L’ARMA LETALE DELLA COMPASSIONE
Libere riflessioni sul nuovo pericolo moderno:
la Compassione
di ROBERTA
VINERBA
Lentamente, ma in maniera inesorabile, si sta affacciando
sullo scenario contemporaneo un invisibile killer il quale
uccide allo scopo di liberare se stesso dalla paura
suscitata in lui dalle sue stesse vittime. Al centro della
questione in esame vi è l’atteggiamento che da sempre ha
accompagnato la solidarietà umana nel comune soffrire, e che
diventa oggi, un pericolosissimo sentimento di
de-solidarizzazione e di presa di distanza da tutto ciò che
ha a che vedere con il limite e il contingente.
Questo atteggiamento è la compassione.
L’etimologia della parola ha a che fare con il portare
insieme lo stesso sentimento, letteralmente patire-con,
sentimento e atteggiamento di partecipazione sofferta ai
dolori e ai mali altrui. Compatire, provare compassione è
dunque un atteggiamento tipicamente umano perché richiede la
capacità di provare dolore per la sorte altrui, un dolore
che si qualifica come morale o spirituale anche se si ha
relazione con le sofferenze fisiche dell’altro.
Ciò che
unisce il sofferente al compassionevole è il dolore morale
che scaturisce dalla natura spirituale dell’uomo. In qualche
modo, fa male l’anima nell’essere presso colui che vive una
situazione di dolore, il dolore altrui costringe l’uomo ad
uscire dal suo mondo e a legarsi a quello precario e tragico
di chi che vive un dramma.
Il dolore è dunque una chiamata interpersonale, è un fatto
inter-umano, pur se vissuto individualmente, ha i caratteri
del personale, nel senso che, facendo parte del vissuto di
una persona, ne assume le caratteristiche proprie e cioè
quelle relazionali. Il soffrire, che è la risposta personale
all’uomo che prova dolore, mette in relazione, lega gli
esseri umani in una sorta di comune solidarietà.
Va detto però che, se la compassione scaturisce da una
disposizione a prendere parte alle altrui sofferenze, in
realtà essa non si presenta mai, nell’uomo, nella forma del
completo altruismo.
Come tutte le passioni umane, anch’essa
offre di sé una realtà ambivalente. Da un lato certamente
essa è la disposizione del cuore che apre anche
all’espressione emotiva della commozione, una reale
partecipazione che esprime l’amore e la solidarietà verso il
sofferente. Ma non possiamo tacere che dietro e più
profondamente del soffrire altrui è il nostro patire che
costituisce il Leviatan, il mostro che graffia il cuore ,
che lo lacera fino al sanguinamento.
Farsi prossimi, fermarsi presso la sofferenza altrui, mette
a nudo la paura di essere a nostra volta nella stessa
situazione di colui che soffre. Stare presso un familiare
malato terminale provoca i nostri affetti, il nostro
progetto di vita, il senso del limite nel non poter prestare
soccorso nella misura che si vorrebbe.
Questa situazione
afferma che in fondo, non è in potere dell’uomo dare la
vita, e dunque fa riaffiorare tragicamente la realtà
dell’esistere umano, sempre in bilico, sempre in precarietà,
sempre al limite del crinale tra vita e morte.
L’accompagnamento di un malato terminale è zacàr, è ricordo
di chi noi siamo, la vita che va terminando è memoria della
voglia di vivere che è insopprimibile desiderio del cuore
umano. Nella compassione sono dunque presenti entrambe le
disposizioni, l’una, potremmo definirla, d’amore, l’altra di
terrore. Nell’una la sofferenza è chiamata a «sprigionare
nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del
proprio “io” in favore degli altri uomini, degli uomini
sofferenti»1, nell’altra, è disvelamento dei propri fantasmi
di morte e di fuga. Entrambe le disposizioni coesistono
nella medesima persona, e solo una grande educazione della
coscienza, un’abitudine all’introspezione, un disincanto sul
cuore umano, possono accompagnare la persona a leggere i
moti del proprio animo e riconoscere l’egoismo mascherato in
amore.
