luminosissima per vedere tramite la
cecità e l’ignoranza». Teresa dunque si trova immersa in una
“ignoranza sapiente”, che è “intima unione con Cristo”: quel
Cristo che, come ci dice il Vangelo di san Giovanni, ci ha
dato una “ermeneusi”, una parola, una lettura del Mistero!
“Ignoranza sapiente” dicevo che è piena consapevolezza dei
limiti dell’ “intelletto” e perciò aperta alla ricerca e
all’”essere cercati”, al mistero appunto: «Come avvenga
questo fatto che si chiama unione e cosa sia, non so
spiegarlo. Se ne parla nella teologia mistica ma non ne
conosco i termini e neanche so intendere che cosa sia la
mente né in che differisca dall’anima o dallo spirito. Mi
sembra che sia tutt’uno, anche se l’anima talvolta esce di
se stessa come un fuoco che, ardendo, sprigiona fiamme, e
talvolta aumenta con impeto: la fiamma sale, così molto più
in alto del fuoco, ma non per questo è di diversa natura,
essendo la stessa fiamma che sta nel fuoco. Questo, le
signorie vostre, con la loro dottrina, lo capiranno, perché
non so dirne di più».44 Quanto amore e quanta passione in
queste parole: e Teresa si sente donna di “amore”,
consapevole come è che “se non avessi l’amore non sarei che
un nulla” (1 Corinzi, 13, 2) e che «l’intima essenza vitale
dell’uomo venga dall’amore[…] e che dalla sua presenza viene
il caldo, dalla sua assenza il freddo e dalla sua privazione
la morte di tutto»45. Ella “sa” che il vero senso del Cristo
è l’Amore, e cioè l’essere entrato nella storia dell’uomo,
nella carne dell’uomo “gratuitamente”, con “carità”: e
poiché dall’amore si trae vita Teresa si fida dell’ascolto
“gratuito” di un respiro offertole, “gratuitamente”, per
annunciarle una presenza: «Il modo in cui procedo
attualmente nell’orazione è il seguente: di rado quando mi
trovo in essa, posso discorrere con l’intelletto, perché
l’anima comincia subito a entrare nel raccoglimento e nella
quiete o nel rapimento in modo tale che non posso più
servirmi delle potenze e dei sensi, eccezion fatta per
l’udito, benché neppure questo mi giovi per comprendere
quello che si dice»46. L’“amore” inoltre è ricco di
“passione”:« Possiamo immaginarci un santo senza
passione[per il bene]? Possiamo immaginarci Teresa d’Avila
con tutta l’energia che mise nelle sue fondazioni
monastiche, nella sua riforma del Carmelo, ma anche nel suo
amore per Cristo, come una persona senza passione?»47.
Pertanto le basta e le “giova” per “raccogliersi” in
orazione anche solo il mondo che “patisce” e insieme
“gioisce”, la vista della campagna, dell’acqua, dei fiori
che sono il libro scritto da Dio:« Queste cose mi
ricordavano il Creatore, intendo dire che mi scuotevano, mi
inducevano al raccoglimento e mi servivano da libro»48. Come
non ricordare qui Hars Uns von Balthasar il quale scriveva
che senza la bellezza il bene non ha forza, non ha vigore:
il bene infatti non attrae, diventa soltanto una dovere
morale, una legge e nessuno obbedisce alla legge per la
legge, se non per la paura. Pertanto quando il bene non ha
il fascino della bellezza, non ha più la forza di essere
adempiuto49. Simile bellezza del mondo si offre, in ogni
caso, a Teresa perché ella riesce a guardarla con occhi
“belli”, “puri”: come lo sono gli occhi solo dei puri di
cuore, che sono i semplici, i giusti, i poveri e i bambini
che cercano Dio con cuore limpido. Costoro avranno meno
sorprese, quando saranno davanti a Lui, di tanti scribi e
sapienti che disprezzano “questa gente che non conosce la
Legge” (Giovanni 7,49). In questo senso le parole di un
grande pensatore che fu anche grande credente, Pascal, sono
illuminanti: “Due eccessi da evitare: escludere la ragione,
ammettere solo la ragione”, e questa è in pieno la teologia
mistica, che è ragione potenziata, che è pratica
dell’amicizia con Dio, di un dialogo diretto e di una
vicinanza intima e cordiale50 che rende l’uomo veramente
“umile”. Talmente umile che a partire dal capitolo 10 della
Vita è lei stessa a dichiarare al proprio confessore di non
