Tina Blondell, "Compassione"
 

L’ARMA LETALE DELLA COMPASSIONE
Lentamente, ma in maniera inesorabile, si sta affacciando sullo scenario contemporaneo un invisibile killer il quale uccide allo scopo di liberare se stesso dalla paura suscitata in lui dalle sue stesse vittime. Al centro della questione in esame vi è l’atteggiamento che da sempre ha accompagnato la solidarietà umana nel comune soffrire, e che diventa oggi, un pericolosissimo sentimento di de-solidarizzazione e di presa di distanza da tutto ciò che ha a che vedere con il limite e il contingente.

 
CRISTIANI OGGI


L’ARMA LETALE DELLA COMPASSIONE
Libere riflessioni sul nuovo pericolo moderno:
la Compassione


di ROBERTA VINERBA


Lentamente, ma in maniera inesorabile, si sta affacciando sullo scenario contemporaneo un invisibile killer il quale uccide allo scopo di liberare se stesso dalla paura suscitata in lui dalle sue stesse vittime. Al centro della questione in esame vi è l’atteggiamento che da sempre ha accompagnato la solidarietà umana nel comune soffrire, e che diventa oggi, un pericolosissimo sentimento di de-solidarizzazione e di presa di distanza da tutto ciò che ha a che vedere con il limite e il contingente. Questo atteggiamento è la compassione. L’etimologia della parola ha a che fare con il portare insieme lo stesso sentimento, letteralmente patire-con, sentimento e atteggiamento di partecipazione sofferta ai dolori e ai mali altrui. Compatire, provare compassione è dunque un atteggiamento tipicamente umano perché richiede la capacità di provare dolore per la sorte altrui, un dolore che si qualifica come morale o spirituale anche se si ha relazione con le sofferenze fisiche dell’altro.
Ciò che unisce il sofferente al compassionevole è il dolore morale che scaturisce dalla natura spirituale dell’uomo. In qualche modo, fa male l’anima nell’essere presso colui che vive una situazione di dolore, il dolore altrui costringe l’uomo ad uscire dal suo mondo e a legarsi a quello precario e tragico di chi che vive un dramma. Il dolore è dunque una chiamata interpersonale, è un fatto inter-umano, pur se vissuto individualmente, ha i caratteri del personale, nel senso che, facendo parte del vissuto di una persona, ne assume le caratteristiche proprie e cioè quelle relazionali. Il soffrire, che è la risposta personale all’uomo che prova dolore, mette in relazione, lega gli esseri umani in una sorta di comune solidarietà. Va detto però che, se la compassione scaturisce da una disposizione a prendere parte alle altrui sofferenze, in realtà essa non si presenta mai, nell’uomo, nella forma del completo altruismo.
Come tutte le passioni umane, anch’essa offre di sé una realtà ambivalente. Da un lato certamente essa è la disposizione del cuore che apre anche all’espressione emotiva della commozione, una reale partecipazione che esprime l’amore e la solidarietà verso il sofferente. Ma non possiamo tacere che dietro e più profondamente del soffrire altrui è il nostro patire che costituisce il Leviatan, il mostro che graffia il cuore , che lo lacera fino al sanguinamento. Farsi prossimi, fermarsi presso la sofferenza altrui, mette a nudo la paura di essere a nostra volta nella stessa situazione di colui che soffre. Stare presso un familiare malato terminale provoca i nostri affetti, il nostro progetto di vita, il senso del limite nel non poter prestare soccorso nella misura che si vorrebbe.
Questa situazione afferma che in fondo, non è in potere dell’uomo dare la vita, e dunque fa riaffiorare tragicamente la realtà dell’esistere umano, sempre in bilico, sempre in precarietà, sempre al limite del crinale tra vita e morte. L’accompagnamento di un malato terminale è zacàr, è ricordo di chi noi siamo, la vita che va terminando è memoria della voglia di vivere che è insopprimibile desiderio del cuore umano. Nella compassione sono dunque presenti entrambe le disposizioni, l’una, potremmo definirla, d’amore, l’altra di terrore. Nell’una la sofferenza è chiamata a «sprigionare nell’uomo l’amore, proprio quel dono disinteressato del proprio “io” in favore degli altri uomini, degli uomini sofferenti»1, nell’altra, è disvelamento dei propri fantasmi di morte e di fuga. Entrambe le disposizioni coesistono nella medesima persona, e solo una grande educazione della coscienza, un’abitudine all’introspezione, un disincanto sul cuore umano, possono accompagnare la persona a leggere i moti del proprio animo e riconoscere l’egoismo mascherato in amore.