Questo discernimento si presenta sempre più necessario ed
urgente, specie nella società occidentale che ha raggiunto
livelli eccellenti per quanto concerne la diagnosi e la
terapia di molte patologie; la lotta a malattie un tempo
invalidanti e letali, la possibilità di offrire percorsi
terminali sempre più degni della persona umana. Eppure,
proprio questo progresso ha fatto credere all’uomo di poter
essere immortale, di vivere sempre più a lungo, sempre
meglio, fino a depositare nel subconscio collettivo la
certezza che non vi siano situazioni alle quali non si possa
porre rimedio. In tal modo, quando la realtà della debolezza
della natura umana si presenta con il suo carico di domande,
ecco che emerge la moderna incapacità di trattare con il
limite. La stessa capacità di sopportazione è raccorciata
rispetto ad epoche passate nelle quali la prossimità alla
malattia e alla morte aveva necessariamente rafforzato la
stessa capacità di portare il dolore.
Adesso la malattia, l’invalidità, quando arriva sorprende e
ci coglie impreparati perché, in fondo, avevamo creduto che
oggi, non fossimo più messi nella condizione di sopportare
tagli così arcaici delle possibilità infinite della scienza
e della tecnica.
Se su questo aggiungiamo la percezione
della qualità della vita come un sinonimo di salute,
efficienza, autonomia, ecco che la malattia soprattutto se
invalidante e destinata ad un esito certamente infausto, è
quanto di più terrificante e insensato possiamo immaginare.
L’assistenza a familiari o amici in condizioni al limite
della vita, è un vero e proprio detonatore di sentimenti i
più complessi: compassione amorevole e a tratti disperata
verso colui che soffre, desiderio di cancellare l’altrui
sofferenza e non vedere più rappresentata la possibilità
della propria.
Sempre più spesso nei paesi industrializzati, e dunque anche
nel nostro, si torna sulla compassione come uno dei motivi
che spingerebbero a porre termine alle sofferenze di malati
terminali, in rianimazione, di persone gravemente
andicappate. Il caso di Terry Schiavo è stato solo la punta
di un iceberg che in realtà sta facendo rotta già da tempo
verso i nostri sistemi giuridici: la collisione non tarderà
ad arrivare. In effetti il dibattito sull’eutanasia, seppure
ancora non apertamente dichiarato è già aperto e da molto
tempo; l’opinione pubblica è informata spesso in maniera
ingannevole su casi la cui esistenza sarebbero la
dimostrazione della necessità di una depenalizzazione
dell’eutanasia.
I motivi che i sostenitori dell’eutanasia adducono per
giustificare tale scelta sono molteplici, ma in questa sede
quello che si vuole affrontare è solo quello inerente la
compassione. Ed è proprio su questo atteggiamento che fanno
leva tante immagini televisive, tanti dibattiti che vogliono
proprio muovere le corde emotive per giustificare una vera e
propria fuga dalla responsabilità dello stare-presso. Si
dice che in certi casi non staccare la spina è segno di
insensibilità, che la morte sarebbe invece ciò a cui porta
la vera compassione. L’espressione comunemente usata è: «voi
vorreste vivere così?», oppure «ci foste voi in quel letto,
cosa vorreste?». Formulata in tale maniera la domanda è
fatta ad arte per far emergere il terrore, componente
inconscia della compassione. Noi vediamo noi stessi in quel
letto, non la persona in questione e la compassione che ci
suscita è sì quella della solidarietà umana, ma anche del
ricordo della possibilità aperta anche a noi di trovarci un
giorno in quelle stesse condizioni. La risposta è dunque
viziata in partenza, l’altro è strumentalmente eliminato per
eliminare le nostre paure.
Va anche detto che la compassione, oltre che presentarsi
nella forma ambigua già descritta, si offre come una misura
qualitativa e non quantitativa del sentimento. Vale a dire:
qual è il grado di compassione che mi autorizza a porre
termine alle sofferenze della persona malata? Quanta
compassione occorre per decidere la vita o la morte? Esiste
la possibilità di misurare la compassione? Chi può decidere
fino a che punto di compassione si può assistere un
terminale e quando invece scatta l’allarme rosso?