mettere a margine dell’opera il nome Teresa perché il tutto
è “solo merito di Dio”: «Perciò non metto il mio nome né
quello di nessuno, anzi, scrivendo, farò tutto il possibile
per non essere riconosciuta: chiedo questo per amore di
Dio[…] di quel qualcosa di buono che vi fosse, se il Signore
mi darà la grazia di dirla, il merito sarà tutto suo e non
mio»51. Pertanto “non ci si innalzi finché Dio non ci
innalzi” poiché solo “se è Dio a elevare lo spirito” (e
questo lo si intende subito) in un attimo insegna tutto in
modo da rimanerne sbigottiti: meraviglia, stupore in cui
«l’intelletto cessa di operare, perché Dio ne sospende
l’esercizio[…]. Presumere o pensare di sospenderlo noi, è
ciò che dico che non si deve fare, come non si deve cessare
di operare con esso, perché diversamente resteremo freddi e
istupiditi e non faremo né una cosa né l’altra, mentre
quando è il Signore a sospenderlo e a fermarlo, gli dà lui
stesso di che occuparsi e contemplare, e fa sì che senza il
ricorso alla ragione, intenda nello spazio di un Credo più
di quel che noi possiamo intendere con tutte le nostre umane
diligenze nel corso di molti anni. Ma pretendere di occupare
da noi stessi le potenze dell’anima e di arrestarne
l’attività, è una pazzia»52. E pur facendolo
inavvertitamente questo è per Teresa il segno di poca
umiltà: tutto il pensare invece è riconoscimento di umiltà,
ed è questo il più alto senso del “muero porque no muero”!
Simile “riconoscimento” di ciò che è il vero stato umano che
è frutto di una piena “immersione in Dio” è evidentemente un
altissimo segno di amore a Dio: «È segno evidente che amiamo
di più una persona, quando ricordiamo spesso i benefici che
ci ha fatto. Ora, se è lecito e anzi assai meritorio
ricordarci che il nostro essere l’abbiamo da Dio, il quale
ci ha creati dal nulla e ci mantiene in vita, e tutti gli
altri benefici che ci sono venuti dalla sua morte e dalle
sue sofferenze, benefici che molto prima di crearci aveva
preparato per ciascuno di noi viventi, perché non mi sarà
lecito riconoscere, vedere e considerare più e più volte che
ero solita parlare di cose vane, e che ora il Signore mi ha
concesso di non voler parlare d’altro se non di Lui? Ecco
qui un gioiello: se ricordiamo che ci fu donato e che ormai
lo possediamo, necessariamente ci invita ad amare, ed è
proprio questo il bene dell’orazione fondata sull’umiltà»53.
Per gli stessi motivi Mechthild von Magdeburg, scriveva:
«Tu devi accendere il fuoco dell’Amore con la legna delle
Virtù
Solo allora tu vivrai il vero deserto.
Più mi inoltro nella profondità dell’Umiltà senza miscela,
più una grande dolcezza mi disseta»54.
Nell’umiltà più piena, nella miseria totale si riconosce
dunque l’uomo nell’ultimo grado: «Qui è molto necessario il
suo aiuto poiché qui possiamo dire che l’anima è realmente
morta al mondo. Se non che, ripeto, è ancora in grado di
capire d’essere quaggiù, di sentire la sua solitudine e di
giovarsi di tutti i mezzi esterni per far intendere quello
che prova, sia pure con segni»55. In questo grado “il
giardiniere” non ha “coscienza” di ciò che fa, egli gode
soltanto senza tra l’altro sapere di che, immerso come è in
un’unione divina: «Unione è: due cose distinte in una»56 Il
“giardiniere” dunque “non intende intendendo” (con
l’intelletto) ma in modo diverso: «L’intelletto, se intende,
non capisce come intenda, per lo meno non può comprendere
nulla di ciò che intende. A me sembra che non intenda
affatto perché non intende se stesso; non riesco a capire
questo mistero»57. Teresa dunque non riesce a capire come
ciò possa avvenire, e a testimonianza di ciò scrive: «Come
avvenga questo fatto che si chiama unione e cosa sia, non so
spiegarlo»58! Pertanto ella non dice niente che non abbia
sperimentato lungamente e così si fa davvero messaggera e
testimone di Dio: «Quando cominciai a scrivere di quest’ultima
acqua, mi sembrava impossibile saperne trattare, più
difficile che parlare in greco, talmente mi appariva irto di
difficoltà. Pertanto deposta l’idea andai a comunicarmi.