Questo discernimento si presenta sempre più necessario ed urgente, specie nella società occidentale che ha raggiunto livelli eccellenti per quanto concerne la diagnosi e la terapia di molte patologie; la lotta a malattie un tempo invalidanti e letali, la possibilità di offrire percorsi terminali sempre più degni della persona umana. Eppure, proprio questo progresso ha fatto credere all’uomo di poter essere immortale, di vivere sempre più a lungo, sempre meglio, fino a depositare nel subconscio collettivo la certezza che non vi siano situazioni alle quali non si possa porre rimedio. In tal modo, quando la realtà della debolezza della natura umana si presenta con il suo carico di domande, ecco che emerge la moderna incapacità di trattare con il limite. La stessa capacità di sopportazione è raccorciata rispetto ad epoche passate nelle quali la prossimità alla malattia e alla morte aveva necessariamente rafforzato la stessa capacità di portare il dolore. Adesso la malattia, l’invalidità, quando arriva sorprende e ci coglie impreparati perché, in fondo, avevamo creduto che oggi, non fossimo più messi nella condizione di sopportare tagli così arcaici delle possibilità infinite della scienza e della tecnica.
Se su questo aggiungiamo la percezione della qualità della vita come un sinonimo di salute, efficienza, autonomia, ecco che la malattia soprattutto se invalidante e destinata ad un esito certamente infausto, è quanto di più terrificante e insensato possiamo immaginare. L’assistenza a familiari o amici in condizioni al limite della vita, è un vero e proprio detonatore di sentimenti i più complessi: compassione amorevole e a tratti disperata verso colui che soffre, desiderio di cancellare l’altrui sofferenza e non vedere più rappresentata la possibilità della propria. Sempre più spesso nei paesi industrializzati, e dunque anche nel nostro, si torna sulla compassione come uno dei motivi che spingerebbero a porre termine alle sofferenze di malati terminali, in rianimazione, di persone gravemente andicappate. Il caso di Terry Schiavo è stato solo la punta di un iceberg che in realtà sta facendo rotta già da tempo verso i nostri sistemi giuridici: la collisione non tarderà ad arrivare. In effetti il dibattito sull’eutanasia, seppure ancora non apertamente dichiarato è già aperto e da molto tempo; l’opinione pubblica è informata spesso in maniera ingannevole su casi la cui esistenza sarebbero la dimostrazione della necessità di una depenalizzazione dell’eutanasia.
I motivi che i sostenitori dell’eutanasia adducono per giustificare tale scelta sono molteplici, ma in questa sede quello che si vuole affrontare è solo quello inerente la compassione. Ed è proprio su questo atteggiamento che fanno leva tante immagini televisive, tanti dibattiti che vogliono proprio muovere le corde emotive per giustificare una vera e propria fuga dalla responsabilità dello stare-presso. Si dice che in certi casi non staccare la spina è segno di insensibilità, che la morte sarebbe invece ciò a cui porta la vera compassione. L’espressione comunemente usata è: «voi vorreste vivere così?», oppure «ci foste voi in quel letto, cosa vorreste?». Formulata in tale maniera la domanda è fatta ad arte per far emergere il terrore, componente inconscia della compassione. Noi vediamo noi stessi in quel letto, non la persona in questione e la compassione che ci suscita è sì quella della solidarietà umana, ma anche del ricordo della possibilità aperta anche a noi di trovarci un giorno in quelle stesse condizioni. La risposta è dunque viziata in partenza, l’altro è strumentalmente eliminato per eliminare le nostre paure.
