QUANDO IL RE È NUDO
Riflessioni sul "fatto cocaina":
è
davvero emergenza?
di ROBERTA
VINERBA
Il
settimanale Panorama del 20 ottobre mette in copertina la foto di una ragazza
che “tira” di coca con apposta una grande scritta: Fermatevi. Ogni telegiornale,
Rai o Mediaset che sia, dalla notte brava dell’attore Paolo Calissano al fatto
dirompente di Lapo Elkann, dedica ampi servizi alla diffusione della cosiddetta
“droga per ricchi”. I fatti interrogano, se da una parte alzano il velo su un
mondo nascosto, d’altra parte pongono una domanda: siamo veramente davanti a un’emergenza,
oppure si tratta solamente di due incidenti di percorso che, malauguratamente,
hanno posto all’attenzione di tutti un fenomeno che in realtà da sempre è diffuso,
specie tra la gente dello spettacolo, i cosiddetti vip? E ancora: accaduto il
fatto, come spiegare l’ipocrisia dei termini usati per descriverlo, la pietà ipocrita
che fa diventare uno sventurato un eroe? Andiamo per ordine. Che la cocaina non
fosse più la droga per ricchi lo si sapeva da qualche anno. Anche i ragazzini
delle scuole medie possono raccontare che da tempo essa è tra le droghe più facilmente
reperibili e a prezzi estremamente appetibili: una dose si può acquistare a soli
13 euro. Si può parlare di una vera e propria rivoluzione sociale: se in grandi
quantità è ancora appannaggio dei ricchi, da anni ormai, la cocaina è una “conquista
sociale” anche per i più poveri. Facile da reperire, da usare, efficace aiuto
per socializzare, per essere al centro dell’attenzione e dell’interesse altrui.
Si capisce perché tanto successo. Questa droga in particolare è figlia del nostro
tempo, delle nostre paure, delle nostre solitudini. La relazione tra l’io e il
tu, questa realtà così naturale eppure così difficile, luogo di vita e di morte
al contempo, è il guado minaccioso e limaccioso che si staglia di fronte a noi
e che ci inchioda alla paralisi. Il passaggio dalla categoria di persona a quella
di individuo, passaggio che le società postmoderne hanno ormai ratificato e metabolizzato
(siamo o no nel boom del single?) porta con sé costi e conseguenze che richiedono
un surplus di coraggio per abbassare il ponte levatoio del nostro splendido isolamento.
L’individuo è solo, è alla mercé di ogni pericolo: la rete relazionale, che sembra
ingabbi con i suoi doveri e riti, è anche, per il soggetto, rete protettiva, mancando
la quale l’altro assume i tratti del potenziale nemico. L’individuo è in corsa
con se stesso e con gli altri, teso ad una nuova affermazione, costi quel che
costi. L’individuo ha diritti e doveri, ragiona sulla linea minima della giustizia,
gli è sconosciuta la gratuità che nasce da una relazione in perdita. L’altro sta
al di là delle proprie paure, dietro il vetro deformante dell’egoismo, l’altro
è terreno sconosciuto da sondare, semmai conquistare o possedere. Il guado che
separa l’individuo dall’altro, ha bisogno di essere attraversato con un aiuto.