Ecco che si apre la porta all’arbitrio più assoluto, alla
sopraffazione del forte sul debole portata fino alle radici
estreme della vita.
Terry Schiavo è stata uccisa in nome di questa compassione,
un marito che già da tempo si è avviato verso una nuova
vita, ha deciso che Terry così avrebbe voluto, ha deciso che
vivere in quella maniera non era vita, ha giocato
sull’emotività compassionevole per sfuggire alle proprie
paure e, in ultimo, al proprio egoismo. Fino alla decisione
di cremare quel corpo tanto scomodo: rimuovere alla radice
ogni memoria di sofferenza. Fino all’estremo scomparire.
Eppure questo caso non è più crudele di tanti altri, è stato
solamente portato ad una maggiore conoscenza, il che ha
permesso l’emergere pubblico delle contraddizioni di cui era
espressione. In fondo quello che ci ha insegnato è che non
siamo capaci di stare presso il dolore. Non solo Terry è
morta, ma in realtà la vicenda è stata la sconfitta
dell’umano, sconfitta di tutti, sconfitta delle speranze di
una umanizzazione portata avanti a colpi di tecnologia.
Eppure non si può tacere un’altra morte: non possiamo non
fermarci davanti alla morte veramente umana di Giovanni
Paolo II, morte giunta al culmine di una sofferenza portata
senza rassegnazione e trasfigurata dal senso dato al patire.
Perchè in ultimo si tratta del problema del senso.
Se la malattia e il dolore non hanno un senso, sono merce in
esubero nel cammino umano, allora è giusto e compassionevole
liberarcene, ma se invece hanno un valore, un senso, un
perché, allora bisogna fermarsi ed invertire la marcia.
Diremmo, con linguaggio biblico, convertirci.
Convertirci a scoprire che la compassione è ciò che rende
l’uomo più uomo nella misura in cui ritrova nel sofferente
se stesso amato. Solo il legame tra l’amore-dono-offerta e
la sofferenza vince la compassione-terrore. Abbiamo tutti
provato compassione per il Pontefice che moriva, eppure, la
com-partecipazione nella qualità, prima che nella quantità,
si è tradotta nella preghiera, nella speranza che quella
vita, seppure vissuta in condizioni che la mentalità comune
definirebbe indegne dell’uomo, doveva proseguire. Ed anche,
in ultimo, la disponibilità a lasciare il Papa nelle mani di
Colui che solo, è capace di offrire la speranza della vita
che non termina. L’atteggiamento generale compassionevole si
è spontaneamente presentato come una presenza accanto al
sofferente che, nella preghiera, nella vicinanza fisica (la
piazza gremita) voleva essere partecipazione alla lotta che
il Pontefice stava sostenendo, lotta nel senso letterale del
fatto dell’agonia. Il bisogno generalizzato, al di là della
fede religiosa era quello di esserci e non di scappare, di
offrirsi per sostenere il cammino che in quelle ore Giovanni
Paolo stava compiendo, alla sera della sua propria vita.
Due esempi, due modi di vivere la compassione, due
soluzioni. Nel breve arco temporale di pochi giorni,
l’opinione pubblica del mondo è stata posta di fronte alle
due facce del medesimo sentimento. Le due storie hanno
evidenziato che oggi, c’è spazio per la compassione che
esprime solidarietà, ma purtroppo, e forse sempre più, c’è
anche lo spazio della de-solidarizzazione denominata in
maniera colpevole compassione. Occorre allora affinare tutti
gli strumenti, da quelli intellettuali a quelli spirituali
per allargare lo spazio della umanizzazione, quello spazio
che è strettamente imparentato con la compassione come
espressione di amore solidale.
Giovanni Paolo II il Grande, che ci ha insegnato a vivere e
a morire, ci aiuti a fare della vita di ogni uomo
l’espressione vivente della compassione divina, la sola
capace di rendere l’uomo più uomo.
NOTE
1 Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris,
29.
Anno
III n.2, marzo/aprile 2005