CRISTIANI OGGI
Il settimanale "Panorama" del 20 ottobre 2005 mette in copertina la foto di una ragazza che “tira” di coca con apposta una grande scritta: Fermatevi. Ogni telegiornale, Rai o Mediaset che sia, dalla notte brava dell’attore Paolo Calissano al fatto dirompente di Lapo Elkann, dedica ampi servizi alla diffusione della cosiddetta “droga per ricchi”.

 
CRISTIANI OGGI


QUANDO IL RE È NUDO
Riflessioni sul "fatto cocaina":
è davvero emergenza?


di ROBERTA VINERBA


Il settimanale Panorama del 20 ottobre mette in copertina la foto di una ragazza che “tira” di coca con apposta una grande scritta: Fermatevi. Ogni telegiornale, Rai o Mediaset che sia, dalla notte brava dell’attore Paolo Calissano al fatto dirompente di Lapo Elkann, dedica ampi servizi alla diffusione della cosiddetta “droga per ricchi”. I fatti interrogano, se da una parte alzano il velo su un mondo nascosto, d’altra parte pongono una domanda: siamo veramente davanti a un’emergenza, oppure si tratta solamente di due incidenti di percorso che, malauguratamente, hanno posto all’attenzione di tutti un fenomeno che in realtà da sempre è diffuso, specie tra la gente dello spettacolo, i cosiddetti vip? E ancora: accaduto il fatto, come spiegare l’ipocrisia dei termini usati per descriverlo, la pietà ipocrita che fa diventare uno sventurato un eroe? Andiamo per ordine. Che la cocaina non fosse più la droga per ricchi lo si sapeva da qualche anno. Anche i ragazzini delle scuole medie possono raccontare che da tempo essa è tra le droghe più facilmente reperibili e a prezzi estremamente appetibili: una dose si può acquistare a soli 13 euro. Si può parlare di una vera e propria rivoluzione sociale: se in grandi quantità è ancora appannaggio dei ricchi, da anni ormai, la cocaina è una “conquista sociale” anche per i più poveri. Facile da reperire, da usare, efficace aiuto per socializzare, per essere al centro dell’attenzione e dell’interesse altrui. Si capisce perché tanto successo. Questa droga in particolare è figlia del nostro tempo, delle nostre paure, delle nostre solitudini. La relazione tra l’io e il tu, questa realtà così naturale eppure così difficile, luogo di vita e di morte al contempo, è il guado minaccioso e limaccioso che si staglia di fronte a noi e che ci inchioda alla paralisi. Il passaggio dalla categoria di persona a quella di individuo, passaggio che le società postmoderne hanno ormai ratificato e metabolizzato (siamo o no nel boom del single?) porta con sé costi e conseguenze che richiedono un surplus di coraggio per abbassare il ponte levatoio del nostro splendido isolamento. L’individuo è solo, è alla mercé di ogni pericolo: la rete relazionale, che sembra ingabbi con i suoi doveri e riti, è anche, per il soggetto, rete protettiva, mancando la quale l’altro assume i tratti del potenziale nemico. L’individuo è in corsa con se stesso e con gli altri, teso ad una nuova affermazione, costi quel che costi. L’individuo ha diritti e doveri, ragiona sulla linea minima della giustizia, gli è sconosciuta la gratuità che nasce da una relazione in perdita. L’altro sta al di là delle proprie paure, dietro il vetro deformante dell’egoismo, l’altro è terreno sconosciuto da sondare, semmai conquistare o possedere. Il guado che separa l’individuo dall’altro, ha bisogno di essere attraversato con un aiuto. Qualcosa che abbia un potere così eccitante da dominare la timidezza, la paura, o qualcosa che possa stordire così tanto da far dimenticare per un momento di essere uno tra i tanti, invece che uno al centro del mondo come vorremmo. La cocaina si incarica per un breve lasso di tempo di traghettare l’individuo fuori dal proprio io prigioniero e lanciarlo verso altre monadi sole come lui. Il tempo per incontrarsi (incontrarsi?) è riempito dall’effetto stupefacente, e quando questo svanisce lascia il bisogno della coazione a ripetere. Si comprende che il