[…]Dio illuminò la mia mente alcune volte con le parole e
altre offrendomi il modo in cui dovevo dirle, perché come
già nella precedente orazione, sembra che Sua Maestà voglia
dire anche qui quello che non posso né so dire»59. E quindi
«posso dire soltanto che l’anima si vede unita a Dio e ne ha
una tale certezza che in nessun modo potrebbe non crederlo:
se si stava meditando su un brano della passione, se ne
perde la memoria come se mai si fosse avuto presente; se si
legge, non c’è più ricordo di ciò che si leggeva e non c’è
la possibilità di fermarsi a meditare.; se si prega lo
stesso. […] La volontà è certo tutta occupata nell’amore, ma
non sa come ama»60. Siamo insomma di fronte ad una vera
esperienza “sapienziale”, in cui la Verità viene
“assaporata”, “sentita” ma non compresa per intero!
L’esperienza di Teresa dell’estasi
«A mio giudizio c’è differenza tra unione con l’amore
celeste e elevazione celeste. […] A chi non l’ha provato
sembrerà di no, mentre a me pare che, pur essendo in fondo
la stessa cosa, il Signore vi opera in maniera diversa, e
nel volo dello spirito aumenta molto il distacco dalle
creature. […] Se è vero che un fuoco piccolo è anch’esso un
fuoco come uno grande, si vede, però, bene la differenza tra
l’uno e l’altro: in un fuoco piccolo, prima che un piccolo
pezzo di ferro si arroventi, passa molto tempo; ma se il
fuoco è grande, anche se il pezzo è grosso, in pochissimo
tempo sembra cambiare del tutto natura»61. Per Teresa
l’elevazione celeste, che lei stessa indica più propriamente
con il nome di “estasi”, corrisponde ad un “fuoco grande”,
essa è di gran lunga superiore all’unione per gli effetti
più grandi che produce e per molte altre operazioni «perché
l’unione sembra inizio, mezzo e fine dell’estasi e si svolge
all’interno dell’anima, ma poiché l’estasi ha effetti molto
più elevati, si svolge internamente ed esteriormente»62.
Ma vediamo cosa avviene più propriamente durante uno dei
“rapimenti”: «le mani (che) mi si cominciarono a
intorpidire, malgrado ogni mia resistenza», «un colpo, o
meglio, si sente come ferita da una saetta di fuoco. Non
dico che sia una saetta ma, qualunque cosa sia, si vede
chiaramente che non può procedere dalla nostra natura. E non
dove si sentono i dolori di quaggiù, mi sembra, ma nel più
profondo e nel più intimo dell’anima. Là questa saetta
rapidissima riduce in polvere tutto ciò che trova della
nostra terrestre natura e, mentre agisce, è impossibile
ricordarsi del nostro essere umano perché in un attimo
immobilizza le potenze al punto che non resta loro la
libertà di far nulla, tranne ciò che può intensificare
questo dolore»63. Sembra di rivedere quella che è forse
l’immagine più emblematica (poiché l’arte forse nasce dal
rimpianto del Paradiso) dell’estasi che ci ha lasciato
Bernini, e che è l’Estasi di Santa Teresa concepita come uno
spettacolo teatrale per la Cappella Corsaro in S. Maria
Della Vittoria a Roma. Quasi languidamente distesa giace
Teresa in attesa che l’angelo le trafigga il cuore con la
lancia64. Bernini aveva letto gli scritti della santa, che
così descrive le sue esperienze mistiche con il bel
cherubino: «Nelle sue mani vidi una lunga lancia d’oro e in
cima alla punta di ferro mi parve di scorgere una lingua.