Va anche detto che la compassione, oltre che presentarsi nella forma ambigua già descritta, si offre come una misura qualitativa e non quantitativa del sentimento. Vale a dire: qual è il grado di compassione che mi autorizza a porre termine alle sofferenze della persona malata? Quanta compassione occorre per decidere la vita o la morte? Esiste la possibilità di misurare la compassione? Chi può decidere fino a che punto di compassione si può assistere un terminale e quando invece scatta l’allarme rosso? Ecco che si apre la porta all’arbitrio più assoluto, alla sopraffazione del forte sul debole portata fino alle radici estreme della vita. Terry Schiavo è stata uccisa in nome di questa compassione, un marito che già da tempo si è avviato verso una nuova vita, ha deciso che Terry così avrebbe voluto, ha deciso che vivere in quella maniera non era vita, ha giocato sull’emotività compassionevole per sfuggire alle proprie paure e, in ultimo, al proprio egoismo. Fino alla decisione di cremare quel corpo tanto scomodo: rimuovere alla radice ogni memoria di sofferenza. Fino all’estremo scomparire.
Eppure questo caso non è più crudele di tanti altri, è stato solamente portato ad una maggiore conoscenza, il che ha permesso l’emergere pubblico delle contraddizioni di cui era espressione. In fondo quello che ci ha insegnato è che non siamo capaci di stare presso il dolore. Non solo Terry è morta, ma in realtà la vicenda è stata la sconfitta dell’umano, sconfitta di tutti, sconfitta delle speranze di una umanizzazione portata avanti a colpi di tecnologia. Eppure non si può tacere un’altra morte: non possiamo non fermarci davanti alla morte veramente umana di Giovanni Paolo II, morte giunta al culmine di una sofferenza portata senza rassegnazione e trasfigurata dal senso dato al patire. Perchè in ultimo si tratta del problema del senso. Se la malattia e il dolore non hanno un senso, sono merce in esubero nel cammino umano, allora è giusto e compassionevole liberarcene, ma se invece hanno un valore, un senso, un perché, allora bisogna fermarsi ed invertire la marcia. Diremmo, con linguaggio biblico, convertirci.
Convertirci a scoprire che la compassione è ciò che rende l’uomo più uomo nella misura in cui ritrova nel sofferente se stesso amato. Solo il legame tra l’amore-dono-offerta e la sofferenza vince la compassione-terrore. Abbiamo tutti provato compassione per il Pontefice che moriva, eppure, la com-partecipazione nella qualità, prima che nella quantità, si è tradotta nella preghiera, nella speranza che quella vita, seppure vissuta in condizioni che la mentalità comune definirebbe indegne dell’uomo, doveva proseguire. Ed anche, in ultimo, la disponibilità a lasciare il Papa nelle mani di Colui che solo, è capace di offrire la speranza della vita che non termina. L’atteggiamento generale compassionevole si è spontaneamente presentato come una presenza accanto al sofferente che, nella preghiera, nella vicinanza fisica (la piazza gremita) voleva essere partecipazione alla lotta che il Pontefice stava sostenendo, lotta nel senso letterale del fatto dell’agonia. Il bisogno generalizzato, al di là della fede religiosa era quello di esserci e non di scappare, di offrirsi per sostenere il cammino che in quelle ore Giovanni Paolo stava compiendo, alla sera della sua propria vita.
Due esempi, due modi di vivere la compassione, due soluzioni. Nel breve arco temporale di pochi giorni, l’opinione pubblica del mondo è stata posta di fronte alle due facce del medesimo sentimento. Le due storie hanno evidenziato che oggi, c’è spazio per la compassione che esprime solidarietà, ma purtroppo, e forse sempre più, c’è anche lo spazio della de-solidarizzazione denominata in maniera colpevole compassione. Occorre allora affinare tutti gli strumenti, da quelli intellettuali a quelli spirituali per allargare lo spazio della umanizzazione, quello spazio che è strettamente imparentato con la compassione come espressione di amore solidale. Giovanni Paolo II il Grande, che ci ha insegnato a vivere e a morire, ci aiuti a fare della vita di ogni uomo l’espressione vivente della compassione divina, la sola capace di rendere l’uomo più uomo.


NOTE

1 Giovanni Paolo II, Lettera Apostolica Salvifici doloris, 29
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Anno III n.2, marzo/aprile 2005


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