mondo dello spettacolo è stato il primo ad essere infestato da questa mala pianta, l’artista è, per definizione, un istrione, qualcuno che, solo, sta al centro della scena. Sembra naturale che senza un apparato umano e familiare forte, che possa ancorarlo alla realtà, l’artista possa trovare nella cocaina l’aiuto per confermare se stesso e per illudersi di avere relazioni alla pari, gratuite e vere con altri fuori di lui. Dallo spettacolo all’alta finanza, ai grandi manager, soli nella loro corsa contro il tempo a produrre di più, a speculare di più. Ventiquattro ore giornaliere non sono sufficienti per raggiungere e mantenere una posizione di rispetto, per sempre più salire la scala del successo. Se non si può moltiplicare il tempo, si possono moltiplicare le energie, ecco allora il bisogno di potenziarsi fino al parossismo attraverso l’uso “terapeutico” della polvere bianca. E poi ancora giù, nella scala sociale: non abbiamo tutti diritto al nostro quarto d’ora di notorietà? Non siamo forse tutti individui al centro del palcoscenico della vita con il vuoto intorno? Matrimoni finiti, rancori che si trascinano, figli soli che vengono portati come pacchi da un nonno all’altro, da un allenatore all’altro, coccolati con l’ultima diavoleria elettronica e assicurati alla televisione che è una baby sitter sempre disponibile, per nulla pretenziosa e assolutamente gratuita. Figli però controllatissimi, a detta dei genitori, che provvedono fin dalla più tenera età a regalare un cellulare ai propri pargoli perché “almeno sappiamo dove sono”. Illusi e illusionisti: in questo sistema sociale che riproduce solitudini, nessuno, in realtà, sa più dove si trova. Cocaina per tutti, allora, per incontrare, per affascinare, per dimenticarsi, per un attimo, di essere tanto spaventati e tanto fragili. Tanto potenti e tanto mortali. Perché di questo si tratta, in ultimo, del non accettare di essere limitati. Il limite, per l’individuo, è l’anticipo della morte, memoria di una finitudine che risulta sempre più estranea alla convinzione di essere onnipotenti, di essere come Dio. La cocaina, dunque, come uno dei tanti effetti della rinuncia a Dio, al Dio personale che crea l’uomo per entrare in relazione con lui, che lo chiama alla partecipazione eterna della Sua stessa beatitudine. Dio è morto, sì, ma la sua morte è la fine dell’uomo stesso. Ancora una volta, Adamo si scopre nudo ed ha paura, ancora una volta cerca altrove da Dio il senso del proprio esistere e del proprio morire. Non siamo di fronte dunque ad un’emergenza, cioè ad un vento di tempesta inaspettato che faccia inorridire, siamo solo davanti ad un Re che è nudo, e non da oggi. Solo che ora siamo stati costretti, dalla cronaca, a fingere lo stupore di accorgerci della sua nudità. Ma l’avevamo già vista e fatto finta di niente da molto tempo. E a proposito di ipocrisia, entriamo allora nella seconda riflessione. A chiunque sia capitato di navigare in Internet sarà rimasto quanto meno stupito di fronte al tono dei messaggi che tanti hanno inviato a Lapo Elkann. Messaggi del tipo: “guarisci presto”, “facciamo il tifo per te” ed altri tutti su questo tono. Ora, è evidente che il ragazzo in questione abbia bisogno dell’aiuto e dell’affetto e le considerazioni che seguono non hanno certo di mira la sua persona, ma il clima culturale comune. Quello che lascia interdetti è l’incapacità di dire hai sbagliato”, “hai fatto qualcosa di oggettivamente cattivo”. Il sentimento, soprattutto dei giovani verso questa vicenda, è quello della pietà senza un minimo di condanna seria per il gesto, per il fatto che stia male, il ragazzo è diventato un eroe. E questo è il paradosso, da esempio certamente non imitabile, a eroe maledetto, anzi, neppure assurto a tale rango, semplicemente eroe sfortunato. Questo atteggiamento è assimilabile a quello di chi, dopo un crimine, anche efferato, appena viene