Con questa sembrò trapassarmi il cuore più volte fino a
raggiungere le viscere. Quando estrasse la lancia, sentii
come se, con essa, me le strappasse e mi lasciò tutta
infiammata da un grande amore di Dio». Qui dunque, in questo
“rapimento”, l’anima brama di morire “a tal punto che per
uscire dal corpo sembra le manchi ben poco”: anzi il corpo
sente che gli viene a mancare il suo calore naturale e a
poco a poco si raffredda, anche se con grandissima soavità e
gioia65; «qui non c’è alcun rimedio per resistere, mentre
nell’unione, essendo noi ancora con i piedi per terra66, un
rimedio c’è: benché con dolore e violenza, si può quasi
sempre resistere; ma qui il più delle volte non c’è via di
scampo, anzi spesso, prevenendo ogni pensiero e ogni
possibile cooperazione, viene un impeto tanto rapido e
forte, che vedete e sentite sollevarsi questa nube e questa
potente aquila prendervi sulle sue ali»67.
Del resto, sarà proprio da questo “stato celestiale” e dal
suo “memoriale” che Teresa avrà l’urgenza e l’esigenza di
scrivere Muero porque no muero perché:
«L’altra vita di lassù,
quella ch’è la vita vera,
fino a che questa non muoia,
non si gode, essendo vivi.
Morte a me non rifiutarti;
p
ossa io viver morendo,
ché mi è morte il non morire».
E ancora:
«Vita, assai forte è l’amore:
non devi essermi molesta;
vedi, solo ormai mi resta
perder te per guadagnarti.
Venga, orsù, la dolce morte,
il trapasso giunga presto,
che mi è morte il non morire»
Eppure di morire “finisce con l’averne una paura vera e con
il voler sentire diminuita la sua pena per non morire del
tutto”68. Ma da dove viene simile timore? Del resto, lo
ricordo, anche il Cristo nel Getsemani dirà ”Non voglio
morire”, perché è profondamente uomo: ebbene il timore
«procede dalla nostra naturale debolezza, perché il suo
desiderio non viene meno, e non c’è alcun rimedio che possa
liberarla da questa pena finché non vi ponga termine il
Signore stesso, con un grande rapimento o qualche visione
con cui il vero consolatore la consola e la fortifica,
affinché accetti di vivere quanto Egli vorrà»69.
È bene precisare ulteriormente che quando si parla di
“estasi” Teresa ha “in mente”, perché tutti vissuti, tre
modalità di esperienza in cui essa si può manifestare: il
“rapimento”, cui a esempio può essere ricondotto l’episodio
precedentemente illustrato, che è “subitaneo e violento”;
l’“elevazione” che si produce dolcemente, a poco a poco e
non è molto forte, e il “volo di spirito” (o “trasporto”),
quando cioè il rapimento è così impetuoso da sembrare che lo
spirito si separi dal corpo: «[…]intendo dire che questi
differenti nomi indicano la stessa cosa, che si chiama anche
estasi». In ogni caso la qualità di essi è simile, nel senso
che si tratta di un innalzamento sopra tutte le cose create,
e anzitutto al di sopra di sé stessi, attraverso comunque un
volo che è “soave, gioioso e senza rumore”.70 Chi lo
sperimenta perciò “sente” un senso si di pienezza, ma nello
stesso tempo di vuoto poiché più ci si avvicina alla “meta”
(al Sole) e più aumenta la pena poiché la vicinanza non è
mai abbastanza. Quindi si è “pieni” per essere “alti in
volo”71, quindi più prossimi a Lui: tuttavia il vuoto che si
esperimenta deriva dal fatto che essendo uomini non si ha il
conforto né dal cielo, poiché in esso “ancora non abitiamo”,
né dalla terra, della quale si rifiuta il conforto, essendo
sopra di essi elevati. Pertanto “voler fare gli angeli
stando sulla terra -e così saldamente come ci stavo io- è
una pazzia”: quindi esauritosi “l’attimo raro”
(qualitativamente), a quando non si può avere tanta quiete e
“tanta acqua” Teresa invita ad “abbracciare la croce”, come
la Maddalena, dove giace l’umanità più visibile di Cristo
Gesù: «fu lasciato solo nelle sue sofferenze; non
abbandoniamolo noi, perché egli ci aiuterà a salire più in
alto meglio di quanto avrebbe potuto fare ogni nostra
diligenza e si allontanerà quando lo riterrà conveniente o
quando vorrà trarre fuori l’anima da se stessa, come ho
detto»72. Qui è tutta l’esperienza mistica che Teresa ha del
Cristo che dovrebbe essere l’esperienza di ogni vero
cristiano: anche Egli infatti sulla Croce ha “vissuto”
simile stadio di dolore, di sperimentazione del silenzio di
Dio: Egli infatti è il primo che patì, e seppure nella
sofferenza più estrema e poi in procinto di salire al Cielo,
non si è dimenticato dell’uomo! Questo perché come scrive
bellamente Bonhoeffer in Resistenza e resa: «Dio non ci
salva in Cristo in virtù della sua onnipotenza, ma in virtù
della sua impotenza, perché entra nel mondo e con ilmondo».