Qualcosa che abbia un potere così eccitante da dominare la timidezza, la paura,
o qualcosa che possa stordire così tanto da far dimenticare per un momento di
essere uno tra i tanti, invece che uno al centro del mondo come vorremmo. La cocaina
si incarica per un breve lasso di tempo di traghettare l’individuo fuori dal proprio
io prigioniero e lanciarlo verso altre monadi sole come lui. Il tempo per incontrarsi
(incontrarsi?) è riempito dall’effetto stupefacente, e quando questo svanisce
lascia il bisogno della coazione a ripetere. Si comprende che il mondo dello spettacolo
è stato il primo ad essere infestato da questa mala pianta, l’artista è, per definizione,
un istrione, qualcuno che, solo, sta al centro della scena. Sembra naturale che
senza un apparato umano e familiare forte, che possa ancorarlo alla realtà, l’artista
possa trovare nella cocaina l’aiuto per confermare se stesso e per illudersi di
avere relazioni alla pari, gratuite e vere con altri fuori di lui. Dallo spettacolo
all’alta finanza, ai grandi manager, soli nella loro corsa contro il tempo a produrre
di più, a speculare di più. Ventiquattro ore giornaliere non sono sufficienti
per raggiungere e mantenere una posizione di rispetto, per sempre più salire la
scala del successo. Se non si può moltiplicare il tempo, si possono moltiplicare
le energie, ecco allora il bisogno di potenziarsi fino al parossismo attraverso
l’uso “terapeutico” della polvere bianca. E poi ancora giù, nella scala sociale:
non abbiamo tutti diritto al nostro quarto d’ora di notorietà? Non siamo forse
tutti individui al centro del palcoscenico della vita con il vuoto intorno? Matrimoni
finiti, rancori che si trascinano, figli soli che vengono portati come pacchi
da un nonno all’altro, da un allenatore all’altro, coccolati con l’ultima diavoleria
elettronica e assicurati alla televisione che è una baby sitter sempre disponibile,
per nulla pretenziosa e assolutamente gratuita. Figli però controllatissimi, a
detta dei genitori, che provvedono fin dalla più tenera età a regalare un cellulare
ai propri pargoli perché “almeno sappiamo dove sono”. Illusi e illusionisti: in
questo sistema sociale che riproduce solitudini, nessuno, in realtà, sa più dove
si trova. Cocaina per tutti, allora, per incontrare, per affascinare, per dimenticarsi,
per un attimo, di essere tanto spaventati e tanto fragili. Tanto potenti e tanto
mortali. Perché di questo si tratta, in ultimo, del non accettare di essere limitati.
Il limite, per l’individuo, è l’anticipo della morte, memoria di una finitudine
che risulta sempre più estranea alla convinzione di essere onnipotenti, di essere
come Dio. La cocaina, dunque, come uno dei tanti effetti della rinuncia a Dio,
al Dio personale che crea l’uomo per entrare in relazione con lui, che lo chiama
alla partecipazione eterna della Sua stessa beatitudine. Dio è morto, sì, ma la
sua morte è la fine dell’uomo stesso. Ancora una volta, Adamo si scopre nudo ed
ha paura, ancora una volta cerca altrove da Dio il senso del proprio esistere
e del proprio morire. Non siamo di fronte dunque ad un’emergenza, cioè ad un vento
di tempesta inaspettato che faccia inorridire, siamo solo davanti ad un Re che
è nudo, e non da oggi. Solo che ora siamo stati costretti, dalla cronaca, a fingere
lo stupore di accorgerci della sua nudità. Ma l’avevamo già vista e fatto finta
di niente da molto tempo. E a proposito di ipocrisia, entriamo allora nella seconda
riflessione. A chiunque sia capitato di navigare in Internet sarà rimasto quanto
meno stupito di fronte al tono dei messaggi che tanti hanno inviato a Lapo Elkann.
Messaggi del tipo: “guarisci presto”, “facciamo il tifo per te” ed altri tutti
su questo tono. Ora, è evidente che il ragazzo in questione abbia bisogno dell’aiuto
e dell’affetto e le considerazioni che seguono non hanno certo di mira la sua
persona, ma il clima culturale comune. Quello che lascia interdetti è l’incapacità
di dire hai sbagliato”, “hai fatto qualcosa di oggettivamente cattivo”. Il sentimento,
soprattutto dei giovani verso questa vicenda, è quello della pietà senza un minimo
di condanna seria per il gesto, per il fatto che stia male, il ragazzo è diventato
un eroe. E questo è il paradosso, da esempio certamente non imitabile, a eroe
maledetto, anzi, neppure assurto a tale rango, semplicemente eroe sfortunato.