scoperto la prima cosa che fa è quella di chiedere perdono alla famiglia della vittima. Non c’è distanza tra fatto e pentimento, tra azione e discesa negli inferi. Tutto è contemporaneo, l’importante è non soffrire prendendo consapevolezza dell’abisso che ha generato l’azione. Così per i cocainomani, ritorna questa falsa pietà, si incita alla guarigione ma non di malattia si tratta, si fa il tifo senza il passaggio alla condanna delle scelte che hanno prodotto il male. Insomma, sembra offuscata la chiarezza di chiamare bene il bene e male il male, distinzione che è necessaria per poter iniziare il cammino della redenzione. In questo processo, la riprovazione sociale funge da controllo esterno e da conferma del valore da proteggere, ma se il contesto si illanguidisce in una volontà prettamente materna di scusare sempre, di coprire sempre, quando mai chi sbaglia potrà incontrare il volto paterno della società, ovverosia quello normativo, che genera un orizzonte assiologico? Nel dramma di vita buttate al vento sembra mancare proprio questo orizzonte, togliere ad una persona il “diritto” agli inferi, cioè il diritto di percorrere la strada della discesa nel proprio male, significa, in ultimo, tagliargli le ali per volare. Così come l’assenza di Dio genera l’incapacità di accettare lo stato creaturale, l’assenza del concetto di peccato, di colpa, di riparazione, genera una società illanguidita che inchioda gli uomini nell’infanzia dello spirito. Nell’esperienza biblica il peccato è percepito come un fallire il bersaglio, come una caduta nel tragitto del raggiungimento della statura adulta che consiste nell’amore a Dio, a se stessi e agli altri. Senza Dio, potremmo dire, viene anche meno la drammatica realtà del fallimento portato fino alle sue estreme conseguenze. Né grandi peccatori, né grandi redenti, ma tutto viene edulcorato in una tiepidezza “né calda, né fredda” (cf Ap 3,15). In questo clima si rende dunque urgente, questo sì, riaffermare la verità su Dio e sull’uomo, i cristiani hanno l’obbligo di essere presenti là dove si discute e dove si produce cultura per essere voce di controtendenza, è necessario ri-annunciare Cristo uomo perfetto che entra negli inferi e li redime; Cristo che per amore non esita a denunciare il male pagando di persona l’urto con l’ipocrisia imperante. Una nuova evangelizzazione chiede anche questo: non si tratta di annunciare il Vangelo a uomini e donne naturalmente cristiani, ma di farlo a persone che hanno completamente smarrito la bussola cristiana e per questo quella dell’umano. Perché chi incontra Gesù incontra l’uomo e chi lo rifiuta, rifiuta quell’umanesimo integrale che, solo, è manifestazione virile della dignità dell’esistere. Il Vangelo è anche scuola per poter piangere sapendosi non perduti, non soli nel dramma, e per questo, sapersi forti per ripercorrere a ritroso la strada dell’ascesa al bene. E’ necessario non conformarsi ai commenti banali del circo mediatico, inquinato esso stesso in prima persona dal marcio, ma offrire griglie di lettura del reale a partire da sintesi evangeliche. Allora anche la pietà è veramente redentiva, virile, anche questo “fare il tifo” si accende dei colori della verità, che sola, ci rende liberi. Giuseppe Ungaretti, che di dolore se ne intendeva, capì che Cristo è la possibilità di non piangere più da soli, compagnia negli inferi, e di conseguenza, nell’ascesa alla speranza. Ci allora sembra utile, ricordare qui alcuni, versi di “Mio fiume anche tu”, nei quali, in maniera mirabile, il Poeta consegna all’uomo il senso del soffrire e del risorgere:

Fa piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.

Cristo, pensoso palpito;
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli!
Perennemente per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.

Anno III n.5/6, settembre/dicembre 2005


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