L’uomo perciò non si dimentichi di Lui, poiché “quando
l’anima sarà diventata forte, Dio la condurrà nel
Deserto”73. Mi piace citare a questo punto ancora Mechtild
von Magdeburg:
«Tu devi amare il nulla, Tu devi fuggire le cose,
Tu devi rimanere sola e non devi andare da nessuno.
Tu devi essere molto attiva e libera da ogni cosa.
Tu devi liberare i prigionieri e imprigionare coloro che
sono liberi.
Tu devi dare conforto agli ammalati, senza avere nulla per
te.
Tu devi bere l’acqua della sofferenza […]
Solo allora tu vivrai il vero deserto74».
Ritornando a Teresa, i suoi sono dunque veri transiti di
morte, veri martiri spasmodici e deliziosi insieme poiché si
ha davvero il desiderio di morire: l’uomo, però, che come il
Cristo “è crocifisso nel mondo”, si deve sorreggere appunto
in questa “sospensione”, in questo “rapimento”, al Cristo
con la sua umanità sacratissima la quale è il vero “tramite”
tra Dio, che ha detto di compiacersi nel Cristo appunto, e
l’uomo! Quel tramite, quel ponte tra visibile e invisibile,
e che è svuotamento di Dio per “riempire l’uomo”: per questo
i Profeti parleranno di Dio con noi che con la sua venuta
darà dignità alla “carne”, darà un senso al Nulla poiché ne
rimarrà ferito e per questo il Cristo è “nuova umanità” (San
Paolo) poiché è solo con Lui che l’umanità incontra il
senso! È per questo che Teresa è convinta che prima dei
rapimenti “il Creatore si deve sempre cercare attraverso le
creature” qualificate e divinizzate proprio dal Cristo!
Sentiamo le parole che descrivono in maniera “dettagliata”
un simile stato di estasi: «Mentre l’anima sta così cercando
il suo Dio, si sente come svenire per la forza di un
soavissimo godimento: il respiro le manca, le forze
corporali svaniscono, tanto che senza un grande sforzo non
può muovere neppure le mani. Le si chiudono gli occhi anche
senza volerlo, e se li tiene aperti, non vede quasi nulla.
Se legge non riesce a pronunciare una sillaba, e quasi
neppure a rilevarla; vede d’averla innanzi, ma non essendo
aiutata dall’intelletto, non è capace di leggerla, nemmeno
volendolo. Ode, ma non capisce ciò che ode. I sensi non le
servono più, anzi le sono piuttosto di danno perché le
impediscono di stare in pace. Parlare? Nemmeno pensarlo, ché
non riuscirebbe a mettere insieme una parola; e se pure vi
riuscisse, non avrebbe la forza di pronunciarla. Le energie
corporali cedono a quella dell’anima che aumentano sempre
più per farla meglio godere. È un piacere molto grande e
sentito si riversa pure nel corpo»75. Si contempla insomma
l’unione di volontà, intelletto, memoria, immaginazione che
è riconoscimento di uomo “nella sua pienezza”: siamo di
fronte davvero ad un trionfo “estatico”, nel senso che il
recupero della Persona è totale (anche “estetico”, non solo
“etico” e “teoretico”): “Corpo, anima, spirito- scrive San
Paolo- tutto deve essere uno, a gloria di Dio (1 Cor. 12,
12-31; Ef. 4,4; 1 Ts. 5,23).