Questo atteggiamento è assimilabile a quello di chi, dopo un crimine, anche efferato,
appena viene scoperto la prima cosa che fa è quella di chiedere perdono alla famiglia
della vittima. Non c’è distanza tra fatto e pentimento, tra azione e discesa negli
inferi. Tutto è contemporaneo, l’importante è non soffrire prendendo consapevolezza
dell’abisso che ha generato l’azione. Così per i cocainomani, ritorna questa falsa
pietà, si incita alla guarigione ma non di malattia si tratta, si fa il tifo senza
il passaggio alla condanna delle scelte che hanno prodotto il male. Insomma, sembra
offuscata la chiarezza di chiamare bene il bene e male il male, distinzione che
è necessaria per poter iniziare il cammino della redenzione. In questo processo,
la riprovazione sociale funge da controllo esterno e da conferma del valore da
proteggere, ma se il contesto si illanguidisce in una volontà prettamente materna
di scusare sempre, di coprire sempre, quando mai chi sbaglia potrà incontrare
il volto paterno della società, ovverosia quello normativo, che genera un orizzonte
assiologico? Nel dramma di vita buttate al vento sembra mancare proprio questo
orizzonte, togliere ad una persona il “diritto” agli inferi, cioè il diritto di
percorrere la strada della discesa nel proprio male, significa, in ultimo, tagliargli
le ali per volare. Così come l’assenza di Dio genera l’incapacità di accettare
lo stato creaturale, l’assenza del concetto di peccato, di colpa, di riparazione,
genera una società illanguidita che inchioda gli uomini nell’infanzia dello spirito.
Nell’esperienza biblica il peccato è percepito come un fallire il bersaglio, come
una caduta nel tragitto del raggiungimento della statura adulta che consiste nell’amore
a Dio, a se stessi e agli altri. Senza Dio, potremmo dire, viene anche meno la
drammatica realtà del fallimento portato fino alle sue estreme conseguenze. Né
grandi peccatori, né grandi redenti, ma tutto viene edulcorato in una tiepidezza
“né calda, né fredda” (cf Ap 3,15). In questo clima si rende dunque urgente, questo
sì, riaffermare la verità su Dio e sull’uomo, i cristiani hanno l’obbligo di essere
presenti là dove si discute e dove si produce cultura per essere voce di controtendenza,
è necessario ri-annunciare Cristo uomo perfetto che entra negli inferi e li redime;
Cristo che per amore non esita a denunciare il male pagando di persona l’urto
con l’ipocrisia imperante. Una nuova evangelizzazione chiede anche questo: non
si tratta di annunciare il Vangelo a uomini e donne naturalmente cristiani, ma
di farlo a persone che hanno completamente smarrito la bussola cristiana e per
questo quella dell’umano. Perché chi incontra Gesù incontra l’uomo e chi lo rifiuta,
rifiuta quell’umanesimo integrale che, solo, è manifestazione virile della dignità
dell’esistere. Il Vangelo è anche scuola per poter piangere sapendosi non perduti,
non soli nel dramma, e per questo, sapersi forti per ripercorrere a ritroso la
strada dell’ascesa al bene. E’ necessario non conformarsi ai commenti banali del
circo mediatico, inquinato esso stesso in prima persona dal marcio, ma offrire
griglie di lettura del reale a partire da sintesi evangeliche. Allora anche la
pietà è veramente redentiva, virile, anche questo “fare il tifo” si accende dei
colori della verità, che sola, ci rende liberi. Giuseppe Ungaretti, che di dolore
se ne intendeva, capì che Cristo è la possibilità di non piangere più da soli,
compagnia negli inferi, e di conseguenza, nell’ascesa alla speranza. Ci allora
sembra utile, ricordare qui alcuni, versi di “Mio fiume anche tu”, nei quali,
in maniera mirabile, il Poeta consegna all’uomo il senso del soffrire e del risorgere:
Fa
piaga nel Tuo cuore
La somma del dolore
Che va spargendo sulla terra l’uomo;
Il
Tuo cuore è la sede appassionata
Dell’amore non vano.
Cristo,
pensoso palpito;
Astro incarnato nell’umane tenebre,
Fratello che t’immoli!
Perennemente
per riedificare
Umanamente l’uomo,
Santo, Santo che soffri,
Maestro e
fratello e Dio che ci sai deboli,
Santo, Santo che soffri
Per liberare dalla
morte i morti
E sorreggere noi infelici vivi,
D’un pianto solo mio non piango
più,
Ecco, Ti chiamo, Santo,
Santo, Santo che soffri.
Anno
III n.5/6, settembre/dicembre 2005