In questo “stato” ritorna l’uomo a sentirsi piccolo,
piccolo, poiché egli da questa “altezza”, da cui domina con
lo sguardo tutte le cose di questo mondo, quest’ultimo gli
appare piccolo e lui insieme poiché ne fa parte: ma non è
più irretito da esso, dall’abitudinario poiché è sulle ali
di Aurora da cui vede tutto l’accecamento che procurano i
piaceri terreni, le inquietudini, gli affanni e prova
sgomento per la sua passata cecità e pietà per coloro che
ancora sono ciechi. E Teresa usa un’immagine a dir poco
splendida oltre che incisiva: «Pertanto, nonostante ogni suo
sforzo per raggiungere la perfezione, se la colpisce in
pieno questo Sole, si vede tutta assai torbida. È come
l’acqua posta in un bicchiere: se il sole non la investe,
sembra molto chiara; se è investita dal sole, si vede che è
tutta piena di corpuscoli. […] Prima che l’anima giunga a
questa estasi le sembra di porre ogni cura a non offendere
Dio, facendo quanto può per evitarlo; ma, giunta qui, dove
la colpisce in pieno questo Sole di giustizia che la
costringe ad aprire gli occhi, vede tanti difetti, che
vorrebbe subito richiuderli; non essendo ancora simile
all’aquila reale da poter fissare ben il Sole, per poco che
li tenga aperti, si vede tutta torbida e si ricorda allora
del versetto che dice: Chi sarà giusto, o Signore, innanzi a
te?»76. L’uomo allora quando fissa questo sole divino, il
suo fulgore lo abbaglia: non lo vede, ma lo “sente”77. A sua
volta quando guarda se stessa, il fango le offusca la
vista78: «Accade, pertanto, moltissime volte che egli resti
proprio cieco del tutto, assorto, attonito, privo di sensi
di fronte alla molte grandezze che vede»79. E così l’uomo
acquista la vera umiltà perché non gli importa più di dire
bene di sé, né che altri lo dicano:«Il Signore distribuisce
i frutti dell’orto e non lei [la colombella che è l’uomo], e
così nulla le si attacca alle mani; tutto il bene che ha
viene indirizzato a Dio; se qualcosa dice di sé, è per la
sua gloria. Sa che in quel giardino non ha nulla di suo e,
anche volendolo, non potrebbe ignorarlo, perché lo vede con
i suoi stessi occhi. Il Signore, suo malgrado, glieli fa
chiudere alle cose del mondo, affinché li tenga aperti per
comprendere la verità»80.
NOTE
1
Vita 9, 8.
2 Vita 11,5.
3 Vita 12, 6.
4 Ivi
5 Vita 9, 9.
6 Vita 7, 12.
7Vita 8, 5.
8 Vita 8, 2.
10 Vita 14, 10.
11 Sant’Efrem Siro, Inni alla Vergine (a cura di R.
Sbrocchi) I, La vergine mi invita a cantare, Padova 2002.
12 Sant’Efrem Siro, Inni alla Vergine, II, Canterò per tua
grazia, o Signore.
13 Giustino, Prima Apologia XII, 1.
14 Origene, Contra Celsum 8, 67.
15 Mechtild von Magdeburg, La luce fluente della Divinità
V, 13.
16 Vita 14, 9. Cfr Gn. 3, 8.
17 Vita 10, 8.
18 Vita 10, 9.
19 Si tratta di un tema scolastico scritto da una Simone
Weil diciassettenne.
20 Anch’ella come Teresa si pone, in particolare di fronte
al Mistero del Natale, che è Ri-velazione della Verità,
con profondo amore; scrive infatti il 25 dicembre 1930
nell’Abbazia benedettina di Beuron alcune riflessioni
particolarmente significative:«Chi veramente fa dell’ostia
il suo pane quotidiano, compie ogni giorno in sé il
mistero del Natale, l’incarnazione del Verbo. Nella nostra
vita dobbiamo fare spazio al Salvatore eucaristico,
affinché possa trasformare la nostra vita nella sua».
21 Vita 14, 9.
22 Cfr. S. Paolo, Lettera ai Romani.
23 Teresa nel Castello interiore dice di amare molto
l’acqua al punto che la osserva continuamente con maggiore
attenzione di altre cose: come gli altri elementi del
creato “essa nasconde molti segreti di cui possiamo
giovarci” (II Mansione 4, 2)
24 Vita 11, 7.
25 Cfr. Vita 11, 9. Per questo stadio si rimanda ai
capitoli 11, 12 e 13 della Vita.
26 Vita 14, 2.
27 Vita 14, 2.
28 Vita 14, 3.
29 Cfr. Lc. 7, 37-38.
30 Cfr. Vita 17, 4 e Castello interiore, VII Mansione 4,
12.
31 Vita 14, 8.
32 Vita 14, 5.
33 A questo grado Teresa dedica i capitoli 16 e 17.
34 Vita 16, 1.
35 Vita 16, 1.
36 Allude all’uso del tempo di far tenere in mano al
moribondo una candela accesa nel momento di ricevere
l’unzione degli infermi.
37 Vita 16, 1.
38 Vita 17, 4.
39 Vita 17, 4.
40 Vita 10, 1.
41 Vita 10, 1.
42 Vita 10, 7.
43 Vita 9, 5.
44 Vita 18, 2.
45 G. Tunström, Uomini famosi che sono stati a Sunne,
Iperborea, Milano, 2003.
46 I Relazione spirituale. Si tratta di 67 scritti e
appunti di Teresa in cui ella racconta grazie ed
esperienze mistiche accompagnate da riflessioni personali
e da qualche dato autobiografico. Abbracciano un periodo
di ventun anni, la prima risale al 1560, l’ultima al 1581.
Ricordo che Teresa invia l’ultima copia della Vita al
padre Garcia de Toledo nel 1565.
47 C. Schönborn (Cardinale Arcivescovo di Vienna), Le
passioni della fede (Anticipazione), in «Avvenire», 17
dicembre 2004.
48 Vita 9, 5.
49 Cfr H.U. von Balthasar, La percezione della forma, Vol.
I di Gloria. Un’estetica teologica, Jaca Book, Milano,
1985.
50 Mi sovviene l’episodio biblico di Giobbe che cerca il
Signore con cuore sincero e con la libertà che comporta
l’assenza di interesse e di encomio servile- notava
Kierkegaard – e che sopporta tutte le prove, ma perde la
pazienza quando gli si fanno accanto i tre amici teologi
per spiegargli che Dio ha comunque sempre ragione e loro
ne sanno il perché.
51 Vita 10, 7.
52 Vita 12, 5.
53 Vita 10, 5.
54 Mechtild von Magdeburg, La luce fluente della Divinià
I, 35.
55 Vita 18, 1.
56 Vita 18, 3.
57 Vita 18, 14.
58 Vita 18, 2.
59 Vita 18, 8.
60 Vita 18, 14.
61 Vita 18, 7.
62 Vita 20, 1.
63 Castello interiore, VI Mansione, cap. 11, 2; è da
questo episodio che Teresa trae spunto per scrivere nel
1572 la poesia Muero porque no muero.
64 Cfr. la mostra tenuta a Roma nel Vaticano, negli spazi
del Braccio di Carlo Magno dal titolo Visioni ed Estasi.
Capolavori dell’arte europea tra Seicento e Settecento
(catalogo Skira) a partire dal 2003 e chiusasi il 18
gennaio 2004.
65 Cfr. Vita 20, 3.
66 Simile immagine relativa all’ “unione” che Teresa usa,
mi ricorda una tela di Marc Chagall, La promenade
(1917-1818) conservata nel Museo di Stato russo di San
Pietroburgo. In questa tela, infatti, vienne raffigurata
la moglie dell’artista, Bella, sollevata, e che libra
nell’aria pronta a spiccare “il volo”:quasi, però, ella ha
paura di farlo! Pertanto resta desiderosa di andare verso
l’alto, ma nello stesso tempo “ha i piedi per terra”
sorretta dal suo “amore” (Marc) che la trattiene e l’aiuta
a vivere ancora nel mondo.
67 Vita 20, 3. Riappare qui l’immagine biblica del Dio
aquila che con tenerissima cura porta sulle ali i suoi
piccoli, il popolo di Israele.
68 Castello interiore, VI Mansione, cap. 11, 9.
69 Ivi
70 Vita 20, 24.
71 Sui “voli mistici” rimando a un testo recentissimo di
P. Boitani, Parole alate. Voli nella poesia e nella storia
da Omero all’11 settembre, Mondatori, Milano, 2004.
72 Vita 22, 10.
73 Vita 22, 12.
74 Mechtild von Magdeburg, La luce fluente della Divinità
I, 35.
75 Vita 18, 10.
76 Vita 20, 28.
77 Qui davvero Teresa usa un’immagine tutta platonica.
78 Qui invece ricorre un’immagine tutta bonaventuriana.
79 Vita 20, 29.
80 Vita 20, 29.
Anno
II n.6, novembre/dicembre 2004
©
copyright Associazione Centro Culturale Leone XIII, Perugia
2004
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